domenica 25 gennaio 2026

Sette quadranti del mistero: confronto libro - serie tv

 Il giallo-romanzo di spionaggio I sette quadranti di Agatha Christie è tornato in auge con l'uscita della serie Netflix (e adesso lo stiamo leggendo tutti).

Mentre attendo di procurarmi una copia usata contenente Il segreto di Chimneys e I sette quadranti, ossia le due avventure della coppia composta da Lady Eileen "Bundle" Brent e dal Sovrintendente Battle, ho preso in biblioteca una copia Mondadori del secondo (204 pagine).

In questo post vorrei analizzare prima il romanzo e la serie tv, singolarmente, e poi evidenziare le differenze fra i due prodotti.


Il romanzo del 1929 inizia nella tenuta di Chimneys, affittata a Sir Osvald Coote (e dalla moglie, la triste e materna Lady Coote, che è un personaggio divertente in modo sottile, per citare lo stesso romanzo) da Lord Caterham, e frequentata da membri del Foreign Office. Alcuni di loro e dei loro amici hanno l'abitudine di presentarsi molto tardi la mattina a colazione, in particolare Gerry Wade, al quale gli amici decidono di fare uno scherzo. Otto sveglie vengono acquistate e disposte nella camera del ragazzo per costringerlo ad alzarsi presto, ma la fatidica mattina dello scherzo Wade non scende e, mandato il maggiordomo a indagare, è trovato morto e nella stanza ci sono solo sette sveglie.

Quando i Caterham tornano a Chimneys, Bundle scopre che il giovane scomparso è morto nel suo letto e, grazie a un paio di casualità (il rinvenimento di una lettera e il quasi investimento di un altro dei membri del Foreign Office), si ritrova a indagare (sorvegliata da un preoccupato Battle) su non una, ma ben due misteriosi morti e una società segreta che sembra implicata in entrambe, insieme alla sorella e a un amico di Gerry Wade.

Bundle è una ragazza incredibilmente intraprendente per l'epoca: compie in un certo frangente un'azione che ho ammirato, non solo per l'audacia in sé, ma anche per l'inventiva di Agatha Christie, che la immagina. Bundle pianifica, insieme o separatamente dai suoi due compari, le mosse, si butta nell'azione; tuttavia sul finale, la risoluzione avviene un po' sullo sfondo. Sono comunque personaggi comprimari a risolvere il mistero, ma Bundle (come un po' il lettore) corre dietro a ciò che le apparenze sembrano suggerire.

In realtà, come scopre Bundle e come avevo pensato quando mi sono imbattuta in una particolare scena, alcune parole pronunciate vanno interpretate e, se ci si pone la domanda sul corretto modo di farlo, ecco che si delinea fin da subito l'evidente responsabile.

A parte il finale, fuori campo, che mi ha leggermente contrariata, è stata una lettura gradevolissima, per la quale ho provato quel delizioso contrasto che ama il lettore "voglio continuare a leggerlo per vedere come finisce" e "rallentiamo perché vorrei che mi durasse di più la lettura". La Christie è magistrale nel condurre il lettore dove preferisce e nell'alternare intrigo, umorismo e un pizzico di romanticismo (ce lo mette sempre, perché l'amore è uno degli ingredienti primari della vita).

Giudizio sul romanzo: ⭐⭐⭐ 1/2

Passando alla serie, le mie prime impressioni erano state:

  1. che estetica deliziosa;
  2. l'attrice di Bundle (Mia McKenna-Bruce) ha tre espressioni in croce;
  3. ci sono troppi intrecci di personaggi, troppe coincidenze.
La serie, in realtà, è stata piacevole, esteticamente curata e ha ricevuto un adattamento che ha stravolto poco la storia (almeno fino al terzo episodio). Il cast, in realtà, è stato azzeccato, le interpretazioni buone (anche se non sono entusiasta della protagonista), le scenografie eleganti, la luce calda. Ci sono un paio di discorsi retorici sulla guerra che dovrebbero approfondire i personaggi che li pronunciano, ma in realtà nessuno dei personaggi, in questo senso, è particolarmente ben scritto. Nel complesso è un prodotto che ho trovato gradevole, ma meno del libro, che ha più aria per sviluppare storia e, soprattutto, personaggi.

Venendo alle differenze fra serie e romanzo, la prima cosa che salta all'occhio è che ci sono molti più legami fra i personaggi. Bundle e sua madre (Helena Bonham-Carter, che sostituisce il personaggio di Lord Caterham) risiedono a Chimneys durante l'affitto dei coniugi Coote e conoscono i ragazzi del Foreign Office che saranno implicati nella vicenda. Di più, Bundle ha con loro rapporti di amicizia o persino oltre, mentre nel libro conosceva solo Bill Eversleigh. Non solo: la prima scena della serie ci mostra un elemento che, ripreso successivamente, mostra un coinvolgimento familiare in certi misteri.
Questo risulta stonare un po': Bundle è legata da troppi fili rossi ai misteri che si stanno per mettere in scena, soprattutto quando le capita di percorrere una qualunque strada e di fermarsi appena prima di investire la seconda vittima. Era già forzato che le succedesse nel romanzo, una coincidenza troppo grossa, amplificata tuttavia, almeno secondo me, dal fatto che non si trattasse di uno sconosciuto.

Gli altri adattamenti operati dalla serie, secondo me, sono abbastanza trascurabili, direi comprensibili. Qualche personaggio è tagliato e, di conseguenza, le loro azioni sono svolte da altri, ma lo stavo trovando un prodotto tutto sommato fedele all'originale, fino al finale. Nel terzo episodio a mutare sono sia la scena, sia un sostanzioso colpo di scena che non mi aspettavo (anche perché nessun indizio era stato disseminato in tal senso, è proprio un'aggiunta messa allo scopo di usare il personaggio in quel modo nuovo e di rottura): audace, d'effetto, ma abbastanza superfluo secondo me.

Per quanto riguarda il cambio di scena, da un lato mi spiace perché l'ambientazione originale chiudeva un po' il cerchio (e siccome la vicenda, comunque, va conclusa lì, nella serie devono aggiungere un escamotage); dall'altra quella nuova si presta meglio all'azione, che vede più protagonista Bundle (forse troppo, finanche in modo inverosimile) e risolve il difettuccio che rendeva debole il finale di carta.
Sceneggiatori, la dovete finire di far sembrare che una donna sappia fare tutto, anche quando non lo ha mai fatto, ci fate sembrare delle insopportabili sottutto, indipendenti anche quando non è necessario, è poco verosimile o più vantaggioso e intelligente fare altrimenti.

Bundle fa un'altra cosa che non mi piace: ignora il contributo che possono apportare gli altri; un po' lo fa anche nel libro, si svicola perché preferisce agire di testa propria e non glielo lascerebbero fare, ma non quando ha i personaggi sotto mano. In quel caso si affida, gioca in squadra, si fida di Battle (del resto ha già lavorato con lui, qui interpretato da Martin Freeman). Qua invece inquisisce il povero ispettore, rifiuta aiuto quando farebbe comodo e in altri momenti è indisponente con altri personaggi. La colpa è della moderna scrittura dei personaggi femminili, problema ormai che ci affligge da qualche tempo. Per il resto la scrittura è meno didascalica rispetto ad altri prodotti Netflix e non solo visti di recente e questo è apprezzabile, ma non è curata nel dare corpo ai legami fra personaggi o a sfaccettarli. Per esempio, i Coote sono caratterizzati sono in modo negativo, mentre il romanzo sapeva giocare ironicamente su di loro; oppure il personaggio di Pongo è presente, ma non si sa davvero perché sia lì.

Complessivamente, la serie offre un intrattenimento non sgradito, ma avendola vista in contemporanea alla lettura del libro o subito dopo di essa, non mi aggiunge niente di più, anzi forse mi toglie un po' di divertimento.

Giudizio sulla serie tv: ⭐⭐⭐ -

giovedì 15 gennaio 2026

Fred Vargas è tornata...col botto: recensione di Sulla pietra

 A sei anni di distanza dall'ultimo romanzo, Il morso della reclusa, Fred Vargas torna (in realtà nel 2023, sono io che arrivo tardi) col suo commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

In Italia Sulla pietra (Einaudi, 472 pagine) è uscito nel 2024, ma io ho atteso l'autunno del 2025 per leggerlo. Perché?

Perché i precedenti due libri con protagonista Adamsberg (Il morso della reclusa e Tempi Glaciali) non mi avevano fatto impazzire: l'atmosfera e i personaggi mi sembrava avessero meno mordente e le storie erano forse poco convincenti nella risoluzione. Ho quindi tentennato un po' prima di iniziare l'ultimo lavoro dell'autrice francese, ma sono stata felicissima di scoprire che era tornata con un prodotto godibile e interessante nella trama.


Sulla pietra mi ha tenuta avvinta per tutta la lettura: la storia è stuzzicante e il ritmo molto alto, comprendendo molta azione, oltre alla parte più riflessiva che caratterizza il commissario del XIIIº arrondissement di Parigi.

Riguardo ai personaggi, in questo capitolo spicca (come sempre, va detto - è una delle mie preferite -) Violette Retancourt, che accompagna in trasferta Adamsberg, Vyrenc, Mercadet e Noël in un paesino della Normandia, quando un caso, originariamente non di competenza del nostro, viene poi assegnato alla squadra del XIIIº arrondissement. Una delle caratteristiche di Vargas è proprio la cura con cui tratteggia i personaggi, dai principali ai secondari.

A Louviec sta capitando qualcosa di strano: risuonano nella notte i passi di un'ombra ferale. Si dice che sia il fantasma dello Zoppo, che batte il suo bastone sulla pietra, annunciando la morte prossima di qualcuno. Quando tocca, effettivamente, al gigantesco guardiacaccia di Louviec e alcuni indizi sembrano condurre al nipote del poeta Chateaubriand, il commissario del paese, Frank Matthieu, ammaliato dalla recente conoscenza di Jean-Baptiste Adamsberg per un altro caso, si convince che il solo a poter vedere oltre le apparenze e imboccare la strada giusta sia proprio lo Spalatore di nuvole, nomignolo conquistato per la dedizione del commissario all'introspezione.

Osservatore attento non solo dei luoghi del delitto o dell'aspetto dei sospettati, ma anche dei loro caratteri e comportamenti, Adamsberg sembra sempre distratto da un pensiero apparentemente fuori luogo; potrebbero sembrare intuizioni le sue (che normalmente nei gialli mi infastidiscono), ma in realtà si tratta di un costante rimuginare del protagonista su certi dettagli, tutti forniti al lettore, fino a rimettere a posto il quadro d'insieme e a trovare la soluzione.

Adamsberg è lento e indolente, ma quando occorre è deciso e prevede meglio di ogni altro collega eventi e controreazioni da adottare. Il commissario divide il resto del mondo: c'è chi lo sottovaluta, non comprendendo o condividendo i suoi metodi (anche fra i più stretti collaboratori, alcuni dei quali controbilanciano proprio le sue mancanze) e chi ha fede assoluta nelle sue capacità, nella sua mente elusiva, alternativa, rimanendo affascinato dalla sua persona, ma soprattutto dai suoi modi, distaccati per alcuni aspetti ed empatici al tempo.

- Non posso restare nascosto, Matthieu. Devo stravagare. Devo andare sul mio dolmen.

- Devi?

- Proprio così. Sono le bolle, le idee vaghe. Stanno risalendo dal fondo melmoso. Si muovono, si incrociano, si scontrano. Non posso permettermi di trascurarle troppo a lungo, altrimenti torneranno a rintanarsi in fondo al lago.

Anche in questo caso il nostro segue vie alternative, piste eccentriche, psicologiche; rispetto ad altri casi che ho letto della serie, secondo me, è più facile arrivare alla soluzione anche come lettrice (o forse sono migliorata come lettrice di gialli). La storia mi ha davvero avvinta e mi ha fatto tornare a provare quella sensazione di benessere fra le pagine di un libro che fa dire "non vedo l'ora di rimettermi a leggere".

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 5 gennaio 2026

Primo approccio disastroso anche con Philip Dick

Sul viso da prugna secca di lei apparve la preoccupazione. Da prugna secca...Jason si corresse mentalmente. Non era giusto. Il suo viso avvizzito, decise. Si avvicinava di più alla realtà.

Quanto si possono odiare le donne per parlarne così?

Premettendo che non sono appassionata di fantascienza e nemmeno fan di Blade Runner (anche se ho visto pure il sequel, 2049), il romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick non mi ha solo lasciata indifferente, l'ho proprio detestato e per due ottime ragioni.

Il primo motivo, facile immaginarlo dalla mia introduzione, è il maschilismo, decisamente pesante. Il secondo motivo, direttamente connesso al precedente, è che, a parte quello, nel romanzo non c'è nient'altro.

Ma di che parla questo libro?


All'inizio del racconto, ambientato in una realtà distopica in cui vige uno stato di polizia, Jason Taverner è un tracotante bellimbusto convinto di essere bello e bravo solo lui, famoso musicista con uno show in tv e per di più geneticamente superiore in quanto "Sei", e che si arroga la possibilità di avere tutte le amanti che desidera senza che ci siano conseguenze.

Quando una conseguenza, tuttavia, c'è, succede qualcosa. Jason si risveglia a un certo punto senza documenti (enorme problema in questa specifica realtà) e scopre che non esiste per tutto il resto del mondo.

Relativamente alla trama, al (mancato) rapporto fra questo primo fatto e i successivi e al finale che, a mio modesto modo di vedere, non spiega in modo convincente cosa sia successo, resto perplessa, ma devo ricordarmi che non è un giallo, bensì fantascienza (e forse non mi basta lo stesso). Tuttavia, arrivata in fondo al libro, non era tanto il finale il problema, quanto quello che non c'era stato prima.

Nel romanzo di Dick succede poco o nulla, c'è una stasi completa, che mi ha parecchio irritata, annoiata, financo esasperata. Sintetizzando brutalmente, si intervallano le conversazioni del protagonista con donne da cui è attratto, cinque o sei donne diverse, con quelle con i poliziotti che stanno investigando su di lui (puntualmente, dopo ogni incontro con una donna, poi viene ripescato e riascoltato nuovamente da membri diversi o anche dallo stesso generale della Polizia). Jason passa da un colloquio all'altro, trasportato solo da poliziotti o da donne, ma non dalla sua volontà: lui non fa proprio niente. Certo, è impossibilitato a compiere grandi spostamenti perché è rintracciabile e, senza documenti, ha poche possibilità di sparire, ma non agisce da ribelle o da partigiano, non ha un piano, vive alla giornata, non agisce proprio. 


Non solo, non avviene nessun cambiamento nemmeno all'interno del protagonista: è borioso all'inizio della storia e pensa di poter trattare il genere femminile come carte di carne collezionabili e lo è anche nell'epilogo del racconto. La perdita dello status quo non comporta nessun mutamento in lui, tranne la temporanea scomodità di essere un ricercato.

Ma veniamo al punto che mi ha totalmente disgustata: lo squallore dei rapporti uomo-donna in questo romanzo (già, perché il problema non è limitato nemmeno al protagonista; persino l'incesto qui non ha nessun'altra motivazione se non quella del desiderio).

Ogni singolo personaggio femminile che compare è descritto solo in termini estetici: se è bella, come è fisicamente, che attenzione dà al suo aspetto, che effetto produce negli uomini e quanto è desiderabile. La funzione è solo quella del desiderio carnale (sei donne!! e per ciascuna il protagonista sente attrazione!!).

Inoltre sono tutte connotate in modo negativo in un certo senso: ninfomani, sporche, isteriche, brutte, preda dei loro istinti, squilibrate, squallide...al contrario, gli uomini possono essere cattivi, avversari, ma sono razionali e fanno il loro lavoro.

Potrebbe salvarsi l'ambientazione, ma di solito è esattamente quella che non mi piace nel genere fantascienza, quindi salto a piè pari l'argomento.

Conclusione: ho odiato pochi romanzi come questo ⭐