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sabato 9 marzo 2024

Rileggere Il buio oltre la siepe vent'anni dopo

 Alle scuole medie ho avuto una professoressa di italiano molto attenta ai temi dell'uguaglianza e della pace e questa sensibilità è stata trasferita nel programma scolastico. Mi pare che quella lezione settimanale si chiamasse narrativa e, se al primo anno verteva sulla mitologia greca, al terzo anno, addirittura, proponeva un saggio piuttosto impegnativo per dei tredicenni, Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahr Ben Jelloun; nel mezzo c'è stato Il buio oltre la siepe (1960), che per temi si eleva molto, pur possedendo la scorrevolezza di un testo narrativo.

Queste due caratteristiche le ho ritrovate, come le ricordavo, anche oggi. Ai tempi si trattò di una versione ridotta, che possiedo ancora e che conservo con grande affetto, perché quella lettura mi piacque moltissimo. Ventuno anni dopo, con la storia che era molto sfumata nel mio ricordo, ma con quelle impressioni ancora ben vive nella mia mente, ne ho ripreso la lettura, stavolta su un'edizione integrale Feltrinelli, regalo di mia sorella.


Quella targa nella foto mi è piaciuta appena l'ho vista, per il gioco di parole che opera col titolo di questo libro. Il titolo in italiano, infatti, è interamente opera dei traduttori e fa riferimento al pregiudizio che i due piccoli Finch nutrono per il loro vicino di casa, ma il titolo originale è To kill a mockingbird, frase che viene ripresa più volte nel romanzo, riferendosi a personaggi e situazioni diverse, e con più significati.

"Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è un peccato uccidere un merlo. [...] I merli non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio di niente, cinguettano soltanto. Per questo è un peccato uccidere un merlo."

Si è trattato, in parte, di una riscoperta, proprio in virtù di certe parti che avevo scordato; in parte è stato un riconsolidare qualcosa. Per esempio ricordavo piuttosto bene sia il processo, sia la parte finale, dunque le due parti più dure del romanzo.

La storia, che valse il premio Pulitzer alla scrittrice americana Harper Lee, amica e collaboratrice di Truman Capote, è narrata dal punto di vista dei figli dell'avvocato Atticus Finch, in particolare della secondogenita Scout. Orfani di madre, tirati su dal padre, che cerca di educarli secondo i suoi principi, e dalla domestica di colore, Calpurnia, Scout e Jem trascorrono gli inverni a scuola e le estati a cercare di scoprire chi è il misterioso vicino di casa che non sono mai riusciti a vedere, finché un caso di cronaca non fa capolino nella loro vita, mettendola un po' in subbuglio.

Atticus Finch, il cui ritratto in negativo, ossia ricavato dalle testimonianze della figlia, restituisce uno dei personaggi della letteratura più sensibili, retti, coraggiosi e compositi mai scritti, è l'avvocato che difenderà una persona di colore dall'accusa di violenza carnale ai danni di una ragazza di poverissima classe sociale. La costruzione della vicenda e delle motivazioni delle parti in gioco, che ruotano attorno al fatto e al processo, è magistrale: avvalendosi del punto di vista, semplice e ingenuo, di una bambina, la descrizione del contesto sociale e delle ripercussioni di quanto accade è elementare e chiaro. Scout, naturalmente, non comprende bene ogni sfaccettatura della vicenda ed è proprio l'emergere delle sue domande e delle risposte, che si dà o che riceve, che ci permettono di entrare nel merito e di sviscerare ogni lato del problema in modo efficace e approfondito.

Ne risulta un lavoro che, da una parte espone dei problemi sociali dagli opposti punti di vista, dall'altra ha il tono leggero di un bambino che si pone questi problemi per la prima volta, con sguardo smaliziato. L'interiorizzazione da parte di Scout di quello che sente dire intorno a lei, da parte di adulti e bambini, ci restituisce un contraddittorio, che evidenzia le ipocrisie e le idee più retrograde, ma anche quelle più nobili. Ci sono molti personaggi (e ben caratterizzati) ne Il buio oltre la siepe, ognuno in grado di arricchire la storia del proprio punto di vista.

Il romanzo, inoltre, non affronta solo la storia di Tim Robbins, che qui personifica i giovani afroamericani che, davvero, furono ingiustamente accusati nel caso degli Scottsboro Boys nel 1931. Jem, per esempio, è protagonista di un altro momento della storia non meno toccante e bello; anche Scout alle prese con la scuola rappresenta una situazione molto interessante.

Dunque non solo il tema del razzismo, anche se questo occupa chiaramente tanto spazio, è affrontato in questo romanzo; la famiglia protagonista e i loro amici più vicini sono progressisti e hanno idee molto simili alle nostre; naturalmente, però, il resto delle persone che li circondano non lo sono affatto e questo condiziona quello che succede, ma anche le idee di Scout, spugna, come tutti i bambini, delle espressioni che sente dire. Fortunatamente il suo ristretto nucleo familiare e lo scontrarsi con evidenze diverse la spingono a riflettere e a maturare opinioni via via più strutturate. Non solo stereotipi di etnia compaiono in questo contesto, ma anche di classe. di genere e il pregiudizio e le idee preconcette in generale.

La scrittura è davvero efficace e affronta in profondità temi complessi, senza perdere di vista la piacevolezza del racconto, che si legge in modo veramente scorrevole.

Adesso mi rimane solo da vedere il film, adattamento del 1962, appena due anni dopo l'uscita del libro. Il film, diretto da Robert Mulligan, fu candidato a otto premi Oscar e il ruolo di Atticus valse il premio di migliore attore a Gregory Peck (un po' troppo bello, forse, per interpretare l'avvocato, per come lo leggiamo nell'originale, ma del resto Peck vestì anche i panni di Achab). Gli altri due premi che la pellicola vinse furono la sceneggiatura e la scenografia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

domenica 3 marzo 2024

Il retelling della storia di Achille dal punto di vista della Miller

 Pareri distanti tra loro mi avevano raggiunta prima della lettura de La canzone di Achille, di Madeline Miller: dal capolavoro della storia d'amore, fino alla monnezza. Qual è la mia opinione dopo questa lettura?

Onestamente, una via di mezzo: non è né bello, né brutto, ma riesco a collocarlo almeno nel gradevole.


La storia la conosciamo: è quella di Achille e Patroclo, cresciuti insieme e indivisibili, destinati dalle Moire a segnare la storia della guerra di Troia, o, almeno, di una parte. Solo chi non ha fatto alcuna scuola superiore ignora chi sia Achille, il guerriero di Ftia, semidio invulnerabile (in questa versione non si fa riferimento al celebre tallone) e miglior guerriero del suo tempo. Potrebbe sfuggire un po' di più la figura di Patroclo, di cui si sente meno parlare, rispetto ai più famosi eroi achei e troiani (Odisseo, Ettore, Agamennone, Menelao, Paride, Diomede, Aiace), sennonché è proprio la sua figura a essere determinante nel destino del più grande protettore della città di Ilio.

In effetti il problema che ho avvertito immediatamente, fin dalle prime frasi del libro, è che, conoscendo la storia, non mi tornava che il narratore fosse proprio Patroclo. Ho litigato con questo concetto fino alla fine, quando finalmente se ne svela il senso (non credevo che ci fosse).

Malgrado il narratore in prima persona, la scrittura, che è poco più di una cronaca di una vicenda ben nota (diciamo che è un ripasso), è molto semplice e colloquiale (comprese le numerose frasi senza verbo). Non mi ha conquistata, ma non è sgrammaticata e non tenta inutile retorica.

Non apportando granché (la sola originalità è quella di concentrarsi sulla storia sentimentale tra Achille e Patroclo), non posso dire che questo retelling mi abbia particolarmente giovato, ma è comunque una versione carina e con poche libertà (per quanto conosco, non ha stravolto elementi cardine del mito conosciuto, che del resto non ha una sola versione, quella omerica, e dunque può anche permettersi di allargarsi un minimo, cosa fatta pochissimo dalla Miller. Inoltre è comunque una possibile versione e i personaggi letterari si prestano proprio a questo. L'unica cosa che non mi è proprio piaciuta è lo scontro tra Ettore e Achille, che ho trovato estremamente riduttivo. In generale è la parte finale della storia che si è presa le libertà maggiori riguardo al canone (se possiamo chiamarlo così).

Considerando un'altra versione, quella dal punto di vista di Odisseo, fatta da Valerio Massimo Manfredi, ricordo di averla trovata più appassionante, con maggiore pathos negli scontri, su cui era forse riversata maggiore attenzione. Del resto, Il mio nome è nessuno - Il giuramento è incentrato più del libro della Miller sulla guerra di Troia. La canzone di Achille, per la sua prima metà, si occupa degli anni di crescita di Patroclo e Achille, delle loro storie personali e della loro relazione.

Il carattere di Achille sembra piuttosto simile in questa ricostruzione a quello che intravediamo leggendo l'Iliade. Anche i maggiori eroi greci sono tratteggiati in maniera fedele al ricordo che possediamo dai tempi degli studi. La novità maggiore e, forse, anche l'interpretazione dell'autrice è su Patroclo, che riceve un approfondimento che non aveva mai avuto prima, probabilmente. Non l'ho trovato un ritratto coerente, se devo essere onesta. Nei primi capitoli e nei primi anni è un bambino e poi un ragazzo molto orgoglioso; durante la guerra diviene invece molto più disinteressato ai suoi bisogni e desideri. Vero è che può esserci stata un'evoluzione e che la guerra può averlo cambiato, ma mi è parso abbastanza netto come cambiamento. In ogni caso è sempre descritto come guidato dall'amore, anche se questo sentimento l'ho notato di più in lui (l'ho sentito), mentre in Achille è dichiarato, ma non l'ho così tanto apprezzato. Non ho percepito, insomma, la grandiosità del sentimento, lo strazio del distacco. Mi sono commossa quasi di più nell'addio con Briseide.

Forse la penna della Miller è poco matura (in fondo La canzone di Achille è il suo primo romanzo, del 2011)? Sono curiosa di leggermi Circe, scritto nel 2018, fra qualche tempo, per vedere se il miglioramento c'è stato, come ho sentito dire.

Giudizio: una sufficienza piena, ma non di più ⭐⭐⭐

martedì 20 febbraio 2024

Il primo libro della trilogia di Holt: solo personaggi coccolosi?

 Holt è il paesino immaginario vicino a Denver, Colorado, creato da Kent Haruf. Da poco ho terminato la lettura di quello che è il primo libro, in ordine di pubblicazione, di una trilogia ambientata in questo villaggio, al centro di una zona rurale, tra aziende agricole e allevamenti bovini.

La trilogia si compone di Canto della pianura (1999), Crepuscolo (2004) e il prequel Benedizione (2013), che in Italia (NN editore) è proposto come primo volume, benché scritto ben dopo gli altri due.

Ho iniziato la lettura da Canto della pianura, poiché, quando si parla di saghe, trovo che leggere prima i prequel possa generare spoiler (sto pensando a Star Wars, sì - vedere la trilogia degli anni Duemila spoilererebbe il più grosso plot twist di tutta la serie originale), mentre tornare nel passato dovrebbe solo approfondire e svelare cose che ancora non so.


La storia è raccontata attraverso il punto di vista di più personaggi. Ci sono Tom Guthrie e i suoi figli, Ike e Bobby, che fanno i conti con lo stesso problema familiare, ma che si appoggiano a persone diverse per superarlo. Guthrie lavora alla scuola superiore, insieme a Maggie Jones, e, mentre lui dovrà sbrigarsela con una grossa bega lavorativa, lei tenterà di aiutare una studentessa in difficoltà, Victoria. Infine ci sono i due fratelli McPheron, scapoli di mezza età, un po' orsi, ma dal buon cuore.

Nella rude cittadina la gente parla, è malevola e i personaggi dovranno farci i conti. Non è specificato il periodo di tempo dell'ambientazione, ma dalla mentalità delle persone si direbbero gli anni Cinquanta (tuttavia è possibile che siano solo rimasti molto indietro, seppur negli anni Novanta: del resto siamo nei bigottissimi USA). I soli indizi sono tecnologici: i cellulari non ci sono, mentre i televisori e i frigoriferi sì.

Lo stile di scrittura è semplice e scorrevole; le tematiche sono quelle di un contesto agricolo degli anni Cinquanta: il sesso (tanto per non sbagliarsi mai - non si parla d'altro nei romanzi americani), tanta solitudine, il lavoro con mucche e cavalli (l'autore dichiara di aver descritto delle scene molto crude a tale riguardo, ma non è stata la mia percezione). In questa solitudine, Haruf si concentra nei rapporti fra personaggi, nella loro solidarietà, nell'empatia verso l'altro.

C'è di più? Per me no. I rapporti sono molto carini, coccolosi; facciamo il tifo per i buoni, così marcatamente staccati dai personaggi negativi: egoisti, bigotti, violenti, sessisti. Il romanzo non è riuscito ad annoiarmi perché sono 300 pagine secche, ma nemmeno a prendermi. Ho cominciato ad affezionarmi ai personaggi non prima del primo terzo della storia. Quando sono riuscita a inquadrarli, allora ho potuto anche apprezzare le vicende ed entrarci un po' di più. Complessivamente l'ho considerato un libro discreto, dunque, ma non ho compreso l'entusiasmo che ha generato.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 30 gennaio 2024

Abboziamola con i libri sugli americani che si sballano: Meno di zero di Bret Easton Ellis

 Si sente spesso lodare una certa letteratura americana che racconta di giovani perduti, che si sbronzano, si drogano e cercano emozioni estreme per uscire dal loro noioso vuoto.

Ho già riassunto il libro di cui sto per parlare, l'osannato Meno di zero di Bret Easton Ellis (Less than zero del 1985, portato in Italia da Einaudi in un libricino di 185 pagine).


Ho faticato non poco a leggermi Il cardellino di Donna Tartt, che già presentava questo problema, per me enorme, ovvero il non rendersi conto, da parte dell'autore, di quanto può risultare noioso per un lettore leggersi pagine e pagine in cui i personaggi non fanno altro che farsi di qualcosa, dall'alcol alle droghe, passando per i farmaci di ogni categoria, e poi restare storditi per altrettante pagine. Fortunatamente per me, in quel romanzo c'era anche altro, come personaggi molto ben costruiti, e il protagonista aveva per lo meno una buonissima scusa, quella di un DSPT con lutto, per giustificare un minimo i suoi comportamenti autolesionisti.

Non è così, o almeno non lo è del tutto, nel libro di Ellis. In questa Los Angeles degli anni Settanta-Ottanta, in cui Clay torna a casa dall'università per quattro settimane di vacanza, tutti quelli che lo circondano non sembrano avere motivi validi per arrivare a distruggersi. E nemmeno lui, tutto sommato. Sono ricchi, spesso con famiglie legate al cinema (padri produttori, madri attrici, etc). La società americana del "tutto si può comprare e tutto è in vendita" è rappresentata nel suo vuoto totale: tutti depressi, soli, annoiati al punto di arrivare a infilarsi in guai molto più grandi di loro o da perdere completamente umanità ed empatia; senza un solo valore, una sola caratteristica positiva che li distingua dalle bestie. A me il tutto ha fatto schifo.

Si può eccepire che fosse l'effetto voluto (e riuscito) dell'autore, ma riguardo allo stile ho comunque da ridire. 

Il racconto è svolto in prima persona dal protagonista, che sui tre quarti del libro si distacca un minimo e sembra provare repulsione almeno per i tre episodi di violenza più estrema che sono introdotti. Tuttavia, pur essendo scritto in prima persona, si tratta meramente dell'elenco di fatti o conversazioni, senza che Clay ci dica mai cosa prova, cosa pensa di fronte al niente che succede. Devo essere io lettore a immaginarmi la profondità del suo pensiero, oppure devo soltanto arrendermi all'evidenza che, pur non condividendo tutto quel che fanno i compagni, non ha niente dentro di sé (come dirà a una sua amica)?

"Io la guardo e non provo niente e me ne vado con il mio gilet."

Questa è la sola affermazione che Clay fa sulle sue emozioni.

Riguardo ai dialoghi, oscillano nella loro qualità: in certi momenti è una sequela infinita di "io dico", "lui dice", "mi dice", "mi fa", "dice...dice...dice..." e non sapevo come continuare in quel nulla cosmico dei dialoghi più noiosi e mal scritti letti nella mia vita. Vedere pagina 9 o pagina 118, così, tanto per fare due esempi sparsi. Sono volutamente scritti così, perché il protagonista è un ignorante (che in teoria sta facendo l'università, ma in effetti, negli USA, se un ricco continua gli studi, in realtà se li sta solo comprando)? Il continuo ripetere che "mi faccio una pista" o "si fa una pista bella lunga" ha un linguaggio poverissimo. Perché? Questo è il personaggio? Se è per adeguarsi al tono dell'opera, allora anche l'opera è poverissima.

E allora, perché a me dovrebbe interessare un personaggio così vuoto e inutile, che rifiuta, ma non troppo, quella vita da stordito californiano figlio di papà, così stanco del nulla, dei familiari e degli amici da non curarsi di altro che delle droghe e di fare giri a caso?

Non parliamo degli amici di Clay, poi. Se è poco caratterizzato lui, figuriamoci la pletora di cortigiani, che sono solo nomi (molti nomi) che fanno cose, spesso poco sensate, se non malvage. Hanno al più dei ruoli e, a seconda di quanto significativo questo, un numero maggiore di pagine, ma li ricordi solo per essere la pseudo-fidanzata, lo spacciatore o il tizio dei soldi. Tutta una serie di Trent, Kim, Alana, etc, non hai idea di chi siano e non te ne importa nemmeno granché, esattamente come non interessa al protagonista.

L'unico personaggio con cui ho empatizzato è il coyote, rendiamoci conto.

Giudizio: la noia⭐⭐

giovedì 25 gennaio 2024

Carrere racconta l'Affaire Romand: L'avversario

 Un caso di cronaca agghiacciante: un uomo che uccide tutta la sua famiglia, d'adozione e d'origine, e che tenta di uccidere anche l'amante. Perché?

Perché era depresso e voleva farla finita insieme a tutti i suoi cari? Un momento di buio completo? Oppure voleva eliminare tutti i suoi conoscenti perché non scoprissero che lui in realtà non esisteva fuori dal loro sguardo?

Parenti, amici, compagni di università, tutti convinti che quel medico avesse una carriera di successo, ignoravano che invece niente di quello che Jean-Claude raccontava corrispondeva al vero.


Emmanuel Carrère si trova davanti a un arduo compito che chiede lui stesso: cercare il perché Jean-Claude Romand abbia fondato la sua vita sulla menzogna e cosa l'abbia indotto a giungere all'esito finale della storia, una conclusione disumana. Il rimprovero più grande al padre, marito e figlio è quello di stare mentendo anche alla fine della storia, alla sbarra. Cos'ha pianificato Jean-Claude: un omicidio-suicidio non riuscito oppure un omicidio che è stato mascherato malamente? Quell'uomo è un suicida mancato o un cinico assassino? Tra le righe, senza ammetterla completamente, l'autore riesce a dire la sua, il suo pensiero si fa strada sulla carta, tra le parole ed emerge. E non si può che essere d'accordo, specialmente considerando i tempi con cui Romand opera nei giorni fatali.

Leggere questo libro è come scendere in un incubo, di più, all'inferno di chi ha preferito massacrare i propri figli, che far loro scoprire una verità assurda, nella quale non ha vissuto per diciassette anni.

Sono rimasta basita da questa possibilità. Il libro mi ha turbata e mi sono interrogata per giorni su cosa siamo davvero nell'intimo e poi cosa lasciamo che gli altri sappiano di noi. Qualcuno di noi riesce mai a far coincidere essere e apparenza?

Riguardo alla scrittura, probabilmente per via della materia, l'ho trovata un po' caotica. Mi è sembrato che lo scrittore abbia sì dato la sua opinione, nonostante sia stato complesso farlo, ma che non ci sia stato molto altro contributo rispetto a un mero racconto di cronaca. Probabilmente mi occorre leggere qualcos'altro dell'autore per poterlo apprezzare al meglio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐ Una storia che fa paura e che fa pensare.

mercoledì 3 gennaio 2024

Il cardellino di Donna Tartt è perfetto solo per gli americani?

 Il cardellino di Donna Tartt è stato una lettura impegnativa, non solo per la mole di quasi 900 pagine, ma anche perché, in così tante pagine, è stato quasi inevitabile che ogni tanto la noia si avvertisse.


La storia è quella di un ragazzo, Theo, che a tredici anni perde la sua unica certezza familiare e allo stesso tempo si lega per sempre a un quadro, Il cardellino di Carel Fabritius. Da quel momento sarà un po' sballottato in un'instabilità familiare e relazionale, ma nella sua vita resterà costantemente incombente questo quadro, in un certo senso personaggio che determinerà anche alcune svolte nella vita del protagonista.

Fino all'ultimo non si sa bene dove l'autrice vada a parare, ma infine tutto si ricollega, torna e si avverte un senso (di cui fino a quel momento avevo un po' dubitato).

Personalmente, per lungo tempo, dato il numero di pagine, non riuscivo a capire il senso delle molte parole spese per raccontare le innumerevoli sbronze, perdite di coscienza ed effetti di droghe a cui Tartt sottopone i suoi personaggi. Questa parte e il primissimo capitolo sono stati le fonti maggiori di tedio e disinteresse, mentre, dopo il primo capitolo, ma con qualche rallentamento, la storia prende molto di più. La vita americana, qua soprattutto raccontata come quella di famiglie bene newyorkesi, tra apparenza, antiquariato, cene, aste e droghe, è abbastanza estranea e noiosa ai miei occhi.

Lo stesso protagonista è, al contempo, sia un povero cucciolo ferito da quanto gli è capitato nella vita, tra lutti e DSPT, insieme al quale piangere, sia un debosciato che era già avviato su una via non retta e che poco ha fatto, successivamente, per non abbandonarsi, per chiedere aiuto.

Terminate le lamentele, non posso riconoscere che si tratti di una buona storia, trattata un filino prolissamente, ma non priva di lati positivi (del resto gli è stato riconosciuto un Pulitzer nel 2014, anche se agli americani si può dare un credito limitato).

I personaggi, in genere, sono caratterizzati in modo eccellente e prendono vita e tridimensionalità sulle pagine: sono molto sfaccettati, complessi, approfonditi. Nessuno di loro, a partire dal protagonista, che appunto è grigio, è connotato da una sola qualità o difetto. A eccezione del buon Hobie (che è in effetti il mio preferito) e, forse, di Pippa, nessuno è completamente buono o del tutto un cattivo soggetto, neppure il padre di Theo.

I sentimenti di Theo sono passati al microscopio e rigirati da ogni lato come calzini, pertanto giungiamo a conoscerlo quasi intimamente: per questo, in modo riuscitissimo, empatizziamo con lui nei dolori e nelle speranze, con, almeno per me, le eccezioni sopramenzionate (senza scendere nei dettagli per minimizzare gli spoiler). In quelle occasioni l'avrei volentieri schiaffeggiato, perché smettesse di comportarsi in modo così masochista, ma in molte altre mi sono commossa o emozionata con lui. Tutto questo non fa che provare l'ottimo lavoro della scrittrice, che ha curato moltissimo l'interiorità e la complessità di Theo. Ci trascina nei tortuosi labirinti in cui si infila il nostro ragazzo, un po' da solo, un po' favorito nella sua fragilità dagli eventi. Chapeau.

La storia ha un finale aperto, caratteristica che ho apprezzato, perché posso decidere autonomamente quanto lieto o meno sarà il futuro di Theo, in base al percorso che ha fatto nel romanzo, compresa una svolta notevole a un certo punto. Infatti, al riguardo sono ottimista, altrimenti queste 900 pagine sarebbero davvero state inutili (e non credo lo sopporterei), se nulla fosse cambiato, ma, appunto, ogni lettore ha margine per decidere secondo il suo modo di vedere il testo e la vita in genere. Tuttavia, il finale è anche stato gravato da alcuni spiegoni sul senso della vita da parte di alcuni personaggi e l'ho trovato un modo un pochino troppo didascalico per dare una morale conclusiva a tutta la storia.

Riguardo la scrittura, è molto alta, specialmente in certi momenti del romanzo, ma non è scevra da lungaggini e, come già detto, un pelo prolissa (o non si spiegherebbe la lunghezza del romanzo).

Cosa mi è piaciuto: ottima scrittura; personaggi meravigliosamente caratterizzati, vivi; rapporto di amore-odio col protagonista; commozione frequente; Hobie; finale aperto.

Cosa non mi è piaciuto: certi parti della storia non sono state di mio interesse; rapporto di amore-odio col protagonista; un filo di noia e di prolissità; finale didascalico.

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4

martedì 2 gennaio 2024

Best of 2023: Quel che si vede da qui di Mariana Leky

 In realtà, ho finito questo libro nell'aprile 2023, ma trovare le parole per spiegare perché mi è piaciuto così tanto, tanto da poter quasi entrare tra i miei preferiti di sempre, non è facile. Così ho rimandato fino a che non ho deciso che era stato la mia lettura preferita dell'anno appena trascorso.

A fianco a lui potrei mettere solo Donna al buio, La vera storia del pirata Long John Silver, Marcovaldo, Assassino torna da me!, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane.


Il libro della Leky era entrato nei miei radar leggendo i libri della Piccola Farmacia Letteraria, poiché la protagonista Blu e, verosimilmente, la libraia della corrispettiva libreria fiorentina lo consigliano costantemente.

Non fidandomi dei gusti di chi scrive piuttosto che in modo disgiuntivo, non lo avrei preso in considerazione, se non mi fosse stato regalato (comperandolo proprio in quella libreria!).

Probabilmente i gusti sono superiori alla scrittura e, obiettivamente, era parecchio che non leggevo un romanzo che potesse conquistare il mio cuore.

La scrittura è stata piacevole e anche aulica, in un certo senso, pur raffigurando un mondo e dei personaggi il più vicini possibile all'essere usciti direttamente da una fiaba.

La nonna Selma e l'Ottico (che ha un segreto degno di Florentino Ariza), Luise e Martin, gli svampiti genitori di Luise, le strampalate Elsbeth e Marlies, il pericoloso Palm sono solo alcuni dei personaggi magici che popolano il paese di cui si narrano le avventure.

La  protagonista e narratrice è Luise, che nella prima parte è una bambina, che apprende il mondo dagli insegnamenti della nonna e dell'Ottico e dagli incontri con gli stravaganti abitanti del villaggio. Nella seconda parte, invece, è adulta e dovrà imparare a convivere con una nuova esperienza: l'amore.

I personaggi dell'originale, forte e amorevole Selma e dell'Ottico, devoto, insicuro e sempre presente per i due bambini di questa storia, bucano le pagine e toccano direttamente il cuore, sconquassandolo per sempre. Ho apprezzato meno Luise, solo perché le narrazioni in prima persona un po' forse fanno distaccare dal protagonista, e soprattutto perché divenendo adulta spezza quell'onirico che caratterizzava la prima metà del romanzo. I suoi rapporti con amici e parenti, comunque, sono il fulcro delle vicende e, di fatto, ciò che rendono magica questa storia, rubando anche qualche lacrima lungo la lettura.

Devo dire che a travolgermi è stata la prima parte del libro, che introduce un mondo sospeso fra realtà e incanto, pieno di trovate originali e divertenti, ma anche dolcissime. La seconda parte mi è piaciuta meno, perché perde un po' quell'alone di irrealtà e diviene quasi un qualunque romanzo d'amore, rimanendo comunque divertente e anticonformista: è sostanzialmente questo il motivo per cui, pur confermandosi per me un romanzo bellissimo, non riesce a salire fino alla casta dei preferiti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

Com'è difficile recensire Moby Dick di Herman Melville

 Il celebre libro sulla famigerata balena bianca che turbava la mente dell'altrettanto famoso capitano Achab, interpretato da Gregory Peck nel film di John Huston del 1956 (adattato dal romanzo nientemeno che da Ray Bradbury), è citato continuamente in libri, film e telefilm.


Me lo sono ritrovata guardando The Whale e Una mamma per amica, quando Rory prende l'incipit per descrivere un suo bisogno di evasione, e, curiosamente, perfino mentre, in parallelo proprio a Moby Dick, stavo leggendo anche Il cardellino, quando Theo cita i tre ramponieri del Pequod.

Si tratta di uno dei primi grandi romanzi americani: Melville ne pubblicò due diverse versioni, una in Inghilterra e una negli USA, nel 1951. Mi domando se sia questo il motivo per il quale il libro è così celebrato dagli statunitensi, ovvero perché prima di Moby Dick c'era ben poco da accludere nella propria letteratura, dato che sono una nazione molto giovane, nata da appena 75 anni al momento della pubblicazione dell'opera.

Frecciatine a parte, è bene chiarire subito un punto: Moby Dick non è propriamente un romanzo d'avventura. È un saggio sulla pesca delle balene in cui ogni tanto c'è una digressione narrativa, un pezzetto della storia che serve come scusa per parlare di balene, baleniere, armi e metodi con cui si uccidono, si squartano e si usano le balene, orrendi dettagli compresi, e non il contrario.

Se qualcuno vi ha detto che Moby Dick è la storia dell'ossessione di Achab per la sua bianca nemesi con alcune digressioni un po' noiose e prolisse, non credetegli. Achab si vede poco, ma Moby Dick ancora meno, anche se la sua assenza è costantemente presente per i personaggi. È Melville per qualche ragione ossessionato con le balene: forse da bambino se non si comportava bene lo minacciavano di farlo mangiare a un capodoglio? Non lo so, ma di certo ogni dettaglio che le riguardasse, anche palesemente non corretto dal punto di vista scientifico, (no, Herman, non sono pesci e i tuoi contemporanei lo sapevano benissimo, ma te sei uno zuccone evidentemente), ce l'ha voluto raccontare.

La storia inizia da Ismaele, che è un personaggio reale soltanto nei primi capitoli, quelli che precedono la partenza del Pequod, dopodiché diventa esclusivamente cronista di quel che accade sulla nave e non parla praticamente più di quel che fa lui a bordo.

Ismaele si reca prima a New Bedford, dove incontra un personaggio straordinario, il ramponiere e cannibale Queequeg, di cui diviene amico. I due si dirigono poi a Nantucket, dove si imbarcano sul Pequod, una baleniera capitanata dal misterioso Achab, che nell'ultimo viaggio ha perso una gamba, strappatagli da una balena che l'uomo descriverà come dotata di raziocinio e capacità di pianificare attacchi mirati a uccidere i suoi cacciatori: un mostro dalla gobba bianca, dalla fronte rugosa, con molti arpioni piantati nel corpo, tra cui i suoi. Il viaggio di Achab, personaggio straordinario, dalla tempra inossidabile, è votato unicamente a trovare e a uccidere quel capodoglio, che alcuni chiamano Moby Dick. L'uomo è ossessionato dalla balena e trascinerà tutto l'equipaggio della nave nella sua folle caccia, votata, come il suo rampone bagnato nel sangue dei ramponieri (in un passaggio bellissimo del capitolo 113), al diavolo.


Nell'epoca in cui Melville scrive, la balena era ritenuta nient'altro che una creatura mostruosa e una fonte di olio da lampade o, al più, di carne. Non stupisce, quindi, che particolari agghiaccianti della fine di questi grandi cetacei, comprese uccisioni vane, o frasi come

"Perché in quei momenti vi trovate intorno più balene di quante possiate ammazzarne in una volta. Ma i capodogli non si incontrano tutti i giorni; se accade che ne incontriate, allora dovete ucciderne quanti più potete. E se non potete ucciderli tutti subito, dovete ferirli, in modo da poterli uccidere poi a comodo vostro."

che sono perfettamente normali per la sensibilità dell'epoca, risultino, però, abbastanza ostiche per la nostra.

Inoltre si tratta di un epoca razzista e forse dipende da questo che la creazione di un personaggio come Queequeg, che viene dotato di ascendenze reali e modi eroici, non esiti poi in niente più: il fatto che sia pagano e di una etnia che per i bianchi statunitensi era solo "di selvaggi" comporta che il suo ciclo narrativo venga abbandonato? Oppure Melville era superiore all'ideologia del suo tempo, ma la storia del portentoso Queequeg è sacrificata, come tutto il resto, alla furiosa grandezza di Achab?

Mi resta questo dubbio, anche se il finale mi ha sbilanciata verso la seconda ipotesi, ma non posso che accontentarmi delle ultime parole del capitolo 110.

Più o meno da quel capitolo, il romanzo cambia sensibilmente: giunge verso la conclusione e, dunque. il suo culmine. Entra in scena il dramma di Achab. Finalmente si prende la scena in modo pieno e alcuni capitoli, come il 123, il 128, il 129 e forse soprattutto il 132, sono veramente stupendi. In queste poche pagine, che forse valgono la fatica di averle cercate in tutte le altre, è raccontato in modo struggente fino a che punto la follia di Achab lo ha reso cieco a tutto e tutti e come la conclusione della storia fosse già disegnata e impossibile da modificare: un fato già segnato dal suo desiderio di vendetta.

Per questi sei capitoletti che ho adorato e che mi hanno emozionata, ci sono, però, nei primi tre quarti del libro, non meno di una trentina di capitoli veramente poco attinenti alla storia: si tratta dei capitoli che raccontano della classificazione delle balene o delle parti della baleniera o delle lance. Inoltre, prima della partenza del Pequod, molti capitoli sono destinati alle profezie bibliche sulle sorti del viaggio o alla messa, quella a New Bedford di Padre Mapple, interpretato nientemeno che da Orson Welles nel film di Houston.

Se non bastassero questi capitoli interamente dedicati a temi non inerenti la storia (oppure sì, è il caso dei riferimenti biblici, ma c'è comunque un abuso di metafore), anche nei momenti di racconto, Melville è prolisso, usa similitudini ogni pagina, e compie digressioni continue. Molti racconti sono interrotti da una precisazione, uno spiegone o un cambio di discorso. È plateale il caso del racconto del Town-Ho, in cui Melville abbandona la narrazione nel punto più interessante e succoso e si mette a parlare di canalesi e altro per più di una pagina, prima di tornare alla storia.

I dialoghi sono spesso incomprensibili o conditi da battute grezze (benedetti americani). Tutti quelli tra i marinai e spesso anche quelli degli ufficiali non mi piacciono e non mi divertono.

Ho letto il libro sulla traduzione di Pietro Meneghelli per Newton Compton Editori, ma alcuni capitoli li ho affrontati grazie all'audiolibro letto da Piero Baldini (che ha realizzato un'eccellente lettura) nella traduzione di Alberto Rossatti per Il narratore. Nessuna delle due traduzioni è malvagia, ma forse sarebbe interessante leggere quella storica di Cesare Pavese o quella di Ottavio Fatica per Einaudi, per vedere se i dialoghi migliorano. Sicuramente la lettura sull'edizione Mammut ha aggiunto fatica all'impresa a causa della ben nota compattazione grafica, che infatti impiega solo 474 pagine.

In ogni caso non sono tanto sicura di cimentarmi una seconda volta nella lettura, se non forse di qualche riduzione o di una breve selezione di capitoli, perché è stato faticoso, noioso e spesso ho saltato paragrafi e pure qualche capitolo.

Tuttavia non posso negare che il fulcro dell'opera è struggente, tormentato e bellissimo. In mezzo alle chiacchere, agli sproloqui e alla saggistica, Melville ha creato uno scontro immortale e non tanto tra un uomo e il suo nemico che soffia spuma, ma tra un uomo e sé stesso: qualcosa di meraviglioso, che strappa più di una lacrima.

Giudizio: devo dividerlo a metà, perché prendendolo nel complesso, in un unico giudizio, non sarei giusta con nessuna delle parti. Ho odiato la parte di "saggistica" a cui forse da sola non darei due stelle, ma mi sono piaciute le parte raccontate (l'incontro tra Ismaele e Queequeg, il racconto -per quanto interrotto- del Town-Ho, la storia della Rachele) e ho amato i capitoli già menzionati, a cui ne darei non meno di quattro. Vale la pena affrontare tutta l'opera per quel pugnello di pagine?

Non lo so, forse dovreste avere la pazienza di provare come me e decidere da soli, oppure seguire il consiglio che mi diede mia sorella (e che non ho seguito) di leggerlo in riduzione. Aveva ragione che non ci avrei perso nulla, ma io volevo scoprirlo da me.

martedì 28 novembre 2023

Che genere di romanzo è Il monaco di Matthew Gregory Lewis?

 Il Monaco di Matthew Gregory Lewis è un libro ben strano.


Se Lewis, diplomatico inglese coevo e conoscente di Byron e Shelley, non l'avesse scritto in dieci settimane, durante le quali si trovava all'Aja, i vari stili che si ravvedono nelle tre parti che lo compongono avrebbero fatto pensare a una genesi molto più lunga.

Critici letterari più competenti di me hanno già esposto il perché questo romanzo sia stato a lungo dimenticato prima che tornasse in auge per gli elementi gotici che lo caratterizzano. Così spiega Mario Praz nell'introduzione -tutta spoiler- che si legge già sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi del 1970 che ho preso in biblioteca per partecipare a un gruppo di lettura sul romanzo gotico, per l'appunto.

L'edizione non brilla neanche per la traduzione. Comunque vuoi per colpa di questa, vuoi perché era proprio Lewis che scriveva così, questo libro mi sembra proprio diviso in tre parti completamente diverse, ma andiamo in ordine.

La storia verte su tre "coppie" di personaggi principali, introdotti un po' per volta nel primo volume. Da un lato abbiamo la storia di Lorenzo de Medina, che si innamora della bella Antonia, figlia di Elvira, moglie di un nobile ripudiato dal padre proprio per via del suo matrimonio; dall'altro abbiamo Raimondo de las Cisternas, proprio cognato di Elvira, innamorato di Agnese, sorella di Lorenzo. Per l'appunto e casualmente, le strade di queste coppie si incrociano e il romanzo racconta le loro disavventure. La terza coppia di personaggi, che chiude il quadro, è quella del religioso da cui deriva il titolo del libro e del suo complice e tentatore. L'avvio del primo capitolo, infatti, ci mostra un cappuccino Ambrosio, venerato come santo a Madrid, che predica nella chiesa dove (che casualità proprio!) si conoscono Lorenzo e Antonia. Alternata a quella degli altri personaggi, si dipana nel libro anche la sua storia: quella di una perdizione. Da uomo considerato puro, illibato, estraneo a tentazioni e al peccato, a poco a poco precipita in una spirale sempre più profonda e ripida di corruzione. Procedendo in modo graduale Ambrosio cede prima a peccati più lievi, poi via via più gravi, preceduti da esitazione, tentennamento e seguiti da rimorso e costrizione, ma questi sempre minori man mano che perde il rispetto di Dio e del mondo. Vedendo che nel peccare non riceve punizione, rinnega uno alla volta i suoi primordiali ideali, vigliaccamente pensando che comunque ha "solo fatto questo" o "solo fatto anche quest'altro", ma che tutto sommato non va tanto male.

Mi è piaciuta la descrizione di questo processo, proprio graduale, di compromissione della sua integrità, in precedenza tanto vantata. Tuttavia la parte che ho preferito nel romanzo è quella cavalleresca-avventurosa che riguarda Raimondo e che comprende tutti i capitoli terzo e quarto. Questa limitata parte è simile ai romanzi di cappa e spada e, come genere, mi ha fatto tornare in mente Ivanohe o certe parti dei Promessi Sposi (che non è di molto successivo e che riguardo la Monaca di Monza può persino essere stato influenzato) o dei Tre Moschettieri, eccetto che per l'introduzione del primo degli elementi gotici, una storia di spettri.

Nei capitoli precedenti, soprattutto nel secondo, ma anche nella descrizione delle sensazioni di fronte ad Ambrosio, a essere proprio onesti, ci ho trovato alcune caratteristiche dell'harmony (che poi è il motivo per cui è stato messo da parte e considerato uno scandalo ai tempi in cui fu scritto). Questa parte l'ho trovata scritta male, con un brutto stile e non mi è piaciuta per niente.

Il libro però poi cambia ancora e col terzo volume diventa improvvisamente molto crudo (e lo diventa sempre più) e si susseguono una serie di orrori ai quali non ero preparata, dato il tono molto diverso dei capitoli precedenti, che mi avevano appunto fatto pensare alla classica storia cavalleresca in cui tutto sembra andar per il peggio, ma alla fine arrivano i buoni e la situazione volge al meglio. Alla fine l'ordine delle cose è ripristinato, ma non come mi sarei aspettata. 

Riguardo alle idee che Lewis lascia trapelare nella scrittura, o che per lo meno a me è sembrato di cogliere, da un lato abbiamo una certa avversione nei confronti delle figure religiose, qua rappresentate in buona parte come corrotte, cattive e ipocrite, fintamente devote, ma in realtà operanti solo per proprio tornaconto, per ricchezza o comunque contro i principi della vera religione. Il biasimo sembra comunque comprendere anche la superstizione, la credenza in santoni o reliquie magiche.

"Sapendo che tra coloro che cantavano le lodi del loro Dio con tanta dolcezza ve ne erano alcune che ammantavano con la devozione i più orrendi peccati, i loro inni non gli ispiravano che abominio per tanta ipocrisia. [...] Il suo buonsenso gli aveva rivelato gli artifici religiosi, la grossolana assurdità dei loro miracoli, dei loro prodigi, delle loro false reliquie."

Dall'altro lato c'è un tema che non poteva essere trattato diversamente per l'epoca in cui è stato scritto. A un certo punto è messa in bocca a una donna una frase che sarebbe stata molto all'avanguardia:

"Colpa hai detto? In cosa consiste, la nostra, se non nell'opinione di un mondo malevolo?"

Peccato che il personaggio è condannato dalla narrazione: si tratta di una strega, di una tentatrice, da ritenere colpevole e da punire. E questa colpevolizzazione della libertà femminile (anche se il contesto è più complesso di come lo descrivo adesso, limitandomi per non fare spoiler - a differenza di Einaudi) cade anche su un altro personaggio. Se dapprima è descritto un rapporto pre-matrimoniale individuando nell'uomo il seduttore, dopo è la moglie a dover rassicurare il marito che non l'avrebbe mai più ceduto a certe brame. Inoltre ogni macchia, ogni colpa di una donna in questo senso non è perdonata. Le prove sono cancellate. Non c'è altra soluzione a parte un matrimonio riparatore e se non può esserci, è il personaggio che è cancellato.

Qua ancora mi viene in mente che l'autore scrivendo abbia stabilito via via cosa far capitare e che non avesse le idee chiare inizialmente. Così si spiegherebbe il brusco cambio di stile e perché una certa situazione che era sempre stata sventata, poi invece si è concretizzata (lasciandomi sbigottita). Ci sono poi alcuni personaggi inseriti all'inizio e mai più comparsi e anche personaggi non introdotti inizialmente e poi calati in tutta fretta e fatti accettare al lettore a forza, per sistemare il cambio di rotta.

A cambiare con estrema velocità sono anche i sentimenti dei personaggi, quelli di Ambrosio soprattutto, che è proprio volubile, rendendosi quasi ridicolo, un vero fantoccio preda di ogni istinto, di ogni colpo di vento, sempre più forte della sua volontà, dei suoi cosiddetti principi.

Venendo agli elementi gotici, questi sì, ci sono: dapprima solo nella narrazione di Raimondo, un elemento isolato. Poi compare la magia (nera naturalmente). Infine donne sepolte vive come se piovesse.

La scrittura è comunque scorrevole e nel narrare l'azione Lewis è stato abile a tenere il lettore incollato alla pagina. Oltretutto l'autore cambia il focus su un personaggio proprio sul più bello. La storia ricorda un po' una telenovela spagnola per qualche dinamica familiare e sentimentale, peccato che poi volga in tragedia. La stessa ambientazione spagnola forse non è un caso: fatti così incresciosi era meglio farli apparire distanti ed esotici.

Giudizio: se non si fosse capito non m'era piaciuto. Si salva certo qualcosa, soprattutto la scorrevolezza e la presa delle vicende. Volevo davvero conoscere la fine delle vicende di Raimondo. Tuttavia non mi è piaciuta per niente la prima parte e sono rimasta turbata dalla terza. La novità o la bontà rappresentata dall'atmosfera gotica non mi basta a salvare questo pasticcio di generi.

sabato 25 novembre 2023

Il tema dell'identità in Uno, nessuno, centomila

 Il teatro di Pirandello mi ha sempre offerto sulla carta o sul palco storie meravigliose, originali, ingegnose, in grado di illustrare paradossi dell'animo e della società. Inoltre propone modelli innovativi di teatro, di messa in scena; fa da apripista a un metateatro che influenzerà molto gli scrittori suoi conterranei dopo di lui. Si pensi ai Sei personaggi in cerca di autore e alla sua influenza su Riccardino di Andrea Camilleri, che ha chiuso la serie di romanzi del commissario Montalbano in base a questa filosofia (ma in modo del tutto insoddisfacente per me).


Il teatro pirandelliano l'ho scoperto soprattutto da adulta, recandomi alla Pergola a Firenze, mostratomi da attori come Gabriele Lavia o Sebastiano Lo Monaco. Ma i romanzi e le novelle di Pirandello, invece, mi sono state insegnati a scuola, al liceo, a opera di un'insegnante che non mi ha mai trasmesso nessun amore per nessuno degli argomenti trattati in quel contesto. Sono stata fortunata a essere già stata interessata dalla letteratura prima di incontrarla e a portare avanti le mie passioni a prescindere da lei.

Così accade che il secondo romando di Luigi Pirandello che ho letto (dopo Il fu Mattia Pascal a scuola che mi piacque, ma non abbastanza da non meritare una seconda lettura riparatrice) è Uno, nessuno, centomila alla veneranda età di 33 anni.

Acquistato molti anni fa, poiché in una edizione economica della Giunti, solo in una sfida di lettura di 7 libri in 7 giorni, ho colto l'occasione di recuperarlo.

La storia è famosa: guardandosi allo specchio Vitangelo Moscarda nota per la prima volta un piccolo difetto del naso e scopre che la moglie conosceva perfettamente quell'aspetto e molti altri che lui non conosceva. Moscarda si rende dunque conto che l'aspetto che lui immagina per sé non è quello che gli altri hanno in mente di lui. Si scatena così una serie di riflessioni, che occupano soprattutto la prima parte del libro, sulla soggettività delle impressioni che ognuno ricava dall'immagine e dal carattere di una persona, che genererà tante "persone" quante sono gli individui che hanno a che fare con quella persona e che da essa ricavano impressioni sempre diverse e personali.

Questo aspetto filosofico sull'identità e sull'impossibilità di cogliere mai l'interezza dell'altro (e con cui esso possa riconoscersi) e nemmeno di sé stesso, generando immagini sempre diverse e incomplete di qualcuno mi ha incantata. Non solo è di mio interesse, ma è anche scritto e spiegato benissimo.

La seconda parte del romanzo tratta invece delle conseguenze di queste riflessioni di Vitangelo sulla sua vita: questa parte mi è piaciuta meno e ha un finale piuttosto triste, eppure coerente.

Giudizio: ho adorato tutta la parte psicologica del romanzo e ho trovato geniali e a volte divertenti molte riflessioni. ⭐⭐⭐ 3/4

giovedì 15 giugno 2023

Il secondo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi: io mi fermo qua

 Come già raccontato in precedenza, ormai i primi due volumi li avevo già a casa e, con pochissima voglia, mi sono approcciata al secondo romanzo di questa saga così acclamata dal resto del mondo, Basta un caffè per essere felici. L'avevo già messo nella sfida dello Scaffale Strabordante e mi sono tolta il dente inserendolo anche in quella primaverile dei Sette libri in sette giorni.


Toshikazu Kawaguchi riparte la narrazione sei anni dopo i fatti raccontati nel primo libro. I personaggi principali sono gli stessi con una variante (per chi non ha letto il primo, ❗attenzione spoiler❗, ma non è mia la colpa): Nagare, il padrone della caffetteria in cui si può tornare indietro nel tempo; sua cugina Kazu, che lavora nel locale come cameriera ed è addetta alla cerimonia del versare il caffè dall'apposita caffettiera d'argento per permettere ai viaggiatori di tornare nel passato o recarsi nel futuro; la figlia di Nagare, Miki, che ha circa sei anni all'inizio di questo romanzo e che è orfana di madre perché la moglie di Nagare, Kei, muore di parto. C'è anche un breve affaccio sulla storia di Fumiko, una delle donne di cui era stata raccontata la storia e che aveva sentito il bisogno di affrontare "il rituale" sei anni prima. 

Per rinfrescare le idee, i romanzi trattano di storie infelici di persone che scoprono l'esistenza di questa particolare caffetteria di Tokyo in cui sedendosi a un particolare tavolino, su una particolare poltrona occupata da un fantasma, che si alza per andare in bagno una sola volta al giorno, e facendosi versare il caffè da questa particolare caffettiera, si può viaggiare nel tempo verso un giorno e un orario preciso. La meta è sempre lo stesso tavolo dello stesso locale, ma quel che sperano le persone che desiderano spostarsi nel passato o nel futuro è avere un colloquio con una persona importante della loro vita che era nel caffè al giorno e all'ora X. Per i fruitori di questa particolare cerimonia parlare con questa specifica persona non può cambiare il presente -o il futuro- (anche perché la maggior parte delle volte, troppo presi dall'emozione, stanno di morto parecchio zitti), ma di solito confidarle un non detto o compiere un'azione che non avevano mai avuto il coraggio o il tempo di fare, cambia la percezione del loro rimpianto o del loro rimorso (perché di questo si tratta, altrimenti nessuno sentirebbe il bisogno di dare una svolta al punto di mettersi a viaggiare nel tempo).

Rispetto al primo romanzo, però, ci sono alcuni piccoli cambiamenti.

Prima di tutto c'è una nuova regola, mai specificata nel primo episodio e funzionale alla trama e ai "colpi di scena" di questo secondo capitolo: solo le donne della famiglia Tokita possono servire il caffè nella cerimonia che concede di viaggiare nel tempo a partire dall'età di sette anni. Fino a questo momento avevo creduto che lo facesse Kazu perché era più brava o aveva semplicemente più "sbatta" di starci dietro, ma stavolta c'è questa specifica. Comparirà nell'ultimo capitolo un'ulteriore regola al riguardo che sarà approfondita e motivata (e serve a dare la svolta alla storia di un personaggio).

Infatti la seconda novità è che viene inquadrato leggermente di più il contesto familiare dei gestori della caffetteria: grazie ai viaggi nel passato vediamo Nagare o Kazu venti o trent'anni prima (molto di più di quanto era avvenuto nei casi affrontati nel precedente libro) e quindi scopriamo quando hanno cominciato a lavorare in quel bar e qualcosa in più sulla parentela e sula storia di Kazu.

Infine ho colto una differenza anche nel tipo di storie e di personaggi proposti. Si tratta anche stavolta di quattro storie che riguardano due amici, Gotaro e Shuichi; una madre, la professoressa di arte di Kazu, e suo figlio, Kinuyo e Yukio; due colleghi di Fumiko che erano stati fidanzati, Katsuki e Asami; e infine un'ispettore di polizia, Kiyoshi, e sua moglie Kimiko. Mi sono sembrate storie tristi certamente, ma meno devastanti e irrealistiche rispetto a quelle illustrate nello scorso romanzo. Anche le motivazioni dei loro gesti mi sono sembrate più approfondite e i personaggi in sé un filo più sfaccettati e meglio descritti. Questo miglioramento l'ho apprezzato. Una delle principali critiche che avevo mosso a Finché il caffè è caldo era stata proprio di avere personaggi affettati con l'accetta, che si identificavano solo col proprio ruolo da svolgere, ma senza un minimo di background. Per fortuna sono scomparse anche le descrizioni senza senso di abiti improbabili delle signore che popolavano il libro precedente e che avevo ferocemente contestato.

Per il resto lo stile rimane poco affine al mio gusto: è molto lento, i dialoghi stentano perché ogni battuta è intervallata dalla descrizione di cosa pensa o prova il personaggio, non c'è fluidità nei parlati e questi riempitivi mi danno l'idea di essere messi per allungare il brodo, perché i quattro capitoli potrebbero essere svolti in molto meno delle 172 pagine che occupano. Allo stesso modo la ripetizione perpetua delle regole dei viaggi nel tempo è davvero eccessiva, snervante, costringendomi a saltare a piè pari paragrafi interi, perché non avrei resistito a leggerla un'altra volta. Arrivo a comprendere la necessità di riepilogarle una volta all'inizio del romanzo perché il lettore le ha scordate (chissà quanto tempo è passato da quando ha letto il precedente volume), ma l'elenco completo con tanto di domande del personaggio a cui tocca stavolta sorbirsele è ripetuto più di quattro volte. Ebbene sì, non solo questo bignami di giurisprudenza del viaggio nel tempo è declamato a tutti e quattro i pazzi (questa volta sono tutti uomini, l'altra volta erano tutte donne -era un'altra critica che avevo fatto perché accusavo Kawaguchi di considerare solo le donne così fragili da necessitare questa terapia d'urto-) che tornano indietro o vanno avanti attraverso varchi spazio-temporali fatti di vapore di caffè, nossignori, sprazzi di regole sono anche ripassate mentalmente da quegli sfortunati che le conoscevano già da prima. Quindi il lettore rischia di sentirsele ricordare prima dal personaggio, poi da Kazu, poi di nuovo dal personaggio e ancora da Kazu e così via in un ciclo eterno.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: migliorano le storie, retroscena più accurati dei personaggi

Cosa non mi è piaciuto: ripetitivo, lento e prolisso

Giudizio: un briciolo sopra il precedente ⭐⭐

mercoledì 26 aprile 2023

Il caso Agatha Christie è una delusione cocente

Pieno di errori grossolani, banale e noioso.

Basterebbero queste parole per riassumere quello che è i libro di Nina De Gramont, Il caso Agatha Christie, edito in Italia da Pozzi Editori. E pensare che me lo ero fatta regalare per Natale con aspettative altissime, dovute all'intrigante tagline:

"Nel 1926 Agatha Christie sparì per undici giorni. Sono l'unica a conoscere la verità su questa scomparsa. Non sono Hercule Poirot. Sono l'amante di suo marito."

Premesse molto promettenti. 


In effetti il libro parte da un evento che si era davvero verificato il 3 dicembre del 1926: la signora Christie e il marito litigarono a causa dell'amante di lui, Nancy Neele, che frequentava da tre anni, dopodiché lui partì per un week end proprio con l'altra donna, mentre Agatha Christie si allontanò in serata con la sua auto. Il giorno dopo l'auto fu ritrovata fuori strada con dentro la valigia e i documenti della scrittrice, ma della donna non si seppe nulla, nonostante fosse stata organizzata una ricerca con 15.000 volontari e l'utilizzo di aerei, fino al 14 dicembre, quando fu rintracciata in un albergo di Harrogate, registrata col cognome dell'amante del marito e in preda ad amnesia. In seguito i coniugi Christie divorzieranno e Archie Christie sposerà effettivamente Nancy Neele, mentre Agatha Christie sposerà l'archeologo Max Mallowan. E questa è storia.

Non si è mai saputo cosa fosse accaduto di preciso: si è sempre ritenuto che la scomparsa fosse stata dovuta agli eventi traumatici che avevano colpito la scrittrice in quei mesi (la richiesta di divorzio del marito e prima ancora il lutto per la morte dell'amata madre). La stessa Christie glissa l'argomento nella sua autobiografia, che mi sono decisa a comprare, dopo molto tempo che la tenevo nella wish list, anche per ripulirmi la mente dalle sciocchezze scritte in questo libro.

Chiunque, di fatto, potrebbe speculare sulla decina di giorni di sparizione della donna e sulle cause. Ma proprio chiunque, tanto è vero che lo fa questa americana De Gramont, con risultati orridi.

Elencherò dunque tutte le ragioni per cui questo romanzo è spazzatura (potrebbero esserci parziali spoiler, ma niente che non si capisca dopo la lettura dei primi capitoli - i plot twist, per intendersi, non saranno sciupati): 

  1. la protagonista non è la regina del giallo, ma l'amante del marito, che qua prende il nome di Nan O'Dea, non si sa perché. Questo mi dava già molto fastidio, perché avrei voluto che la storia si incentrasse sul leggendario mistero di questa scomparsa, sulle mosse della scrittrice in quei misteriosi giorni e non su un'altra tizia, che avrebbe potuto essere semplicemente la narratrice.
  2. La protagonista è antipaticissima, non solo in quanto odiosa ladra di mariti, ma soprattutto perché le sue motivazioni per tale furto e per la preferenza del signor Christie all'uomo che ha sempre amato sono assolutamente irrazionali, caratteristica che detesto sempre. La motivazione da cui parte tutto non è credibile, oltre che offensiva per i Christie.
  3. La narrazione per quasi tutto il tempo è in prima persona, ovvero resa attraverso la voce della O'Dea, il che comporta due ordini di problemi:
    1. la narratrice è onnisciente senza motivo (perché mai dovrebbe sapere come l'amante parla di lei, specialmente se dice qualcosa che non avrebbe motivo di dirle dopo? o di dialoghi che non possono esserle stati riferiti, per esempio tra l'editore della Christie e Conan Doyle?);
    2. è una narrazione difficile da mantenere e infatti, quando l'autrice (e l'editore) se ne dimentica, senza motivo a un certo punto si passa a una terza persona (da "di me" a "di Nan").
  4. I capitoli si chiamano "Qui giace sorella Mary" e "La scomparsa", ma non sono due. Sono trentacinque capitoli che si titolano alternativamente in un modo o nell'altro. Sarebbe già odiosa di per sé questa ripetizione che sa molto di pigrizia, sennonché i nomi dei capitoli dovrebbero rimandare a un preciso contenuto, dividendosi nel racconto strappalacrime (ma non a me) di Nan e nella cronaca delle ricerche della Christie. Peccato che questa rigida divisione non sia mantenuta, lo svolgimento degli argomenti nei capitoli diventa abbastanza libero e dunque la monotonia dei titoli perde qualunque significato.
  5. Alcune cose che succedono sono insensate e forzatissime (ora occorre fare degli spoiler esemplificativi): uno degli ispettori che cercano Agatha Christie per tutta l'Inghilterra a un certo punto si perde per una campagna sconosciuta, si imbatte in una casa qualunque, si avvicina, sente il ticchettio di una macchina da scrivere, bussa e gli apre la scrittrice scomparsa. Per me questo è un troiaio, non ha senso e i lettori dovrebbero essere avvertiti di cosa si troveranno davanti. Di più, essendo la persona più ricercata della Gran Bretagna, col volto sulle prime pagine dei giornali, la nostra scrittrice si prende il lusso di andare per negozi e altri luoghi pubblici senza mascherarsi. Questa irrazionalità diventa dunque il codice di comportamento di molti dei personaggi che compaiono.
  6. A un certo punto, per non farsi mancare nulla, compare il delitto. Su questo delitto la De Gramont mette in bocca alla Christie delle parole che non le sarebbero state proprie: sembra accettarlo, giustificarlo, quando la scrittrice ha sempre fatto dire a Poirot che l'omicidio non è giustificabile e cha ha un atteggiamento borghese nei confronti del delitto. Almeno nei gialli i lettori hanno diritto di vedere il colpevole consegnato alla giustizia e l'unica volta in cui la Christie viene meno a questa regola è ne L'assassionio sull'Orient Express, che però ha una struttura e una soluzione particolarissime e quello che avviene è giustificato dal fatto che si tratti più un processo-condanna nei confronti di chi tolse molte vite, che un semplice omicidio. Il delitto ne Il caso Agatha Christie, al contrario, è una semplice vendetta in cui le vittime rispondono con l'omicidio a crimini completamente diversi, andando oltre persino al barbarico "occhio per occhio" biblico.
Questi i principali difetti.
La storia (per me secondaria, ma in realtà per l'autrice principale) di Nan O'Dea è infarcita di accadimenti drammatici, forse troppi per suscitare veramente empatia, a cui la ragazza reagisce in modi sempre illogici: ha almeno un paio di occasioni di comportarsi in un modo che le avrebbe evitato i guai in cui si caccerà, ma con motivazioni ingenue va per la sua strada. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Non aiuta non essere ben disposti nei suoi confronti e come si fa a esserlo se vuol portare via il marito a un'altra donna (una donna verso cui i suoi fan e ammiratori nutrono sicuramente simpatia). Nan passa dalla parte del torto immediatamente e peggiora la sua posizione (non la migliora se l'autrice aveva questa intenzione) quando si scopre che ama e ha sempre amato, riamata, un altro uomo. Quindi pur trovandosi nella condizione di passare una vita felice con la persona amata, preferisce strappare a un'altra donna il marito che lei non ama, ma la moglie, poverina, sì. Da questo momento niente di quello che mi dirà l'autrice sulla sua infelice storia (che se si legge bene è dovuta alle leggerezze di una giovane sprovveduta, che avrebbe potuto seguire i consigli e la protezione della madre, invece voleva assecondare le proprie sciocche idee romantiche) mi farà cambiare idea sulla protagonista. La vera motivazione della sua decisione, apparentemente senza senso, verrà data più avanti e sembra comunque più il delirio di una schizofrenica che una giustificazione ragionevole. Per l'amore che dice di provare dovrebbe comunque compiere una scelta diversa, sacrificarsi, invece è spinta da mero egoismo e preferisce distruggere una famiglia.

Questo libro non ha niente che valga la pena di salvare. L'autrice si illude di aver scritto una storia molto romantica e drammatica, ma la verità è che è ciarpame privo di logica e anche molto poco attento agli errori.

Giudizio: ⭐

venerdì 13 gennaio 2023

Il primo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi

Per il Natale 2021 il mio fidanzato mi regalò, su mia richiesta, i primi due libri che raccontano le vicende di una piccola caffetteria a Tokyo. Bramavo tantissimo leggerli, ne avevo sentito parlare troppo bene. Addirittura, nell'anno in cui tra amiche avevamo deciso che il regalo per i nostri compleanni sarebbe stato un libro, avevo pensato che Finché il caffè è caldo sarebbe stato adattissimo per quella di noi che aveva una passione per Giappone e Cina.


Il primo romanzo, Finché il caffè è caldo, titolo che sintetizza la regola più importante della caffetteria, è stato un caso editoriale. L'ho letto tra settembre e novembre 2022: ci ho messo un po', sì, per un libro così corto (corto tanto che si può leggere agevolmente in 1-2 giorni). Ci ho messo molto tempo perché ne ho letto metà e poi sono stata presa da altre letture che mi intrigavano di più. L'ho interrotto così presto perché già al primo quarto c'ero rimasta male. L'avevo tanto desiderato e mi ero fatta delle aspettative leggendo la trama. Eh, già...perché la sinossi recita:

Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.
In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.
E parla di 5 regole da seguire:
1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.
Mi ero pregustata qualcosa di molto filosofico e meditativo sul senso della vita: immaginavo questi clienti, ognuno con la sua storia, sedersi al tavolino e riflettere sugli errori commessi e su come accettarli e vivere la vita con maggior consapevolezza. Nulla, assolutamente nulla, (e ho riportato integralmente la trama apposta) fa pensare che si tratti di viaggi nel tempo: non psicologici, veri e propri viaggi nel tempo. Non c'è alcuna sfilza di avventori che va a cercare la propria soluzione dei problemi. Chi va a sedersi al tavolino che fa viaggiare nel tempo sono i personaggi del romanzo: intendo dire personaggi le cui vite sono intrecciate a quelle del locale, che lo popolano abitualmente, ovvero amici, conoscenti, membri stessi dello staff, non estranei, cioè clienti nel vero senso del termine.
La prima cosa che mi viene in mente è che abbiano sbagliato a comunicare la trama di questa storia: se avessi letto di viaggi nel tempo, probabilmente non l'avrei acquistato.
Anche le copertine pastello con rami di ciliegio in fiore fanno pensare alla cultura giapponese, al senso di Ikigai, la motivazione di vivere che puoi immaginare questi personaggi ritrovino riflettendo davanti al loro caffè. Non so perché ma qualcosa di fantascientifico come i viaggi nel tempo non riesco ad associarlo al Giappone. Mi stona. Questa potrebbe essere semplice ignoranza di una cultura di cui non conosco quasi niente. Pure, di fantascientifico non c'è veramente nulla, tranne il concetto in sé di viaggio spazio-temporale, poiché, anche se il viaggio c'è davvero, il risultato è quella riflessione sul senso delle proprie esistenze che mi aspettavo, sia pure in altra forma. Ma non si tratta di contemplare il momento che ha cambiato la tua vita o ricevere l'illuminazione circa il modo di condurla d'ora in poi. Chi salta nel tempo desidera incontrare qualcuno con cui parlare, quindi compie un'azione: la missione è dire o farsi dire qualcosa che cambierà in senso di quello che il personaggio stava vivendo quando ha preso la decisione di viaggiare nel tempo.
Di fatto questi quattro personaggi, tutti femminili, hanno ciascuno un loro capitolo dove siedono davanti alla tazza di caffè magica, per affrontare il loro angosciante problema, ma in realtà le loro storie si sviluppano anche in orizzontale e si intrecciano con le storie degli altri protagonisti. Ci sono i gestori della caffetteria, marito e moglie, Nagare e Kei, e una loro parente, che lavora con loro e serve il caffè ai viaggiatori del tempo, Kazu. Ci sono l'eccentrica Hirai, la donna in carriera Fumiko, l'infermiera con un marito malato, Kotake.
I personaggi, però, non sono approfonditi, sono appena abbozzati e alcuni sono anche un po' antipatici, principalmente Kazu, che svolge il ruolo di servitrice di caffè, ma non ha un carattere definito (si limita a maltrattare i clienti). In effetti sono più ruoli da rappresentare che personaggi nel vero senso del termine. Sono descritti in quello che fanno, ma non per chi sono e poco anche in relazione a ciò che provano. Un dettaglio curioso è il frequente descrivere come sono vestite le protagoniste della storia (male), l'accozzaglia di indumenti di varie fogge e colori che indossano (solo i personaggi di sesso femminile, perché non si fa caso a cosa usano gli uomini per coprirsi).
E poi a decidere di sedersi a quel tavolino sono sempre donne: mi viene da pensare che forse è la mentalità dell'uomo giapponese che considera fragili e bisognose di ricercare conferme o smentite nel passato e nel futuro solo le donne, mentre gli uomini vanno avanti per la loro strada senza cedere a queste debolezze, perché solo così si è veri uomini che fanno il loro dovere senza vacillare. Renderebbe questa cultura vicina a quella occidentale in tal senso, ma cercherò conferme leggendo il secondo romanzo.
L'ultima cosa che mi viene da dire è: accipicchia quanto melodramma! Soprattutto l'ultima storia, che è inverosimile (ma proprio tanto) e drammatica fino al voltastomaco. Le storie non mi sono piaciute, forse un pochino di più quella dell'infermiera, ma le altre pessime. Le dinamiche sono drammatiche (e troppe per un libro solo). Ci sono lutti, malattie, abbandoni, ma trattati con un tono inappropriato, buttati lì: non li percepiamo davvero durante la lettura. Sono trattati con leggerezza dai personaggi che li dovrebbero star vivendo e dall'autore, che elenca questi dolori più che trattarli. Per me è stato un modo superficiale di gestire questi racconti, come a voler inserire un tema che punta alle viscere ma solo per attrarre lettori, senza veramente svolgerci un lavoro, che avrebbe comportato concentrarsi su una di queste storie e rivelarne le sfaccettature, permettendo di coglierla appieno. Non basta mostrare un personaggio che piange a una brutta notizia per empatizzare con lui, se l'unica cosa che leggiamo è una descrizione di fatti che si susseguono. Non sono riuscita a entrare né nelle vicende, né nei personaggi. Ancora una volta penso che sia da imputarsi a una cultura così diversa dalla nostra, in cui i sentimenti sono considerati troppo intimi per poterli esporre davvero e sono resi inaccessibili da chi li vive. Forse è anche una letteratura a cui non sono abituata. Prima di questo libro, di nipponico avevo letto solo alcuni saggi sull'Ikigai e L'abito di piume di Banana Yoshimoto, che non mi era piaciuto. 
Resta il fatto che sono rimasta molto delusa. Leggerò il secondo libro perché me lo sono fatta regalare ormai, ma non vi ripongo nessuna aspettativa- Anzi, questo sfornare altri titoli in rapida successione (quattro in sei anni, guardando le date delle pubblicazioni in Giappone) mi spinge ormai a temere che si tratti di prodotti da "vendita facile" invece che testi davvero sentiti.

Giudizio: ⭐

lunedì 2 gennaio 2023

Un'intensa storia di passioni e solitudini: Quando la notte

 Il libro di cui vado a parlare è uscito nel 2009 e io avevo visto qualche anno fa il film omonimo, uscito nel 2011 e diretto proprio dalla scrittrice, Cristina Comencini. Mi era piaciuto e, quando mi sono imbattuta a una bancarella dell'usato in una copia di Quando la notte, l'ho acquistato, ma l'ho letto solo questo dicembre nella Guforeadathonitalia e per smaltire uno dei miei libri dello Scaffale Strabordante.

Il libro alterna le narrazioni, inizialmente di capitolo in capitolo, poi di rigo in rigo, dei due protagonisti, Manfred (che nel film sarà interpretato dal mio attore italiano preferito, Filippo Timi) e Marina (che avrà il volto di Claudia Pandolfi). Manfred è un orso, un uomo solitario sulla quarantina, cresciuto col padre e i tre fratelli. Fa la guida in montagna e ha un passato difficile e doloroso alle spalle. Marina è una giovane donna, da poco diventata madre, che per ordine del pediatra porta a trascorrere un mese di vacanza in montagna. Ma il marito la raggiungerà solo al termine del periodo stabilito, per portarli poi al mare e così la donna si ritrova ad affrontare da sola le notti insonni e la vivacità dei due anni. La sua storia si intreccia con quella di Manfred perché prende l'appartamento sopra casa dell'uomo, facente parte di un'unica proprietà. Due incidenti faranno in modo di legarli uno all'altra per sempre.

Inizialmente devo dire che non mi stavano piacendo i personaggi: Manfred misogino, Marina debole. Ma più vanno avanti le pagine, e vanno avanti speditamente perché scritte con una prosa semplice e scorrevole, più si entra nei personaggi, che ci mostrano più sfumature del loro essere. La tensione tra Manfred e Marina cresce costantemente e non lascia il lettore nemmeno sul finale.

Giudizio: Appassiona molto, alla fine mi è piaciuto ⭐⭐⭐⭐

giovedì 20 ottobre 2022

Muoversi per restare fermi: la bellezza del Colibrì

Oggi parliamo del libro vincitore del Premio Strega 2020, Colibrì, di Sandro Veronesi, 368 pagine, edito dalla Nave di Teseo. 
L'ho finito domenica mattina, in tempo per andarmi a vedere la sera il film che ne è stato tratto, di Francesca Archibugi. E per essere precisi l'ho finito con un bel pianto.



È uno di quei libri di cui parlo malvolentieri, perché avrei voglia di tenermi tutte le sensazioni per me.
È un libro che mi ha fatto capire che ci sono volte in cui non si può andare avanti in contemporanea con più letture, perché ha preteso tutta la mia attenzione senza contaminazioni.
Ero entrata dentro il libro, dentro il suo umore, la sua intimità e non potevo uscirne per ritrovarmi altrove. Ci ho provato, perché l'ho iniziato quando ho visto che usciva il film e volevo tentare di leggerlo in due settimane, ma ne avevo già cominciato un altro. Ho dovuto smettere la prima lettura perché mi sembrava di farmi violenza.
Se non si è ancora capito, mi è piaciuto moltissimo.

È la storia, raccontata in terza persona, ma anche tramite lettere e messaggi whatsapp, di un oftalmologo, Marco Carrera, soprannominato dalla madre colibrì perché fino all'adolescenza era stato più piccolo di statura degli altri compagni, raggiunti poi in centimetri in seguito a un trattamento ormonale, ma comunque aggraziato e proporzionato. È la ricostruzione della sua vita intera. È la storia della sua famiglia, il matrimonio dei genitori, le storie del fratello, Giacomo, e della sorella, Irene, la storia del suo matrimonio esplosivo e del suo rapporto con sua figlia Adele, la storia delle sue amicizie, del suo vizio per il gioco d'azzardo, ma soprattutto la sua storia d'amore -infinito e impossibile- con Luisa.

Ognuna di queste vicende è, per me, raccontata in modo meraviglioso e mi sono appassionata alla storia, straziante, di ogni personaggio. Ho apprezzato ogni snodo e ogni decisione sul destino di questi personaggi, che compongono una trama sfaccettata quasi come una vita reale. La narrazione è intrecciata nel tempo e in ordine non cronologico. Ogni filone del racconto è dipanato in tempi diversi, quasi non ci siano tempo presente, passato e futuro: si mescolano uno nell'altro.
Sono stata trascina nel vortice delle storie fin da subito ed è stato totalizzante.
La prosa è bellissima. I dialoghi funzionano benissimo. Nei capitoli di massima intensità, le parole non si fermano, il discorso non è inframezzato da punti, quasi un flusso continuo di dolore che sgorga.

Per me ha avuto delle vibes alla Cambiare l'acqua ai fiori: la stessa immersione, lo stesso affezionarsi ai personaggi, lo stesso trasporto nel loro mondo e nel provare sulla pelle le loro emozioni.

Non la tirerò per le lunghe, anche perché non si può dire di più (ogni storia ha bisogno di essere svelata nel momento giusto e ogni anticipazione ulteriore sarebbe un crimine nei confronti chi non l'ha letto e ha diritto di scoprirlo poco alla volta come ho potuto fare anch'io): per me non ha avuto difetti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐