mercoledì 20 maggio 2026

Un finale che meritava una scrittura migliore: La verità che brucia

 Quando hai una pagina piccola sul Bookstagram, le prime volte che ti offrono di recensire dei libri in uscita ne resti lusingata. Dopo alcuni tentativi, tra alti e bassi, scopri che invece questo ti mette in una posizione scomoda. 

Ho appena finito di leggere un libro che ho trovato scritto davvero male: voglio essere sincera nell'espressione del mio parere, ma al contempo non voglio demolire le aspettative e l'entusiasmo di un giovane che potrebbe ancora crescere in questa arte (e glielo auguro di cuore, anche perché si è posto in modo molto carino, anche se forse non molto umile). 


La verità che brucia
 (266 pagine) è il secondo romanzo scritto da Kevin Barbagallo ed è presentato dall'autore e da Incipit23 come un thriller psicologico, genere preferito dallo scrittore. Questa passione è evidente nell'omaggio che vuole offrire al genere e nel parlare con lui. Il romanzo uscirà sabato 23 maggio.

Il protagonista è un giornalista della BBC che ha una carriera lanciata, una famiglia da Mulino Bianco e una vita da copertina, da jet set. O forse no? Questa perfezione si incrina quando Jonathan non è più l'annunciatore dei casi di cronaca, ma ci entra dentro, così invischiato da intraprendere un viaggio...ma è il protagonista o il lettore che si avventura alla ricerca di una verità difficile da accettare?

Ho chiesto all'autore a chi si ispirasse, se avesse scritto anche racconti, come si era trovato con l'editor e mi sono accorta di alcuni elementi evidenti. Questo scrittore non scrive racconti, ma ha pubblicato due libri: si tratta dunque del classico caso in cui chi non lo ha mai fatto prima si improvvisa scrittore (e dico improvvisa perché dalla sua prosa è evidente che non ha fatto corsi, altrimenti gli avrebbero dato quelle due dritte per non commettere errori ingenui).

I problemi principali sono due:

  1. la scrittura.
  2. la costruzione di un racconto verosimile.
La scrittura è immatura, alle prime armi: i dialoghi sono composti per almeno un quinto da convenevoli, sono eccessivamente colloquiali, ricchi di espressioni che si usano più nel parlato che nello scritto; le descrizioni comprendono lunghe scene in cui si descrivono movimenti o gesti banali (la consegna di un bicchier d'acqua in un interrogatorio) o arricchite da particolari ininfluenti (la fantasia degli abiti, il tipo di cibo acquistato). Inoltre i gusti e le espressioni dei personaggi non sembrano per niente britanniche, anche se il romanzo si ambienta in parte a Londra. Probabilmente l'autore si perde nel descrivere alcune cose che a lui piacciono in particolare e che, anche se ininfluenti nella trama, desiderava trasmettere (Londra, il Messico, gli orologi, i vestiti...).

Mentre si dilata in particolari inutili, perde di vista elementi più importanti. Certi passaggi logici mancano: i personaggi di Jonathan e Mark saltano a conclusioni affrettate, con collegamenti che perdono anelli nella catena logica (un elemento lasciato in casa fa pensare al killer, ma in base a cosa escludere il caso o una figura amica? un comportamento conduce a una certa diagnosi psicologica, ma quale personaggio sarebbe in grado di farlo quando anche gli addetti ai lavori ci impiegano del tempo a inquadrare una certa situazione?).

L'autore mi ha spiegato che un romanzo snello era voluto, ma il risultato non è quello ottenuto. Sinceramente penso che sia stato mal consigliato dall'editor, che avrebbe dovuto spingere per approfondire gli aspetti psicologici e il dipanarsi dei passaggi logici che conducono la storia verso quel finale, tagliando una quantità enorme di elementi e periodi totalmente inutili, che annoiano e fanno perdere il ritmo del racconto.

Anche se la storia aveva degli elementi che potevano renderla interessante, con un finale molto carino, anche se non spiegato benissimo (a me è rimasto un dubbio, derivante proprio da quel saltare l'ordine logico delle deduzioni, senza soffermarsi su scoperte fondamentali, glissando proprio dove occorreva porre l'accento) e non originalissimo (cara zia Agatha, le hai già inventate tutte tu le trame) aver perso di vista cosa era importante raccontare e cosa era assolutamente necessario tagliare ha reso il racconto sproporzionato nelle sue parti. 

La parte iniziale è inutilmente lunga. Aveva una sua funzione specifica, ma è scritta così male che annoia e non mi trasmette il sentimento che doveva agganciarmi: quel paradiso raccontato è distante e, appunto, descritto a parole. Non mi affeziono ai personaggi (che sono piatti, quando non contraddittori: Jonathan non ha paura di fare quel che c'è da fare, ma prende "pastiglie per l'ansia"). Nel caso specifico alcuni elementi hanno senso, ma una maggiore esperienza e conoscenza non solo del thriller, ma anche di altra parte della letteratura, avrebbe potuto consigliare all'autore una diversa persona per raccontare almeno un personaggio, se non probabilmente tutti, visti gli scopi a cui voleva arrivare. Barbagallo non sfrutta la tecnica dello show, don't tell: mi descrive azioni, pensieri, sentimenti, ma il personaggio non li vive e non mi fa mai capire l'entità di una perdita o di una preoccupazione.

La parte centrale è disordinata, i personaggi vagano, alcune domande dovrebbero essere poste subito, ma, siccome devi aspettare la fine per quelle conclusioni, chi deve farle tergiversa. Il finale è quasi una corsa e la risoluzione del mistero è uno spiegone (non un duello verbale, non un crescendo di tensione, no: i pezzetti vengono dati in ordine).

Forse non è stata pianificata una struttura prima e va bene, non sempre gli autori lo fanno, ma questo ritmo è sincopato, parte troppo piano e accelera troppo in seguito. Inoltre c'è un'intera parte che si alterna alla narrazione principale che è inutile e noiosa, la parte "romance". Potrebbe avere la sua utilità, ma ribadisco che finisce per sbilanciare tutto il narrato in quella direzione e, onestamente, mi annoia. Gli elementi per la costruzione del finale sono concentrati nell'ultimo terzo, che sembra totalmente diverso dalla precedente parte: forse qualche briciola di pane per i viandanti andava seminata prima.

C'è un altro aneddoto del passato di un personaggio che è riportato e che sembra puntare in una certa direzione, ma mi sarebbe piaciuto che si collegasse meglio al finale, che io potessi riconoscere qualche elemento che al termine della lettura mi avesse potuto far dire "Ah, vedi! L'aveva costruito apposta!". Invece l'episodio passa nel dimenticatoio, salvo per domandarsi se quello che fa il personaggio è davvero condiviso oppure no.

Un'altra cosa che è palese dalla lettura è che non è stata condotta una ricerca, anche minima, su diversi aspetti: da quelle pastiglie ottocentesche al fatto che i risultati (scientifici, informatici, di qualsivoglia natura) di un'indagine possano essere disponibili in 24 ore, così come l'abitazione dove è avvenuto un crimine possa essere restituita al proprietario in ancor meno tempo. Manca una verosimiglianza negli eventi: il funzionario di polizia che ti dà la benedizione mentre gli racconti che stai prendendo una decisione pericolosa e sospetta, il seguire una pista dando per scontate certe informazioni o inferendo conclusioni in modo casuale, le risposte trovate ben confezionate in un colpo solo senza dover ricomporre un puzzle (che cosa comoda successa casualmente in questa trama direbbe il buon Caleel), perché sei arrivato in fondo, devi chiudere rapidamente (troppo rapidamente) e finisce che hai sbilanciato tutta la struttura nella parte iniziale e ti occorre un deus ex machina per venirne fuori.

In conclusione, penso che questo giovane scrittore dovrebbe allenarsi molto di più per la prossima uscita editoriale, prendendo con umiltà anche qualche lezione di scrittura e affidandosi a un editor più onesto o più capace. Questa storia si sarebbe potuta salvare (non intendo che potesse diventare un capolavoro, ma almeno diventare un racconto godibile sì), ma con un pesante lavoro di taglio e correzione dietro. Invece ho passato il tempo della lettura a sbuffare e a digitare note di pura esasperazione sul Kindle (92 note per la precisione). E dopo il secondo racconto scritto da principianti convinti di avere il diritto di arricchire il numero di pubblicazioni annue perché sì, credo che rifiuterò altre collaborazioni con questa realtà editoriale (anche se Morte in grigio chiaro era carino davvero, ma - come ho detto all'autrice - non sembrava il suo primo romanzo) e forse in genere.

domenica 17 maggio 2026

Racconti di fantasmi scritti con l'IA? No, grazie

 Quando mi è stato inviato da Italian Ghost Story il volume I fantasmi di Venezia, per il quale li ringrazio moltissimo, non mi aspettavo che si trattasse di racconti. Seguendo la loro pagina pensavo sarebbero state leggende di misteri Veneziani, riportate come fa Lidia nei video della pagina. Il libro contiene 17 brevissimi racconti che si ispirano a leggende, riportate dai curatori in fondo al volume, col lodevole intento di tramandarle, non lasciare che siano dimenticate.

Seguo la pagina da tempo perché sono sempre stata affascinata dalle leggende, dal folklore, dalle storie di fantasmi e, in generale, da tutte le narrazioni che mettono i brividi. Inoltre è stato il primo libro che mi è stato proposto come omaggio anche cartaceo, cosa che mi ha sicuramente lusingata.

Però, però, però, però...


I primi 11 racconti hanno una struttura molto simile: un personaggio brama qualcosa di più, di solito talmente estraneo alle leggi e alle morali degli uomini da essere proibito e da richiedere un prezzo molto alto per averlo desiderato o ottenuto. E queste ambizioni (che siano dominare un'entità o un fenomeno soprannaturale, riavere indietro un amato, accedere a un luogo maledetto o raggiungere un oggetto potente per i propri scopi), comportamenti reprobi per le creature protagoniste del racconto, saranno tutte punite.

Gli ultimi racconti hanno un tono più dolce, più intimo e le creature aiutano più che punire i personaggi. Tra questi Rondò: taglio teatrale, flusso e storie diverse dalle altre. Alcuni, come il racconto su Casanova e sul Golem sono più dinamici e avventurosi. Il penultimo racconto ha una narratrice molto originale.

La scrittura è volutamente solenne. Alcuni pattern e modi di scrivere ritornano con frequenza: personaggi che perdono conoscenza; frasi aforistiche; finali con un avvertimento; la struttura della frase "non questo, ma questo", in un intento di costruzione del mistero, dell'onirico.

Se devo essere proprio onesta, molte frasi sembrano scritte in modo serialmente simile - non tutte, non in tutti i racconti. In alcuni momenti alcune frasi hanno una ricercatezza che sembra più spontanea, ma il sospetto che ci sia stato un aiuto artificiale per scrivere (a questo punto la cosa diventa un indizio) dieci titoli in sei anni. La cosa potrebbe essere ovvia (dal fatto che manca il nome di un autore unico, anche se sono citate le persone fanno parte del progetto) e non necessariamente un male, se lo scopo è far conoscere le antiche leggende di un luogo o il progetto del brand, che fa anche Ghost Tour.

Tuttavia, dal punto di vista letterario è un danno e non c'è qualità (anche se c'è in giro di peggio, non solo scritto dagli androidi), pertanto avrei nettamente preferito che le leggende fossero narrate come fatto mitico, storico, aneddotico.

Giudizio: ⭐