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mercoledì 9 settembre 2026

L'ottimo esordio del misterioso Arwin J. Seamn - chi ha scritto Omicidio fuori stagione?

 Una delle letture che ho preferito quest'anno, sicuramente nel genere Mistery, ma non solo, è Omicidio fuori stagione di Arwin J. Seaman (pseudonimo di un noto giallista italiano che sta giocando con noi lettori nel fingersi un autore di thriller nordici).


Il primo capitolo di questa serie di sei episodi ambientata in una sperduta isoletta chiamata Liten (fra Svezia e Danimarca) è raccontato dal punto di vista dell'ufficiale della Scientifica Henning Olsen, uomo meticoloso, capace, un po' arrogante e rancoroso nei confronti della sua ex, la poliziotta Annelie Lindahl, che lascia carriera e fidanzato per Liten (o per qualcos'altro). L'occasione per fare i conti con quanto rimasto in sospeso fra i due è uno sconcertante rinvenimento nel bel mezzo del lago di questa isola turistica. Una giovane, un atto terribile, da cui parte un'indagine ingovernabile dai poliziotti dell'isola; così Olsen e il fotografo Kaj Bak ne restano coinvolti e non solo loro: la figlia del capo della polizia locale, Malin, adolescente irrequieta, sarà un punto nodale di una vicenda dall'epilogo a sorpresa.

Perché mi è piaciuto così tanto?

Il romanzo è davvero scorrevole da leggere: ha una buona prosa, un efficace uso della suspense, la vicenda è avvincente e per tutto il periodo di lettura non vedevo l'ora di rimettermi a leggere a ogni momento libero (e questo non sempre mi succede, non più - i romanzi che mi fanno questo effetto ricevono un immediato bonus).

Nella costruzione della suspense ha me ha fatto tantissimo pensare a Carlo Lucarelli, soprattutto il Lucarelli narratore, prima che il giallista (che spesso pone accento su ambientazione o personaggi, anziché sull'aspetto thriller, e dicendo questo penso alle serie di De Luca e Coliandro e meno a quella di Grazia Nigro).

Ho trovato molto buono anche il lavoro sui personaggi: non sono buoni o cattivi nella semplificazione che spesso si fa nel giallo - italiano in particolar modo -; sono grigi, sono imperfetti (ci ho rivisto qualcosa di Coliandro). Il protagonista o Malin hanno alcuni lati detestabili, Kaj nasconde sorprese (ed è diventato il mio personaggio preferito), Annalie è indecifrabile; anche i personaggi minori hanno una caratterizzazione precisa e non scontata. Le motivazioni stesse dei personaggi non sono sempre limpide e lineari.

L'ambientazione stessa è un personaggio: ha un'anima a cui alcuni personaggi danno la colpa di tutto e che alcuni invece giustificano. Liten è quasi una camera chiusa (giallisticamente parlando), è una mini Cabot Cove per qualche verso, contemporaneamente inquietante per i pericoli che si corrono e confortevole perché diviene familiare al lettore (ospita i protagonisti, anche gli sconosciuti diventano visi ricorrenti).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 20 maggio 2026

Un finale che meritava una scrittura migliore: La verità che brucia

 Quando hai una pagina piccola sul Bookstagram, le prime volte che ti offrono di recensire dei libri in uscita ne resti lusingata. Dopo alcuni tentativi, tra alti e bassi, scopri che invece questo ti mette in una posizione scomoda. 

Ho appena finito di leggere un libro che ho trovato scritto davvero male: voglio essere sincera nell'espressione del mio parere, ma al contempo non voglio demolire le aspettative e l'entusiasmo di un giovane che potrebbe ancora crescere in questa arte (e glielo auguro di cuore, anche perché si è posto in modo molto carino, anche se forse non molto umile). 


La verità che brucia
 (266 pagine) è il secondo romanzo scritto da Kevin Barbagallo ed è presentato dall'autore e da Incipit23 come un thriller psicologico, genere preferito dallo scrittore. Questa passione è evidente nell'omaggio che vuole offrire al genere e nel parlare con lui. Il romanzo uscirà sabato 23 maggio.

Il protagonista è un giornalista della BBC che ha una carriera lanciata, una famiglia da Mulino Bianco e una vita da copertina, da jet set. O forse no? Questa perfezione si incrina quando Jonathan non è più l'annunciatore dei casi di cronaca, ma ci entra dentro, così invischiato da intraprendere un viaggio...ma è il protagonista o il lettore che si avventura alla ricerca di una verità difficile da accettare?

Ho chiesto all'autore a chi si ispirasse, se avesse scritto anche racconti, come si era trovato con l'editor e mi sono accorta di alcuni elementi evidenti. Questo scrittore non scrive racconti, ma ha pubblicato due libri: si tratta dunque del classico caso in cui chi non lo ha mai fatto prima si improvvisa scrittore (e dico improvvisa perché dalla sua prosa è evidente che non ha fatto corsi, altrimenti gli avrebbero dato quelle due dritte per non commettere errori ingenui).

I problemi principali sono due:

  1. la scrittura.
  2. la costruzione di un racconto verosimile.
La scrittura è immatura, alle prime armi: i dialoghi sono composti per almeno un quinto da convenevoli, sono eccessivamente colloquiali, ricchi di espressioni che si usano più nel parlato che nello scritto; le descrizioni comprendono lunghe scene in cui si descrivono movimenti o gesti banali (la consegna di un bicchier d'acqua in un interrogatorio) o arricchite da particolari ininfluenti (la fantasia degli abiti, il tipo di cibo acquistato). Inoltre i gusti e le espressioni dei personaggi non sembrano per niente britanniche, anche se il romanzo si ambienta in parte a Londra. Probabilmente l'autore si perde nel descrivere alcune cose che a lui piacciono in particolare e che, anche se ininfluenti nella trama, desiderava trasmettere (Londra, il Messico, gli orologi, i vestiti...).

Mentre si dilata in particolari inutili, perde di vista elementi più importanti. Certi passaggi logici mancano: i personaggi di Jonathan e Mark saltano a conclusioni affrettate, con collegamenti che perdono anelli nella catena logica (un elemento lasciato in casa fa pensare al killer, ma in base a cosa escludere il caso o una figura amica? un comportamento conduce a una certa diagnosi psicologica, ma quale personaggio sarebbe in grado di farlo quando anche gli addetti ai lavori ci impiegano del tempo a inquadrare una certa situazione?).

L'autore mi ha spiegato che un romanzo snello era voluto, ma il risultato non è quello ottenuto. Sinceramente penso che sia stato mal consigliato dall'editor, che avrebbe dovuto spingere per approfondire gli aspetti psicologici e il dipanarsi dei passaggi logici che conducono la storia verso quel finale, tagliando una quantità enorme di elementi e periodi totalmente inutili, che annoiano e fanno perdere il ritmo del racconto.

Anche se la storia aveva degli elementi che potevano renderla interessante, con un finale molto carino, anche se non spiegato benissimo (a me è rimasto un dubbio, derivante proprio da quel saltare l'ordine logico delle deduzioni, senza soffermarsi su scoperte fondamentali, glissando proprio dove occorreva porre l'accento) e non originalissimo (cara zia Agatha, le hai già inventate tutte tu le trame) aver perso di vista cosa era importante raccontare e cosa era assolutamente necessario tagliare ha reso il racconto sproporzionato nelle sue parti. 

La parte iniziale è inutilmente lunga. Aveva una sua funzione specifica, ma è scritta così male che annoia e non mi trasmette il sentimento che doveva agganciarmi: quel paradiso raccontato è distante e, appunto, descritto a parole. Non mi affeziono ai personaggi (che sono piatti, quando non contraddittori: Jonathan non ha paura di fare quel che c'è da fare, ma prende "pastiglie per l'ansia"). Nel caso specifico alcuni elementi hanno senso, ma una maggiore esperienza e conoscenza non solo del thriller, ma anche di altra parte della letteratura, avrebbe potuto consigliare all'autore una diversa persona per raccontare almeno un personaggio, se non probabilmente tutti, visti gli scopi a cui voleva arrivare. Barbagallo non sfrutta la tecnica dello show, don't tell: mi descrive azioni, pensieri, sentimenti, ma il personaggio non li vive e non mi fa mai capire l'entità di una perdita o di una preoccupazione.

La parte centrale è disordinata, i personaggi vagano, alcune domande dovrebbero essere poste subito, ma, siccome devi aspettare la fine per quelle conclusioni, chi deve farle tergiversa. Il finale è quasi una corsa e la risoluzione del mistero è uno spiegone (non un duello verbale, non un crescendo di tensione, no: i pezzetti vengono dati in ordine).

Forse non è stata pianificata una struttura prima e va bene, non sempre gli autori lo fanno, ma questo ritmo è sincopato, parte troppo piano e accelera troppo in seguito. Inoltre c'è un'intera parte che si alterna alla narrazione principale che è inutile e noiosa, la parte "romance". Potrebbe avere la sua utilità, ma ribadisco che finisce per sbilanciare tutto il narrato in quella direzione e, onestamente, mi annoia. Gli elementi per la costruzione del finale sono concentrati nell'ultimo terzo, che sembra totalmente diverso dalla precedente parte: forse qualche briciola di pane per i viandanti andava seminata prima.

C'è un altro aneddoto del passato di un personaggio che è riportato e che sembra puntare in una certa direzione, ma mi sarebbe piaciuto che si collegasse meglio al finale, che io potessi riconoscere qualche elemento che al termine della lettura mi avesse potuto far dire "Ah, vedi! L'aveva costruito apposta!". Invece l'episodio passa nel dimenticatoio, salvo per domandarsi se quello che fa il personaggio è davvero condiviso oppure no.

Un'altra cosa che è palese dalla lettura è che non è stata condotta una ricerca, anche minima, su diversi aspetti: da quelle pastiglie ottocentesche al fatto che i risultati (scientifici, informatici, di qualsivoglia natura) di un'indagine possano essere disponibili in 24 ore, così come l'abitazione dove è avvenuto un crimine possa essere restituita al proprietario in ancor meno tempo. Manca una verosimiglianza negli eventi: il funzionario di polizia che ti dà la benedizione mentre gli racconti che stai prendendo una decisione pericolosa e sospetta, il seguire una pista dando per scontate certe informazioni o inferendo conclusioni in modo casuale, le risposte trovate ben confezionate in un colpo solo senza dover ricomporre un puzzle (che cosa comoda successa casualmente in questa trama direbbe il buon Caleel), perché sei arrivato in fondo, devi chiudere rapidamente (troppo rapidamente) e finisce che hai sbilanciato tutta la struttura nella parte iniziale e ti occorre un deus ex machina per venirne fuori.

In conclusione, penso che questo giovane scrittore dovrebbe allenarsi molto di più per la prossima uscita editoriale, prendendo con umiltà anche qualche lezione di scrittura e affidandosi a un editor più onesto o più capace. Questa storia si sarebbe potuta salvare (non intendo che potesse diventare un capolavoro, ma almeno diventare un racconto godibile sì), ma con un pesante lavoro di taglio e correzione dietro. Invece ho passato il tempo della lettura a sbuffare e a digitare note di pura esasperazione sul Kindle (92 note per la precisione). E dopo il secondo racconto scritto da principianti convinti di avere il diritto di arricchire il numero di pubblicazioni annue perché sì, credo che rifiuterò altre collaborazioni con questa realtà editoriale (anche se Morte in grigio chiaro era carino davvero, ma - come ho detto all'autrice - non sembrava il suo primo romanzo) e forse in genere.

lunedì 2 settembre 2024

Primo capitolo della trilogia di Holly Jackson: Come uccidono le brave ragazze

 Il thriller young-adult e britannico Come uccidono le brave ragazze di Holly Jackson (Rizzoli, 464 pagine) è stata una fresca sorpresa.


La formula del romanzo è accattivante fin dalle prime pagine, a partire dalla veste grafica. L'idea non è delle più originali (una civile, una studentessa per la precisione, che indaga su un cold case), ma la messa in pratica è molto stuzzicante: Pippa è una liceale (o comunque gli inglesi chiamino le ragazze di 17 anni che stanno per superare gli studi prima dell'università) ha deciso di fare la sua "tesina" su un caso di omicidio (sparizione?)-suicidio risalente a cinque anni prima, quando la problematica ma bellissima Andie Bell scompare nel nulla e pochi giorni dopo il suo fidanzato Sal Singh è trovato morto nel bosco, non prima di aver inviato per sms una confessione dell'omicidio di Andie, il cui corpo non sarà mai trovato.

Nel presente, tuttavia, Pip non crede alla colpevolezza di un ragazzo meraviglioso come Sal e decide di offrire il suo aiuto al fratello di lui, Ravi, per scoprire come andarono veramente le cose allora. Come nel più classico dei thriller, Pip si trova invischiata nelle indagini, in situazioni di pericolo e in una rete di sospetti che coinvolge anche persone molto vicine a lei.

Devo dire che non mi aspettavo il modo in cui è finito il romanzo (io mi ero fatta traviare fin dall'inizio da un elemento che non si rivelerà minimamente importante e non ho cambiato idea quasi fino alla fine). 

Il personaggio di Pippa è abbastanza simpatico: una tipa impacciata che parla tantissimo, ma anche molto determinata. Ha una chiara visione della giustizia e un interesse per la criminologia (ambito verso cui tende anche per il lavoro che vorrebbe svolgere nella vita); forse è un po' troppo paladina senza macchia, ma rispecchia pienamente i modelli che vorremmo e che vogliono le generazioni più giovani, dunque (visto anche il target) ci va benissimo così. La sua spalla è il fratello più grande dell'accusato dell'omicidio della "ragazza perfetta": si porta dietro ferite profonde, problematiche "ambientali", ma sappiamo anche perfettamente dove andrà a parare il rapporto fra i due personaggi. Non è questo uno dei motivi per cui leggiamo questa narrativa?

A tratti mi ha ricordato Uno di noi sta mentendo, almeno per l'età dei protagonisti, l'intreccio del romance con il thriller e per il fatto che sono dei ragazzini a trasformarsi in detective in erba. La struttura del racconto e il tipo di crimine, invece, sono completamente diversi.

Altri personaggi, alcuni dei quali sospettati, ruotano poi intorno a Pip e sono caratterizzati in modo abbastanza leggero e abbozzato, ancora più della protagonista e di Ravi. Tra questi personaggi la sua famiglia super-inclusiva, tra cui un componente che ci farà soffrire abbastanza tra le pagine.

Il libro ha una buona narrativa, molto scorrevole, complici anche i capitoli brevissimi: non puoi non continuarne a chiedere "ancora uno" durante la lettura.Le pagine non sono pochissime, ma volano via e lette sotto l'ombrellone sono il massimo per una lettura d'intrattenimento leggera, ma coinvolgente e godibile.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

giovedì 23 novembre 2023

Il primo libro di Stefano Tura e il suo sequel a distanza di vent'anni

 Da qualche anno seguo le edizioni di Cesenatico Noir, festival della località romagnola che ospita gli interventi di autori che presentano i loro libri gialli, thriller e noir e molto altro. Il direttore artistico e presentatore del festival è il giornalista bolognese Stefano Tura, che è stato per anni corrispondente dall'estero di testate giornalistiche importanti e della Rai.

Nel corso del festival è possibile acquistare e farsi autografare i libri degli autori e molte librerie di Cesenatico partecipano comunque alla manifestazione mettendo a disposizione copie già firmate: è con una di queste copie che ho conosciuto la scrittura di Stefano Tura.

Ho scelto il suo romanzo d'esordio, Il killer delle ballerine, scritto ben 22 anni fa, nell'edizione che conteneva anche il breve sequel scritto nel 2020, L'ultimo ballo. Trovavo interessante poter osservare l'evolversi della scrittura di uno scrittore a circa 20 anni di distanza.


Sono rimasta dunque molto delusa da quanto ho trovato leggendo: lo stesso Tura, al termine del primo romanzo, ammette che non ha modificato nulla nella riedizione del testo, anche se avrebbe potuto migliorarlo.

Nella riviera romagnola all'apice del suo lustro, tra cubiste bellissime di discoteche scintillanti, si aggira qualcuno che toglie la vita ad alcune di loro. Si tratta di omicidi terribili, crudi, raccontati con dovizia di particolari (pure troppo per i miei gusti). Il giornalista Luca Rambaldi si aggira anch'egli sulle scene dei delitti e ottiene il permesso di intervistare l'uomo che era già stato arrestato per quegli omicidi, che però non si sono mai fermati.

Cosa non funziona in questo thriller? 

Non mi piace la scrittura, soprattutto i dialoghi, che sembrano sempre un po' finti e banali.

Questo è il principale problema, ma la struttura non è migliore: il protagonista "fa cose", il killer gli fa minacce che palesemente non attuerà mai perché l'autore l'ha rivestito di una plot harmor spessissima. Più volte ha l'occasione di acciuffarlo, ma Luca gli scappa in modo quasi imbarazzante. Inoltre il killer compie un rapimento che non ha alcun senso e che non gli porta alcun giovamento. Mi è piaciuto così poco che quando ho letto L'ultimo ballo, a distanza di due mesi, nemmeno ricordavo il finale.

Il sequel è molto breve e, dunque, c'è poco margine per giudicare, ma lo stile non sembra cambiato drasticamente e la storia lascia abbastanza a desiderare (l'assurdità del movente è imbarazzante).

Nel sequel si ripetono le stesse dinamiche, compreso il finale, che prevede il colpevole sproloquiare e raccontare la storia della sua vita e le sue ragioni per il tempo necessario a far arrivare la cavalleria. Già. Spoiler: le dinamiche sono precisamente identiche nei due finali e i personaggi non si salvano da soli nessuna delle due volte. 

I personaggi sono gli stessi del primo libro, ma è davvero deprimente vedere quale storia Tura ha scelto per i vent'anni che hanno trascorso fuori dalle pagine. Sono storie triste e per due di loro quasi uguali. Il personaggio di Luca, che era stato l'incredibile eroe del primo libro ha un destino non solo avvilente, ma anche tirato via: non ha lo spazio necessario per chiudere il suo ciclo parlando con gli altri personaggi. Peggio ancora Carmen, che ha un numero di parole pronunciate pari a quelle di una comparsa e non viene spesa nemmeno una parola per la sua situazione alla fine del libro.

I delitti sono solo due, con vittime molto diverse l'una dall'altra, così che non si capisce perché dovrebbero collegarli insieme e perché dovrebbero ricordare ai protagonisti immediatamente i crimini di 20 anni prima. Il passato in cui è ambientato il primo romanzo è rievocato in tono nostalgico.

Un'altra cosa che non mi ha soddisfatta è che in entrambe le storie le forze dell'ordine sono sempre rappresentate in modo negativo, senza appello: è tutto troppo generalizzato, con i cattivi che appaiono cattivissimi e i buoni troppo maltrattati.

Se devo trovare un solo aspetto positivo, soprattutto nel sequel, è l'accento positivo LGBTQ+, anche se buttato un po' lì, come ogni cosa di questo racconto.

Giudizio: banali, scritti male, struttura e moventi poco curati, crudi ⭐

domenica 6 agosto 2023

Prova di thriller per Valerio Massimo Manfredi: Palladion

 È uno strano mix quello che mette in atto Valerio Massimo Manfredi in Palladion.


Inizia come romanzo storico, raccontando gli eventi del 179 a.c., quando un grande pericolo stava minacciando Roma. Prosegue poi nel 1071 all'interno di un monastero bizantino nel Lazio, all'interno del quale un copista scopre un segreto che riguardava quell'antica vicenda romana.

Tracciate queste basi, Manfredi ambienta la storia a degli imprecisati (per poter inventare dei capi di governo a suo gusto) "giorni nostri". L'autore introduce dunque una grande quantità di personaggi, alcuni dei quali non rivedremo mai, alcuni che invece ricompariranno per piccole o medie parti, e imposta l'intera vicenda come un thriller.

Il fulcro è questo: alcune statue raffiguranti Atena vengono rinvenute a Lavinium e nello stesso periodo vengono anche ritrovati un monumento funebre e delle statue di due guerrieri. Tutte queste scoperte sono collegate tra loro e alla storia raccontata all'inizio del romanzo. Tra i simulacri di Atena, uno non è forse il leggendario Palladio in grado di proteggere qualunque città che lo possieda?

All'inizio della mia lettura ho storto un po' il naso: lo stile narrativo non mi piaceva, sebbene Manfredi disponga di un lessico molto ampio e descriva con grande precisione e accuratezza luoghi e personaggi, vergando anche alcune frasi di poetica bellezza.

Proseguendo, però, l'intreccio mi ha abbastanza presa ed è congegnato veramente molto bene. Tutto alla fine si incastra e bene, anche se il movente dei "cattivi" è un po' fantasioso e tratteggiato un po' rapidamente. A essere del tutto onesta qualche domanda rimane in sospeso e non sono riuscita a togliermi tutti i dubbi.

Quel che mi ha stonato di più, in ogni caso, sono state le scoperte archeologiche: tutti e tre i ritrovamenti collegati alla stessa vicenda sono avvenuti a brevissima (o addirittura nulla) distanza tra loro, il che è a dir poco incredibile. Manfredi avrebbe potuto semplicemente effettuare dei salti temporali maggiori di quelli già comunque presenti, rendendo il tutto più credibile.

Concludendo, ho apprezzato la storia thriller e alcuni personaggi, malgrado alcune cosette tirate per i capelli e lasciate anche senza spiegazione. Per me lascia un po' a desiderare anche lo stile, soggetto ad alti e bassi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

mercoledì 12 luglio 2023

Secondo capitolo della saga Uno di noi...è il prossimo!

Si torna sul luogo del delitto! Nella cittadina in cui oltre un anno prima è morto Simon Kellher i protagonisti del precedente thriller si sono diplomati, ma ogni tanto riappaiono nella trama, poiché legati ai nuovi personaggi di questo romanzo, ancora young adult e ancora legato a una applicazione che spopola nel liceo. Qualcuno che cova vecchi rancori rimette in piedi il progetto di Simon: svelare scomode verità, a meno che nel gioco non si preferisca rischiare un obbligo. Ci scappa il morto anche stavolta? Eh, certo! Sennò Karen McManus cosa si è scomodata a fare?


I nuovi protagonisti sono tre ragazzi, di cui conosciamo già almeno Maeve, in quanto sorella di Bronwyn. Gli altri sono Knox e Phoebe, che conoscono la prima per ragioni diverse. Frequentano il penultimo anno di liceo, cercano di capire il loro posto nel mondo, si scontrano coi genitori o i familiari e con i loro problemi, come tutti i ragazzi di quell'età, finché si trovano invischiati di nuovo nel torbido gioco di uno sconosciuto, su cui naturalmente si butteranno ad indagare.

La prima quarantina di pagine di questo secondo thriller è stata abbastanza noiosa. Era importante introdurre i nuovi personaggi e le loro relazioni, anche con i vecchi personaggi (il fan service abbonda, va detto), ma l'autrice l'ha tirata per le lunghe, il che si è fatto sentire. In generale anche la trama non è brillante come quella del primo capitolo. Questo si giovava di due fattori vincenti: il delitto a porte chiuse e il fatto che non sapessimo quanto nascondevano i quattro presenti. Ognuno di loro poteva aver ucciso Simon. 
Questo episodio presenta un minor numero di segreti nascosti e si configura maggiormente come romance e come giallo, piuttosto che come thriller. Il livello di tensione non raggiunge mai picchi e, quindi, si è anche meno trascinati nella lettura. Il finale devo dire che mi ha anche abbastanza sconvolto per il livello di durezza.
Molta attenzione è stata dedicata alla ricerca di cosa i ragazzi desiderano fare nella vita, al fatto che spesso a quell'età (quando devono scegliere il proprio futuro) sono confusi, intimoriti anche, vorrebbero prendere delle strade che i genitori non hanno mai nemmeno valutati; si sentono estranei al modo di pensare di questi adulti, che si sforzano di incasellarli in idee precise, ma troppo limitate per loro. Questa riflessione tra le righe mi è piaciuta, anche se non serviva all'andamento della storia mistery.

In ogni caso, superato lo scoglio iniziale, è stata una lettura piacevole, sicuramente leggera e adattissima all'estate, magari sotto l'ombrellone.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 1 dicembre 2022

Primo capitolo della saga Uno di noi...sta mentendo!

 Un thriller con protagonisti e per un pubblico di adolescenti/giovani adulti: cinque ragazzi in punizione in un'aula di scuola, ma uno di loro non ne uscirà vivo. Lo spunto da cui tutto parte è semplicissimo e intrigante da impazzire: il classico delitto a porte chiuse dove l'assassino poteva essere solo una delle persone presenti al momento della morte.

La copertina si è stinta in una settimana 😢

Questi cinque ragazzi si conoscono tra di sé, almeno di vista, non è difficile in una scuola. Ma soprattutto chi muore aveva materiale scottante sulle altre quattro persone nell'aula in cui Simon si sente male. Materiale così scottante da far saltare il segreto di ognuno di quei quattro studenti, un segreto che mette in discussione la loro stessa immagine: cos'hanno da nascondere la studentessa modello Browyn, il campione di football Cooper, la reginetta del ballo Addy o il ribelle Nate? 

Questi adolescenti, infatti, al resto dei compagni di scuola appaiono come stereotipi, hanno un loro ruolo preciso: la ragazza che andrà a Yale, il futuro campione sportivo che prenderà così una borsa per il college, la bellissima col ragazzo, pure lui, giocatore di baseball e l'emarginato che si mette nei guai. Un po' ci tengono a questo posto che si sono ricavati nel mondo e un po' gli è scomodo. Fa molto piacere vedere che avranno un'evoluzione nel corso della vicenda. Ma chi di loro ha ucciso Simon? Di chi ti puoi fidare per scoprirlo?

A un certo punto il lettore ci arriva, la soluzione diventa ovvia, perlomeno in una sua parte: chi è stato. Ma non importa, questo non toglie il piacere di una lettura leggera, avvincente, che vorresti divorare per arrivare alla fine. I personaggi piacciono, fanno affezionare, si finisce a tifare per loro e per le loro love stories. A me è piaciuta particolarmente Addy. E non vedo l'ora di leggere il seguito!

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 7 novembre 2022

La scomparsa di Stephanie Mailer: un buon thriller

 L'abbiamo scoperto solo adesso: nel 1994 ci era sfuggito.


Questa frase potrebbe riassumere la trama, l'andamento dell'indagine e anche il senso dell'intera opera. È il leitmotiv del romanzo: tutto ruota intorno a quanto sono stati brocchi i due poliziotti statali che indagavano sul caso di un quadruplice omicidio avvenuto nella cittadina di Orphea nel 1994 e che, per vent'anni, tutti hanno creduto risolto. Così brocchi che la giornalista Stephanie Mailer, vent'anni dopo, sta indagando su quel vecchio caso e va a dirlo a uno di quegli agenti, Jesse Rosemberg: non avevate capito niente e avevate la verità di fronte agli occhi ma non ve ne siete accorti. Solo che la giornalista scompare subito dopo e Rosemberg, messo sulla nuova pista dalla Mailer, riprende a indagare col vecchio compagno Derek Scott e la vicecomandante della locale polizia di Orphea, Anna Kanner.

Così brocchi, aggiungerei, che non appena ci descrivono il quadruplice omicidio, la prima cosa che mi è venuto da pensare è stato "ma perché hanno stabilito di colpo che...senza mai dubitarne", così che il plot-twist che arriva a pochi capitoli alla fine del libro in realtà non è un colpo di scena, ma un'ovvietà, come infatti la Mailer aveva rivelato a Rosemberg. La soluzione del caso invece è tutt'altro che ovvia e scontata, anzi, ed è arrivata così velocemente e senza che fosse stata preparata nel corso del romanzo, che io sono ancora insoddisfatta (come mi era capitato con La verità sul caso Henry Quebert, anche se lì ci arrivava con più calma e costruzione). Dicker mi ha deluso entrambe le volte su queste risoluzioni: fondamentalmente quattro quinti del malloppo, sempre sostanzioso, raccontano eventi vari, molto ben scritti e interessanti, ma poi solo nell'ultimo quinto (pure meno) ci sono gli elementi dirimenti dell'indagine.

In generale il libro mi è piaciuto molto: l'intreccio è fitto di personaggi molto interessanti, ben descritti e le cui storie sono ingegnose e quasi sempre avvincenti, anche quando ti domandi come mai Dicker te li stia presentando. I poliziotti però, quelli del caso originario, non sono presentati benissimo e fanno la figura degli imbranati: costantemente si pongono le domande sbagliate e vanno alla ricerca di fatti che confermino il primo sospetto o la prima teoria che gli balena in testa, anziché ricercare metodicamente i fatti e interrogare minuziosamente tutti i testimoni possibili (e infatti scoprono solo nel 2014 un sacco di cose che si erano persi vent'anni prima).

La ricchezza di personaggi e avvenimenti è tipica di Dicker, che è maestro nell'arte dell'intrattenimento, anche se presenta sempre un po' sempre i soliti difetti, tra cui riempire le pagine semplicemente per farlo, visto che ai fini della trama fino alla fine c'è poco e molto di quanto accade prima è un diversivo. Mi convinco sempre più che sia un mestierante che fa vendere (e fa leggere) più che un grande autore, ma se quel che si cerca è un libro che tenga piacevolmente impegnati, sicuramente Dicker sa farlo. Scrive tanto, quindi tiene impegnati per un bel po' e scrive molto bene. La prosa è sempre scorrevole e trascinante, semplice, leggera. A tratti non riesci a staccargli gli occhi di dosso e devi sapere come va a finire. In questo caso i fatti sono fitti e si concatenano in un ritmo incalzante proiettandoci subito nel vivo della vicenda, a differenza di quanto accadeva con Henry Quebert e questo l'ho apprezzato molto, sembra più un thriller. Ci sono più fatti e meno elucubrazioni mentali dei personaggi (molto presenti nell'altro testo, che portavano verso un certo patetismo non proprio gradevole), a cui si presta facilmente la narrazione in prima persona, ma in questo romanzo i punti di vista si alternano continuamente in un mix di prima e terza persona non sempre riuscito. La storia anche mi è piaciuta di più, molto intrigante per quanto riguarda la famigerata Notte Buia che continua a saltar fuori durante l'indagine.

Un altra caratteristica di Dicker, sebbene non sia propriamente un difetto, ma più una sua ossessione è la ricorrenza di certi temi nei vari romanzi (anche se al momento sono solo a quota tre letti e dovrò approfondire con altre letture se si estenderanno anche agli altri testi). Tra questi temi ricorrenti la ricerca di una persona scomparsa, l'attesa di un personaggio della donna fatale senza che mai si rifaccia una vita, il laghetto paradisiaco, la piccola cittadina (Aurora = Orphea) che va nel panico, il bar fulcro di tutto (Athena = Clark's), la ragazza che fugge nel bosco come Cappuccetto Rosso, lasciando un brandello di vestiti attaccato ai rami degli alberi e sicuramente i cold cases, che permettono di alternare vicende del presente e del passato (1975 in La verità sul caso Henry Quebert, 1994 in questo romanzo e 2003 ne L'enigma della camera 622). Questo provoca senza dubbio il più fastidioso dei difetti di questa narrazione: le ripetizioni. Detesto il racconto doppio, se non spesso triplo, per cui un episodio è raccontato prima dal personaggio, poi è narrato al passato e in qualche caso capita che un personaggio lo debba riportare di nuovo ad altri personaggi. 

Cosa mi è piaciuto: ottimo intrattenimento

Cosa non mi è piaciuto: pessimo giallo, ripetizioni odiose

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 3 ottobre 2022

Il più grande successo di Joel Dicker: la verità sul caso Harry Quebert

 A distanza di dieci anni dall'uscita in libreria di questo caso editoriale, in Italia edito da Bompiani, ne ho recuperata una copia usata e ho posto rimedio alla mia lacuna. 

Si tratta di un romanzo di 784 pagine, divorate in circa due settimane, che è un misto tra giallo e thriller, senza, secondo me, essere davvero nessuno dei due: troppa poca suspense per essere proprio un thriller e non ha la vera struttura e il finale del giallo classico (anzi, è una di quelle conclusioni che fanno un po' arrabbiare il lettore di gialli consumato). So di non essere una risolutrice acutissima di gialli, ma mi piacerebbe sapere quanti hanno indovinato questa conclusione, poiché trovo che gli elementi cardine si scoprano solo alla fine (ma magari mi sbaglio io ed erano dipinti in grande, ma non me ne ero accorta).

Il libro verte sul caso Nola Kellergan (di solito il caso porta il nome della vittima, non del suo presunto carnefice), quindicenne scomparsa trentatré anni prima che i suoi resti fossero rinvenuti nel giardino dello scrittore di fama mondiale e maestro di vita del narratore, Harry Quebert, che per l'appunto con la defunta ha avuto una folgorante storia d'amore della durata di un'estate. Il narratore, Marcus Goldman, è a sua volta uno scrittore, che ha avuto un acclamato debutto col primo libro, ma per il secondo subisce un blocco artistico, che lo spinge a rimettersi in contatto col suo insegnante di università, che è accusato, al momento del rinvenimento del cadavere, di aver assassinato Nola. Goldman, convinto dell'innocenza del suo mentore, cerca di scavare con ogni mezzo per arrivare alla verità, tra personaggi a tratti ostili, a tratti amichevoli, che nascondono segreti da oltre trent'anni.

Devo dire che arrivavo con aspettative altissime a questa lettura, visto quanto se ne era parlato (osannandolo) e dopo la mia precedente lettura de L'enigma della camera 622, che mi era piaciuto molto.

La mia onesta impressione, invece, soprattutto all'inizio della lettura (e con inizio intendo la prima metà, anche anche) è che, forse, essendo stato scritto otto anni prima, non poteva esserci la stessa maturità. Non che si leggesse meno bene, anzi, scorre molto velocemente. Ma la mia volontà di andare spedita non era inizialmente dovuta all'intrigo che generava, bensì alla scadenza che mi ero imposta per poi passare alle letture successive.

Due i principali difetti che gli trovo, il primo più grave del secondo.

1) I personaggi al centro della vicenda sono antipatici

Nola e Harry sono poco meno che odiosi e, peggio, la loro relazione dà il voltastomaco da quanto è banalizzata alla massima potenza. Ogni frase fra i due gronda pochezza e insulsaggine. Nola è piagnucolosa e debole, quindi alcune delle azioni che fa stonano poi moltissimo con queste caratteristiche di base. E non è sfaccettata, sono proprio cose opposte incollate assieme. Forse per l'età è anche un po' sciocca e il discorso che fa a un certo punto su cosa vuole nella vita è quanto di più maschilista si possa concepire. Si potrebbe obiettare che è il personaggio e non l'autore, ma nessuna posizione successiva indica un pensiero diverso, anzi la ragazza viene idealizzata come desiderabile modello di perfezione. Harry è indeciso e salta da una decisione a quella opposta con facilità estrema. Goldman è la sua fotocopia. Entrambi un po' arroganti e saccenti. Soprattutto all'inizio il narratore è il personaggio più antipatico sulla pagina. 

Va un pochino meglio coi personaggi secondari, che però in certi momenti sono stereotipati. Personaggio preferito: Robert Quinn.

2) La ripetitività 

Alcuni eventi della narrazione sono ripetuti e rivissuti in più modi: raccontati a Goldman dal diretto interessato, poi la scena è raccontata in terza persona, poi gli eventi sono ri-commentati con altri. In certi momenti brani interi si ritrovano in punti diversi del romanzo. E ci credo che poi si arriva a quasi 800 pagine.

I lati positivi restano la buona scorrevolezza della prosa, ma all'inizio stenta ad appassionare appunto, e il modo con cui è congegnato l'intreccio. Molti fili restano allentati fino in fondo, ma non sono dimenticati, li si vede (molte cose sono prevedibilissime) e Dicker non li dimentica per strada. Aspetta solo la fine per tirarli tutti insieme e far tornare tutto. L'andamento lo raffigurerei davvero come un corsetto: allentato, largo in cima e poi serrato alla fine.

La parte che mi è piaciuta di più è decisamente la terza, quando saltano fuori una serie di colpi di scena che ribaltano tutte le prospettive e mettono molto sapore alla vicenda, cambiando anche completamente ritmo.

Cosa mi è piaciuto: scorrevolezza, intreccio ben congegnato

Cosa non mi è piaciuto: personaggi primari da schiaffi, ripetitivo e quasi lento in certi punti, stenta ad appassionare e resta comunque molto al di sotto delle mie aspettative

Giudizio: ⭐⭐⭐