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domenica 12 novembre 2023

Il volto del male raccontati da Stefano Nazzi

 La narrazione di Nazzi la conosciamo bene per il podcast Indagini e il giornalista lavora nel campo della cronaca nera da anni.

Ho sempre apprezzato il suo modo di raccontare la "Nera", senza sensazionalismi, senza fare pornografia dell'orrore e forse può farlo anche grazie alla serietà del quotidiano per cui lavora, il Post, per il quale ha sempre dimostrato la sua stima.

Quest'anno Stefano Nazzi ha pubblicato anche un libro, Il volto del male, che tratta di famosi casi di cronaca italiana (come quello di Ludwig o ancora quelli delle Bestie di Satana o del Circeo, ma anche quelli di Bilancia e di Chiavenna) e di casi meno famosi (personalmente non conoscevo quello del Mostro di Foligno o, quello che più di tutti mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene, quello della coppia dell'acido).


Alcuni casi mi erano già noti per averli ascoltati dalla voce di Nazzi oppure da altri podcast, come Nero come il sangue di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, e programmi televisivi, sempre di Lucarelli.

In totale sono dieci storie che raccontano gli eventi principali dei fatti e delle indagini e cercano di ravvisare i possibili motivi e i retroscena che hanno spinto i criminali a compiere quei gesti. In effetti è un viaggio nel Male e non solo per le storie tristi dei protagonisti, vittime e carnefici, che lo sono diventati perché nel loro passato eventi traumatici li avevano segnati o solamente si era insediato un seme nefasto. In molti casi miseria o violenze o disturbi mentali fanno parte del vissuto dei colpevoli, ma non è sempre così, come nel caso di Chiavenna.

In molti di questi casi la scelta delle vittime è del tutto casuale, priva di movente, dettata semplicemente da circostanze favorevoli o da fugaci impressioni o impulsi casuali. Addirittura, nel caso degli attacchi con l'acido, una delle vittime non era neppure quella designata dagli aguzzini, bensì uno scambio di persona. Questo aspetto mi ha messo i brividi e fa comprendere come chiunque di noi aveva la stessa probabilità delle vittime di trovarsi sulla strada del mostro.

In presenza o meno di una parvenza di movente, sono strazianti anche le storie delle famiglie o dei sopravvissuti, come quelle di Stefano Savi e Pietro Barbini, di Donatella Colasanti o del signor Tollis, che ha cercato il figlio per sei anni ai concerti metal di tutta Europa.

Dieci storie strazianti, ma necessarie per ricordare le vittime e i loro cari e per non essere disinformati: conoscere e approfondire questi casi significa anche conoscere la nostra società e, a volte, può metterci in guardia davanti ai segnali del pericolo.

Giudizio: stile di scrittura piacevole e scorrevole, storie interessanti e dolorose ⭐⭐⭐⭐

lunedì 4 settembre 2023

L'invincibile estate di Liliana Rivera Garza: il ricordo della sorella

Appena sei mesi dopo aver letto lo straziante Laetitia, ovvero la fine degli uomini, nel gruppo di lettura crime Mari Criminali, col quale sto affrontando questo filone letterario, mi sono (e ci siamo) imbattuta in un libro molto simile, una nuova uscita editoriale del 2023: L'invincibile estate di Liliana.


A Città del Messico, il 16 luglio 1990, Liliana Rivera Garza fu assassinata da un suo ex fidanzato, un uomo possessivo e geloso, che mal tollerava la vita condotta dalla sua ex ragazza nel mondo universitario della metropoli.

Un femminicidio.

Oltre trent'anni dopo, la sorella Cristina smuove i ricordi e gli eventi: chiede che l'inchiesta sia riaperta, rompe l'argine del dolore che ammutolisce lei e i suoi genitori e ricostruisce con infinito amore chi era Liliana, cosa le piaceva, cosa l'animava, come amava vestirsi, quali passioni condivideva e con chi.

Come in Laetitia l'obiettivo è ridare corpo e tridimensionalità alla vittima, farla rivivere attraverso le testimonianze dei suoi amici e parenti e tramite le lettere e i biglietti che scriveva in continuazione.

Le somiglianze tra i due libri sono di intenti, le differenze stanno sostanzialmente in due punti:

  • la voce narrante non è di uno sconosciuto che si approccia dall'esterno al mondo della donna uccisa, bensì quello di una delle persone a questa più stretta, la sorella;
  • l'ordine del racconto è profondamente diverso.
Ivan Jablonka è metodico e piuttosto ordinato: su due binari paralleli corrono due distinte ricostruzioni, da un lato il caso di cronaca, dall'altro la vita di Laetitia.
Cristina Rivera Garza è più caotica: il racconto va dove la conduce il cuore, ma da metà romanzo in poi comincia a seguire un ordine cronologico anche lei, almeno per gli ultimi mesi della vita di Liliana: le uscite con gli amici, le frequentazioni, gli studi di architettura, in cui riversava tanta passione, l'ombra del suo passato che incombeva su di lei senza lasciarle totale libertà di movimento.

Il Messico e il suo machismo. Anche un episodio di Criminal Minds (1x19) si incentra su questo aspetto culturale della nazione: ogni vero uomo deve dimostrarsi tale nel senso più retrogrado del termine e ogni donna deve sottometterglisi.
Malgrado le vedute abbastanza aperte dei genitori, che fanno studiare le figlie all'università negli anni Ottanta, Liliana cresce in un paese abbastanza piccolo e si lega a un ragazzo al liceo. Con alti e bassi prosegue con lui una relazione che non si interrompe del tutto neanche quando la ragazza si trasferisce a Città del Messico per studiare architettura. Il legame, però, si sfibra. Liliana conosce un mondo fatto di libertà e indipendenza, conosce amiche e amici nuovi, ragazzi giovani che, a loro volta, studiano, appartengono al suo mondo, mentre Angel è rimasto al paese a lavorare. Pur con difficoltà, Liliana si smarca da questo rapporto che le tarpa le ali e questo segna la sua fine.
La mentalità da padrone del giovane uomo non accetta che Liliana abbia una vita dopo di lui. Paragonandosi a un dio, come ogni assassino nei femminicidi, decide di togliergliela.

Lo stile è scorrevole, ma al contempo nostalgico e trapela tutta la sofferenza e il rammarico di questa sorella che ha perso l'essere amato: un'assenza con cui ha convissuto tutta la vita.

Mi sono piaciuti molto alcuni passi in cui Cristina, citando anche No visible bruises della giornalista americana Rachel Louise Snyder, spiega i meccanismi con cui si instaura la violenza e il circolo vizioso che rende difficile per la vittima svicolarsi dal giogo che la immobilizza. 
Solo per fare un esempio: per quale ragione una donna che sa di essere picchiata o minacciata non si allontana, non fugge, non grida aiuto? Questa è un'accusa che viene spesso rivolta alle vittime dei femminicidi e delle violenze. Anche Liliana si era tenuta Angel non del tutto distante, malgrado volesse lasciarlo o addirittura lo avesse fatto. Snyder paragona l'uomo abusante a una fiera pericolosa e imprevedibile.
"Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l'orso. Restano perché con il tempo sono riuscite a sviluppare alcune strategie capaci di calmare, a volte con successo, il partner furioso: pregano, supplicano, promettono, adulano, dimostrano pubblicamente il proprio affetto per l'aggressore e gli si dimostrano alleate perfino contro le persone - come la polizia o gli avvocati o gli amici o la famiglia - che potrebbero salvare loro la vita. Le donne maltrattate restano perché vedono l'orso che si avvicina. E vogliono vivere."
Un'altra riflessione importante - questo libro ne contiene molte e andrebbe davvero letto e questa analisi-recensione non riuscirà a esaurire gli spunti che fornisce, ma d'altronde l'intento è di incuriosire affinché altri, dopo di me, possano decidere di intraprendere questo "studio" - è quella del senso di colpa dei familiari. La colpa di quanto successo a Liliana finisce, in un paese maschilista come il Messico (e, aggiungerei, come l'Italia), per ricadere sui genitori della ragazza e, più o meno indirettamente, anche sulla stessa vittima.
"Più soli che mai in una città feroce che ci è piombata addosso con le potenti fauci del machismo: se non l'aveste lasciata andare a Città del Messico, se fosse rimasta a casa, se non le aveste dato tanta libertà, se le aveste insegnato a distinguere tra un brav'uomo e uno pessimo."
Ci sono molti altri temi affrontati in questo volume: il senso di colpa di chi resta nel continuare a vivere o, peggio, a godersi la vita; le difficoltà di ottenere giustizia, di far riaprire un caso, di tenere aperte delle indagini in un paese in cui il femminicidio è riconosciuto solo nel 2012 e, dunque, negli anni Novanta non esistevano neppure i termini per definire quanto accaduto; i segnali che possono esserci stati, oppure no, negli ultimi mesi - e non solo - della vita di Liliana; e molto altro.

Un libro interessante e potente, un grande messaggio d'amore e un atto di denuncia:
"Lo buttiamo giù il patriarcato."

venerdì 4 agosto 2023

Helter Skelter di Vincent Bugliosi: nell'abisso del male

"Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro."

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Questo è successo quando ho compiuto una full-immersion nel caso giudiziario de casi Tate e LaBianca, raccontati nientepopodimeno che dal Pubblico Ministero del processo a Manson e alla sua Family, ovvero Vincent Bugliosi. Ho letto oltre metà del libro una domenica pomeriggio, per poi risognarmi tutto il processo tutta la notte.


La storia è celebre e macabra: la notte dell' 8 agosto 1969 alcuni membri della cosiddetta Famiglia entrarono nella villa di Cielo Drive a Los Angeles, dove si trovavano l'attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, da cui aspettava da otto mesi un figlio, insieme con alcuni suoi conoscenti, Jay Sebring, Abigail Folger e Wojciech Frykowski, e massacrarono i presenti a coltellate. Inoltre, prima di entrare nell'abitazione, si imbatterono nel giovane Steven Parent, che se ne stava andando, dopo essere passato dal custode per cercare di vendergli una radio, uccidendolo con quattro colpi di arma da fuoco. La notte successiva toccò ai coniugi Leno e Rosmary LaBianca a essere trucidati nella loro casa a Waverly Drive.

La prima notte Charles Manson inviò i suoi sicari, mentre il 9 agosto si recò personalmente sul luogo del delitto, partecipandovi, legando i coniugi nella loro casa. I due delitti, nella mente dell'uomo, dovevano dare avvio all'Helter Skelter, secondo lui addirittura profetizzato dalle canzoni dei Beatles, ovvero una rivolta delle persone nere contro quelle bianche in una guerra che avrebbe nociuto a tutti, tranne che a lui e ai suoi seguaci, che lui avrebbe scortato nel deserto mentre si consumava la guerra da lui scatenata; al termine della guerra le persone nere, che Manson, del tutto razzista, riteneva inferiori, non sarebbero state in grado di "governare il mondo" e dunque si sarebbero rivolte a lui e ai suoi seguaci, ormai divenuti una moltitudine, per prendere il comando. In buona sostanza: il delirio di un pazzo, basato su idee estrapolate anche da Sc1ent0l0gy e dall'Apocalisse. Il difficile, per l'accusa, fu dimostrarlo. 

Nelle prime due parti del libro il narratore è anonimo e ricostruisce tutte le vicende legate ai due fatti di cronaca. Dalla terza parte all'ottava parte, invece, Bugliosi si palesa e racconta in prima persona l'andamento delle sue indagine e poi del processo, compresa l'analisi degli errori principali dei detective nelle fasi di avvio delle indagini e di tutte le difficoltà incontrate a cercare di provare le sue due tesi accusatorie:

  1. Charles Manson era il mandante degli omicidi (in realtà neanche solo di questi) per il suo strampalato movente;
  2. i sicari erano assoggettati al dominio di Manson, che li manipolava, ma erano, a loro volta, sadici e disposti a uccidere al comando del loro leader perché naturalmente predisposti all'omicidio.
Gli esecutori, raccontando a testimoni, gran giurì e giurati i loro crimini, riuscirono ad agghiacciare gli auditori per il loro sadismo e l'assenza di rimorso: davvero mostruosi! Manson fu proprio molto bravo in questo: riconoscere e scegliere i soggetti che "gli servivano". Fu a suo modo un profiler, capiva le persone che gli stavano davanti e quali leve usare, tranne, per fortuna, in un caso.
Il principale testimone dell'accusa fu infatti Linda Kasabian, una degli ex membri della Famiglia, a questa unitasi da pochi mesi quando si recò a Cielo Drive quel fatidico 8 agosto senza partecipare agli omicidi, poiché rifiutava di attuare gli ordini di Manson.

Il potere che Manson ha sviluppato sul gruppo di persone che lo avevano seguito, fondando la comunità di Spahn Ranch, è descritto molto bene nel testo. Mi ha turbata, ma fino a un certo punto. Ci sono stati tanti casi in cui intere comunità (come quelle dei suicidi di massa) o nazioni (penso alle dittature) hanno seguito un pazzo svitato, perché sono state "corrotte" a poco a poco, capendo dove era arrivato il marcio solo quando ormai il potere di quella persona era eccessivamente radicato. Di fatto è anche il circolo vizioso che si instaura nelle violenze domestiche.

La cosa che mi ha fatto rimanere più male però, in questa vicenda, è stata la difficoltà delle forze dell'ordine a orientarsi nei casi, a collegarli, ignorando le piste perché non erano concordi alla loro idea precostituita: insomma, l'incredibile serie di errori che hanno commesso nelle indagini, segno evidente che semplici agenti, ma anche ispettori non erano formati in criminologia e nelle tecniche di interrogatorio (e forse nemmeno in molti aspetti basici).

Anche per questo ho trovato il lavoro di Bugliosi veramente incredibile, accurato e scrupoloso. Anche se forse si gloria un pochino da solo nel racconto, aver provato sia il mandato di Manson (col suo movente pazzoide, così contaminato da tante idee diverse che sembra fintissimo), sia la volontà degli esecutori di uccidere a prescindere da lui sembra miracoloso. Forse non ci sarebbe mai riuscito se così tanti membri della Famiglia non avessero spiattellato "la qualunque", non avessero commesso così tanti errori e non avessero avuto atteggiamenti così tanto sospetti. Di fatto sono riusciti a commettere più errori di quelli di cui i detective non si erano accorti: tolti quelli, ne restavano ancora abbastanza!

Questo saggio è un viaggio nell'abisso. Ho proceduto con grande lentezza nella prima parte, perché era troppo orribile da leggere e ho dovuto porre più di un filtro nella lettura per tutelare il mio benessere. Al contempo è una disamina del Male e della natura della mente umana, assolutamente indispensabile per leggere e capire il nostro mondo (di ieri e di oggi).
A livello di scrittura è scorrevole, soprattutto per l'interesse generato dai fatti, anche se qualche volta ci sono alcuni dati che si ripetono (forse dovuto alla collaborazione di Bugliosi con lo scrittore Curt Gentry oppure per rafforzare nella memoria del lettore alcuni punti, utili a navigare in un mare di nomi e informazioni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 3 luglio 2023

Abeditore e Coppola editore: esperienze di letture crime indipendenti

 Da circa tre anni il mio pellegrinaggio annuale a Cesenatico mi conduce presso la libreria indipendente 27, che presenta un catalogo ricco e originale, oltre a essere bellissima e ad avere un'elegantissima mascotte baffuta color tartaruga.

L'anno scorso ci ho comprato due interessanti volumetti, entrambi incentrati su casi di cronaca vecchi di secoli, che mi sono letta durante la maratona estiva 7 libri in 7 giorni hello summer.

Si tratta di un compendio di tutte le informazioni principali del caso di Jack lo Squartatore di Coppola Editore e della cronaca del caso della Marchesa di Brinvilliers, uno dei "Crimes celebres" di Dumas padre, di Abeditore.

Approfitto dei due libricini per dire qualcosa sulle due case editrici in questione, caratterizzate entrambe da una veste grafica di un certo livello.

L'avvelenatrice è invece il resoconto di cronaca e giudiziario che Dumas pubblicò nel 1841. Questo curatissimo libriccino di appena 110 pagine, appartiene alla collezione Piccoli Mondi di Abeditore, che si caratterizza in tutte le sue collane per l'attenzione ai dettagli e alla cura maniacale dell'estetica del libro. Piccoli Mondi è composta interamente di micro-volumi, sempre con le pagine interne color avorio Fabriano e una spessa copertina Tintoretto della Fedrigoni, come tutti i libri della casa editrice, illustrata (nella terza è presente il ritratto di Alexandre Dumas, sulla quarta la raffigurazione di una pagina di giornale che annuncia la scoperta dei delitti e che riporta anche l'immagine della Marchesa di Brinvillier). Della stessa collana ho già puntato un altro paio di titoli (L'altra metà delle fiabe e La storia segreta di una contessa irlandese) e avevo già letto Il testamento di Magdalen Blair.

Venendo alla storia, questa mi era già nota, poiché l'avevo ascoltata nel podcast Nero come l'anima, raccontata da Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Si tratta della ricostruzione mediante documenti dell'epoca dei delitti perpetrati da Marie Magdalen d'Aubray, sposata Brinvillier. La donna aveva per amante Santa Croce, che divenne abile a fabbricare veleni, che vendeva a chiunque volesse sbarazzarsi di persone scomode, compresa la d'Aubray. Poiché conosciamo i suoi delitti, naturalmente fu scoperta. Dumas ripercorre la scoperta dei misfatti, l'arresto della donna, i suoi interrogatori e la sua tortura, il processo e infine la sua morte. È un resoconto interessante e scritto in modo piuttosto avvincente, soprattutto nella prima parte, salvo poi arrugginirsi un po' nei dettagli conclusivi, decisamente sovrabbondanti. Colpisce comunque molto la figura della Marchesa, che si contraddistingue per una forza d'animo incredibile, soprattutto per l'epoca, e per l'efferatezza senza scrupoli che la portò a eliminare, con una gran faccia di bronzo, il padre e i fratelli e una serie di vittime incidentali, necessarie al raggiungimento dei suoi scopi.

Per quel che riguarda Gli omicidi di Jack lo Squartatore, si tratta di una ricostruzione della collana Le biglie di Coppola Editore, la casa editrice indipendente che si autodefinisce "terrona", in quanto fondata a Trapani nel 1984, ma con sede a Napoli dalla morte del fondatore, Salvatore Coppola. Contraddistingue le sue uscite editoriali per l'utilizzo di carta riciclata, inchiostri non inquinanti e una certa attenzione agli autori della propria zona e a certe tematiche antimafia: la storica collana I pizzini della legalità era costituita infatti da block notes che raccontavano crimini di mafia. Dal 2021 pubblica anche classici, ma restando originale nei formati, sia curatissimi dal punto di vista estetico, sia insoliti, come i piccolissimi I fiammiferi. La collana Le biglie ha le copertine in grande formato e illustrate come un quadro; hanno colori vividi e design moderni quelle di Biplane, mentre quelle de I bouquet hanno pattern ripetuti floreali o geometrici.
Il volume che ho acquistato si compone di quattro parti, oltre alla prefazione della redattrice Stefania Aniceto e a un capitoletto conclusivo.
Ciascuna sezione è dedicata a esaminare tutte le vittime, le prove documentali sulle caratteristiche degli omicidi e delle presunte comunicazioni con la polizia, i detective che si occuparono del caso e, infine, la lista dei sospetti.
Il libro non pretende di fornire risposte, che, di fatto, non ci sono mai state, anche se Patricia Cornwell, la scrittrice, dedicò molto tempo a studiare il caso e dette la sua versione dei fatti in Ritratto di un assassino e i profiler John Douglas e Roy Hazelwood stilarono un rapporto sul profilo psicologico del serial killer alla fine degli anni Ottanta.

In conclusione si è trattato di due titoli interessanti, di studio, in una veste grafica molto bella. Intendo approfondire prossimamente la conoscenza di questo lato dell'editoria, magari scoprendo altre collane oltre a queste già attenzionate.

domenica 5 marzo 2023

Due letture crime: A sangue freddo e Laëtitia (o la fine degli uomini)

 Questo 2023 si è aperto all'insegna del genere crime: mi sono iscritta a un gruppo di lettura a tema, che come due primi titoli ha proposto A sangue freddo, il celebre romanzo-verità di Truman Capote (che mia sorella, tra l'altro, aveva appena terminato) e Laëtitia o la fine degli uomini di Ivan Jablonka, cattedratico parigino che insegna storia contemporanea.


❤ Il mio primo contatto con A sangue freddo, in realtà, è stato il film del 2005 di Bennett Miller. L'ho rivisto per l'occasione, dopo aver concluso la lettura del romanzo, dato che non ricordavo nient'altro che l'interpretazione di Philip Seymour Hoffman, che gli valse l'Oscar nel 2006, edizione per cui la pellicola fu candidata anche come miglio film, regia, sceneggiatura e per l'interpretazione di Catherine Keener nei panni della scrittrice e amica di Capote, Harper Lee.

Sono rimasta sorpresa e incantata dalla scrittura di Capote. Il racconto della vicenda è asciutto, ma estremamente particolareggiato. La prosa in alcuni momenti è quasi poetica, ma sempre comunque molto semplice e scorrevole. Capote affronta tutto, compresi dettagli che il lettore potrebbe dubitare abbiano attinenza con la storia, come i casi di cui lo sceriffo si era occupato prima di quello della famiglia Cutter. Ogni informazione su cui Capote è riuscito a mettere le mani sembra essere stata inserita, come a dare il quadro più completo possibile dell'ambiente che circonda tutti i personaggi. Per il genere, questo romanzo segna una svolta: è il primo libro-verità, come lo definisce l'autore, o romanzo-reportage su fatti di cronaca.

Il romanzo si articola in quattro parti, di cui tutta la prima (Gli ultimi a vederli vivi) ricostruisce l'ultima giornata di vita dei quattro membri della famiglia Cutter, restituendo loro gli abiti, le azioni, le preoccupazioni e le speranze che potevano averli animati e che sono state stroncate prematuramente quella mattina di novembre del 1959. La lettura di questa parte, sapendo cosa li stava attendendo, è stata molto dolorosa. Come dice l'autore, sembravano le ultime persone a cui poteva capitare: un bravo padre di famiglia, agricoltore che si impegnava attivamente nella comunità locale e della sua fede, uomo integerrimo; due figli giovanissimi, Nancy e Kenyon, che si stavano affacciando alla vita, impegnati a loro volta. La signora Cutter, che soffriva di depressione, è stata tratteggiata con grandissima delicatezza e con un'attenzione per la patologia mentale non comune per il 1965. Ma Capote alterna al racconto delle vicende dei Cutter la ricostruzione delle stesse ore dei due assassini, che si preparavano a quello che immaginavano sarebbe stato il colpo della vita. Nelle altre sezioni seguiamo invece l'investigazione, che porterà a catturare i due malviventi, anche in questo caso alternata alla ricostruzione del viaggio in Messico e poi in giro per gli States dei due sbandati; il processo, la lunga incarcerazione e la loro impiccagione. Grazie alle interviste che Truman Capote condusse presso i due assassini, che nel romanzo sono accennate appena, con un piccolo riferimento al giornalista che aveva il permesso di visitarli, lo scrittore riesce ad approfondire non solo le motivazioni del delitto, ma anche il carattere e il background di Perry Smith e Richard Hickock.

Dal film, che avevo completamente dimenticato, si comprende bene la natura dell'ossessione che Capote sviluppò per i due condannati, soprattutto per Smith, che aveva conosciuto un'infanzia di violenza e abbandono. Il film ha come cardine proprio il lavoro di approfondimento e ricostruzione che svolse il celebre autore di Colazione da Tiffany, così coinvolgente ed estenuante da turbare lo scrittore, che non terminerà più un'altra opera.

Nel romanzo, invece, il narratore non si percepisce, resta onnisciente, ma nascosto. L'immane compito di ricostruire non è affrontato in prima persona: c'è e si percepisce, ma solo dalla mole di dettagli e dal fatto che sono riportati stralci di dichiarazioni di alcuni personaggi. Lo scrittore resta super partes e sembra non dare giudizi sulle vicende, ma non ci risparmia niente, con la sua oggettività, del dramma umano di tutte le persone coinvolte nella vicenda: le vittime, la comunità, i detective e le loro famiglie, avvocati, giurati, giudici e persino gli assassini. Il primo paragrafo, che descrive la cittadina di Holcomb, annuncia proprio cosa sta per succedere:

Al momento neppure un'anima di Holcomb, villaggio immerso nel sonno, li udì: quattro colpi di fucile che, a conti fatti, posero fine a sei vite umane.

Giudizio: ricostruzione accurata della vicenda, che mi ha fatto piangere calde lacrime per la famiglia Cutter e che ha tentato di contestualizzare ogni aspetto dell'efferato quadruplice delitto. ⭐⭐⭐⭐

❤ Laëtitia (o la fine degli uomini) è stato un'altra dolorosa discesa nelle miserie umane.

Anche questa è stata una ricostruzione molto accurata, scavata a fondo in questo caso di cronaca, che è diventato caso di stato, poi si è duplicato, essendosi originato un altro crimine, diverso da quello di origine. Esattamente come un'idra, a ogni nuova svolta nelle indagini, sbucava una nuova testa.

Il delitto in sé sarebbe stato semplice, orrendo, ma semplice: una ragazza appena maggiorenne, Laëtitia Perrais, che viene rapita, uccisa e fatta a pezzi da un ex galeotto, già con diverse condanne alle spalle e una escalation di violenza, che era pronta ad abbattersi alla prima occasione sulla prima donna che gli si fosse avvicinata. Gli inquirenti, tra l'altro, fermano l'uomo già il giorno dopo, ma è troppo tardi: si è già disfatto del cadavere e non intende rivelare dove, perché senza corpo, le accuse sarebbero state vaghe e deboli. Saranno le forze dell'ordine, con un dispiegamento di mezzi mai visto, a ritrovarla. L'assassino, però, doveva essere sorvegliato, poiché era stato rilasciato dal carcere, ma con obblighi di controlli, che non rispettava e nessuno faceva rispettare. Questo e la violenza del crimine porta Sarkozy a strumentalizzare la vicenda per la sua campagna di inasprimento delle pene contro chi commette reati sessuali o recidiva. Pochi mesi dopo la morte e il ritrovamento di Laëtitia, verrà a galla un altro orrore: il padre affidatario di Laëtitia molestava la sua gemella, Jessica. 

Questi i fatti, nudi e crudi, ma Jablonka ha dichiarato che l'intento del libro era storico-sociologico: non il mero racconto della morte di Laëtitia, ma la restituzione di un quadro più complesso: la vita della ragazza, da quando è nata agli ultimi istanti prima della morte, passando per le delicate vicende della sua infanzia. Portate via ai propri genitori perché incapaci di provvedere loro, Laëtitia e Jessica passeranno attraverso servizi sociali e affidi, generando i traumi e le risposte che condizioneranno le loro vite. La ricostruzione sociologica e, anche, politica vuole raccontare i perché e i come da una parte Laëtitia potesse diventare preda e dall'altra come l'assassino abbia potuto colpire. È quasi uno scavo nelle viscere della società francese, ed è stato molto interessante.

Anche in questo caso, i capitoli che trattano il racconto dei fatti di cronaca, le indagini, l'infanzia delle gemelle si alternano alle riflessioni sulla magistratura, la politica, i sistemi carcerari e di sorveglianza, ma non in ordine cronologico. Questo ha comportato un ripetizione di alcuni episodi, con conseguente difficoltà a seguire, soprattutto alla fine. Terminato di trattare le vicende, Jablonka si è dilungato molto e spesso si è vantato della sua bravura nel convincere gli interlocutori ad aprirsi, dei suoi nobili intenti di non voler sfruttare Laëtitia, ma di volerle dare dignità. In questo senso il narratore si è molto sentito, è stato spesso presente nel raccontarsi nei suoi rapporti con le parti in causa e l'ho trovato in certi discorsi anche ruffiano, infiocchettando le vittime al punto di uscire dal suo originale intento. Jablonka ha un'ottima prosa, molto scorrevole e colta, con anche sfoggio di termini eruditi, al limite della forzatura. Il libro è scritto benissimo, ma non riesce a essere emozionante come lo era stato Capote.

Giudizio: ottima ricostruzione, stile scorrevole e riflessioni di grande interesse ⭐⭐⭐ 1/2

sabato 7 gennaio 2023

Libri crime del 2022

Un'altra delle mie passioni, nata abbastanza precocemente se consideriamo che a tredici anni ho letto il mio primo libro sul mostro di Firenze, reperito tra i volumi di mio padre in garage, è la criminologia. Forse è un'evoluzione della mia passione per i gialli, anche questa onnipresente (la vedete la bambina di quarta elementare che si guarda in pausa pranzo gli episodi de La signora in giallo?). La mia serie tv preferita di sempre è Criminal Minds, ascolto nel tempo libero podcast sui serial killer e così via. Quest'anno mi sono letta un libro che volevo approfondire da tempo: la storia vera del primo profiler a diventare famoso.


Mindhunter
: questo libro è uno dei must sulla narrativa di genere, interessantissimo in quanto scritto nientemeno che da John Douglas, insieme a Mark Olshaker. Douglas è stato uno dei primi profiler della storia dell'FBI e uno dei fondatori della Investigative Support Unit. Questi primi profiler realizzarono una serie di interviste ad alcuni noti serial killer, allo scopo di comprendere il funzionamento della loro mente, proprio per perfezionare la studio del comportamento. Tutte queste interviste, gli aneddoti e i racconti dei casi sono illustrati in questo libro ricchissimo e scritto in un linguaggio divulgativo, tra cui la volta in cui, con Roy Hazelwood, partecipò al programma The secret identity of Jack the Ripper per fornire un profilo dello Squartatore di Whitechapel. Insieme a Robert Ressler, Ann e Alan Burgess scrisse il Crime Classification Manual, perché affiancasse il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (il DSM) nelle indagini sui criminali. Sulla figura di Douglas hanno basato il personaggio di Jack Crawford del Silenzio degli innocenti. Anche i fondatori dell'Unità Analisi Compotamentale della serie tv Criminal Minds, chiaramente ispirata alla vera unità di profiler di Douglas, si basano sulla leggendaria figura del newyorkese.

Giudizio: veramente interessante e coinvolgente; a tutti gli interessati alla criminologia lo consiglio fortemente ⭐⭐⭐⭐

 Zodiac: veloce rassegna (80 pagine, tra cui una decina di appendici fotografiche) dei fatti di cronaca relativi al caso, ancora aperto e irrisolto, del famigerato Killer dello Zodiaco, che uccise almeno 5 persone (quelle accertate, ma si dibatte che possa averne uccise fino a 37) nella California degli anni '70, tra San Francisco e Los Angeles. Ho recuperato il volume dopo averne sentito l'audiolibro su Audible alcuni mesi fa, anche per tenerlo in casa da consultazione.

Giudizio: non applicabile