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mercoledì 9 settembre 2026

L'ottimo esordio del misterioso Arwin J. Seamn - chi ha scritto Omicidio fuori stagione?

 Una delle letture che ho preferito quest'anno, sicuramente nel genere Mistery, ma non solo, è Omicidio fuori stagione di Arwin J. Seaman (pseudonimo di un noto giallista italiano che sta giocando con noi lettori nel fingersi un autore di thriller nordici).


Il primo capitolo di questa serie di sei episodi ambientata in una sperduta isoletta chiamata Liten (fra Svezia e Danimarca) è raccontato dal punto di vista dell'ufficiale della Scientifica Henning Olsen, uomo meticoloso, capace, un po' arrogante e rancoroso nei confronti della sua ex, la poliziotta Annelie Lindahl, che lascia carriera e fidanzato per Liten (o per qualcos'altro). L'occasione per fare i conti con quanto rimasto in sospeso fra i due è uno sconcertante rinvenimento nel bel mezzo del lago di questa isola turistica. Una giovane, un atto terribile, da cui parte un'indagine ingovernabile dai poliziotti dell'isola; così Olsen e il fotografo Kaj Bak ne restano coinvolti e non solo loro: la figlia del capo della polizia locale, Malin, adolescente irrequieta, sarà un punto nodale di una vicenda dall'epilogo a sorpresa.

Perché mi è piaciuto così tanto?

Il romanzo è davvero scorrevole da leggere: ha una buona prosa, un efficace uso della suspense, la vicenda è avvincente e per tutto il periodo di lettura non vedevo l'ora di rimettermi a leggere a ogni momento libero (e questo non sempre mi succede, non più - i romanzi che mi fanno questo effetto ricevono un immediato bonus).

Nella costruzione della suspense ha me ha fatto tantissimo pensare a Carlo Lucarelli, soprattutto il Lucarelli narratore, prima che il giallista (che spesso pone accento su ambientazione o personaggi, anziché sull'aspetto thriller, e dicendo questo penso alle serie di De Luca e Coliandro e meno a quella di Grazia Nigro).

Ho trovato molto buono anche il lavoro sui personaggi: non sono buoni o cattivi nella semplificazione che spesso si fa nel giallo - italiano in particolar modo -; sono grigi, sono imperfetti (ci ho rivisto qualcosa di Coliandro). Il protagonista o Malin hanno alcuni lati detestabili, Kaj nasconde sorprese (ed è diventato il mio personaggio preferito), Annalie è indecifrabile; anche i personaggi minori hanno una caratterizzazione precisa e non scontata. Le motivazioni stesse dei personaggi non sono sempre limpide e lineari.

L'ambientazione stessa è un personaggio: ha un'anima a cui alcuni personaggi danno la colpa di tutto e che alcuni invece giustificano. Liten è quasi una camera chiusa (giallisticamente parlando), è una mini Cabot Cove per qualche verso, contemporaneamente inquietante per i pericoli che si corrono e confortevole perché diviene familiare al lettore (ospita i protagonisti, anche gli sconosciuti diventano visi ricorrenti).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

giovedì 16 luglio 2026

Un mistery mediocre: Strani disegni

 Mentre il mondo sta leggendo Strane case, io vi do la mia sul primo libro di Uketsu, ossia Strani disegni, pubblicato da Einaudi lo scorso anno e che io ho letto questa primavera.


Sembra da copertina e trama inquietante e quasi orrorifico, ma si tratta di un mistery, con alcuni momenti che si avvicinano al thriller.

La storia è narrata da più punti di vista: un ragazzo che scopre un blog che nasconde un segreto inquietante dietro a semplici disegni, una maestra che immagina un bambino celi qualcosa nei suoi disegni e una storia che, come un puzzle, si costituisce un pezzetto alla volta sotto agli occhi del lettore.

È un romanzo che ha fatto molto parlare di sé in positivo e in negativo (in effetti ho voluto leggerlo perché ne avevo sentito parlare malissimo e la mia curiosità si è risvegliata), ma io che ne penso?

Mi colloco abbastanza nel mezzo.

Cosa mi è piaciuto? Ho particolarmente apprezzato il gioco narrativo con cui l'autore aggancia il lettore. Funziona molto bene secondo me: Uketsu cambia spesso punto di vista e lunghezza focale, passando da focus su specifiche parti della storia, che, andando avanti, appaiono solo come piccoli dettagli in un quadro molto più ampio. Via via che apre l'inquadratura la storia cambia, la prospettiva si ribalta.

Cosa non mi è piaciuto? La scrittura è estremamente semplice e ritrovo una certa piattezza nei personaggi e soprattutto nei loro sentimenti, che a onor del vero ho constatato in praticamente tutta la narrativa giapponese in cui mi sono imbattuta. La risoluzione del mistery ha diversi punti tirati per i capelli che non vanno facilmente giù a una lettrice di gialli (non è la prima e non sarà l'ultima volta e dopo il detective Kindaichi potrei anche smetterla di meravigliarmi...)

Giudizio: da sufficienza ⭐⭐ 1/2 

Ve lo consiglio? Non è imperdibile come vogliono farvi credere, ma se volete togliervi la curiosità, sono 248 pagine che scorrono abbastanza bene

venerdì 3 luglio 2026

Una nuova giallista esordiente che mi sento di raccomandarvi: Antonia De Gattis col suo commissario Ferramonti

 L'autrice Antonia De Gattis, che ha scritto alcune poesie ma che ha sempre apprezzato i gialli di Camilleri e che esordisce nella letteratura mistery con Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara mi ha veramente sorpresa (e non solo per avermi proposto di leggere il suo romanzo).


Il romanzo è breve, ma denso. Le linee del racconto sono 2. 

Da una parte abbiamo il passato familiare del protagonista, triste e forse non emerso completamente, che si svelerà a poco a poco, intervallando i capitoli dedicati al caso. 

Dall'altra conosciamo il commissario Nicola Ferramonti, alle prese con un brutto fatto: il ritrovamento di una ragazza nella hijumara. Sembra un quadro di Millais, ma si inserisce invece in un contesto che l'autrice descrive bene e che è uno dei punti forti di questo testo. 

De Gattis racconta una Calabria fatta di contrasti, ma che si sente quanto è amata a ogni parola: la bellezza mozzafiato si accompagna alla triste realtà della criminalità, ai suoi interessi, alle sue faide. Eppure ciò che è così chiaro in Procura stride a Ferramenti, che ha poco tempo.

È un uomo particolare: ha la sindrome di Asperger e un senso morale molto forte. Porta con sé un vissuto che lo ha segnato, ma sa aprirsi, specialmente con la donna che ama. L'unica nota fuori posto è che ha rapporti forse troppo facili per la sua condizione, interagisce, è socievole. Contrapposto a un Montalbano, che con Pasquano litigava frequentemente, qui commissario e medico legale vanno d'accordissimo, con molti convenevoli.

Il testo è ricco. L'autrice ha saputo calare nel racconto i punti di vista del commissario, riflessioni, le difficoltà dell'indagine, i rapporti umani.

Ci sono molti richiami nel modo di condurre l'indagine, nei rapporti del protagonista, in questa struttura del testo che mi hanno richiamato i gialli con Salvo Montalbano.

Antonia scrive molto bene (non ogni frase è perfetta, non ogni dialogo riuscitissimo, ma è una valida scrittura), soprattutto considerando che questo è il suo primo romanzo e le sono molto grata di avermi dato l'opportunità di leggerlo.

Un giorno nero alla hijumara è un buon giallo, di piacevole lettura e scritto bene, che consiglio a chi apprezza il giallo di Andrea Camilleri.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Venite a divertirvi correndo dietro a Gervase Fen nel giallo di Edmund Crispin, Il negozio fantasma

 Edmund Crispin è stato un compositore che si è reso noto anche nell'ambito della scrittura poliziesca, soprattutto per la serie dedicata all'eccentrico professore di Oxford Gervase Fen.

Il negozio fantasma è il terzo volume (252 pagine) di questa serie, in precedenza pubblicata da Mondadori, che ora Blackie ha deciso di ridare alle stampe.


La storia, uno di quegli enigmi della scatola chiusa che piacevano tanto a John Dickson Carr, a cui Crispin è debitore, è originale e caotica.

Un amico poeta del professor Fen, Richard Cadogan, decide di andare in vacanza proprio a Oxford; il viaggio si protrae per ore e giunge nella località nella notte, imbattendosi per caso in un mistero.

Cadogan entra in un negozio di giocattoli perché nota la porta aperta e trova un cadavere, ma riceve una botta in testa. Si risveglia, ore dopo, in stato confusionale e si reca alla polizia per raccontare cosa è accaduto, ma il negozio e la morta non si trovano più. Solo Fen potrebbe credergli e in effetti il detective in erba, che gode già di un certo credito per i casi precedentemente risolti, lo trascina in giro per la cittadina, interrogando alcune figure molto particolari e seguendo una pista che è un rompicapo vero e proprio.

Fen è un uomo cinico e totalmente distaccato dalle convenzioni: rispettare gli orari del ricevimento o il programma delle lezioni, usare le cortesie necessarie, niente di tutto questo ha alcuna importanza; non si cura molto degli altri, insomma: è tutto tranne che senza macchia. Non è un buono, ma è scaltro, energico, ha intuito ed è uomo d'azione. Mi è piaciuto moltissimo.

Anche Cadogan è un bel personaggio, con maggiore senso del dovere e del pudore, più remissivo e impacciato di Fen; anche lui stravagante, allergico al lavoro, una spalla comica perfetta per il professore.

Non tutto torna, nemmeno alla fine; non è un giallo convenzionale (e di solito questo mi disturba molto) e i responsabili del mistero concedono pure ai nostri protagonisti una certa indulgenza, però il viaggio è molto divertente. Il ritmo c'è, la storia è dinamica, con frequenti cambi di ambientazione; molti personaggi sono coloriti, alcuni strampalati, ma soprattutto un umorismo vivace accompagna ogni singola pagina di questo romanzo.

Ci sono persino giocosi riferimenti del personaggio di Fen al suo scrittore Crispin, in uno slancio molto moderno per il 1946.

Mi basta?

Questa volta sì, ma vorrei leggere altro di Crispin per valutare se ci sono gialli più "solidi" nel suo repertorio.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 14 giugno 2026

Stevenson si riconferma paladino del giallo umoristico e che omaggia l'Età d'oro: Tutti su questo treno sono sospetti

 Siamo ancora in Australia ed Ernest Cunningham ha scritto il suo romanzo su cosa è successo alla sua famiglia in quello chalet di montagna dove ha anche incontrato l'amore.

Tutti su questo treno sono sospetti (Feltrinelli, 368 pagine) è il secondo giallo di Benjamin Stevenson, ma il terzo che leggo (perché non mi piace fare le cose con ordine).


A proposito dell'ordine di lettura, ve lo dico subito, tra secondo e terzo non cambia niente (o molto poco), l'ho fatto io stessa di invertirli. Al contrario, leggendo il terzo (Tutti hanno dei segreti a Natale), ma soprattutto il secondo prima di Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno ci si beccano spoiler belli grossi sul primo romanzo, poiché i personaggi che non muoiono o che non sono gli assassini tornano nel secondo capitolo e nella strenna natalizia. Take home message: prima leggete il primo, poi fate come volete.

Ernest, ospite insieme ad altri illustri giallisti, e la fidanzata, anch'essa scrittrice degli stessi fatti avvenuti sullo chalet, si uniscono al Festival Australiano del Giallo, a bordo dell'equivalente australiano dell'Orient Express, il Ghan. Quale atmosfera migliore per un giallo d'antan? Sia per scriverlo, sia per viverlo, poiché anche questa volta Ernest si ritroverà alle prese con un mistero fatale (o più di uno, come tradizione vuole...). E i suoi colleghi scrittori di misteri si rileveranno ottimi investigatori o perfetti colpevoli?

Ritrovo di Stevenson in questo giallo l'ironia, il gusto per l'epoca d'oro del giallo, sia come atmosfera, sia come struttura, e una buona penna, che sa come tenere il ritmo della narrazione (anche se arriva sempre quel momento in cui il personaggio si siede a commiserarsi, che a me infastidisce un pochino e che rallenta per un capitolo la storia). Ho apprezzato anche questo capitolo, più del terzo, meno del primo. Il punto di forza, per me, restano l'umorismo che permea ogni pagina e l'articolato puzzle, ingannevole, ovvio (è la terza volta che mi frega), che lo rende un buon mistery d'altri tempi.

Giudizio: molto godibile ⭐⭐⭐ 1/2

domenica 22 febbraio 2026

Uno dei primi noir impegnati italiani: Venere privata

 Venere privata di Giorgio Scerbanenco, che ho letto (a onor del vero) in un'edizione usata Garzanti abbastanza bruttina (246 pagine) è il mio primo approccio al grande romanziere e giornalista ucraino-italiano che nel secondo Dopoguerra è stato uno dei grandi innovatori della narrativa italiana in generale (poiché scriveva per diversi generi, dal rosa al western) e del noir in particolare. Scerbanenco raccontava nei suoi romanzi quella Milano così iconica, produttiva e in crescita, illustrandone i suoi lati più oscuri e introducendo in quel mondo "bene" la criminalità organizzata. Scerbanenco, così come altri autori del suo calibro (Sciascia, Fruttero-Lucentini) contribuirono a spostare il filone del giallo italiano verso il noir e verso un certo impegno politico e sociale, con influenze che arrivano fino ai giorni nostri. I gialli con protagonista Duca Lamberti saranno d'ispirazione per esempio a Carlo Lucarelli, come più volte ricordato dall'autore emiliano.


Venere privata
si prende il suo tempo per restituire al lettore un'atmosfera molto precisa, decadente e offuscata dal crimine, in una Milano che non è affatto "così bene".

Persino il protagonista è una figura molto grigia, un uomo di ottimi principi, che si scontra con quello che pensa la società: un medico radiato dall’albo, con una sorella in difficoltà da mantenere e che pertanto accetta un incarico molto particolare dal ricco ingegner Auseri: disintossicare il figlio dall'alcol. Lamberti capisce subito che quella dipendenza apparsa dal nulla è il sintomo di qualcosa di più grosso e quando riesce a trovare la causa scatenante, l'improbabile coppia inizia delle indagini su un crimine avvenuto un anno prima, scendendo nell'abisso della prostituzione privata, di ambienti degradati, solitudini, relazioni malate, fiumi di alcol: l'estetica di Scerbanenco è decadente, non quella di una città in fermento. 

A me è piaciuta moltissimo la penna del giornalista, mi è piaciuta questa ambientazione malaticcia e triste, mi è piaciuto Lamberti, che è, sì, un uomo che si sente fallito, e anche ruvido, disilluso, in certi momenti persino impaurito, per via di quel che ha passato e per il peso delle responsabilità che si prende, ma anche fine di pensiero e capace di leggere le persone tanto bene da calamitarle. Così accade a Davide Auseri e così accade a uno dei personaggi che mi è piaciuto di più: Livia.

Per l'epoca e la società di allora, Livia è una donna controtendenza, stupendamente intelligente e curiosa, senza schemi fissi e, soprattutto, molto coraggiosa.

Il finale del romanzo mi ha sorpresa, ma non così tanto: è un mondo cattivo e Scerbanenco non lo edulcora. Nella vita vera le cose possono andare male e vanno male.

Avviso doveroso: siamo in un'Italia completamente diversa da quella di oggi e tra italiani molto diversi da quelli che siamo (si spera almeno). I valori degli anni Sessanta (1966 per la precisione) erano quelli e (per fortuna) sono estremamente distanti dai nostri. Il metro di giudizio da adottare deve tenerne conto perché si rischia di rimanere scioccati per l'utilizzo di certi termini (più che forti) e di alcuni comportamenti, se ci si dimentica che ciò che oggi è normale, in realtà è il risultato di anni di sensibilizzazione e di sforzi per i diritti sociali.

Giudizio: a me è piaciuto davvero molto per approfondimento psicologico dei personaggi e ambientazione, nebbiosa e decadente. ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 4 febbraio 2026

Un vero giallo cozy ambientato nel Lecchese: Morte in grigio chiaro

 Mi è stata proposta in anteprima la lettura di Morte in grigio chiaro (156 pag) dalla casa editrice indipendente Incipit 23 e ne sono rimasta subito incuriosita. Durante la lettura è stato un vero piacere scoprire che l'esordiente scrittrice, Clara Prandi, non sembra affatto alle prime armi. Dal 7 febbraio lo trovate online e in libreria (sarà presentato con l'autrice alla libreria di Incipit 23 a Milano -  Via Casoretto, 42 alle ore 18).


Due vite antitetiche, quelle di Carlotta, architetta sposata a un uomo sempre vestito in grigio chiaro del Nord, e quella di Tonino, ladro calabrese dal carattere molto più passionale. Eppure, in quella vacanza di Carlotta a Tropea scatta la passione, che avrà delle conseguenze. Quando Carlotta torna alla sua ordinaria vita, condotta separatamente da quella del marito, ormai da anni, Tonino la segue, un po' per amore e un po' perché sa che lei detesta due quadri di quel marito collezionista, due quadri, però, che valgono una fortuna. Tonino spera in un ultimo colpo che gli cambi la vita, ma il venerdì del colpo, anziché trovare la casa vuota come aveva capito dall'amante, trova il corpo senza vita del marito.

Per coincidenza, guardie e ladri di Tropea si sono trasferiti tutti in provincia di Lecco e a indagare su questo omicidio è un amico d'infanzia di Tonino, il maresciallo Vincenzo Pepe.

Pepe è un uomo soddisfatto della sua vita e del suo lavoro e nelle indagini ci mette impegno, pazienza ed empatia. Le indagini occupano la fetta più cospicua del romanzo e ci mostrano gli indizi e i processi mentali del nostro maresciallo (esattamente come dovrebbe fare un giallo), in equilibrio fra correttezza e necessità di aprire porte per le quali i protocolli potrebbero non avere la chiave.

Ho trovato la lettura molto piacevole, per la scorrevolezza della lettura, il personaggio di Pepe, per l'ironia che permea le pagine, descrivendo in modo pungente i personaggi (anche se soprattutto le donne, che hanno quasi tutte dei difetti caratteriali, di pensiero, di aspetto) e rimanendo leggero nel tono. Oltre a una maggiore critica sulle sospettate che i sospettati, l'unica altra cosa curiosa che ho trovato è stata questa sottolineatura della stranezza di pagare con la carta di credito piccole cifre. Non sono riuscita a spiegarmela, dal momento che il romanzo è ambientato ai nostri giorni e pensavo che questa avversione fosse stata superata una buona decina di anni fa, trovandola oggi una pratica normale, persino in alcune zone del Sud Italia (e mi pare strano sia rimasta questa preferenza per il contante proprio al Nord).

Di solito il giallo italiano stenta ad essere cozy, anche quando dichiara di appartenere al genere, limitandosi a creare personaggi che, come Montalbano, amano mangiare. In questo mistery il comfort non è dovuto solo alla caratteristica di Pepe di apprezzare la buona cucina di sua moglie, ma al tono generale, all'assenza di drammaticità; soprattutto, rispetto ad altre letture precedenti, è presente la seconda componente del binomio, ossia ci si trova davanti a un giallo vero.

Giudizio: complessivamente è una lettura davvero gradevole ⭐⭐⭐

domenica 25 gennaio 2026

Sette quadranti del mistero: confronto libro - serie tv

 Il giallo-romanzo di spionaggio I sette quadranti di Agatha Christie è tornato in auge con l'uscita della serie Netflix (e adesso lo stiamo leggendo tutti).

Mentre attendo di procurarmi una copia usata contenente Il segreto di Chimneys e I sette quadranti, ossia le due avventure della coppia composta da Lady Eileen "Bundle" Brent e dal Sovrintendente Battle, ho preso in biblioteca una copia Mondadori del secondo (204 pagine).

In questo post vorrei analizzare prima il romanzo e la serie tv, singolarmente, e poi evidenziare le differenze fra i due prodotti.


Il romanzo del 1929 inizia nella tenuta di Chimneys, affittata a Sir Osvald Coote (e dalla moglie, la triste e materna Lady Coote, che è un personaggio divertente in modo sottile, per citare lo stesso romanzo) da Lord Caterham, e frequentata da membri del Foreign Office. Alcuni di loro e dei loro amici hanno l'abitudine di presentarsi molto tardi la mattina a colazione, in particolare Gerry Wade, al quale gli amici decidono di fare uno scherzo. Otto sveglie vengono acquistate e disposte nella camera del ragazzo per costringerlo ad alzarsi presto, ma la fatidica mattina dello scherzo Wade non scende e, mandato il maggiordomo a indagare, è trovato morto e nella stanza ci sono solo sette sveglie.

Quando i Caterham tornano a Chimneys, Bundle scopre che il giovane scomparso è morto nel suo letto e, grazie a un paio di casualità (il rinvenimento di una lettera e il quasi investimento di un altro dei membri del Foreign Office), si ritrova a indagare (sorvegliata da un preoccupato Battle) su non una, ma ben due misteriosi morti e una società segreta che sembra implicata in entrambe, insieme alla sorella e a un amico di Gerry Wade.

Bundle è una ragazza incredibilmente intraprendente per l'epoca: compie in un certo frangente un'azione che ho ammirato, non solo per l'audacia in sé, ma anche per l'inventiva di Agatha Christie, che la immagina. Bundle pianifica, insieme o separatamente dai suoi due compari, le mosse, si butta nell'azione; tuttavia sul finale, la risoluzione avviene un po' sullo sfondo. Sono comunque personaggi comprimari a risolvere il mistero, ma Bundle (come un po' il lettore) corre dietro a ciò che le apparenze sembrano suggerire.

In realtà, come scopre Bundle e come avevo pensato quando mi sono imbattuta in una particolare scena, alcune parole pronunciate vanno interpretate e, se ci si pone la domanda sul corretto modo di farlo, ecco che si delinea fin da subito l'evidente responsabile.

A parte il finale, fuori campo, che mi ha leggermente contrariata, è stata una lettura gradevolissima, per la quale ho provato quel delizioso contrasto che ama il lettore "voglio continuare a leggerlo per vedere come finisce" e "rallentiamo perché vorrei che mi durasse di più la lettura". La Christie è magistrale nel condurre il lettore dove preferisce e nell'alternare intrigo, umorismo e un pizzico di romanticismo (ce lo mette sempre, perché l'amore è uno degli ingredienti primari della vita).

Giudizio sul romanzo: ⭐⭐⭐ 1/2

Passando alla serie, le mie prime impressioni erano state:

  1. che estetica deliziosa;
  2. l'attrice di Bundle (Mia McKenna-Bruce) ha tre espressioni in croce;
  3. ci sono troppi intrecci di personaggi, troppe coincidenze.
La serie, in realtà, è stata piacevole, esteticamente curata e ha ricevuto un adattamento che ha stravolto poco la storia (almeno fino al terzo episodio). Il cast, in realtà, è stato azzeccato, le interpretazioni buone (anche se non sono entusiasta della protagonista), le scenografie eleganti, la luce calda. Ci sono un paio di discorsi retorici sulla guerra che dovrebbero approfondire i personaggi che li pronunciano, ma in realtà nessuno dei personaggi, in questo senso, è particolarmente ben scritto. Nel complesso è un prodotto che ho trovato gradevole, ma meno del libro, che ha più aria per sviluppare storia e, soprattutto, personaggi.

Venendo alle differenze fra serie e romanzo, la prima cosa che salta all'occhio è che ci sono molti più legami fra i personaggi. Bundle e sua madre (Helena Bonham-Carter, che sostituisce il personaggio di Lord Caterham) risiedono a Chimneys durante l'affitto dei coniugi Coote e conoscono i ragazzi del Foreign Office che saranno implicati nella vicenda. Di più, Bundle ha con loro rapporti di amicizia o persino oltre, mentre nel libro conosceva solo Bill Eversleigh. Non solo: la prima scena della serie ci mostra un elemento che, ripreso successivamente, mostra un coinvolgimento familiare in certi misteri.
Questo risulta stonare un po': Bundle è legata da troppi fili rossi ai misteri che si stanno per mettere in scena, soprattutto quando le capita di percorrere una qualunque strada e di fermarsi appena prima di investire la seconda vittima. Era già forzato che le succedesse nel romanzo, una coincidenza troppo grossa, amplificata tuttavia, almeno secondo me, dal fatto che non si trattasse di uno sconosciuto.

Gli altri adattamenti operati dalla serie, secondo me, sono abbastanza trascurabili, direi comprensibili. Qualche personaggio è tagliato e, di conseguenza, le loro azioni sono svolte da altri, ma lo stavo trovando un prodotto tutto sommato fedele all'originale, fino al finale. Nel terzo episodio a mutare sono sia la scena, sia un sostanzioso colpo di scena che non mi aspettavo (anche perché nessun indizio era stato disseminato in tal senso, è proprio un'aggiunta messa allo scopo di usare il personaggio in quel modo nuovo e di rottura): audace, d'effetto, ma abbastanza superfluo secondo me.

Per quanto riguarda il cambio di scena, da un lato mi spiace perché l'ambientazione originale chiudeva un po' il cerchio (e siccome la vicenda, comunque, va conclusa lì, nella serie devono aggiungere un escamotage); dall'altra quella nuova si presta meglio all'azione, che vede più protagonista Bundle (forse troppo, finanche in modo inverosimile) e risolve il difettuccio che rendeva debole il finale di carta.
Sceneggiatori, la dovete finire di far sembrare che una donna sappia fare tutto, anche quando non lo ha mai fatto, ci fate sembrare delle insopportabili sottutto, indipendenti anche quando non è necessario, è poco verosimile o più vantaggioso e intelligente fare altrimenti.

Bundle fa un'altra cosa che non mi piace: ignora il contributo che possono apportare gli altri; un po' lo fa anche nel libro, si svicola perché preferisce agire di testa propria e non glielo lascerebbero fare, ma non quando ha i personaggi sotto mano. In quel caso si affida, gioca in squadra, si fida di Battle (del resto ha già lavorato con lui, qui interpretato da Martin Freeman). Qua invece inquisisce il povero ispettore, rifiuta aiuto quando farebbe comodo e in altri momenti è indisponente con altri personaggi. La colpa è della moderna scrittura dei personaggi femminili, problema ormai che ci affligge da qualche tempo. Per il resto la scrittura è meno didascalica rispetto ad altri prodotti Netflix e non solo visti di recente e questo è apprezzabile, ma non è curata nel dare corpo ai legami fra personaggi o a sfaccettarli. Per esempio, i Coote sono caratterizzati sono in modo negativo, mentre il romanzo sapeva giocare ironicamente su di loro; oppure il personaggio di Pongo è presente, ma non si sa davvero perché sia lì.

Complessivamente, la serie offre un intrattenimento non sgradito, ma avendola vista in contemporanea alla lettura del libro o subito dopo di essa, non mi aggiunge niente di più, anzi forse mi toglie un po' di divertimento.

Giudizio sulla serie tv: ⭐⭐⭐ -

giovedì 15 gennaio 2026

Fred Vargas è tornata...col botto: recensione di Sulla pietra

 A sei anni di distanza dall'ultimo romanzo, Il morso della reclusa, Fred Vargas torna (in realtà nel 2023, sono io che arrivo tardi) col suo commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

In Italia Sulla pietra (Einaudi, 472 pagine) è uscito nel 2024, ma io ho atteso l'autunno del 2025 per leggerlo. Perché?

Perché i precedenti due libri con protagonista Adamsberg (Il morso della reclusa e Tempi Glaciali) non mi avevano fatto impazzire: l'atmosfera e i personaggi mi sembrava avessero meno mordente e le storie erano forse poco convincenti nella risoluzione. Ho quindi tentennato un po' prima di iniziare l'ultimo lavoro dell'autrice francese, ma sono stata felicissima di scoprire che era tornata con un prodotto godibile e interessante nella trama.


Sulla pietra mi ha tenuta avvinta per tutta la lettura: la storia è stuzzicante e il ritmo molto alto, comprendendo molta azione, oltre alla parte più riflessiva che caratterizza il commissario del XIIIº arrondissement di Parigi.

Riguardo ai personaggi, in questo capitolo spicca (come sempre, va detto - è una delle mie preferite -) Violette Retancourt, che accompagna in trasferta Adamsberg, Vyrenc, Mercadet e Noël in un paesino della Normandia, quando un caso, originariamente non di competenza del nostro, viene poi assegnato alla squadra del XIIIº arrondissement. Una delle caratteristiche di Vargas è proprio la cura con cui tratteggia i personaggi, dai principali ai secondari.

A Louviec sta capitando qualcosa di strano: risuonano nella notte i passi di un'ombra ferale. Si dice che sia il fantasma dello Zoppo, che batte il suo bastone sulla pietra, annunciando la morte prossima di qualcuno. Quando tocca, effettivamente, al gigantesco guardiacaccia di Louviec e alcuni indizi sembrano condurre al nipote del poeta Chateaubriand, il commissario del paese, Frank Matthieu, ammaliato dalla recente conoscenza di Jean-Baptiste Adamsberg per un altro caso, si convince che il solo a poter vedere oltre le apparenze e imboccare la strada giusta sia proprio lo Spalatore di nuvole, nomignolo conquistato per la dedizione del commissario all'introspezione.

Osservatore attento non solo dei luoghi del delitto o dell'aspetto dei sospettati, ma anche dei loro caratteri e comportamenti, Adamsberg sembra sempre distratto da un pensiero apparentemente fuori luogo; potrebbero sembrare intuizioni le sue (che normalmente nei gialli mi infastidiscono), ma in realtà si tratta di un costante rimuginare del protagonista su certi dettagli, tutti forniti al lettore, fino a rimettere a posto il quadro d'insieme e a trovare la soluzione.

Adamsberg è lento e indolente, ma quando occorre è deciso e prevede meglio di ogni altro collega eventi e controreazioni da adottare. Il commissario divide il resto del mondo: c'è chi lo sottovaluta, non comprendendo o condividendo i suoi metodi (anche fra i più stretti collaboratori, alcuni dei quali controbilanciano proprio le sue mancanze) e chi ha fede assoluta nelle sue capacità, nella sua mente elusiva, alternativa, rimanendo affascinato dalla sua persona, ma soprattutto dai suoi modi, distaccati per alcuni aspetti ed empatici al tempo.

- Non posso restare nascosto, Matthieu. Devo stravagare. Devo andare sul mio dolmen.

- Devi?

- Proprio così. Sono le bolle, le idee vaghe. Stanno risalendo dal fondo melmoso. Si muovono, si incrociano, si scontrano. Non posso permettermi di trascurarle troppo a lungo, altrimenti torneranno a rintanarsi in fondo al lago.

Anche in questo caso il nostro segue vie alternative, piste eccentriche, psicologiche; rispetto ad altri casi che ho letto della serie, secondo me, è più facile arrivare alla soluzione anche come lettrice (o forse sono migliorata come lettrice di gialli). La storia mi ha davvero avvinta e mi ha fatto tornare a provare quella sensazione di benessere fra le pagine di un libro che fa dire "non vedo l'ora di rimettermi a leggere".

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 17 dicembre 2025

Miss Winter in biblioteca con il coltello ha degli elementi costruiti maldestramente

 Stavolta ho un fortissimo sospetto...

Ora vi do tutti i fatti e poi me lo dite voi che cosa sto pensando.

Un villaggio esclusivo dove trascorrere le vacanze, diretto da una fondazione che però non ha un'aria così cristallina e che organizza un Natale con delitto, proprio sulle nevi, per la precisione in mezzo alla peggiore tempesta di neve della storia del Nord dell'Inghilterra. Ovvio, è dove rimarranno intrappolate le sei persone che lavorano per la Fondazione Midwinter e i sei giocatori che per vincere un succoso premio devono risolvere il mistery game di Natale, chiamato Miss Winter in biblioteca con il coltello. Il romanzo (352 pp.) di Martin Edwards pubblicato in Italia da Newton Compton dovrebbe intessere un intrigo degno di Dieci Piccoli Indiani.


Chi sono le persone che si ritrovano a Midwinter? Sei ex lavoratori del mondo dell'editoria crime (un giallista fallito, chi faceva l'editor, chi aveva una casa editrice, chi un podcast, una ex opinionista e una ragazza del mondo della pubblicità), sei vite fallite, persone che hanno bisogno di soldi o meglio ancora una seconda possibilità, ma in cosa? Nella Fondazione? Tra quei tre membri della direzione così misteriosi e le tre persone che lavorano per loro?

Il premio potrà anche essere goloso, ma quando iniziano gli incidenti fatali, non si tratta più di risolvere piccoli enigmi o di scoprire il colpevole nel gioco, ma di trovare quello che sta agendo a Midwinter.

La struttura del libro a tre/quattro livelli di enigma è abbastanza interessante: c'è ovviamente la parte centrale del giallo, ma ci sono anche un cold case, collegato al mistero principale, dei giochi a enigma (con i quali io non sono granché brava) e, naturalmente, il gioco ideato dalla fondazione. La scrittura invece è atroce, incredibilmente ridondante e didascalica, tanto da affaticare la lettura e da farmi riflettere.

Cosa non mi torna:

  • l'eccesso di ripetitività (le stesse informazioni sono ribadite, quasi a costituire un riempitivo, non solo lungo tutto il romanzo, ma anche nella stessa pagina - davvero non se ne sono accorti né l'autore, né l'editor?);
  • la struttura dei fatti legati ai primi due omicidi è incredibilmente schematica e ripetuta identica: una persona sparisce dopo cena, la si cerca, la si trova e si commenta l'evento, prima tra i membri della Fondazione, poi i membri comunicano a colazione cosa è successo nella notte e i restanti ospiti ne discutono poi tra sé (sembra proprio un copione stabilito, con solo le parole da metterci per riempire gli spazi vuoti). Almeno nelle ultime pagine gli eventi prendono una piega diversa, sia pure molto frettolosa;
  • qualche indizio c'è, ma è inserito in modo troppo evidente (a parte il protagonista, ma forse pure più di lui, il passato di una sola delle persone a Midwinter è raccontato con una certa dovizia di particolari);
  • per essere un autore di polizieschi, che si occupa anche di scrivere critica al riguardo, sono un bel po' di errori e io mi chiedo come mai;
  • mi ha fatto molto ridere il Trova-indizi finale (che vorrebbe replicare quello di alcuni gialli del periodo d'Oro): alcuni ok, sono quelli plateali, ma gli altri dovrebbero essere indizi? Sono meno che suggestioni.
Giudizio: Penso che questo sia uno dei romanzi più brutti (ma soprattutto scritti male) che ho letto negli ultimi tempi e se riflettiamo insieme sul perché, secondo me ci viene in mente. ⭐

martedì 9 dicembre 2025

Una buona lettura quando si desiderano gialli ambientati nella Londra di Jack Lo Squartatore: Le avventure di Dorcas Dane

 Nell'epoca in cui il genere giallo iniziò a prendere piede e, particolarmente, negli stessi anni in cui Londra si ritrovava, a Whitechapel, il più celebre killer di tutti i tempi e, su carta, l'ineguagliabile segugio, Sherlock Holmes, anche le detective donna cominciavano a popolare le pagine dei romanzi.

È in questa Londra che George Robert Sims (1847-1922) fa debuttare la sua Dorcas Dane nel 1897.


Dorcas è un personaggio particolare, al tempo stesso pienamente femminile, moglie e figlia premurosa, eppure furba, indipendente come un uomo (che nel 1897 non è proprio scontato) e anche con ampia influenza sulla polizia (e i poliziotti uomo) di Scotland Yard, tanto che basta il suo nome, la sua fama per far intervenire gli agenti, laddove la situazione lo richieda. In anni in cui il pubblico piange l'assenza di personaggi femminili efficaci, che siano forti senza dover avere tratti maschili (anche se vorrei capire perché infastidisca tanto) o sapere fare tutto (questo è irrealistico e odioso), Dorcas è la donna che il lettore vorrebbe incontrare, perfettamente in equilibrio e a suo agio nel ruolo di compagna affettuosa per il marito malato e di segugio impareggiabile. Anche se è stata accostata a Holmes, non gli somiglia granché, ma il sapore dei racconti che ho letto nella raccolta Le avventure di Dorcas Dane (256 pp), che il Palindromo ha voluto proporre per la prima volta in Italia, è quello delle storie di Conan Doyle più per l'ambientazione, il periodo storico e il genere, che per una vera somiglianza nel tratto e nei modi con Sherlock Holmes. Tuttavia alcuni elementi, nello spirito di osservazione e deduzione della nostra eroina, hanno delle somiglianze con quelli del suo più noto collega.

Dopo un'interessante introduzione sul personaggio, ci sono cinque racconti: Il concilio dei quattro, L'uomo dallo sguardo strano, La lucertola di diamanti, Il misterioso milionario e L'omicidio di Harvestock Hill. In tutte queste avventure, da aiutante, narratore e ammiratore (alla Watsnon) c'è Mr. Saxton, che aveva conosciuto Dorcas quando faceva l'attrice e che la ritrova ormai detective, dopo aver affiancato per qualche tempo il sovrintendente di polizia in pensione, Mr. Johnson, da cui apprende il mestiere e con cui ha la possibilità di farsi conoscere per le sue doti.

In realtà, la prima avventura della detective, Il concilio dei quattro, non è particolarmente brillante, ma la seconda, L'uomo dallo sguardo strano, si fa già più piccante e interessante e, quando ho letto settimane dopo L'enigma della camera gialla, ho ritrovato degli elementi (un padre allarmato per una figlia che nasconde segreti) che mi hanno proprio ricordato questo racconto.

Anche La lucertola di diamanti, una storia su una misteriosa sparizione di un gioiello, non ha conquistato il mio interesse, ma Il misterioso milionario è un racconto molto più gustoso e introduce elementi di suspense e di avventura; questo, sì, è il più sherlockiano dei racconti. L'omicidio di Harvestock Hill, infine, ha una risoluzione talmente originale e particolare, che merita essere letto anche solo per quello.

Giudizio: non memorabilissimi, ma molto piacevoli alla lettura ⭐⭐⭐ 

domenica 26 ottobre 2025

Viaggio nella Svezia del 1852: Cucinare un orso

 Cucinare un orso (Iperborea, 515 pagine), dell'autore svedese contemporaneo Mikael Niemi, è un romanzo molto particolare. Inizialmente mi fu consigliato come romanzo giallo, ma successivamente ho sentito negare che lo fosse.

Questo ve lo chiarisco subito: è certamente un giallo, ma non classico, bensì storico e "all'italiana", ossia "alla Eco". Mi spiego meglio.


Svezia, 1852. Lars Levi Læstadius (che è esistito davvero, anche se l'opera è di fantasia) è un pastore protestante che fonda un movimento cristiano, chiamato Il Risveglio, contrario alla deriva locale della popolazione, spesso abusante di alcol. Læstadius è un uomo ormai anziano e stanco, severo, ma anche in grado di essere comprensivo e giusto. Adotta nella sua famiglia un trovatello sami, Jussi, discriminato dalla popolazione locale, ma considerato invece dal pastore molto intelligente, tanto da insegnargli non solo a leggere, a scrivere e la religione, ma anche a osservare i dettagli del mondo naturale (Læstadius è anche un famoso botanico) e non solo.

Quando scompare una giovane ragazza a servizio e viene poi rinvenuta qualche giorno dopo, Læstadius e Jussi giungono sul posto prima delle autorità locali e iniziano a osservare la scena, notano alcuni dettagli, che li porterà a diffidare della conclusione a cui giungono il giudice Brahe e il poliziotto. No, non è stato un orso ad aggredire la ragazza, ma contraddire il giudice e sollevare sospetti difficili nella comunità non è possibile, anzi: diventa molto pericoloso, soprattutto per chi già è in una posizione emarginata. La copertina del libro non è casuale e ritengo sia davvero bellissima.

Læstadius e Jussi ci ricordano un po' Guglielmo da Baskerville e Adso e lo sfondo è, come ne Il nome della rosa, uno scontro tra posizioni religiose. La stessa atmosfera, sebbene temporalmente distante, ricorda quel Medioevo che concepiamo come periodo buio, anche se Barbero ci ha ampiamente spiegato che non è così. Le indagini si svolgono in un clima di tensione e si dipanano lente nel corso del romanzo, frammiste a molto altro: uno scorcio socio-culturale sulla Lapponia del 1952, delle differenze e divergenze fra Sami e Svedesi e anche una riflessione teologica.

Mi sono piaciute molto la storia, l'atmosfera e la scrittura, ma alcuni punti sono crudi e ostici. Non si può non restare dispiaciuti e quasi disgustati per alcune pieghe che le vicende prendono, ma anche molto sorpresi dal finale, che lascia comunque un po' di amaro in bocca. Il mio giudizio sul romanzo è molto influenzato proprio da questo.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Il caso più famoso di Rouletabille: Il mistero della camera gialla

Rouletabille, il giornalista-detective che ha potere di osservazione e deduzione superiore a qualunque ispettore della Sûreté parigina, nato dalla penna di Gaston Leroux, forma assieme all'Auguste Dupin di Edgar Allan Poe e allo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un po' il triumvirato dei primi detective agli albori del mistery, ma potremmo aggiungere il Monsieur Lecoq di Émile Gaboriau (anche se in Uno studio in rosso, Conan Doyle denigra, per bocca del suo protagonista, l'operato di Lecoq e Dupin).
Negli anni in cui scrivevano Gaboriau e Leroux, erano particolarmente in voga gli enigmi della camera chiusa, di cui diventerà uno specialista, per esempio, John Dickson Carr. Il mistero della camera gialla (1908) è il tentativo di Leroux sul tema e uno degli esempi più famosi nella storia del giallo.


Mademoiselle Mathilde Stangerson, figlia non più giovanissima dello scienziato Stangerson, insieme al quale lavora presso il castello di Glandier, in Francia, dove si sono ritirati dopo alcuni anni in America, è aggredita nel cuore della notte nella sua stanza. Il padre e un domestico sono testimoni delle grida della donna, chiusa nella sua camera, ma quando finalmente riescono a entrare, non c'è traccia dell'aggressore. Nessuno riesce a spiegare come qualcuno possa essersi introdotto o come abbia potuto fuggire da quella stanza, finché Joseph Rouletabille non riesce a farsi accettare come presenza al castello di Glandier per indagare, insieme a un rivale, il ben più affermato segugio della polizia, Frédéric Larsan.

La lettura è abbastanza scorrevole, un po' lento nelle descrizioni, anche se la mia edizione Newton Compton, usatissima (procurata a Kilolibro e con le 157 pagine in fuga dalla rilegatura), non ha una traduzione delle più moderne. Il punto principale che mi ha contrariata di questo romanzo, ma agli albori del giallo e di questo sottogenere in particolare è una regola e non un'eccezione strana, è che al lettore mancano gli elementi per arrivare alla soluzione. Il colpo di scena finale è l'obiettivo del romanziere, caratteristica propria del feuilleton, a cui i primissimi gialli somigliano molto di più che ai mistery del periodo di Dame Christie. Il punto è che Rouletabille, per comodità narrative, si trova già prima del caso ad aver assistito, in modo totalmente casuale, a scene che gli rivelano delle informazioni preziose e gli elementi cardine per la risoluzione dell'enigma li scopre poco prima di svelarci la soluzione, senza condividerli e rendendoci impossibile sospettare il personaggio giusto. Fino allo svelamento del nome, io sono stata totalmente convinta di un'altra pista e ogni elemento che leggevo mi confermava nella mia idea, ma mancano ancora 21 anni al decalogo di Knox e alla sua ottava regola.


Giudizio
: intrigante, ha quel sapore nostalgico dei gialli di inizio Novecento, ma non soddisfacente per una lettrice di mistery. ⭐⭐⭐

lunedì 8 settembre 2025

Un ottimo romanzo brasiliano sui crimini d'odio, ma non un vero giallo: Il crimine del buon nazista

 Il crimine del buon nazista (Sellerio, 196 pag) di Samir Machado de Machado è il primo giallo, ma anche romanzo in generale, brasiliano che leggo.

L'autore è nostro contemporaneo, ma l'ambientazione della storia è il 1933. Uno Zeppelin tedesco sorvola i cieli brasiliani e a bordo sta la crème de la crème della società nazista (e non) dell'epoca, dal pilota, celebre, ma totalmente contrario al nuovo regime, al funzionario di polizia, Bruno Bruckner, che verrà presto distolto dal suo rilassante viaggio per l'occorrere di un evento delittuoso.


Uno dei passeggeri è infatti ritrovato senza vita nel bagno del dirigibile, al mattino successivo al suo imbarco. La sera prima aveva cenato con altre quattro persone: un medico nazista che compie esperimenti di eugenetica, una snobissima baronessa, un giovanotto inglese di bell'aspetto e dalla lingua pungente e, infine, proprio il poliziotto. L'identità della vittima è dubbia, forse è ebreo, forse omosessuale e potrebbe dunque trattarsi di un crimine di odio.

Il mistery parte in modo classico: scena ristretta ai convitati del pasto, indagini tradizionali, interrogatori di rito e ambientazione che non può che rimandare ai grandi romanzi della Christie che si svolgono su mezzi di trasporto "chiusi" (treno, battello, aereo...); tuttavia la narrazione non è del tutto affidabile, riserva qualche sorpresa e non sono presenti, a mio avviso, tutti gli elementi necessari per capire chi è il colpevole.

Soprattutto, ritengo questo, dato il finale, non un vero giallo, ma proprio un pretesto per parlare di un tema molto preciso, ossia la condizione delle persone omosessuali nella Germania nazista.

Il romanzo è scritto benissimo, molto scorrevole, con un buon lessico e mi è piaciuto molto, ma come romanzo piuttosto che come giallo. Da questo punto di vista sono rimasta un po' scontenta, ma compensa tantissimo con una scrittura davvero piacevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

giovedì 17 luglio 2025

Nuvole Barocche: il duo Paolacci e Ronco esordisce con la prima indagine di Paolo Nigra

 Qualche settimana fa mi ero cimentata nello stroncare la raccolta di racconti gialli Mondadori per l'estate 2024 (E cosy sia).

All'interno di quel volume, tuttavia, qualcosa da salvare lo avevo trovato e, in particolar modo, due scritti avevano "bucato la pagina", rimanendomi impressi: uno era il racconto di Patrizia Rinaldi, autrice che si occupa principalmente di letteratura per ragazzi, ma anche creatrice del personaggio di Blanca Occhiuzzi, diventato protagonista di una serie poliziesca Rai nel 2021 e 2023 (ovviamente denominata Blanca perché le donne perdono sempre il diritto a essere identificate con il cognome...riferimento puramente casuale a Vanina...).

Il secondo racconto che mi era davvero piaciuto è Vertigine, scritto da Antonio Paolacci e Paola Ronco, con protagonista il vicequestore aggiunto Paolo Nigra.

Antonio Paolacci aveva già scritto indipendentemente cinque libri e Paola Ronco due romanzi, di cui un giallo. Lavorano per lo stesso editore, si conoscono, si innamorano e finiscono per dare vita, a quattro mani, alla saga di Paolo Nigra, che ha all'attivo quattro capitoli principali, usciti nel 2019, 2020, 2022 e 2024.

Colpita da Vertigine, riferimento volutissimo a Vertigo di Hitchcock (La donna che visse due volte), girato in parte nell'hotel di Genova a cui si è ispirato anche il racconto, il Bristol, che ha uno scalone ellittico stupendo e molto noto, ho deciso di provare anche a leggere il primo dei quattro episodi della saga di questi due autori.


Meno di un'ora dopo, il cielo sopra Genova era magnifico; nuvole barocche si rincorrevano lontane, verso l'orizzonte, svelando un azzurro totale. Un vento frizzante, poco adatto alla fine di aprile, increspava appena il mare scuro.

Nuvole Barocche (Piemme, 333 pagine) non è un romanzo d'esordio: Paolo Nigra lavora già a Genova, è già stato promosso vicequestore aggiunto e a quel punto decide che non ha più niente da perdere e fa coming out. Anche la sua relazione a distanza è già avviata e felice con l'attore Rocco, napoletano e bellissimo, che invece non ha raggiunto il successo e teme di non arrivarci mai se dovesse imitare il compagno.

Abbastanza presto siamo catapultati sia nell'indagine, sia nel mondo di Nigra: le dinamiche di ufficio (alleati e avversari), l'amica Sarah che abita al piano di sopra, le manie del vicequestore torinese che a Genova si sente un po' stretto.

La trama mistery ha al centro una tematica ben precisa: un ragazzo giovanissimo è ritrovato in fin di vita al porto, con un cappotto rosa e dopo che la notte precedente aveva partecipato a una festa a sostegno delle unioni civili. Lo zio del ragazzo, che ha una storia familiare particolare, conferma gli ambienti frequentati dal nipote e la sua contrarietà al riguardo. Le linee d'indagine non sono molte, ma sono sviluppate in modo classico e il lettore attento ha a disposizione gli stessi indizi per la risoluzione del caso che ha anche il vicequestore. Qualcosa, forse, è anche troppo semplice da capire. Considerando quel (onestamente poco) che conosco nel panorama giallo italiano, devo dire che questo romanzo spicca per il rispetto del genere (che non è pochissimo).

Tra i temi emergono la discriminazione (soprattutto di certi ambienti per i gruppi LGBTQ+), la diffidenza, più o meno giustificata, nei confronti delle forze dell'ordine e, ovviamente, visto l'ambientazione, si parla anche di quello che successe nel 2001. Devo dire che un pochino secondo me il modo con cui gli autori hanno affrontato tutto questo è un po' forzato, quasi banale, manieristico.

La scrittura è stata piacevole da leggere, scorrevole e in certi momenti davvero buona, con descrizioni anche paesaggistiche niente male. I personaggi, invece, come ogni primo capitolo di una serie nuova pagano un po' lo scotto del doverli introdurre per la prima volta e un filino risultano stereotipati, ma spero che nei romanzi successivi possano muoversi meglio nella storia, meno inteccheriti nel loro ruolo, come del resto mi era perso durante la lettura di Vertigine. Sono anche molti e prenderci confidenza non è immediato

Giudizio: mi è piaciuto, ma speravo di più. ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 10 luglio 2025

Il mio primo Coliandro

 Carlo Lucarelli tra romanzi, racconti, saggi e molto altro ha scritto davvero di tutto nel panorama giallo e thriller di questa nazione. Tra le sue serie più celebri ci sono quelle del Commissario De Luca (di cui ho letto Carta bianca e L'estate torbida), del Commissario Marino del celebre Indagine non autorizzata, che ancora non ho letto, dell'ispettrice Grazia Negro (di cui ho letto Lupo mannaro, Almost Blue, Un giorno dopo l'altro, Acqua in bocca). Non avevo ancora letto niente neanche dell'ispettore Coliandro, su cui erano uscite storie a fumetti e una fortunata serie tv sulla Rai tra il 2006 e il 2021, diretta dai Manetti Bros. e con protagonista Gianpaolo Morelli. Lucarelli stesso racconta nelle interviste che Marco Coliandro non ha fan, ma ultrà.


Con la volontà di leggere almeno un romanzo del mio idolo per ogni saga, mi ero presa questo libricino brevissimo (Einaudi, 165 pag) usato per pochi euro, ma non avevo trovato la voglia di leggerlo per un po' e anche l'avvio della storia non mi stava convincendo. Eppure...

Eppure Lucarelli è stato bravissimo a tratteggiare, a farmi capire piano piano chi fosse Coliandro: non solo un povero cretino, ma un personaggio più complesso, meno immediato e non scontato. Non sa trasmettere certi suoi lati all'esterno: è goffo, grezzo, superficiale, mediocre, egocentrico, menefreghista, ma ha anche qualcosa di buono nel fondo, quasi un'onestà fanciullesca che stride tantissimo col resto della sua personalità e persino una certa empatia, la capacità di leggere gli altri e, a volte, affezionarsi.

Per esempio si affeziona a Nikita: gli si presenta davanti (la prima volta Coliandro appare in un racconto che si intitola proprio Nikita) quando è stato declassato alla Narcotici. Ha scoperto qualcosa facendo la pony express e non sa a chi rivolgersi. Becca l'unico poliziotto che non sa neanche lui come si fa a barcamenarsi in un'indagine, figuriamoci se c'entra la criminalità organizzata nella Bologna degli anni Novanta tra spaccio, ambienti universitari e altri più sordidi.

Non solo i personaggi sa descrivere con pochi tratti Lucarelli, ma è anche capace di restituire una certa atmosfera, cinematograficamente. Ed è un film alla fine quello che mi si dipana davanti e mi ha davvero intrattenuta, rapita per le tre ore della domenica pomeriggio in cui l'ho divorato. Non mi stava piacendo all'inizio, con questo personaggio grigio e triste, e invece ho dovuto rivalutare storia e protagonista.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Delitto all'ora del vespro: il primo romanzo della serie del canonico Clement del Reverendo Richard Coles

Delitto all'ora del vespro (Einaudi, 320 pagine) è un romanzo giallo scritto dall'inglesissimo Reverendo Richard Coles, che inaugura la serie con protagonista il canonico Daniel Clement.


Il nostro eroe è il pastore di Champton, piccolissimo borgo che non aveva altre preoccupazioni al di là dell'installare o meno delle toilette nella chiesa, finché sui banchi non viene rinvenuto un cadavere ed ecco che Daniel si ritrova a domandarsi cosa non ha capito dei suoi parrocchiani e a collaborare con la polizia.

Ogni pagina del romanzo è assolutamente inglese: i personaggi lo sono, lo è l'ambientazione e si ripetono citazioni e riferimenti che solo chi conosce bene la cultura britannica può cogliere.

I personaggi sono molti: la famiglia del canonico è ben rappresentata e caratterizzata (specialmente la madre Audrey), ma i sospetti sono veramente tanti, hanno poco spazio e questo non li rende memorabili. Spiccano un po' di più e sono più accuratamente descritti i membri della famiglia aristocratica locale.

La trama mistery si prende il suo spazio con colloqui con i sospettati e piste da seguire, ma la risoluzione finale potrebbe apparire come un'ispirata intuizione divina: l'indizio, in realtà, è visibile al momento della lettura, ma è molto ben nascosto dall'autore.

Il problema principale di questo libro, tuttavia, per me è il ritmo: il racconto procede lentamente, si perde in numerose divagazioni. La scrittura mi è piaciuta e, in generale la lettura è piacevole, ma il ritmo è un po' carente per un giallo.

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 22 aprile 2025

Non è giallo, non è cosy, sa soltanto quello che non è: la raccolta Il giallo Mondadori fa schifo

 Ma quanto è di tendenza dire cozy crime o cozy mistery?

Taaaantoooo. Ed ecco che il mercato ci si butta a pesce nel nuovo (che poi nuovo non è) sottogenere del poliziesco.

Spoiler: non basta aggiungere l'aggettivo cozy perché qualcosa lo diventi, specialmente un genere che in Italia tendenzialmente è sempre andato nella direzione opposta, quella del realismo, della cronaca, del thriller, del noir. No, nemmeno i continui riferimenti al cibo in italica maniera rende più confortevole le situazioni, non necessariamente: non tutti sono Camilleri.

I giallo "accogliente" è quello in cui i personaggi o l'atmosfera conferiscono un sapore piacevole alle indagini: per antonomasia Cabot Cove. Per me possono essere cozy i romanzi di Agatha Christie, perché non c'è mai violenza e quelle ambientazioni aristocratiche o borghesi sono rassicuranti e curate, i toni sono pacati e il lettore si aspetta il trionfo del detective alla fine della storia, magari coi sospettati seduti intorno a un tè.

Forse è il mio tipo di giallo preferito, poiché non mi piacciono gli scenari violenti e le ambientazioni in contesti miseri e degradati. Non ho mai cercato la denuncia sociale nel mistery, ma il gioco con l'investigatore. Infatti, oltre alla Christie i miei autori preferiti del genere sono Andrea Camilleri e Fred Vargas, anche se non si può davvero competere alla pari con Montalbano o Adamsberg; tuttavia si potrebbero definire (prima che il termine fosse di moda) dei cozy crime.

Ma veniamo a questa raccolta di Mondadori (407 pag) uscita nel luglio 2024 e intitolata appunto E cosy sia.


La cifra stilistica la dà il primo racconto: Ultima cena a Parigi di Francois Morlupi, noto per aver creato I cinque di Monteverde, che non ho letto, ma che, in base alle recensioni, sono violenti piuttosto che cozy e questo racconto, anche se non presenta il primo elemento, nemmeno si può dire che contenga il secondo. Non è solo antipatica l'investigatrice, ma è anche scritto male il racconto: si perde in dettagli inutili, presentando il personaggio e dà al giallo una soluzione troppo veloce, oltretutto costringendo la soluzione in un tempo del racconto troppo breve. Non si può risolvere un caso di omicidio in 24 ore.
Peri Peri è un racconto di Maria Elisa Aloisi con protagonista una ladra, antipatica come l'investigatrice del primo).
Vertigine è un racconto di Antonio Paolacci e Paola Ronco ed è l'unico della raccolta a essermi piaciuto davvero: è sofisticato, ambientato all'Hotel Bristol Palace, contiene riferimenti a La donna che visse due volte di Hitchcock, che fu in parte girato proprio in quell'albergo ed è la prima indagine che segue le regole del giallo.
All inclusive di Cristina Aicardi e Ferdinando Pastori presenta un personaggio molto sopra le righe e simpatico, Bea Blasco, ma non è un mistery: è un mix tra noir e thriller senza un rompicapo da risolvere. Stesso problema di Cuore di mamma di Alice Basso, che SPOILER consiste nella confessione spiegone di una donna che nel testamento racconta alle figlie di come ha ucciso il marito cucinando troppo calorico per innumerevoli anni. Sul serio? 😒
Anche Il gatto, l'Astice e il Cammello di Valeria Corciolani manca della struttura a rompicapo, ma ha un plot-twist interessante e che mi ha fatto tornare in mente Arsenico e vecchi merletti. In modo analogo, sebbene c'entri poco con un giallo, Il caso è risotto di Lucia Tilde Ingrosso è forse il racconto con la struttura più interessante.
Morte a km zero di Nora Venturini è uno dei racconti più gradevoli, con la struttura del giallo quantomeno e, probabilmente, è anche il più cozy dei racconti.
La dieta è un delitto di Serena Venditto è prolisso, ci sono troppi personaggi, gli indizi per risolvere il caso sono accuratamente tenuti nascosti al lettore, è didascalico, con dialoghi pessimi e il quartetto di protagonisti è discretamente antipatico.
Il mostro del pantano di Paola Regina è uno dei racconti che mi è piaciuto meno: lungo, scontato (si capisce chi è il colpevole fin da principio), perfino noioso, così come Cozze amare di Barbara Perna è infinito, il più lungo della raccolta.
L'ultimo racconto che menziono è il secondo che salvo della raccolta, principalmente per la scrittura brillante: Il pescatore, il Professore e la Cana Jatta di Patrizia Rinaldi.

Giudizio complessivo: ⭐⭐

venerdì 11 aprile 2025

I gialli-romance li scrivono meglio oltre oceano: Delitto al ballo

 Delitto al ballo di Julia Seales è un romanzo giallo con sfumature romance (Piemme, 384 pag), che omaggia e prende in giro al tempo stesso Orgoglio e pregiudizio.


L'ambientazione è un paesino a tratti fiabesco (con rane bioluminescenti, paludi risucchianti e probabilmente altre creature...) nell'Inghilterra del periodo Regency. La protagonista è la primogenita di una famiglia che si può sovrapporre ai Bennett, con due figlie in meno: il padre è un uomo tranquillo (ma burlone) che ha avuto solo femmine, le quali perderanno tutto a favore di un cugino paterno, di pessimi aspetto e modi, se non si sposeranno, ragion per cui trovare marito alle figlie maggiori è il solo scopo nella vita della signora Steele. Familiare, vero?

Beatrice Steele, però, è interessata al true crime, che segue sui giornali, da nascondere accuratamente perché non si addice a una signorina della buona società, che nel paese di Swampshire è disciplinata scrupolosamente da un'apposita Guida alle buone maniere per dame.

Al ballo organizzato dai nobili Ashbrook, tuttavia, ci sarà l'occasione per Beatrice per mettersi alla prova, insieme al tenebroso detective londinese Vivek Drake.

La caratteristica principale di questo libro è il registro comico a cui si attiene costantemente: i personaggi si prendono sul serio, ma i loro comportamenti sono ridicoli, caricaturali (e il contrasto funziona benissimo). Non è un vero libro romance, perché l'attrazione tra i due investigatori è fatta intendere (malamente, se vogliamo dirla tutta, ossia descritta come un fuoco che entrambi provano quando si toccano e poco altro); la componente mistery è già più presente, ma soprattutto si tratta di un romanzo di intrattenimento. I personaggi riescono avere, nella caricatura, anche una discreta caratterizzazione e l'ambientazione è molto gradevole (e un pelo ironica, come tutto il resto), col maniero decadente, la notte tempestosa che costringe gli ospiti a rimanere isolati. Mi ha fatto ridere e ho adorato il modo in cui è descritta la minore delle sorelle Steel, esempio anche di come un mistero viene accennato e fatto comprendere, senza didascalie inutili.

Riguardo la componente mistery, l'indagine è condotta in stile classico, l'atmosfera è quella del delitto in un cerchio ristretto di persone in un luogo misterioso e, secondo me, si può giocare abbastanza alla pari con i detective, arrivando anche a trovare il colpevole, anche se non sono riuscita a risolvere tutti i misteri.

Giudizio: gradevolissimo intrattenimento ⭐⭐⭐ 1/2


mercoledì 9 aprile 2025

Vitale Federici indaga al Teatro della Pergola

 Marcello Simoni, popolarissimo giallista storico italiano, che ha all'attivo più di trenta romanzi pubblicati, oltre a molti racconti e a saggi, con Il teatro dei delitti (Newton Compton, 224 pagine) aggiunge un secondo capitolo alla saga dell'investigatore Vitale Federici. 


Come ne La taverna degli assassini (il primo, che naturalmente leggerò dopo il secondo, come tradizione vuole), l'ambientazione è il Granducato di Toscana di fine Settecento. Stavolta, però, precettore e studente, Bernardo della Vipera, (un po' come Guglielmo da Baskerville e Adso) si trovano a seguire un'indagine al teatro della Pergola, durante la rappresentazione de Le feste d'Iside.

Al primo atto dello spettacolo, un urlo interrompe la messa in scena. Dal pubblico qualcuno ha visto nel retro del palco quello che sembra un omicidio e il duo inizia le indagini per capire cos'è successo, fra botole, quinte e i corridoi labirintici del teatro della Pergola di Firenze.

La particolarità dei romanzi di Simoni è la cura maniacale per l'ambientazione e Le feste d'Iside fu veramente messo in scena il 10 febbraio 1794. Il libretto dell'opera riporta anche i nomi con gli attori, librettista, scenografo, tutti resi personaggi che l'autore fa comparire nel romanzo, affiancandoli a quelli di finzione. Anche il teatro -peraltro bellissimo e ancora in attività, tra i primi teatri all'italiana- è descritto minuziosamente e devo ammettere che, per me, gran parte del valore di questo romanzo è stato proprio nella ricostruzione storica dell'edificio, dei costumi, dell'atmosfera della serata in teatro.

La trama mistery è interessante, soprattutto per la sfumatura a confine fra reale e immaginato che a un certo punto prendono gli eventi e lo svolgimento mi è piaciuto abbastanza: si mantiene fra interrogatori, colpi di scena piuttosto frequenti e comicità. La soluzione, tuttavia, è molto più semplice di quello che il sottotitolo del romanzo (Un giallo irrisolvibile) farebbe pensare: c'è proprio la scena con l'indizio in bella mostra nello stile de La signora in giallo.

Per quanto riguarda la scrittura, è piuttosto ben scritto e mantiene un ritmo incalzante: ha capitoli brevi, ognuno terminante con un colpo di scena (come dichiarò l'autore alla presentazione a cui assistetti all'Odeon di Firenze: più all'americana che alla Umberto Eco). Si tratta dell'aspetto che ho preferito meno: un po' affettato, mi ha stancata in poco tempo.

Giudizio: complessivamente lo reputo un discreto romanzo d'intrattenimento. ⭐⭐⭐