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mercoledì 9 settembre 2026

Un romanzo riuscito, ma che non mi ha conquistata: Espiazione di McEwan

Ho conosciuto Espiazione attraverso il film del 2007 di Joe Wright, che racconta la storia straziante di una coppia separata dagli eventi e, soprattutto, da un'invenzione, un autoconvincimento per suggestione. La storia è così dolorosa che non ho voluto saperne più, non ho mai rivisto il film (fino a ieri) e non ho voluto leggere il romanzo (fino a questa primavera).

La scrittura di Ian McEwan, tuttavia, è così decantata che ho finalmente trovato il coraggio di affrontarla, di esperirla, ma non è andata benissimo, non so se per una mia necessità di allontanarmi dal triste epilogo, perché non mi è del tutto piaciuta la narrazione oppure per il punto di vista adottato per gran parte del romanzo, probabilmente un po' tutte queste cose assieme.

Ci sono state pagine in cui sono stata rapita, trasportata su una lettura veloce che non ammetteva pause. E ci sono stati capitoli in cui mi fermavo a ogni distrazione per rimandare al giorno dopo. Sono abbastanza convinta che dipendesse dal punto di vista adottato nel capitolo, ma facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.


Trama e struttura

Nella prima parte ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di un diverso personaggio, Briony e Cecilia, soprattutto. E intendo che seguiamo nelle scene di quel capitolo i gesti e i pensieri solo dal punto di vista del personaggio. L'autore dettaglia moltissimo le descrizioni, in particolare degli stati d'animo. A ogni chiusura di un capitolo ci tuffiamo dentro un altro mondo emotivo e penso che McEwan sia magistrale in questo. La sua scrittura è lenta, dettagliata, precisa, ma (almeno per me) se ti coinvolge la storia, non puoi smettere di leggere.

Lo stesso autore, mettendo in bocca all'editore di una rivista una critica alla scrittura di Briony, parla di una vivisezione delle sensazioni dei personaggi a discapito dell'intreccio, che è modesto al confronto.

Il romanzo inizia raccontandoci di come Briony stia organizzando un dramma teatrale per il fratello che viene da Londra a trovare la famiglia. Il primo capitolo designa la bambina come protagonista. Se vogliamo il secondo capitolo allarga il ruolo anche alla sorella, ma è comunque in secondo piano e lo sarà nella struttura stessa del romanzo.

È stato questo impatto iniziale, credo, a farmi storcere il naso. Briony è in quella fase di crescita in cui si è ancora un po' bambini, ma si vuole smettere di esserlo, si vuole entrare nel mondo dei grandi, si comprende che qualcosa sta cambiando. La fantasia di questa bambina si sposta dal creare racconti e storie per giocare alla realtà, che però non riesce ancora a scindere dall'immaginifico mondo del gioco. Il dramma del romanzo sta tutto in questo. Nella lettura non sono mai riuscita né a empatizzare con Briony, né, soprattutto, a trovarla simpatica. A me ha ricordato i personaggi di Merricat Blackwood o di Rose Aubrey, narratrici inaffidabili e per le quali ho sempre provato antipatia.

Quando la narrazione verte sulla protagonista, il romanzo perdeva per me ogni interesse, per quanto ben scritto fosse, anche lo stesso personaggio, e per quanto proprio il ruolo di Briony sia cruciale nella storia.

Al contrario, quando il punto di vista era quello di Cecilia, per età un po' più vicina a me (io sono più anziana, ma quello che prova, anche sulle decisioni da prendere per la propria vita, è più vicino nel tempo e nel contenuto a quello che ho vissuto io), o di Robbie il mio interesse era maggiore.

E mentre descrivo questo non so se partivo già con un pregiudizio, legato al film di Joe Wright, film che ho amato e per cui ho sofferto così tanto che dopo la proiezione al cinema non ho più trovato il coraggio di vederlo, tranne che per scrivere questo post.

Quello che ricordavo dal film, quando ho preso in mano il libro, è che quella fosse l'appassionata e tragica storia di un amore impossibile e questo mi interessava ritrovare nel romanzo. Avevo molto ridotto l'importanza della protagonista nella storia. (Quanto è sbagliato vedere prima il film! Ci condiziona! O, perlomeno, condiziona me). Iniziare pertanto con Briony non mi è andato a genio e i capitoli incentrati su di lei per un po' sono stati una distrazione dalla storia.

La seconda parte non è divisa in capitoli, è il racconto dal punto di vista di Robbie, la ritirata fino a Dunkirk sua e di due caporali a fine primavera del 1940. McEwan ci apre una finestra sugli orrori pratici di cosa significava marciare senza cibo, sotto i colpi dell'aviazione nemica, agli ordini pressoché inesistenti di un esercito ormai disfatto col solo vago scopo di raggiungere la costa, ritirarsi per essere forse salvati, riportati a casa.

La terza parte riprende il punto di vista di Briony: l'abnegazione, il tentativo di espiare e riparare al male fatto...troppo tardi. E lo strumento ultimo rimasto per provarci.

Temi

Ce ne sono tanti in questo romanzo così denso e la vicenda principale ne tocca alcuni, ma lascia spazio a intravedere il mondo che fa da sfondo nell'Inghilterra del 1935: un mondo in cui le donne iniziavano ad apparire più disinibite, indipendenti, "trasgressive" per la morale dell'epoca. Studiavano, lavoravano, spesso non prese sul serio: esami o diplomi che non avevano lo stesso valore di quelli degli uomini, impieghi che servivano per passare il tempo, per capriccio (retaggi che non sono ovunque scomparsi, ricordiamolo sempre).

E poi la differenza di classe, la salvaguardia delle apparenze che si condensano così bene nel personaggio dell'indolente Emily: anche gli studi dei figli della servitù sono finti, sono "osare" qualcosa che loro non spetta, portare via qualcosa ai figli delle famiglie bene più pigri o meno brillanti di loro. Ed è naturale che, quando succede qualcosa, la colpa sia addossata a chi per nascita ne poteva essere più capace che a qualcuno a cui si poteva rovinare l'immagine.

E poi la seconda e la terza parte: la guerra. Vite, quotidianità, preoccupazioni, speranze, sogni, progetti, cose che vanno bene, cose che vanno male: ogni cosa è interrotta, spazzata via dalla guerra, resa inutile, distante, ridicola a confronto del disastro che sta per abbattersi sull'Inghilterra, l'Europa, il mondo.

Di più, l'ordine costituito, composto da regole, disciplina, addestramento, gradi (militare, sanitario, lavorativo), la civiltà intera è cancellata, anzi, perde totalmente di senso logico. Esiste solo la priorità dettata dall'emeregenza di sopravvivere o far vivere e ogni altra norma valida in tempo di pace non ha più ragione di esistere.

Robbie marcia con un solo unico pensiero fisso: sopravvivere per tornare. Le parole ripetute infinitamente nella testa "Ti aspetterò, torna da me" (il film Atonement in francese è stato adattato col titolo Reviens-moi), le parole con cui Cecilia conclude ogni lettera.

Cecilia rivolge queste parole non solo a Robbie, ma in precedenza anche a Briony, quando la bambina ha incubi. Cecilia è il faro, la voce che cerca di richiamare a sé i suoi cari che si stanno perdendo nelle paludi oscure, nei meandri di menti onnubilate dall'errore, dall'incubo o dal delirio della febbre.

Giudizio sul libro: ⭐⭐⭐


Confronto libro-film

Sicuramente ho preferito il film al libro. 

Perché ho visto prima la pellicola?
Perché è Wright?
Per le sue inquadrature curate, le luci romantiche, gli ambienti pieni di dettagli, le interpretazioni insostituibili del cast, la colonna sonora di Marianelli, quel vestito verde che è già storia del costume e ogni dettaglio studiato perfettamente?
Perché gli occhi di Keira Nightley e James McAvoy in quella sala da tè mi hanno spezzato il cuore e più di una scena del film mi ha fatta piangere più di quanto qualsiasi frase del romanzo mi abbia emozionata?
Perché il finale nel film è sempre beffardo e amaro, ma l'ultima scena con cui lo conclude Wright prova ad addolcirmi il boccone?
Forse perché la prolissità dei discorsi del libro sono sostituiti dalla sinteticità delle immagini, forse perché c'è meno Briony che nel libro; è vero che si perde qualcosa in questa trasposizione, ma con McEwan è inevitabile.

Tutto quello che passa per la testa di Briony occupa nel romanzo un tempo infinito; nel film è fatto intuire, ma non è assolutamente possibile riaverlo 1:1. Non si possono comprendere carattere e psicologia del personaggio così bene come sulla carta. Dal film non si può neanche sospettare la scrittura dell'autore, non si riesce a percepire la cappa di afa che opprime la prima parte, ma è fedele al libro in ogni altro aspetto (come è il regista per quanto ho potuto constatare finora con le trasposizioni dei miei libri preferiti) e il poco che aggiunge o cambia non toglie quasi niente.
Rimane pressoché inalterata anche la struttura: il cambio dei punti di vista nella narrazione quasi thriller della prima parte, con quello di Briony che anticipa e mistifica quello di Cecilia e Robbie; la seconda parte dedicata a Robbie, ma molto accorciata ed edulcorata (anche nel rapporto con i altri due ufficiali), anche se con una spiaggia di Dunkirk drammaticamente bellissima e surreale; la terza parte sul percorso di Briony per comprendere il suo errore, meno tagliata rispetto alla parte precedente anche quella dell'ospedale dove presta servizio il personaggio.

Giudizio sul film: ⭐⭐⭐⭐1/2

giovedì 5 marzo 2026

Scrivere un personaggio senza mostrarlo (quasi) mai: la grandezza di Cuore di tenebra

Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che io ho letto su un'edizione ereditata (non saprei dire se da mio padre, da mio nonno o forse da mia nonna che era professoressa di lingue) BUR con testo originale a fronte (pagine totali 270) mi ha lasciata con la sensazione di essere divisa a metà.

Il romanzo parte molto lentamente, per introdurre il lettore (e gli amici che ascoltano il racconto di Marlow) al Congo, al suo mondo da scoprire, tenebroso, incerto e all'atmosfera, alla tensione del luogo. Il marinaio Marlow, narratore e forse persino alter ego dell'autore, sente la necessità di avventurarsi lungo il fiume Congo e quello che trova nella colonia sono giochi di potere e una leggenda.

Devo essere sincera, la prima parte, quasi i due terzi del libro, mi sono un po' annoiata. Avvertivo la stanchezza e mi domandavo cosa non riuscivo a cogliere, dove stava lo speciale di quest'opera. Poi, piano piano, ho cominciato a capire cosa rendeva grande questo romanzo, rendendolo un punto di riferimento della letteratura, arrivando a ispirare a Francis Ford Coppola Apocalypse Now.


Con grande maestria, Conrad inizia a introdurre il personaggio chiave del romanzo, la figura di Kurtz. Prima evocato, poi "chiacchierato" dagli altri personaggi, nella prima parte del romanzo; poi "atteso" durante il viaggio lungo il fiume, nella seconda parte, Kurtz assurge a entità misteriosa, ingigantito dalla fama che lo precede, dall'ombra che si allunga e anche dall'impazienza, dal desiderio di Marlow di conoscere l'uomo di cui tutti parlano e da cui si sente magneticamente attratto. Il lavoro, l'ingegno, la spregiudicatezza di Kurtz sono vagheggiati, sussurrati, ma lo incontreremo solo alla fine, arrivando a bramarne la visione e la parola (tanto noi, quanto Marlow). La scena in cui compare e i personaggi che ne accompagnano l'ingresso nel romanzo sono altrettanto pazzeschi.

Paradossalmente sono pochi i momenti e poche le parole che scambieranno i due personaggi principali. La conoscenza di Kurtz avviene principalmente di riflesso, attraverso gli altri personaggi e ciascuno ne restituirà solo una parte, nessuno essendo in grado di restituirne la complessità, di rifletterne la figura intera. Nessuno è capace di cogliere mai l'interezza di un altra anima e (pirandellianamente) noi non siamo noi; noi siamo ciò che gli altri percepiscono di noi.

L'immagine che di Kurtz hanno gli uomini che lo conoscono in Congo è infatti totalmente diversa dal Kurtz uomo con cui ci confronteremo alla fine del romanzo, tramite la conoscenza della sua fidanzata. C'è chi lo ammira, chi lo discute, chi lo critica, chi lo invidia, ma non è un solo Kurtz. Tutti parlano di lui, alcuni pensano di conoscerlo, pur avendo in mente una diversa versione di lui, pochi lo amano.

Il personaggio, folle, affascinante, complesso è l'ossessione di tutti gli altri e al tempo stesso è ossessionato, fino a consumarsi del tutto, da quel cuore tenebroso, da quell'anima nera che non è solo la terra. E neri diventano anche il cuore e la morale di tutti coloro che si affacciano sull'abisso sconosciuto che Conrad descrive in questo romanzo.

Nonostante questo, però, non posso dire che il libro mi sia davvero piaciuto. Ho avuto anche la sensazione di averlo letto nel momento sbagliato, senza riuscire ad accordarmi del tutto con il suo ritmo e con il suo modo di raccontare. Sono però rimasta colpita da come Conrad costruisce lentamente l'attesa, la tensione attorno a un personaggio che per gran parte della storia non vediamo, ma che di fatto alimenta la storia, anzi, la regge completamente sulle spalle (o per meglio dire) sulla propria ombra.

Giudizio: ne percepisco la grandezza, ma non posso dire che mi sia davvero piaciuto, non me lo sono goduto come romanzo, come storia. Kurtz, però, è un gigante.

mercoledì 17 dicembre 2025

Miss Winter in biblioteca con il coltello ha degli elementi costruiti maldestramente

 Stavolta ho un fortissimo sospetto...

Ora vi do tutti i fatti e poi me lo dite voi che cosa sto pensando.

Un villaggio esclusivo dove trascorrere le vacanze, diretto da una fondazione che però non ha un'aria così cristallina e che organizza un Natale con delitto, proprio sulle nevi, per la precisione in mezzo alla peggiore tempesta di neve della storia del Nord dell'Inghilterra. Ovvio, è dove rimarranno intrappolate le sei persone che lavorano per la Fondazione Midwinter e i sei giocatori che per vincere un succoso premio devono risolvere il mistery game di Natale, chiamato Miss Winter in biblioteca con il coltello. Il romanzo (352 pp.) di Martin Edwards pubblicato in Italia da Newton Compton dovrebbe intessere un intrigo degno di Dieci Piccoli Indiani.


Chi sono le persone che si ritrovano a Midwinter? Sei ex lavoratori del mondo dell'editoria crime (un giallista fallito, chi faceva l'editor, chi aveva una casa editrice, chi un podcast, una ex opinionista e una ragazza del mondo della pubblicità), sei vite fallite, persone che hanno bisogno di soldi o meglio ancora una seconda possibilità, ma in cosa? Nella Fondazione? Tra quei tre membri della direzione così misteriosi e le tre persone che lavorano per loro?

Il premio potrà anche essere goloso, ma quando iniziano gli incidenti fatali, non si tratta più di risolvere piccoli enigmi o di scoprire il colpevole nel gioco, ma di trovare quello che sta agendo a Midwinter.

La struttura del libro a tre/quattro livelli di enigma è abbastanza interessante: c'è ovviamente la parte centrale del giallo, ma ci sono anche un cold case, collegato al mistero principale, dei giochi a enigma (con i quali io non sono granché brava) e, naturalmente, il gioco ideato dalla fondazione. La scrittura invece è atroce, incredibilmente ridondante e didascalica, tanto da affaticare la lettura e da farmi riflettere.

Cosa non mi torna:

  • l'eccesso di ripetitività (le stesse informazioni sono ribadite, quasi a costituire un riempitivo, non solo lungo tutto il romanzo, ma anche nella stessa pagina - davvero non se ne sono accorti né l'autore, né l'editor?);
  • la struttura dei fatti legati ai primi due omicidi è incredibilmente schematica e ripetuta identica: una persona sparisce dopo cena, la si cerca, la si trova e si commenta l'evento, prima tra i membri della Fondazione, poi i membri comunicano a colazione cosa è successo nella notte e i restanti ospiti ne discutono poi tra sé (sembra proprio un copione stabilito, con solo le parole da metterci per riempire gli spazi vuoti). Almeno nelle ultime pagine gli eventi prendono una piega diversa, sia pure molto frettolosa;
  • qualche indizio c'è, ma è inserito in modo troppo evidente (a parte il protagonista, ma forse pure più di lui, il passato di una sola delle persone a Midwinter è raccontato con una certa dovizia di particolari);
  • per essere un autore di polizieschi, che si occupa anche di scrivere critica al riguardo, sono un bel po' di errori e io mi chiedo come mai;
  • mi ha fatto molto ridere il Trova-indizi finale (che vorrebbe replicare quello di alcuni gialli del periodo d'Oro): alcuni ok, sono quelli plateali, ma gli altri dovrebbero essere indizi? Sono meno che suggestioni.
Giudizio: Penso che questo sia uno dei romanzi più brutti (ma soprattutto scritti male) che ho letto negli ultimi tempi e se riflettiamo insieme sul perché, secondo me ci viene in mente. ⭐

martedì 9 dicembre 2025

Una buona lettura quando si desiderano gialli ambientati nella Londra di Jack Lo Squartatore: Le avventure di Dorcas Dane

 Nell'epoca in cui il genere giallo iniziò a prendere piede e, particolarmente, negli stessi anni in cui Londra si ritrovava, a Whitechapel, il più celebre killer di tutti i tempi e, su carta, l'ineguagliabile segugio, Sherlock Holmes, anche le detective donna cominciavano a popolare le pagine dei romanzi.

È in questa Londra che George Robert Sims (1847-1922) fa debuttare la sua Dorcas Dane nel 1897.


Dorcas è un personaggio particolare, al tempo stesso pienamente femminile, moglie e figlia premurosa, eppure furba, indipendente come un uomo (che nel 1897 non è proprio scontato) e anche con ampia influenza sulla polizia (e i poliziotti uomo) di Scotland Yard, tanto che basta il suo nome, la sua fama per far intervenire gli agenti, laddove la situazione lo richieda. In anni in cui il pubblico piange l'assenza di personaggi femminili efficaci, che siano forti senza dover avere tratti maschili (anche se vorrei capire perché infastidisca tanto) o sapere fare tutto (questo è irrealistico e odioso), Dorcas è la donna che il lettore vorrebbe incontrare, perfettamente in equilibrio e a suo agio nel ruolo di compagna affettuosa per il marito malato e di segugio impareggiabile. Anche se è stata accostata a Holmes, non gli somiglia granché, ma il sapore dei racconti che ho letto nella raccolta Le avventure di Dorcas Dane (256 pp), che il Palindromo ha voluto proporre per la prima volta in Italia, è quello delle storie di Conan Doyle più per l'ambientazione, il periodo storico e il genere, che per una vera somiglianza nel tratto e nei modi con Sherlock Holmes. Tuttavia alcuni elementi, nello spirito di osservazione e deduzione della nostra eroina, hanno delle somiglianze con quelli del suo più noto collega.

Dopo un'interessante introduzione sul personaggio, ci sono cinque racconti: Il concilio dei quattro, L'uomo dallo sguardo strano, La lucertola di diamanti, Il misterioso milionario e L'omicidio di Harvestock Hill. In tutte queste avventure, da aiutante, narratore e ammiratore (alla Watsnon) c'è Mr. Saxton, che aveva conosciuto Dorcas quando faceva l'attrice e che la ritrova ormai detective, dopo aver affiancato per qualche tempo il sovrintendente di polizia in pensione, Mr. Johnson, da cui apprende il mestiere e con cui ha la possibilità di farsi conoscere per le sue doti.

In realtà, la prima avventura della detective, Il concilio dei quattro, non è particolarmente brillante, ma la seconda, L'uomo dallo sguardo strano, si fa già più piccante e interessante e, quando ho letto settimane dopo L'enigma della camera gialla, ho ritrovato degli elementi (un padre allarmato per una figlia che nasconde segreti) che mi hanno proprio ricordato questo racconto.

Anche La lucertola di diamanti, una storia su una misteriosa sparizione di un gioiello, non ha conquistato il mio interesse, ma Il misterioso milionario è un racconto molto più gustoso e introduce elementi di suspense e di avventura; questo, sì, è il più sherlockiano dei racconti. L'omicidio di Harvestock Hill, infine, ha una risoluzione talmente originale e particolare, che merita essere letto anche solo per quello.

Giudizio: non memorabilissimi, ma molto piacevoli alla lettura ⭐⭐⭐ 

domenica 26 ottobre 2025

L'abbazia di Northanger: confronto romanzo-film

 Ho riascoltato in questi giorni su Audible L'abbazia di Northanger, la prima opera di Jane Austen, che, come gli altri romanzi, lessi tanti anni fa, nell'adolescenza. Confesso che non ricordavo praticamente nulla, a eccezione dell'adorazione della protagonista per I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe. Strano come ci si ricordi di certi dettagli. Questo romanzo e Ragione e sentimento sono, probabilmente, quelli dell'autrice che meno ricordo.

L'ascolto è stato molto piacevole perché davvero non ricordavo quanto fosse divertente: la scrittura è frizzante, un costante umorismo descrive in modo serio le incongruenze della società e soprattutto prende in giro i personaggi che hanno una morale fragile. Sotto la penna della Austen l'accompagnatrice alla vita sociale di Bath della protagonista, svampita e interessata solo a come è vestita, Mrs Allen, l'ipocrita amica del cuore Isabella e il fratello di lei, Mr Thorpe, subdolo e fanfarone, sono esposti al ludibrio del lettore. Persino la protagonista è introdotta in modo faceto, con un tono così spiazzante e satirico per una scrittrice Ottocentesca, in un incipit memorabile, da lasciare sorpresi.

"Nessuno che avesse conosciuto Catherine Morland nella sua infanzia avrebbe mai immaginato che fosse nata per essere un'eroina."

E la sua descrizione nei primi paragrafi è altrettanto satirica.

"Una famiglia con dieci figli sarà sempre chiamata una bella famiglia, purché ci siano teste, braccia e gambe nella giusta proporzione; ma i Morland avevano poco altro per essere degni di quell'aggettivo, poiché erano in generale molto brutti, e Catherine, per molti anni della sua vita, brutta come tutti. Aveva una figura esile e goffa, una pelle giallastra e scolorita, capelli scuri e lisci e lineamenti marcati; questo come aspetto fisico; ma non meno sfavorevole all'eroismo sembrava la sua mente.

[...] Tale era Catherine Morland a dieci anni. A quindici, l'aspetto era in via di trasformazione; cominciò ad arricciarsi i capelli e a spasimare per i balli; la carnagione migliorò, i lineamenti si ammorbidirono, quando ingrassò un po' e si fece più colorita, gli occhi acquistarono più vivacità, e la figura più rilievo. L'amore per la sporcizia lasciò il posto all'inclinazione per i bei vestiti, e divenne pulita diventando elegante; ora aveva talvolta il piacere di sentire i commenti del padre e della madre sul suo miglioramento fisico. "Catherine sta diventando proprio una bella ragazza, oggi è quasi graziosa", erano le parole che di tanto in tanto le giungevano all'orecchio; e quanto erano graditi quei suoni! Apparire quasi graziosa, è un complimento che dà molta più gioia a una ragazza che era stata brutta per i primi quindici anni della sua vita, rispetto a qualsiasi altro ne possa ricevere chi è stata bella fin dalla culla."

Catherine Morland, la nostra protagonista, è una ragazza serissima per principi morali e totalmente naïve sulla società e sulle persone: è integerrima, ma sprovveduta, seria, simpatica e totalmente trasparente, tanto da spiattellare, quando ancora muove i primi passi nella vita di società, i suoi sentimenti e da credere alle parole di tutti. Appena arriva a Bath con i coniugi Allen, infatti, è subito preda della scaltrissima Isabelle Thorpe, che intende accalappiarsi il fratello di lei e che è similissima nei comportamenti e nel carattere a Lucy Steel di Ragione e sentimento. Catherine, tuttavia, si innamora fin da subito del reverendo Henry Tilney e scopre di essere simpatica anche al padre del suo beniamino, che la inviterà poi nella tenuta di famiglia, l'abbazia che dà nome al romanzo. Il vetusto luogo e il severo generale Tilney sono così suggestivi, che per Catherine è impossibile non nascondano misteri, ma quali sono i veri segreti e dove risiedono le doppiezze del prossimo sono proprio il tema di questa storia. 

Rileggerlo a breve distanza dal mio secondo incontro con Ragione e sentimento me lo ha fatto nettamente preferire per il tono acuto e scanzonato di L'abbazia di Northanger. L'autrice prende in giro tutto e tutti, compresa la letteratura e i colleghi autori. Questo romanzo è dunque quasi una parodia sia delle storie d'amore, sia dei romanzi gotici, che nutrono la troppo fertile fantasia di Catherine.


Ho poi guardato l'unico adattamento del romanzo (secondo Wikipedia), disponibile su Prime Video, con Felicity Jones che nel 2007 è perfetta nel ruolo della protagonista, con quello sguardo meravigliato che sfiora ogni cosa nuova a Bath con allegra semplicità e una Carey Mulligan totalmente in parte nel personaggio di Isabelle.

Ho trovato il film di Jon Jones una trasposizione incredibilmente aderente alla storia originale (così aderente da stupirmi, fino a iniziare la pellicola con l'incipit del romanzo e a terminarla con la morale finale), molto scorrevole (dura solo un'ora e mezza), con un cast azzeccato e un tono leggero perfetto. Le differenze rispetto al romanzo sono minime, come l'inserimento di una storia collaterale, appena accennata in realtà, alcune "concessioni moderne", ossia un risvolto particolare sul finale della storia di Isabelle e le conseguenze in forma di sogni, fantasie o incubi alle letture di Catherine, I misteri di Udolpho e Il monaco, per l'epoca spaventose e licenziose. Le variazioni sui personaggi di Eleanor Tilney e Isabelle Thorpe sembrano un voler riequilibrare i destini rispetto al romanzo, nel quale un personaggio positivo come Eleanor non sembra ottenere un lieto fine ed esce di scena fin troppo velocemente, mentre Isabelle è punita anche troppo poco per la sua doppiezza.

Giudizio: potrei rivalutare questa commedia di Jane Austen tra i miei preferiti, certo dopo Orgoglio e Pregudizio e Persuasione e il film è delizioso, nella sua semplicità (forse lo dico solo perché è fedele all'originale?).

lunedì 8 settembre 2025

Un regalo per tutti coloro che hanno amato La mia famiglia e altri animali

Conoscete Gerry, Leslie, Larry, Margot e mamma Durrell?
No?
Allora finora vi siete fatti un grandissimo torto.

Gerald Durrell è un famoso naturalista inglese, che ha passato la vita a studiare le specie animali e anche a cercare di preservarle; ma soprattutto, è uno scrittore dallo spiccato senso comico che ha trascorso parte dell'infanzia sull'isola di Corfù con la sua famiglia, riportandone le gesta nel romanzo La mia famiglia e altri animali (Adelphi, 368 pag).
Aver letto quest'estate L'isola degli animali (Neri Pozza, 283 pag, il cui titolo inglese, Birds, Beasts and Relatives, rende meglio l'idea) mi dà l'opportunità di parlare di entrambi i romanzi, dal momento che il secondo non è che una raccolta di capitoli bonus: avventure extra, ambientate nello stesso periodo temporale del primo, sicuramente invocate a gran voce dai lettori e di facile guadagno dopo che La mia famiglia e altri animali aveva riscosso tanto successo.


Entrambi i romanzi iniziano con una discussione in famiglia davanti al camino: nel primo libro per convincere mamma Durrell a trasferirsi in un paese meno umido, magari la Grecia, magari L'isola di Corfù. Ne L'isola degli animali, invece, il momento di raccoglimento familiare consente a Gerry di annunciare ai suoi che sta per pubblicare ulteriori episodi sparsi (esilaranti e non dignitosi) del periodo da loro vissuto sull'isola. Non si tratta quindi di un sequel.
Sull'isola la famiglia cambia case, cerca di ambientarsi tra la gente del posto, impara a poco a poco il greco e conosce Spyro, fin da subito il loro factotum, protettore, portafortuna. 
Durrell alterna le strampalate avventure della famiglia alle descrizioni dell'isola, dell'ambiente e della sua passione: la zoologia. Il piccolo Gerry, tra un maestro e l'altro, esplora e annota meticolosamente ogni dettaglio degli animali che incontra e ogni comportamento. 
La convivenza di Gerry con i parenti e dei parenti con gli animali che il bambino si porta a casa è costellata di episodi esilaranti di malintesi, incidenti prevedibili, idiosincrasie dei familiari o delle bestiole.

Durrell ha uno stile estremamente divertente, umoristico, sottile; è molto abile come descrittore sia di paesaggi, sia di situazioni. Anche i personaggi risultano vitali, reali, caratterizzati dalle proprie personalità tanto da poterne quasi prevedere il comportamento. 
La mia famiglia e altri animali, ma anche L'isola degli animali, che sostanzialmente è lo stesso unico romanzo, sono tra i romanzi che mi hanno divertita di più nella mia storia da lettrice e li consiglio spassionatamente a chiunque voglia una lettura leggera e appassionante.

Giudizio: ⭐️⭐️⭐️⭐️ 1/2

giovedì 10 luglio 2025

Delitto all'ora del vespro: il primo romanzo della serie del canonico Clement del Reverendo Richard Coles

Delitto all'ora del vespro (Einaudi, 320 pagine) è un romanzo giallo scritto dall'inglesissimo Reverendo Richard Coles, che inaugura la serie con protagonista il canonico Daniel Clement.


Il nostro eroe è il pastore di Champton, piccolissimo borgo che non aveva altre preoccupazioni al di là dell'installare o meno delle toilette nella chiesa, finché sui banchi non viene rinvenuto un cadavere ed ecco che Daniel si ritrova a domandarsi cosa non ha capito dei suoi parrocchiani e a collaborare con la polizia.

Ogni pagina del romanzo è assolutamente inglese: i personaggi lo sono, lo è l'ambientazione e si ripetono citazioni e riferimenti che solo chi conosce bene la cultura britannica può cogliere.

I personaggi sono molti: la famiglia del canonico è ben rappresentata e caratterizzata (specialmente la madre Audrey), ma i sospetti sono veramente tanti, hanno poco spazio e questo non li rende memorabili. Spiccano un po' di più e sono più accuratamente descritti i membri della famiglia aristocratica locale.

La trama mistery si prende il suo spazio con colloqui con i sospettati e piste da seguire, ma la risoluzione finale potrebbe apparire come un'ispirata intuizione divina: l'indizio, in realtà, è visibile al momento della lettura, ma è molto ben nascosto dall'autore.

Il problema principale di questo libro, tuttavia, per me è il ritmo: il racconto procede lentamente, si perde in numerose divagazioni. La scrittura mi è piaciuta e, in generale la lettura è piacevole, ma il ritmo è un po' carente per un giallo.

Giudizio: ⭐⭐⭐

mercoledì 2 luglio 2025

Fiabe floreali: esempi di indottrinamento ottocentesco sulle bambine

 Ne avevo sentito parlare come di un gioiellino.

Fiabe floreali di Luisa May Alcott (autrice del più noto Piccole Donne), in Italia uscito per Elliot (127 pagine), è una raccolta di fiabe sulla gentilezza...all'apparenza.


L'autrice sfrutta la narrazione a cornice per introdurre storie slegate tra loro: la regina delle fate raccoglie una sera accanto a sé creature del piccolo popolo e le invita, a turno, a raccontare qualcosa: poesie, filastrocche, racconti, popolati da creature che vivono in un piccolo mondo di feste, balli, fiori, buoni sentimenti, tutto descritto con dovizia di particolari, quasi l'impresa sembri così impossibile da voler far immergere il lettore in questa atmosfera.

Le storie sono tutte molto simili fra loro e legate da uno stesso filo: mostrare che con la gentilezza, la remissività, la sopportazione (le virtù cristiane perfette su una donna, no?) si ottengono sempre favori, pace e lieti fini, mentre alle creature (bambini, fate, etc...) che sono egoisti e prevaricatori toccano tristezze, miserie e ricerche o prove da superare per espiare i loro "cattivi" comportamenti. In uno dei racconti un personaggio riceve addirittura un fiore che fiorisce o appassisce a seconda dei comportamenti adottati.

Oltre a una narrazione prolissa, ripetitiva e stucchevole

"Allora la bambina smise di farsi domande, ma divenne più intenso il suo amore per gli Elfi dal cuore tenero che lasciavano la loro terra felice per rallegrare e confortare coloro che non avrebbero mai saputo quali mani li avevano vestiti e sfamati, quali cuori avevano donato loro un po' della propria gioia per riempire i loro di tanta felicità."

in realtà ciò che mi ha infastidito nella lettura, più della noia, è stato questo indottrinamento. Il target delle fiabe sulle fate sono chiaramente bambine, a cui stanno dicendo "comportatevi così se volete essere felici": la colomba, ormai quasi in punto di trapasso, che viene lodata per la sua sopportazione della malattia, per non essersi mai lamentata, perché è grata alle fate che l'hanno accudita; l'elfo Lanugine di Cardo al contrario è rimproverato perché, benché "vivace e galante [...] celava sotto il suo vivace mantello piccoli aculei di crudeltà ed egoismo". E ancora il bocciolo di rosa che tenta di afferrare la bellezza della lucciola viene punito dal Padre per l'ingratitudine per il proprio aspetto e rischia di morire, perché la superbia è descritta come un sentimento triste e "soltanto l'umiltà può donare felicità ai fiori e alle Fate".

Le bambine dell'epoca in cui scrive la Alcott dovevano incarnare tutte queste nobili virtù cristiane di remissività, abnegazione, essere graziose e silenziose, sorridenti, senza mai una richiesta o una lagna o una parola di biasimo o critica per chicchessia. La piccola Eva del racconto, infatti, alla richiesta della Regina delle Fate di quale dono vorrebbe ricevere, non può che chiedere di essere perfetta come il mondo la vuole: 

"cari piccoli Elfi, cosa posso chiedere a voi, che avete fatto tanto per rendermi felice, e mi avete insegnato tante cose buone e gentili, il ricordo delle quali non svanirà mai in me? Posso soltanto chiedervi il potere di essere pura e gentile come voi, tenera e amorevole coi deboli e i sofferenti, e instancabile nel compiere atti d'amore verso tutti."

Mi rendo conto che per l'epoca e per il pubblico a cui era rivolto (bambine e soprattutto madri che volevano le loro figliolette docili, dolci e pazienti) questo prodotto potesse funzionare a dovere, ma riproporlo oggi, che abbiamo valori totalmente diversi, è un'operazione azzardata e quasi insensata.

Giudizio: ⭐⭐ 

domenica 9 febbraio 2025

Finalmente ho letto Il castello di Otranto

 Non so perché non lo avessi letto al liceo, quando si comincia a studiare il romanzo e ti spiegano che il primo romanzo storico è Ivanhoe (1819) di Walter Scott - che lessi allora con grande piacere - e il primo romanzo gotico è proprio Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole.

Non ne avevo neppure una copia in casa, finché non ho trovato la promozione Newton Compton di quest'estate e ne ho acquistata una che aveva una copertina molto graziosa e suggestiva.


Si tratta di un libriccino di circa cento pagine, che si legge in un pomeriggio autunnale, magari quando fuori piove.

Eppure, in così poche pagine, sono condensati gli stilemi di un genere che sarà fiorente e approfondito negli anni successivi alla sua pubblicazione: ci sono gli elementi soprannaturali, bizzarri e inquietanti, come giganti in armatura e parti di questa che si muovono di vita propria; ci sono maledizioni di famiglia, leggende; ci sono donne vessate e vergini sventurate; infine ci sono storie intrecciate e dalle coincidenze inverosimili, come in molti altri romanzi del periodo, a prescindere dal genere.

La trama ruota intorno a una profezia che aleggia intorno al casato di Manfredi, Principe di Otranto e che pare manifestare i suoi effetti il giorno delle nozze di suo figlio Corrado, amatissimo dall'uomo, quando eventi soprannaturali sconvolgono la cerimonia, con ripercussioni sulle vite dell'altra figlia, Matilda, della moglie, della promessa sposa di Corrado e di un giovane, che giunge al castello come guidato dal destino.

A oggi la scrittura di quest'opera potrebbe apparire un po' datata, almeno per gli espedienti narrativi, i valori, la caratterizzazione abbastanza povera dei personaggi, ma non per ritmo e struttura, quasi da thriller, che avrebbero da insegnare molto a certi scritti moderni.

Io mi sono molto divertita a leggere le trovate, originalissime per l'epoca, di Walpole e l'ho trovata una lettura piacevole, oltre che doverosa per la valenza storica che possiede.

Giudizio: ⭐⭐⭐

La casa disabitata: prova di una neogiallista

 Il romanzo La casa disabitata, pubblicato nel 1875, è un incrocio di generi letterari della scrittrice irlandese Charlotte Riddell, pubblicato in Italia da ABEditore (232 pagine) in un'edizione esteticamente intrigante e curata.


Perché un incrocio? Perché parte come racconto gotico, con una casa infestata da un fantasma, e vira verso il giallo, con un improvvisato detective che cerca di svelare il mistero di River Hall.

Premettiamo subito questo: il genere mistery è ancora agli albori nell'anno di pubblicazione di questa storia. Poe è morto da meno di venticinque anni e Wilkie Collins pubblica La donna in bianco nel 1859 e La pietra di luna nel 1968, romanzi anch'essi ancora ibridi, senza la classica struttura del giallo per come lo conosceremo nell' "Età d'oro". Visto dunque da un punto di vista di questo genere letterario, il romanzo può essere un po' deludente e ritengo sia più soddisfacente considerarlo un romanzo gotico. In questa veste il finale potrebbe lasciare comunque delle perplessità nel lettore, ma si perdona l'autrice con più facilità.

La storia è raccontata dal protagonista della storia, uno dei dipendenti dello studio di avvocati Craven, che si ritrova tra i clienti la giovanissima ereditiera Helena Elmsdale, assistita da un personaggio leggendario (e che da solo merita la lettura del romanzo), la zia Miss Blake. La fanciulla, già orfana di madre, si ritrova a ereditare la bellissima casa che aveva costruito suo padre alla morte di quest'ultimo, in circostanze sospette.

Dal momento di quella morte, tuttavia, nessuno riuscirà mai più ad abitare River Hall a lungo. Sarà Patterson, tuttavia, a voler far luce sul perché la comoda dimora desti tanti problemi a chi vi abita, anche per amore della bella Helena (molto vittoriano, no?).

La scrittura e l'atmosfera del romanzo a me sono piaciuti e l'ho letto tutto d'un fiato, ma sono rimasta tremendamente delusa dal finale: in primis, non me l'aspettavo, perché credevo che il racconto fosse andato in un'altra direzione; inoltre, ci sono proprio elementi che non tornano e sono stati dimenticati dall'autrice. Tuttavia, il libro si legge volentieri, regalando atmosfere piacevoli.

Giudizio: ⭐⭐⭐

giovedì 26 dicembre 2024

Il regalo più dolce dello scrittore: fiabe per i propri figli

 Una delle cose più dolci che mai un lettore potrà leggere nella propria vita sono le lettere che Tolkien scrisse ai suoi figli nei panni di Babbo Natale tra il 1920 e il 1943 e che ho letto nel pomeriggio di ieri: Bompiani, Lettere da Babbo Natale, 192 pagine, illustrate con le immagini delle lettere e i disegni acclusi.


Questi scritti sono anche un indizio dell'autore che era John R. R. Tolkien: solo per rendere felici i propri bambini (quattro, John, Michael, Christopher, Priscilla), lo scrittore inglese ha creato un piccolo mondo polare con la sua fisicità precisa, quasi più tangibile che immaginabile e con una lore di personaggi ed eventi organica.

Il creatore di Arda non si è semplicemente limitato a mettere in una casa al Polo Nord Babbo Natale e quattro elfi, ma ha creato una piccola saga che ha per protagonisti Babbo Natale e Grande Orso Polare, che si muovono fra altri personaggi (altri orsi, come i nipoti di Orso Bianco, Paksu e Valkotukka, elfi, goblin, gnomi...) più o meno fissi e che ogni anno vivono avventure quasi sempre ricche e ben sviluppate, dalle goffaggini dell'Orso Polare alle battaglie contro i goblin, che probabilmente piacevano ai figli dello scrittore, poiché le fa ricomparire spesso.

Nelle lettere ogni personaggio scrive addirittura con la sua propria grafia, curatissima: Babbo Natale scrive con lettere tremolanti e, talora, istoriate, Orso Polare in stampatello e modifica la scrittura nel corso degli anni, l'Elfo Ilberth in modo minuto. I goblin, addirittura, hanno un loro proprio alfabeto e dunque in questo micro-universo ci sono più lingue: l'inglese, l'Arktik, i graffiti goblin.

I disegni sono spettacolari: non solo sono dettagliatissimi e ben fatti, ma pieni di colori, vivacità e movimento.

Giudizio: sicuramente il miglior regalo di Natale per un lettore è leggersi questo libro ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 31 luglio 2024

L'appassionante secondo romanzo di Anne Brontë: La signora di Wildfell Hall

 Il mio secondo incontro con le sorelle Brontë passa attraverso La signora di Wildfell Hall (1848), secondo e ultimo romanzo (morirà l'anno dopo) della meno nota e più giovane sorella del trio, Anne.

Ho letto il romanzo (da pag 1397 a pag 1662) nell'edizione Mammut della Newton Compton, che comprende tutti i romanzi delle Brontë.


Nello stile del romanzo epistolare, la narrazione della storia avviene come se il protagonista, Gilbert Markham, stesse scrivendo una lunga lettera - o una serie di lettere - a suo cognato, il marito di sua sorella, Jack Halford. Attraverso le epistole (e poi stralci di un diario) è svelato il mistero dietro alla misteriosa vedova che prende in affitto la vecchia e malmessa Wildfell Hall, portandosi dietro il figlio di cinque anni e una domestica. La donna sembra molto sofisticata, ma anche molto schiva nei confronti del vicinato e si comporta in modo così sospetto da suscitare voci sul suo conto. Sarebbe un vero peccato svelare di più sull'identità della donna, sul suo segreto (lo avevo capito a pag 1407? sì) e sugli eventi che coinvolgeranno la piccolissima comunità agricola di vicini pettegoli, così mi limiterò a esporre come mai mi è piaciuto così tanto questo romanzo.

Per prima cosa, come il romanzo della sorella Emily, è una storia di tormentati amori e sentimenti nobili, che scorre molto bene. 

La protagonista della storia, Helen, è un bel personaggio, forte, salda grazie alle proprie virtù morali, sebbene non carico di sfumature, anzi, molto (fin troppo - a tratti Lucia Mondella, a tratti martire) legata alla sua fede, vera guida negli avvenimenti che costituiscono la sua vita. Tuttavia Helen non si affida alla Provvidenza e resta sempre presente a sé stessa, pur in mezzo alle sofferenze, e capace di tenere sempre la testa alta e una soluzione in tasca. Helen è assertiva e mai succube, se non in quanto donna, privata dunque di certi diritti propri (allora) dell'altro sesso.

Il racconto della sua storia occupa la parte centrale del libro e svelerà in poco tempo i misteri che l'avvolgono, lasciando spazio a una storia molto triste, quasi dolorosa da leggere in certi momenti (sono descritte proprio delle violenze psicologiche e non solo). 

In tempi attuali diremmo che è una storia femminista e di denuncia del patriarcato e, in effetti, lo è, sebbene Anne Brontë non sapesse che oggi avremmo chiamato così il quadro che ha descritto: impossibilità di scegliere del proprio destino da figlia, ma soprattutto da moglie; dovere di sottoporsi a qualunque scelta, azione o sopruso del coniuge; impossibilità di indipendenza economica. Al contrario un marito ha assoluto potere di dissipare i propri averi o il proprio benessere nel modo che ritiene più opportuno, senza ritener necessario ascoltare la propria compagna. Niente di nuovo in tutto questo, eppure mi ha colpito che questi lati coniugali fossero così lucidamente descritti da una ragazza che non è mai stata sposata, né lo sono state le sorelle finché lei ha vissuto. Naturalmente alla sua uscita il romanzo destò scalpore.

Questa parte del racconto è stata anche la mia preferita e mi è persino dispiaciuto tornare al primo narratore, ossia Gilbert, che ho trovato veramente un personaggio piatto e meschino, anche se dovrebbe ricoprire un ruolo di tutt'altro genere. Non mi sono piaciuti i suoi atteggiamenti e comportamenti nel corso del romanzo. Dovrò ritenere che i personaggi maschili scritti dalle sorelle Brontë, anche quando non sono manifestamente cattivi, abbiano subito veramente una pessima influenza del fratello Branwell.

Gilbert potrebbe risentire, comunque, del poco spazio dedicatogli, oltre che della prima persona. Al contrario gli altri personaggi descritti nella parte centrale (seppur in prima persona) sono tratteggiati in modo abbastanza approfondito e molti di loro evolvono nel corso della storia.

In conclusione, ho trovato una storia appassionante, che tocca alcuni temi scottanti e che mi ha regalato un personaggio femminile che ho molto apprezzato.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 3 luglio 2024

Tre storie in giallo di Wilkie Collins

 Quest'anno, dopo tanto rimandare, ho approcciato la favolosa penna del padre della letteratura gialla, nientemeno che Wilkie Collins e me ne sono innamorata. Soprattutto in La donna in Bianco (1859) e La pietra di luna (1868) ho apprezzato il modo magistrale con cui sono organizzate le trame, affinché tutto torni, alla fine delle molte puntate.

Quando ho trovato su una bancarella dell'usato Tre storie in giallo, edito da Sellerio, appena 87 pagine più un piccolo approfondimento, non ho potuto lasciarlo lì.


Come specifica il titolo, si tratta di tre brevi racconti.

Il primo e più lungo, Chi ha ucciso John Zebedee? (1881), racconta quasi un delitto della porta chiusa: una coppia va a dormire e nel cuore della notte si scopre che il marito è morto pugnalato e la moglie è convinta di essere l'assassina. La storia, ormai passata, è riferita da uno degli agenti che aveva lavorato al caso a suo tempo. Da un punto di vista etico, non mi è piaciuta la conclusione del racconto. Colpa, probabilmente, della lente troppo moderna con cui mi sono approcciata alla lettura.

Gli altri due racconti, seppure più brevi e molto semplici nella struttura, mi sono piaciuti di più: li ho trovati molto coinvolgenti.

La lettera rubata (A Stolen Letter, 1854) vede protagonista un avvocato che cerca di aiutare un amico nei guai a causa, appunto, di una lettera compromettente, scritta dal fu padre della sua futura sposa. Già nel 1845 Edgar Allan Poe aveva trattato una vicenda analoga (il recupero di una missiva scottante) nel terzo racconto del detective Auguste Dupin, La lettera rubata (The Purloined Letter). Successivamente questo topos è stato riutilizzato anche da Sir Arthur Conan Doyl in Uno scandalo in Boemia (1891) e da Agatha Christie in La dama velata (dalla raccolta I primi casi di Poirot del 1974). In ogni caso c'è sempre un protagonista o un detective pronto a togliere le castagne dal fuoco del suo cliente, recuperando (o quasi) lo scottante documento utilizzato a scopo di ricatto.

Fauntleroy (1858) è invece la storia di un truffatore, raccontata dal punto di vista intimo di un suo amico.

La scrittura dei racconti è molto più contratta, com'è ovvio, rispetto alle dettagliatissime vicende dei due romanzi che ho letto tra fine inverno e inizio primavera, ma ho trovato comunque molto piacevole la lettura, pur non ritrovandoci le caratteristiche del Collins romanziere che mi avevano conquistata.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

martedì 2 luglio 2024

Delitti a Fleat House delude per la detective protagonista

 Delitti a Fleat House è un romanzo poliziesco della scrittrice Lucinda Edmonds, nota come Lucinda Riley (più famosa per la saga rosa delle Sette Sorelle). Sebbene fosse stato scritto nel 2006, è stato pubblicato postumo nel 2022, a un anno dalla scomparsa dell'autrice a causa di un cancro dell'esofago.  Il figlio, Harry Whittaker, ha curato la revisione dell'opera, senza operare una riscrittura, come scrive nell'introduzione. In Italia è uscito per Giunti, 496 pagine, ma io l'ho ascoltato su Audible, poco più di quindici ore in compagnia di Daniela Cavallini, la cui voce è piuttosto abile a cambiare torno a seconda del personaggio.


Siamo nel Norfolk, dove si è rifugiata la detective di Scotland Yard, Jazmine "Jazz" Hunter, dopo una burrascosa chiusura del suo matrimonio. A non molta distanza dal suo cottage, nella St. Stephen's School, precisamente nel dormitorio degli studenti, Fleat House, viene ritrovato morto un ragazzo, Charlie Cavendish, forse per un attacco epilettico.

Che ve lo dico a fare, se questo è un romanzo poliziesco, probabilmente le cause della morte non sono naturali e la detective si ritrova a indagare su strane connessioni che ha la vittima. E non è l'unica vittima. In effetti, i protagonisti di questa storia sono tutti legati insieme, in un cerchio molto ampio di coincidenze e relazioni (forse sono pure un po' troppi questi legami, torna tutto un po' troppo bene, in modo quasi prevedibile).

Riguardo al giallo, non posso lamentarmi delle indagini in sé, che sono abbastanza al centro della storia. Le soluzioni ai vari misteri, invece, in parte sono telefonate. Se volessimo fare le pulci a tutto, avrei da ridire sull'utilizzo della ricerca del DNA prima di aver fatto altre indagini più semplici e veloci, ma questo è l'unico giallo della scrittrice, quindi non è il caso di essere così pignoli. Non mi oppongo nemmeno al tipo di conduzione dell'indagine da parte della detective: non sarà la prima e non sarà nemmeno l'ultima che si serve più dell'intuizione che della deduzione.

Dal punto di vista dell'atmosfera, questa mi è sembrata ben resa, piacevole. La scrittura era fluida e il romanzo ha offerto un piacevole intrattenimento. Durante l'ascolto avevo voglia di andare avanti con la storia.

Sui personaggi, invece, già comincio a storcere il naso. Trovo che aderiscano un po' troppo a un ruolo, più che avere dei caratteri sfaccettati, però è un giallo, quindi è anche un po' superfluo (non mi sono mai lamentata dei personaggi della Christie, che dovevano puramente assolvere a un compito nell'ordito della trama): ci sono la moglie stronza e madre iperprotettiva, l'avvocato stronzo (sono tutti ricchi e tendono ad averla come caratteristica di base), il preside incompetente, il ragazzino bullo, quello bullizzato e così via.

Passando ai collaboratori di Hunter, invece, ci troviamo davanti a una serie di manipolatori senza appello (e questa è la seconda cosa che mi è piaciuta poco), anche se per la detective sembra tutto normale: la psicologa dovrebbe essere sua amica, ma complotta alle sue spalle con l'ex marito, anziché farsi gli affari suoi, il collega non tiene un'informazione riservata per sé nemmeno per sbaglio, il capo la mette alla prova e, il peggiore di tutti, l'ex marito è un approfittatore meschino e stronzo (per non sbagliarsi).

Tuttavia, la prima cosa che mi è piaciuta di meno è che trovo proprio antifemminista e superficiale che non ci possa essere una detective donna che indaga in un poliziesco, senza che si debbano scrivere capitoli su capitoli sulla loro vita privata, rendendola un secondo filone di trama. Anche se questo aspetto non toglie molto all'indagine, lo trovo comunque un fattore detestabile. Abituata a un Montalbano che non considera Livia per giorni, perché deve stare dietro al caso, qua, al contrario, la detective Hunter sparisce in mezzo all'indagine per stare dietro ai genitori (ok, comprensibile, la perdoniamo) e poi è al centro di un triangolo amoroso che prende troppo spazio. Ma poi, veramente tutte le detective donna devono stare al vertice di un triangolo (ora, su due piedi, posso citare le controparti italiane Silvana Sarca e Clara Simon)?

Ancora, quello che le fanno fare, nella relazione con l'ex marito, non mi va proprio giù: ennesimo ritratto di una donna emotivamente fragile, incapace di leggere bene le situazioni e di reagire in modo netto e assertivo (cos'è, le trovate caratteristiche maschili?). No, non mi piace proprio. Eppure Jazz Hunter sembra un personaggio tosto, ma si contraddice, sempre sul lato affettivo. Questi ritratti femminili a me hanno stufato.

In conclusione, bilanciando

  • quello che mi è piaciuto: storia gradevole, buona atmosfera, coinvolgente, intrattenimento leggero;
  • quello che non mi è piaciuto: un po' prevedibile, personaggi piatti, troppa vita sentimentale della detective, detective emotivamente ballerina:
Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 6 maggio 2024

La donna in bianco è il libro più bello di Wilkie Collins?

 Premessa, dell'autore inglese, grande amico e collaboratore di Charles Dickens, La donna in bianco (1859) è il secondo libro che leggo, oltre al tanto atteso La pietra di luna (1868). Adesso so che voglio leggere tutto ciò che lui abbia scritto e su cui si possano mettere le mani, anche se non nella nuova edizione Fazi.

Confermo infatti il mio disappunto per l'edizione del bicentenario dalla nascita dello scrittore: oltre all'assenza di una vera prefazione, anche in questo caso ci si limita a due note dello stesso Collins (le sue prefazioni alla seconda edizione inglese e all'edizione francese, comunque molto interessanti sulla genesi dell'opera), di una vita dell'artista e soprattutto di un indice (santa pazienza!!!), noto anche alcuni punti in cui mi si stanno scollando le pagine dal dorso (all'inizio e alla fine).

L'indice sarebbe veramente necessario, poiché le pagine sono tante (840) e il racconto procede, come La pietra di luna, per testimonianze, cambiando il narratore. Ci spiega Collins, infatti, che rimase colpito dal modo in cui in un tribunale ogni testimone apporta la sua visione dei fatti e contribuisce a ricostruire una vicenda, sia pure per punti di vista diversi e, talora, inconciliabili.


La donna in bianco
è raccontata esattamente in questo modo: per lungo tempo dal punto di vista di due dei suoi protagonisti, ma in qualche momento servendosi della narrazione di personaggi secondari o marginali. Per ritrovare nel corso della lettura un punto in cui un personaggio ha detto o fatto qualcosa che mi tornerebbe comodo rinfrescare, il sacro sommario avrebbe fatto proprio comodo!

Il mistero, che rende questo un libro un giallo in senso lato, ancora una volta molto più simile a un romanzo di avventure, pubblicato a puntate su All the Year Round (la rivista di Dickens), è la misteriosa identità di una donna vestita di bianco, della quale solo alla fine del libro si conosceranno tutti i segreti (anche se qualcuno si può sospettare prima).

Questa donna viene incontrata, tra le strade di Londra, da uno dei nostri protagonisti, Walter Hartright, la notte prima di partire per Limmeridge, nel Cumberland, dove farà da maestro di disegno alle due sorellastre Laura Farlie e Marian Halcombe. L'identità della donna e i segreti che custodisce si legheranno in molti modi a questi personaggi, generando praticamente un thriller in cui il lettore sospirerà d'angoscia e patirà molte pene insieme ai protagonisti.

Una delle caratteristiche più spiccate nella narrativa di Collins, infatti, è proprio lo straordinario modo in cui rende vivi i personaggi, caratterizzandoli a tutto tondo, mostrandoceli negli atti e nei sentimenti. Ritengo quasi impossibile non affezionarsi loro e non partecipare con ansia alle loro vicende. Nella stessa prefazione, infatti, l'autore ci racconta:

"Le due protagoniste, ad esempio, Laura e Miss Halcombe, riscossero una tale simpatia che, quando a un certo punto della storia l'una o l'altra sembravano in qualche modo minacciate, ricevetti numerose lettere che, molto seriamente, mi pregavano di «salvare le loro vite»!"

Non è cambiato nulla, credo, in questo, col passare degli anni, anche se si tratta di un secolo e mezzo. Ritengo, infatti, questo romanzo molto più un thriller che un giallo, per la suspense che riesce a creare lo scrittore. Le mie parti preferite, in effetti, sono state proprio quelle relative alle due donne e scritte attraverso il diario di Marian.

Quel che è cambiata, senza dubbio, è la nostra sensibilità su altri aspetti, per esempio la questione femminile. Di Marian si fa fin da subito un ritratto molto appassionato ed è sempre mostrata come una donna fuori dall'ordinario per tempra, coraggio, forza e astuzia; un esempio da ammirare, una vera eroina, che ci viene contrapposta, però, alla normalità delle altre donne e questo sia per sua bocca, in una delle prime scene che la vedono interagire con Walter, sia in generale, poiché è spesso paragonata, trovandola simile, a un uomo. Lungi da me rimproverare di questo un uomo che è nato duecento anni fa, però anche ne La pietra di luna uno dei personaggi, Betteredge, esprime compassione per la pochezza delle donne, riferendosi in particolare alla moglie. In quell'occasione non diedi troppo peso alla cosa, perché questa era l'opinione di un anziano servitore, ma, trovando questo pensiero ripetuto, comincio a notarlo con maggior fastidio, mentre in altri romanzi, anche di quel periodo, non avevo ancora trovato quest'opinione così schiettamente espressa. Leggerò altri uomini del tempo e cercherò meglio se ne hanno scritto con tanta chiarezza.

In ogni caso questa è la sola nota dolente, se proprio se ne deve trovare una. Alcune rivelazioni o colpi di scena nel romanzo, possono, inoltre, apparire un po' scontate per il lettore di oggi, ma -come la questione femminile- va calata nel contesto in cui è stata scritta l'opera, agli albori di questo genere letterario. Sono pertanto i nostri scrittori contemporanei a non aver inventato nulla, anche se, forse, ne sono convinti.

A me La donna in bianco è piaciuto pazzamente: intriga, emoziona, ha personaggi fatti molto bene (elemento che avevo riscontrato già in La pietra di luna e che ha spinto i lettori di allora a chiedere a Collins chi erano le controparti nella realtà di Marian -per sposarla- o dell'ambiguo Conte Fosco). Ha un'atmosfera di mistero e pericolo che avvince e invita alla lettura, eppure anche nei momenti di massima paura per le sorti dei personaggi, c'è qualcosa di confortevole. I colpi di scena non mi sono sembrati scontati. La trama (e la sua struttura), in ogni caso, è l'elemento più riuscito di tutti. Pur, ormai, non riuscendo originalissima, è così ben costruita che a ogni cambiamento di situazione nasce un nuovo "riusciranno a...?". Anche i più osannati autori di thriller di oggi non riuscirebbero a fare altrettanto.

Personalmente, inoltre, ho trovato più intrigante (e mi è piaciuto di più) questo romanzo, rispetto a La pietra di luna: diciamocelo, un furto non è un argomento così interessante, come il pericolo di un omicidio 🙊. Poiché, però, ho trovato molto bello anche l'altro romanzo, paradossalmente consiglierei di approcciare la lettura di Collins da La pietra di luna e proseguire in crescendo con La donna in bianco. Nel frattempo mi sono procurata usata la raccolta di Sellerio Tre storie in giallo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 6 marzo 2024

La pietra di Luna di Wilkie Collins è uno dei migliori romanzi gialli della storia?

 Per anni, affiancato a L'assassinio di Roger Acroyd e altri romanzi della Christie, ho trovato La pietra di Luna in tutte le classifiche dei migliori gialli di sempre.


Il bicentenario della nascita dell'autore, Wilkie Collins, ha portato con sé la nuova edizione di Fazi di tre romanzi dell'inglese: La donna in bianco, Senza nome e, per l'appunto, La pietra di Luna. Le copertine mi piacevano molto e ho acquistato il primo e il terzo. Arrivata alla lettura, mi sono, però, accorta di almeno un problema in questa edizione: l'assenza di un sommario. Inoltre, almeno ne La pietra di Luna non c'è una bella prefazione che racconti un po' della genesi del libro, del contesto, dello scrittore, etc. Ci sono due introduzioni alle edizioni, direttamente scritte dallo stesso Collins, e basta.

Il romanzo è uscito, come molti dell'epoca, a puntate, su All the Year Round e ha visto la pubblicazione definitiva nel 1868. Collins e l'amico Charles Dickens (col quale collaborava) si ritrovarono interessati a un nuovo fenomeno dell'epoca: l'avvento del detective in borghese. Entrambi ispirati al caso molto controverso dell'omicidio di Road Hill House, un caso di cronaca orribile, che mise in difficoltà anche il grande ispettore dell'epoca, Jonathan Whicher, scrivono due romanzi in merito. Alla figura di Witcher si ispirano, rispettivamente, Charles Dickens per l'ispettore Bucket di Casa Desolata (1852-53) e Collins per l'ispettore Cuff; non ho ancora letto Casa Desolata, ma almeno Collins si ispira anche ad alcuni elemento del caso vero e proprio, come ciò che succede intorno a una certa camicia da notte e a cosa combina l'ispettore in questione. Vista la precocità delle opere - La donna in bianco è del 1859 - e lo specializzarsi in questo genere di narrativa, Collins è sempre stato considerato il padre del mistery classico, preceduto solo da Poe, sebbene oltreoceano e con una produzione diversa (racconti).

Ma, eccoci finalmente alla lettura, tanto agognata, tanto aspettata. Di cosa parla l'opera?

Il mistery ruota intorno a un diamante indiano, rubato ai suoi devoti proprietari nel 1799, per poi comparire nella vita della famiglia Verinder. Tre misteriose figure indiane girano intorno alla casa di Lady Verinder, quando il nipote, Franklin Blake, consegna alla cugina Rachel Verinder l'enorme diamante, la pietra di Luna. Cosa capiterà mai alla pietra? Chiaramente scomparirà, ovvio! L'ispettore Cuff, chiamato a indagare sulla vicenda, riuscirà a far luce?

Ci vorranno 595 pagine per scoprire dov'è andato a finire il diamante e me le sono godute tutte quante.

La scrittura è piacevole e presenta molte delle caratteristiche degli scritti di quel periodo: il racconto, sempre in prima persona, fornito da più testimoni (come per esempio in Dracula), le lunghe spiegazioni dei personaggi, per raccontare fatti avvenuti in passato, la prolissità stessa (che, però, non annoia mai) del racconto, che occorre per soddisfare le esigenze della pubblicazione a puntate.

Il romanzo è quasi corale: non ha un solo protagonista e il racconto è svolto proprio da più personaggi: il capo della servitù, l'ispettore, parenti e conoscenti dei personaggi principali.

I personaggi sono caratterizzati con grande dettaglio, tanto da affezionarcisi molto. Ho adorato la parte della storia di Ezra Jennings, personaggio secondario, che salterà fuori solo verso la fine, per svolgere un ruolo molto importante. Jennings e Cuff sono, sicuramente, i miei personaggi preferiti, ma anche il buon Betteredge, il capo dei domestici di Lady Verinder, ha il suo perché. Miss Verinder è invece detestabile; Miss Clack, invece, è una macchietta, il cui racconto, tuttavia, è molto divertente (e come ci dice l'autore) uno dei preferiti dal pubblico, malgrado lo avesse scritto, forzatamente, in preda a un attacco di gotta.

Attraverso questa serie di testimonianze, il percorso della pietra, piano piano, emerge, ma non prima dei colpi di scena finali. A livello di schema giallo, non posso dire di essere stata sconvolta dall'originalità (sebbene allora sicuramente ci fosse): la soluzione al caso è abbastanza lineare. Inoltre, a me è sembrato soprattutto un romanzo quasi d'avventura (intendendo l'avventura scientifica che capita a Blake, ma anche i pedinamenti sulla spiaggia) e, persino, romantico (del resto, la storia sentimentale c'è, occupa un discreto spazio e c'è anche una scena che ho trovato piuttosto bella). Tutto queste influenze, più che normali agli albori di un nuovo genere, non lo abbassano affatto nella mia considerazione: per me si tratta di un libro di grande piacevolezza. Infatti, non vedo l'ora di leggere La donna in bianco.

La sola cosa che rilevo è che, dato quanto c'è stato successivamente (e sto pensando ad Agatha Christie - Poirot a Styles Court, 1920-, che per originalità di soluzioni credo sia ancora imbattuta, ma anche a Conan Doyle - Uno studio in rosso, 1887), non riesco a considerarlo superiore ad altre opere che ho letto. Le opere che ho citate sono quelle d'esordio, non necessariamente le più riuscite.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2


lunedì 4 marzo 2024

Il caso dell'abominevole pupazzo di neve non funziona come i veri classici

 L'autore de Il caso dell'abominevole pupazzo di neve è Nicholas Blake, nome che è, in realtà, l'alias di Cecil Day-Lewis, ossia il padre del pluripremiato attore, Daniel. Conosciuto come poeta e saggista, come Nicholas Blake ha pubblicato (tra il 1935 e il 1968) una ventina di romanzi gialli, di cui undici tradotti in italiano (tra il 1939 e il 2010) da Mondadori.


Originariamente The Corpse in the Snowman fu tradotto col titolo Misteri sotto la neve negli anni Ottanta, ma più recentemente è stato riadattato da Giunti col nuovo titolo, più accattivante.

Oltre al titolo, questa detective story ha anche l'ambientazione: la classica villa da ricco proprietario inglese, isolata dalla neve, in cui avviene una morte misteriosa. Chiamato per indagare su un mistero di poco conto, riguardante un gatto, in realtà Nigel Stangeways, con moglie appresso, si ritrova a interrogare i rispettabili ospiti dei signori Restorick per tutt'altro. Dire di più, stavolta, sciuperebbe tutto e, così, mi asterrò.

Come in un giallo classico abbiamo una bella casa, molti ospiti, tutti sospetti e con moventi per ogni crimine, e il detective privato, ma qui terminano le somiglianze.

Nigel Stangeways non è Poirot: somiglia molto di più a Hastings e questo è il peggior difetto del libro. Se, inizialmente, sono esposti fatti e indizi del crimine, successivamente Strangeways inizia a fare tutta una serie di elucubrazioni sulle ragioni e sul colpevole; è la prima volta che mi ritrovo in questa situazione. Di solito il detective non rivela tanto, non fa congetture, ma evidenzia i punti cruciali dell'indagine; se parla di una teoria, è per rivelare come stanno le cose; al massimo la spalla fa ipotesi non veritiere. In questo caso, invece, i due ruoli sono accorpati. Il risultato è che l'ultimo terzo del libro è una serie di lunghi e noiosi sproloqui sui pensieri di Strangeways, che da una parte mi fornisce idee che so essere fuorvianti, perché siamo nel punto sbagliato del libro, dall'altro si avvicina alla verità, fornendomi alcuni elementi che costituiranno parte della soluzione, troppo presto. Inoltre tutti questi ragionamenti (in un senso e nell'altro) sono deboli e inconsistenti, così come la soluzione. L'ultimo terzo del romanzo l'ho letto annoiandomi e considerando tutte le ipotesi solo fuffa, in attesa di una rivelazione, che non c'è stata, per metà spoilerata da quelle che credevo speculazioni preparatorie.

Strangeways manca di caratterizzazione e, persino, di attività. Gioca in modo fin troppo pulito con i suoi sospettati e non li pressa, non coglie i loro momenti di debolezza per fare le domande giuste. Si limita a pensare per la maggior parte del tempo.

Il libro, in realtà, era anche cominciato benissimo e lo stavo trovando scritto anche bene: erano i piccoli Restorick a fornire molte informazioni, erano carini e davano un punto di vista molto originale; dopo, purtroppo, sono quasi dimenticati.

Giudizio: un giallo debole, ammantato di noia ⭐⭐


giovedì 1 febbraio 2024

Autobiografia di un dandy: l'anima di Oscar Wilde

 La raccolta intitolata Autobiografia di un dandy è composta di una serie di articoli scritti da Oscar Wilde per varie riviste inglesi negli anni precedenti la condanna.


Nella mia edizione (Mondadori, anni Novanta), presa in prestito in biblioteca, sono presenti 25 brevissimi saggi, ma ci sono versioni più complete, editorialmente.

Si tratta di pezzi sui costumi del tempo o recensioni di pièce teatrali, libri, biografie, poesie, performance attoriali, dipinti, scenografie, persino conferenze. Qualche volta risponde a o corregge scritti o opinioni di altri, sempre su argomenti di attualità all'epoca dell'articolo.

Si possono distinguere due gruppi di testi:

  • le recensioni su qualcosa di specifico, come appunto uno spettacolo o un libro;
  • dissertazioni su usi sociali e costumi, quali la moda o i modelli del suo tempo. Per esempio dei giovani modelli italiani scrive:
"È sempre molto complimentoso e gli accade di avere qualche buona parola di incoraggiamento anche per i nostri pittori più grandi."
Nel primo caso, è un po' difficile stargli dietro, poiché non si conosce l'argomento di riferimento; alcune raccolte poetiche o alcuni libri di Balzac o Dostoevskij possono essere reperiti anche oggi, ma, personalmente, non li ho letti.

Nel secondo caso, più alla portata della comprensione del lettore anche di oggi, è molto divertente cogliere il suo spirito in ogni riga. Ho adorato l'ironia di Pranzi e piatti o di Guida pratica al matrimonio, in cui il merito va anche all'autore del vero manuale recensito da Wilde. Interessanti e giocosi il già citato Modelli londinesi e i due articoli sulla moda inglese e non.

"Un uomo, diceva Baudelaire, può vivere tre giorni senza pane, ma nessuno può vivere un giorno senza poesia."
"Ci sono venti modi per cucinare una patata e trecentosessantacinque per cucinare un uovo, ma sinora la cuoca inglese conosce solo tre modi per cucinare l'una o l'altro."
Nondimeno, nei primi, come nei secondi mini-saggi, l'umorismo di Wilde, la sua sagacia, e la scrittura semplice, ma curata e chiara si riscontrano costantemente e offrono una piacevole lettura. Al vetriolo, per esempio, il commento sugli americani in L'invasione americana:
"Perché gli inglesi si interessano alla barbarie americana ben più che alla civiltà americana."

Giudizio: ⭐⭐⭐