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giovedì 23 ottobre 2025

Tra ritratti di creature del profondo Nord: Uomini e troll di Selma Lagerlöf

 Selma Lagerlöf è un'autrice svedese vissuta a cavallo fra 1800 e 1900, premio Nobel per la letteratura nel 1909 “per l'elevato idealismo, la vivida immaginazione e la percezione spirituale che caratterizzano le sue opere”.

Il mio primo approccio a questa Grande della letteratura è attraverso la raccolta, edita da Iperborea, Uomini e troll (160 pagine).


I racconti di questa piccola antologia sono molto particolari e, secondo me, si possono dividere in due blocchi:

da una parte abbiamo racconti puramente fantastici (come Il bambino scambiato, Il tomte di Töreby, Una vecchia storia di alpeggio, L'acqua di Kyrkviken, Lo spirito servitore) in cui questo mondo nordico e lontano è reso ancora più leggendario dalla presenza di troll e altre creature o oggetti magici o irreali;

dall'altro lato abbiamo una serie di ritratti di persone, reali, che popolano il Värmland, la contea occidentale della Svezia in cui la Lagerlöf ambienta La saga di Gösta Berling: Magister Frykstend o Mathilda Wrede.

Ho preferito soprattutto i racconti fantastici in cui morale e suspense si mischiano per creare delle vere e proprie fiabe.

lunedì 15 luglio 2024

Il viaggio intorno al mondo di Malachy Tallack, lungo il sessantesimo parallelo

 Il racconto di viaggio Il grande Nord (Iperborea, 244 pagine) è stato scritto dal giornalista britannico Malachy Tallack, che ha vissuto prevalentemente in Scozia, tra le isole Shetland, Fair Isle ed Edimburgo, e racconta della sua decisione di compiere un viaggio intorno al mondo, all'altezza del 60° parallelo.


Il motivo che spinge lo scrittore in questa direzione è da ricercarsi in una sorta di "vocazione nordica", un bisogno impellente di ricercare la sua appartenenza in qualche parte del mondo. Si tratta, in effetti, di un testo quasi intimo. Tallack sembra partire alla ricerca più di sé stesso (che è un po' quello che facciamo sempre quando ci mettiamo davvero in viaggio) che del senso di "nordicità". Racconta della sua vita, seppure senza scendere nei dettagli (per esempio non menziona le sue relazioni amorose, se non quasi di sfuggita, mentre dedica spazio al legame col padre, che influenza il paese di residenza), ponendo al centro, i posti in cui ha viaggiato e, soprattutto vissuto. Sembra utilizzare il luogo in cui vive come lente attraverso la quale leggersi, forse scoprirsi. Vuole identificarsi col luogo in cui abita, rivestendo la scelta di tale luogo di un'importanza cruciale. Dedica dunque molto tempo a spiegare il perché dei suoi spostamenti e cambi di residenza. Sono dovuti a cause familiari e lavorative, ma sembra anche esserci una certa smania, qualcosa di recondito, forse proprio una chiamata verso il Nord.

Seguendo questa chiamata, Tallack parte dalle Shetland, precisamente da Mousa, e percorre idealmente il 60° parallelo verso ovest, toccando la Groenlandia, il Canada, l'Alaska, la Siberia, San Pietroburgo, la Finlandia, le isole Aland, la Svezia e la Norvegia, per poi tornare, come un novello Ulisse, alle Shetland, passando dalla Scozia.


In ciascuno di questi paesi, lo scrittore cerca di individuare la loro natura, cerca di comprenderli, con occhio neutrale e, sorprendentemente, ma non troppo, non occidentale. Ripercorrendo, per esempio, la storia della colonizzazione europea della Groenlandia o del Nord America, Tallack spiega il diverso modo di vivere di indigeni e nuovi arrivati, il loro scontro e il tentativo di far sparire popolazione e vecchie tradizioni. Ho appreso molto, per esempio, sugli Inuit e di come il loro vivere da cacciatori abbia resistito al cambiamento nei secoli, salvo scontrarsi col nuovo perbenismo capitalista che vede, adesso, la caccia come sbagliata, nell'ipocrisia di un finto ambientalismo e malgrado l'ecosistema Inuit sia sempre rimasto in equilibrio, nonostante la caccia.

Un'altra riflessione molto interessante a quelle latitudini in Groenlandia, ma non solo, è quello della proprietà privata, altro terreno di scontro fra capitalismo e società che vivono in equilibrio con la Natura, che ritengono impossibile e contrario a ogni logica che ogni porzione di terra debba appartenere a qualcuno e che non sia, piuttosto, di libero accesso e utilizzo per tutti.

Queste sono solo un paio di spunti di riflessione forniti dal testo, forse quelli che mi hanno maggiormente colpita nella lettura. In effetti l'autore spazia dalla storia antropologica, sociale e naturale ai paesaggi, passando per la storia dei luoghi e per usi e consuetudini dei paesi attraversati.

Si tratta dunque di un libro molto ricco di materiale, forse da tenere persino per consultazione. La scrittura è non solo descrittiva, ma anche molto riflessiva e, in alcuni momenti, persino malinconica. Ha reso davvero il senso di recherche dell'autore e la sua urgenza di scoprire il Nord e scoprire sé stesso attraverso il viaggio, arrivando a essere fin quasi troppo personale per un racconto di viaggio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 26 settembre 2022

Libri dagli anni '70: leprotti e bambine

Negli ultimi 4 giorni delle ferie agostane ho avuto il tempo di dedicarmi alla lettura di due libricini (un saggio e un romanzo cult dalle 190-200 pagine ciascuno) editi entrambi a metà degli anni '70.

Per quanto riguarda il romanzo, che è stato divertentissimo, non ho avvertito tanto la distanza temporale quanto la distanza geografica: si tratta infatti de L'anno della Lepre di Arto Paasilinna del 1975, ambientato tra i meravigliosi paesaggi naturalistici finlandesi. Nel libro sono tratteggiati alcuni spaccati di vita (i pescatori, gli allevatori di vacche, etc) culturalmente e socialmente propri della Finlandia di quel tempo, ma i rapporti tra le persone sono molto moderni. Il romanzo è un racconto a episodi sulla fuga di Kaarlo Vatanen, iniziata quasi per caso e decisa subitaneamente, dalla sua vita a Helsinki. Una vita fatta di un matrimonio finito e di un lavoro che non riconosceva più come suo. l giorno che il suo collega fotografo investe un leprotto, di ritorno da un servizio fatto assieme, Vatanen scende dalla macchina e non fa più ritorno a casa e al lavoro. Parte con la lepre in braccio e gira di avventura in avventura, ognuna più originale e divertente dell'altra, per la Finlandia. Il legame affettivo tra lepre e uomo mi è piaciuto molto. Anche quando non sembra Vatenen tiene molto all'animale e lo tiene sempre presente nella mente e nel cuore e anche la bestiola manifesta segni di legame e fiducia verso il padrone-compagno di vita. Ho temuto in più punti vibes alla Io e Marley, ma il finale mi è piaciuto moltissimo. È una lettura non impegnata, sebbene con qualche spunto di riflessione sull'ambiente e la società, e consigliatissima. Si legge facilmente e in pochi giorni, molto scorrevole.

Cosa mi è piaciuto: uno dei racconti più carini letti negli ultimi tempi, piacevole e leggero; Vatenen buon personaggio; finale delizioso.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2


Differentemente per quanto riguarda il saggio, che pure conteneva concetti a cui non ero estranea, sono rimasta sbalordita dalla distanza siderale della cultura ancora imperante nel mio paese appena 50 anni fa, negli anni in cui i miei genitori si sarebbero conosciuti e avrebbero poi deciso di allevarmi. Si tratta infatti del libro Dalla parte delle bambine della montessoriana Elena Gianini Belotti, che descrive gli stereotipi con cui si crescevano ai suoi giorni i bambini -e soprattutto le bambine- dall'ambiente familiare alla scuola, passando per la narrativa e i giochi concepiti per i bambini. Nulla di nuovo sotto il sole, apparentemente, per ciò che sappiamo oggi (quando sono andata alle scuole medie erano già gli anni 2000 e la mia professoressa di italiano era molto attenta a tutti i temi dell'uguaglianza e ci faceva leggere sull'argomento Extraterrestre alla pari, bel libro di Bianca Pitzorno, scritto comunque diciassette anni dopo il saggio della Belotti, che affrontava il modo ridicolo con cui si educavano maschi e femmine), senza dubbio illuminato e rivoluzionario per il 1973.
La lettura è stata molto scorrevole, il linguaggio è semplice, divulgativo. La mia sorpresa, forse non legittima e quasi imperdonabile, è stata leggere di comportamenti retrogradi e ingiustificati (diversa durata dell'allattamento!!! differenti età di pretesa dei bisognini nel vasino!!! per non parlare naturalmente della visione conosciutissima maschietto = potere e lavoro vs femminuccia = schiava reclusa in casa) che io credevo scomparsi almeno vent'anni prima. Gli anni Settanta sono un periodo che io non ho vissuto, ma che credevo più libero e istruito dopo i moti Sessantottini e in vista delle campagne che si terranno proprio in quel decennio per i diritti civili, soprattutto femminili. Il libro si colloca in quel contesto, in quell'aria di cambiamento che caratterizzerà quegli anni, ma è artefice di innovazione e ne sta a monte: sta ancora combattendo battaglie che saranno vinte (forse e mai del tutto) solo alcuni anni dopo. È stato illuminante e arricchente rendermi conto che anticipavo erroneamente la rivoluzione educativa e la davo per assodata negli anni Novanta, solo perché quando sono stata cresciuta non mi sono stati rivolti gli stessi metodi educativi repressivi destinati al sesso femminile, anzi sono cresciuta in una famiglia e in un gruppo sociale in cui ci si attendeva che io e mia sorella saremmo state istruite fino all'Università, come mio padre e sua madre prima di lui (addirittura negli anni Quaranta) e in cui ci veniva raccomandato di diventare adulte indipendenti economicamente e psicologicamente. Eppure ancora oggi si discute dell'educazione distinta per sesso e si deve litigare con chi propina "giochi da maschi e da femmine, colori adatti o meno" e devo rendermi conto che la mia famiglia è stata una fortunata eccezione e non la norma.

Riporto un paragrafo per dare un'idea dell'interesse dell'argomento e della scrittura semplice con cui sono illustrati perfettamente i meccanismi di condizionamento della nostra società in quegli anni (e non solo) e che in questo caso riguardano l'apparecchiatura per la merenda di metà mattina:

<<L'insegnante esorta i maschi a fare altrettanto, e ripete l'invito più volte, ma l'attesa si prolunga, il disordine continua e l'insegnante, invece di affidarsi al metodo delle conseguenze naturali e lasciare che chi non è tanto autonomo né tanto affamato da preparare il necessario da solo salti tranquillamente la colazione, ricorre alla soluzione più semplice e comoda per lei, cioè incarica una o più bambine di "andare a prendere i cestini di Claudio, Stefano e Paolo, così forse si siederanno e staremo in pace tutti quanti." In questo atteggiamento dell'insegnante c'è una sottintesa indulgenza verso i maschi: "bisogna prenderli come sono." Le bambine non si fanno pregare: hanno già avuto a casa innumerevoli esempi di come si rende la vita più facile e piacevole ai maschi della famiglia. La madre o le sorelle si fanno in quattro perché la tavola sia pronta al momento giusto, è stato loro richiesto infinite volte, per quanto recalcitranti potessero essere, di adeguarsi a questo uso ed è stato loro spiegato che solo servendo il maschio si verrà un bel giorno scelte da lui. La lode è il loro premio, l'effetto che otterrà il loro comportamento è la loro continua preoccupazione, il bisogno di essere benvolute e accettate è enorme perché sono già coscienti della loro inferiorità. Il loro imperativo è che devono piacere. L'insegnante, dal canto suo, evita di intervenire facendo lei quello che i maschi si rifiutano di fare o fanno malvolentieri, perché questo minerebbe la sua autorità, ma se la cava addossandolo alle bambine. Nessuno si scandalizza per questo. Il razzismo insito in tale comportamento passa del tutto inosservato.>>

Cosa mi è piaciuto: è un saggio interessantissimo e ben scritto.

Giudizio: consigliatissimo per tutti! ⭐⭐⭐⭐

domenica 7 agosto 2022

Estate delle saghe familiari (parte 2): La sciagura di chiamarsi Skrake

Fino a Piccoli suicidi tra amici (che è divertente esattamente come il titolo lascia supporre) non conoscevo la casa editrice Iperborea, che invece è nota agli intenditori di narrativa meno commerciale.


E in effetti non avevo esperienze di letteratura nordica, non potendo contare il deludente Lo stretto del lupo -poiché il suo autore è francese- incontrato quando cominciai a cercare gialli provenienti dalle latitudini maggiori, ma senza cominciare dai nativi Larsson o Lackberg. Approfittando di una promozione che regalava una bella shopper della casa editrice milanese mi procurai, visto l'impatto conflittuale con i thriller ambientati sopra il 55° Nord, titoli che puntassero verso la comicità o l'avventura e scelsi tre autori: Arto Paasilinna, Bjorn Larsson e Kjell Westo.

Sono stata attratta come una calamita dal titolo La sciagura di chiamarsi Skrake non appena ci ho posato sopra gli occhi. E anche dalla seconda di copertina, che prometteva personaggi memorabili e vicende fuori dall'ordinario.

La promessa è stata mantenuta.




Sebbene l'avvio sia stato veramente lento e per le prime trenta pagine non sapessi che cosa aspettarmi (temevo sarebbe stato uno di quei libri super riflessivi in cui non ci sono fatti, ma solo speculazioni sulla vita mai vissuta), dal capitolo Minnet, che è rimasto il mio preferito, finalmente il libro ha ingranato e la trama è andata raccontandosi in modo più chiaro, svelandosi a poco a poco. Il ritmo è rimasto molto lento, ma scorrevole. L'autore si è preso tutto il suo tempo per dare luogo a una storia che pare reale. È vivida, si materializza sotto gli occhi come un film. Ho apprezzato questo dettaglio, che ha consentito di rendere i personaggi sfaccettati, precisi, percepibili, quasi in 3D. Anche io sono stata molto più lenta a leggerlo, in principio perché temporeggiavo, temendo qualcosa di sconclusionato o noioso, in seguito perché ho assecondato il ritmo della vicenda, che ripercorre un lungo arco narrativo: dalle origini degli avi, dei nonni, dei bis-zii alle disavventure del protagonista, passando per i travagli dei genitori, occupando questi -insieme all'infanzia del personaggio principale- il primo "libro", mentre l'adolescenza e la vita adulta sono trattate nel secondo. Temo di averci messo lo stesso numero di giorni a leggere le prime 30 pagine e le restanti 470, ma una volta superato il primo scoglio non riuscivo a staccare gli occhi dalla lettura.

Le vicende prendono tantissimo e le scorgiamo poco per volta: magari sono inizialmente accennate e lasciate in sospeso e poi riprese, senza alla fine trascurare nessuna promessa di racconto, senza lasciare il lettore con dubbi o segreti irrisolti.

Persino il più misterioso e meno trattato personaggio della dinastia Skrake, il nonno Bruno, svela una parte del mistero che lo avvolge circa i suoi trascorsi nelle guerre proprio sul finire del romanzo. Zio Leo è tratteggiato come un grande sognatore, insegnante visionario per l'epoca in cui vive, figura dolcissima e magica. Il protagonista è meglio delineato da bambino piuttosto che da adulto e la sua storia si perde un po' nel racconto di quello dei genitori e nel cogliere l'essenza della madre Vera, ma soprattutto del padre Werner, pescatore, scrittore, lanciatore di martello, eccezionalmente raccontato. Trovo che sia la storia di quest'ultimo che intriga maggiormente. È a lui che capitano le più straordinarie situazioni, probabilmente anche per gli hobby se non insoliti, per lo meno particolari cui si dedica con trasporto; è alle sue vicende che è dato maggiormente spazio nel testo, per esplicitare bene quanto il suo "metcy", la sua sfortuna, sia profondamente radicata, quasi che il Fato abbia destinato quest'uomo solo a una serie di strabilianti e persino comici (proprio all'apice della tragedia) fallimenti, rendendolo assolutamente indimenticabile. Di conseguenza è questo il personaggio meglio descritto, quello più vivo, ed è stato inevitabile innamorarsi perdutamente non dell'uomo, ma del personaggio Werner. Sull'apice della caduta del nostro eroe e su molti altri eventi succosi (per quanto mi riguarda lo svolgersi del matrimonio tra Vera e Werner era una delle linee narrative che più mi interessavano), costantemente l'autore annuncia ma rimanda il racconto per innumerevoli pagine, adescando il lettore e trascinandolo in un senso di attesa per quel qualcosa di grosso che sappiamo sta per arrivare (o speriamo almeno che accadrà). La narrazione infatti segue un ordine cronologico di base, ma saltella anche tra i vari periodi seguendo il filo dei pensieri e della memoria del narratore protagonista.

Cosa mi è piaciuto: prosa fluida, personaggi bellissimi e costruiti magnificamente fino a percepirli in 3D (+++ Werner ❤), legami tra i personaggi appassionanti fino allo struggente, vicende curiose e stravaganti

Cosa non mi è piaciuto: la prima trentina di pagine, noiosette e lentissime

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2