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sabato 6 giugno 2026

Viaggio dentro un amore impossibile: Lettere a Milena di Kafka

 Leggendo le prime lettere di Franz Kafka a Milena Jesenská, nella mia edizione Mondadori (300 pagine, note comprese), nella mia mente registravo qualcosa di familiare: desiderio, parole d'amore, ma anche "tu vuoi", "io non posso". Andando avanti la prospettiva si ribalta, ma resta "io voglio", "tu non puoi".


Quando i due si conoscono, Milena è sposata, Kafka fidanzato. Lei gli chiede di poter tradurre Il Fochista, dopodiché, dall'aprile all'autunno del 1920 i due si scriveranno lettere quotidianamente e si incontreranno due volte: da Merano (dove era in sanatorio per riprendersi dai sintomi della tubercolosi) Kafka si recherà a Vienna per trascorrerci pochi giorni e successivamente, ritornato a Praga, trovando la soluzione di un viaggio nel weekend, i due si incontreranno a mezza strada, a Gmünd.

All'inizio lo scrittore è cauto, mette le mani avanti, adducendo il fatto di essere anziano (ha 37 anni, lei 24), adducendo il fidanzamento, la religione, poi (soprattutto dopo l'incontro a Vienna, a seguito del quale lascerà Julie Wohryzek) la paura, l'incertezza spariscono e cedono il posto a un amore vivo, coraggioso, pieno di speranze, ma ancora terrorizzato dalla possibilità che qualcosa non vada per il verso giusto. 

Ah, la psicologia delle relazioni umane...proprio dopo che Kafka chiude la sua precedente relazione, che avrebbe dovuto portarlo al matrimonio, Milena è tormentata dai dubbi legati al proprio: non può lasciare il marito malato, ama sia lui che l'amante. Quando Kafka comprende che non ci sarà un avvenire in cui i due potranno vivere insieme, tronca la relazione. I due si scriveranno ancora qualche lettera, lui le affiderà nel 1921 i suoi diari. Lui morirà di tubercolosi nel 1924, godendo nell'ultimo anno della relazione con Dora Diamant; lei lascerà il marito nel 1925, si risposerà, lavorerà, parteciperà alla resistenza ceca, sarà internata a Ravensbrück e morirà nel 1944.

Leggere queste lettere all'inizio non è stato semplice: ci sono solo quelle di Franz Kafka, manca sempre dunque la risposta o la domanda; inoltre mancano i riferimenti. Su certe cose è naturale che i due non si spiegassero, conoscendo il contesto o le persone di cui parlano, ma il lettore fa un po' più fatica e di più, almeno per me, nelle prime e nelle ultime comunicazioni, perché più sporadiche e facenti riferimento solo a cose specifiche di conoscenza dei due interlocutori o scritti nella missiva che non possediamo.

Nelle lettere centrali, invece, il filo degli eventi è un po' più facile da tenere perché si riescono a desumere alcuni elementi di contorno oppure ormai li conosciamo e inoltre trova spazio l'espressione del sentimento di quest'uomo e questo è comprensibile anche totalmente avulso dal contesto.

Parlare di un amore non è semplice, perché nessuno sa mai cosa c'è nella mente dei due innamorati. Moltissime volte nemmeno i due stessi interessati (persino Kafka fa spesso riferimento a fraintendimenti, e cosa c'è di più comune fra innamorati?). E un po' mi sono sentita un'intrusa, una violatrice della loro intimità (soprattutto di Kafka perché sono le sue lettere) nel leggere e ora raccontare le mie impressioni sui loro sentimenti.

Perché trapelano, anche in questa corrispondenza in cui mi manca la bussola, anche quelli di Milena di cui non posso leggere le parole. Trapela il legame di questi due illustri sconosciuti: un filo oggettivo che non si spezza, una ricerca quotidiana l'uno dell'altra, un desiderio dell'altro...impossibile, sì, ma reale. Così reale che lo riconosco oltre cento anni dopo senza avere la mappa dei loro cuori.

Ah, gli amori impossibili. Niente fa battere un cuore (vero, ma soprattutto di lettore) quanto l'impossibilità a compiersi di una speranza, di un desiderio a lungo vagheggiato. È l'impossibile che ci fa percepire ancora più grandi quella fame che brucia, quell'intensità del bisogno, quella sofferenza sentita, ma dolce e malinconica.

(Quasi) tutte le storie d'amore letterarie che mi hanno conquistata, fatto provare trasporto ed empatia nella lettura erano quelle che non potevano compiersi, che mi lasciavano il cuore un po' più malandato perché gli eroi per cui avevo parteggiato alla fine non potevano stare assieme (Heatcliff e Catherine, Cyrano e Roxane...).

E si coglie qualcosa anche delle loro personalità, ovviamente più approfonditamente per Kafka: un uomo tormentato dalla malattia, dall'insonnia, pure dall'antipatia per la carne, ma soprattutto per le persone; un uomo schivo e sofferente, come scrive Milena nell'agosto del 1920 "...incomprensibili perché sono vive. Frank invece non può vivere. Frank non ha la capacità di vivere. Frank non guarirà mai. Frank morirà presto." Milena parla di un'angoscia che non lo lascia, un male di vivere. 

Milena invece si intravede nel modo in cui Kafka le parla, la descrive (è il riflesso negli occhi di un altro, prima sconosciuto, poi amante, poi innamorato sofferente, quindi mai del tutto affidabile, sicuramente parziale), ma anche dalle lettere in fondo a questa corrispondenza, che Milena scrive a Max Brod (amico, biografo e curatore delle opere di Kafka dopo la sua morte) o nelle parole che la donna scrive alla morte di Kafka, per ricordare il suo ex amore e stavolta è proprio la sua di voce. Una voce che ci dimostra di aver navigato nelle profondità dell'animo di Kafka, anche se per pochi mesi.

E queste lettere? Che cosa mi hanno trasmesso: il tormento di questi due cuori, che nelle peripezie del loro rapporto non cessano di cercarsi; ancora, il peso, la forza delle parole con cui i due costruiscono un rapporto, aldilà dello stare o no insieme. Ciascuno dei due attende quelle parole e da queste dipende non solo l'umore, la vita. Una lettera può essere tormento, rimprovero, speranze deluse; la successiva conforto, medicina e loro le aspettano. Kafka conta i giorni che impiegano ad arrivare, quante lettere sono in viaggio, gli ostacoli che possono trovare nel percorso. Alle parole (a Milena) affida i suoi pensieri, anche contorti a volte, con esempi fantasiosi e articolati, con descrizioni precise (ho letto solo La metamorfosi dell'autore, ma lo stile è inalterato nelle lettere), il suo sentire, i suoi desideri e non in pochi punti mi ha commosso la forza dei loro sentimenti (sì, anche in quelle dieci pagine in cui la penna la impugna Milena). Mi sono riconosciuta prima in Milena, poi in Kafka, poi ancora in Milena: questo libro non è narrativa, è un viaggio dentro una storia d'amore e credo che occorra un certo grado di coraggio per affrontarlo o un approccio totalmente opposto, sociologico-psicologico.

martedì 9 dicembre 2025

Una buona lettura quando si desiderano gialli ambientati nella Londra di Jack Lo Squartatore: Le avventure di Dorcas Dane

 Nell'epoca in cui il genere giallo iniziò a prendere piede e, particolarmente, negli stessi anni in cui Londra si ritrovava, a Whitechapel, il più celebre killer di tutti i tempi e, su carta, l'ineguagliabile segugio, Sherlock Holmes, anche le detective donna cominciavano a popolare le pagine dei romanzi.

È in questa Londra che George Robert Sims (1847-1922) fa debuttare la sua Dorcas Dane nel 1897.


Dorcas è un personaggio particolare, al tempo stesso pienamente femminile, moglie e figlia premurosa, eppure furba, indipendente come un uomo (che nel 1897 non è proprio scontato) e anche con ampia influenza sulla polizia (e i poliziotti uomo) di Scotland Yard, tanto che basta il suo nome, la sua fama per far intervenire gli agenti, laddove la situazione lo richieda. In anni in cui il pubblico piange l'assenza di personaggi femminili efficaci, che siano forti senza dover avere tratti maschili (anche se vorrei capire perché infastidisca tanto) o sapere fare tutto (questo è irrealistico e odioso), Dorcas è la donna che il lettore vorrebbe incontrare, perfettamente in equilibrio e a suo agio nel ruolo di compagna affettuosa per il marito malato e di segugio impareggiabile. Anche se è stata accostata a Holmes, non gli somiglia granché, ma il sapore dei racconti che ho letto nella raccolta Le avventure di Dorcas Dane (256 pp), che il Palindromo ha voluto proporre per la prima volta in Italia, è quello delle storie di Conan Doyle più per l'ambientazione, il periodo storico e il genere, che per una vera somiglianza nel tratto e nei modi con Sherlock Holmes. Tuttavia alcuni elementi, nello spirito di osservazione e deduzione della nostra eroina, hanno delle somiglianze con quelli del suo più noto collega.

Dopo un'interessante introduzione sul personaggio, ci sono cinque racconti: Il concilio dei quattro, L'uomo dallo sguardo strano, La lucertola di diamanti, Il misterioso milionario e L'omicidio di Harvestock Hill. In tutte queste avventure, da aiutante, narratore e ammiratore (alla Watsnon) c'è Mr. Saxton, che aveva conosciuto Dorcas quando faceva l'attrice e che la ritrova ormai detective, dopo aver affiancato per qualche tempo il sovrintendente di polizia in pensione, Mr. Johnson, da cui apprende il mestiere e con cui ha la possibilità di farsi conoscere per le sue doti.

In realtà, la prima avventura della detective, Il concilio dei quattro, non è particolarmente brillante, ma la seconda, L'uomo dallo sguardo strano, si fa già più piccante e interessante e, quando ho letto settimane dopo L'enigma della camera gialla, ho ritrovato degli elementi (un padre allarmato per una figlia che nasconde segreti) che mi hanno proprio ricordato questo racconto.

Anche La lucertola di diamanti, una storia su una misteriosa sparizione di un gioiello, non ha conquistato il mio interesse, ma Il misterioso milionario è un racconto molto più gustoso e introduce elementi di suspense e di avventura; questo, sì, è il più sherlockiano dei racconti. L'omicidio di Harvestock Hill, infine, ha una risoluzione talmente originale e particolare, che merita essere letto anche solo per quello.

Giudizio: non memorabilissimi, ma molto piacevoli alla lettura ⭐⭐⭐ 

sabato 22 novembre 2025

Un romanzo che accompagna dal lutto alla rinascita: Quel che affidiamo al vento

 Un paio di compleanni fa delle amiche mi regalarono un libro.

O meglio, mi dissero che me lo avevano regalato e poi si dimenticarono per mesi di portarmelo. Morendo di curiosità chiesi almeno un indizio. 

"Datemi una parola del titolo!" 

"Quel..."

Mi fissai che la parola facesse parte di Quel che affidiamo al vento (Pickquick, 248 pagine) di Laura Imai Messina. In realtà mi regalarono uno dei romanzi che ho più amato negli ultimi anni e di questo le ringrazio, ma ormai mi ero fissata col titolo che avevo immaginato e di quell'autrice avevo sentito parlare benissimo da una cara collega, pertanto decisi di recuperarlo alla prima occasione disponibile (degli sconti di quella casa editrice) e quest'estate finalmente l'ho letto.


Non sapevo molto dello tsunami del 2011 in Giappone, nella regione del Tohoku, tranne la portata della tragedia, quasi 20.000 morti e oltre 50.000 sfollati. L'11 marzo 2011 un terremoto pazzesco, della durata di sei minuti e di magnitudo 9 con epicentro nell'Oceano Pacifico, provocò uno tsunami che investì le coste orientali del Giappone e una delle conseguenze fu l'incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi, al grado massimo della gravità degli eventi nucleari (come Chernobyl).

Intorno a questo evento si innescano gli eventi del romanzo della Imai Messina.

La protagonista è Yui, che ha perso molto quell'11 marzo. O forse, in realtà, la protagonista è la cabina del telefono di Bell Gardia, giardino di pace che che si trova a Kujira-yama a dieci ore d'auto da Tokyo. Il telefono del vento è stato installato da un uomo che si prende cura del giardino e da ogni luogo è raggiunto da tutti coloro che hanno bisogno di un filo diretto con una persona con cui non si può più parlare. Chi ha perso qualcuno, come Yui o come Takeshi o Hana o come altri personaggi che in questo romanzo si incontrano a Bell Gardia, ha bisogno di trovare un modo per mantenere un legame, ognuno a proprio modo e questa storia ce ne propone uno

La storia, divisa in tanti piccolissimi capitoli, si legge bene e rapidamente. Sarebbe un filo stucchevole per i miei gusti, ma in realtà non affronta in modo del tutto banale certi temi, che sono anche spinosi, scomodi: il lutto e la maternità. Entrambi hanno varie forme di presentarsi, di essere, di essere vissuti e questa storia si muove per offrire un ponte tra le due e una rinascita per i protagonisti e (perché no?) per i lettori. Già, temi delicati e per me persino trigger. Il lutto è così personale, ma la maternità, specialmente perduta o mancata, lo è ancora di più.

Imai Messina è delicata e ha una penna piacevole e non scontata. Credo che in futuro potrei approcciare altre opere di questa scrittrice.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Il mio primo (problematico) approccio a Murakami

 Per esperienza, approcciare un autore dai racconti può essere insidioso, specie se la raccolta è molto ricca, ma non altrettanto variegata.

L’elefante scomparso e altri racconti di Haruki Murakami (Einaudi, 310 pagine) raccoglie diciotto storie scritte tra gli anni Ottanta e i primi Novanta. Quasi tutti i racconti hanno una vena fantastica o surreale e sono tutti scritti in prima persona (sedici con un narratore uomo e due con una narratrice).


La narrazione in prima persona non incontra particolarmente i miei gusti, ma i racconti con protagonisti uomini hanno (quasi) tutti una stessa caratteristica: si parla di un incontro o di un'attrazione del protagonista verso una donna e, frequentissimamente, quasi fosse un punto obbligato, di sesso, fino a descrizioni che, sinceramente, forse sono fini a sé stesse o un qualche pallino di questo autore, ma non mi sono né di interesse, né li trovo gradevoli.

All'inizio della lettura ero abbastanza incuriosita da alcuni elementi, sostanzialmente quelli fantastici, che mi rendevano originale la penna di Murakami. Si tratta della prima dozzina di racconti,  quelli degli anni Ottanta.

Tuttavia, dopo un po', la ripetitività dei temi e degli schemi della storia mi ha stancata, fino ad annoiarmi, specialmente gli ultimi sei, che non sono che una mera cronaca di una qualsiasi vita normale, in cui si ripetono azioni ordinarie e quotidiane: ho fatto la spesa, sono andata in banca, ho tagliato il tofu, ho fatto bollire il brodo, etc...Quasi tutti i personaggi si ritrovano a cucinare e/o ad ascoltare musica, permettendo all'autore di raccontare i propri gusti musicali.

La descrizione dei personaggi finisce per somigliare a un Curriculum Vitae: dove si sono laureati, che lavoro fanno, perché sono scontenti e come si ritrovano nella condizione attuale a sperimentare quello che è il tema del racconto.

Devo riconoscere che ho apprezzato moltissimo l'estro, le trovate inusuali, fantastiche, in particolare quelle relative (per qualche ragione incomprensibile) agli elefanti: elefanti che spariscono, elefanti da adottare, da fabbricare, magliette e lampade con gli elefanti. Questo aspetto l'ho davvero adorato.

Giudizio: complessivamente, la prima impressione di questo autore è un ni. ⭐⭐ 1/2

Lo stile è monotono e le tematiche sono troppo reiterate, il che non può che stancare molto prima del diciottesimo racconto. Forse in un romanzo il tema potrebbe risultare diluito e, se farò un secondo tentativo, sarà senz'altro con un romanzo lungo, ma prima devo farmi un po' passare la nausea.

domenica 19 ottobre 2025

Un'edizione bellissima per un autore misconosciuto: Il grande Dio Pan di Arthur Machen da Ippocampo edizioni

Settantasei anni dopo la pubblicazione di Frankenstein, Arthur Machen pubblicava Il grande dio Pan, insieme al piccolo racconto La luce interiore.


Si tratta di due testi incredibilmente simili, che hanno per protagonista donne misteriose, dai comportamenti e dagli sguardi fuori dal comune e un ambiente scientifico di contorno che molto rimanda a quel dottor Frankenstein che sperimentata nel suo laboratorio il confine fra vita e morte.

Il grande Dio Pan è un racconto più ricco e sviluppato, anche se in più momenti del tempo: una presenza accompagna ogni capitolo del libro, pur prendendo forme diverse e il lettore deve arrivare alla fine della storia per poter mettere insieme tutti i pezzi.
L'introduzione a questa mini raccolta di due scritti nel volume edito da L'Ippocampo è doppia: quella dell'autore, scritta in occasione del ventiduesimo anniversario dell'opera, e quella di Guillermo del Toro.

L'edizione offre inoltre ventisei tavole illustrate dall'artista paraguayano Samuel Araya e altri tre racconti: La storia del sigillo nero e La storia della polvere bianca, tratte da I tre impostori, raccolta introdotta nientemeno che da Jorge Luis Borges, e La piramide di fuoco. Al termine del volume è posta la postfazione di S.T. Joshi.
La storia della polvere bianca somiglia ai primi due di questa raccolta, mentre La storia del sigillo nero e La piramide di fuoco sono incentrate su un tipo molto particolare di leggende del folklore britannico, sul piccolo popolo.

Lo stile di Machen è molto suggestivo: tanto quanto è preciso nelle descrizioni di paesaggi, tanto è allusivo nel farti capire cosa si nasconde dietro la storia, senza mai svelarne una realtà concreta e materiale. Credo sia proprio questo tratto ad avermi affascinata tanto e ad avermi fatto apprezzare questi racconti, anche se non sono spaventosi.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

sabato 28 settembre 2024

I casi dell'Ordine della Ghirlanda I: Il caso dei sessantasei secondi

 C'è una fermata sulla linea metropolitana che a Londra collega Marylebone e Aylesbury che non dovrebbe esistere. Eppure il treno che parte ogni mezzanotte da Marylebone vi compie una sosta di 66 secondi, tutte le notti. A questa storia si intreccia quella di un altro mistero che coinvolge uno dei più stretti e importanti collaboratori di Sua Maestà la Regina Vittoria.


Qui entrano in scena Lucy Blackstone l'organizzatrice, Candice King la chimica, Mei Li Bradford l'esperta di arti marziali e Kaja Bandhura, giornalista con la passione degli archivi: questo è il primo caso per le quattro ragazze dell'Ordine della Ghirlanda, serie ideata da Tommaso Percivale e pubblicato da Mondadori. Il caso dei sessantasei secondi ha 179 pagine; anche se è letteratura per ragazzi (che adoro) va benissimo anche per gli adulti e si legge in uno o due giorni. Il secondo volume di questa serie, Il caso del villaggio scomparso, è sempre uscito nel 2019 e mi piacerebbe recuperarlo.

All'inizio e per buona parte del racconto, in realtà, le nuerose linee narrative che partivano ma sembravano perdersi dopo un solo capitolo mi stavano un po' confondendo e, persino, infastidendo, ma per fortuna dal capito 10 o 11 le linee cominciano a riunirsi e la storia prende un buon avvio, concludendosi in modo davvero degno. 

La scrittura è davvero buona e i personaggi resi simpatici e accattivanti, anche se, senza dubbio, ci sarà tempo nei prossimi volumi per approfondire la conoscenza delle quattro eroine.

Riguardo la trama, l'intreccio è interessante e divertente; è curioso che i "cattivi" siano mostrati nel corso della narrazione. Di fatto, la storia aderisce molto di più al genere avventura che a quello mistery, poiché non è lasciato al lettore il compito di indagare, ma gli eventi sono semplicemente descritti per come avvengono, senza indizi da cui trarre deduzioni.

Giudizio: nel complesso è gradevole e intrattiene ⭐⭐⭐ 1/2

Il capolavoro che colpevolmente non avevo ancora letto: Uomini e topi

Uomini e topi è un libro straordinario (colpevolmente il primo che leggo di John Steinbeck) e nessuna parola che potrò usare per descriverlo sarà originale, nuova o sufficiente a rendere l'idea. Mi limiterò dunque a parlarne brevissimamente.


Steinbeck era già piuttosto noto quando nel 1937 scrisse quest'opera. Si tratta di un testo piuttosto breve (139 pagine, Bompiani), ma scritto così magistralmente da condensarci dentro molto: dell'amicizia, della vicinanza e capacità di comprensione degli uomini, dei loro sogni, ma anche della paura che ognuno ha dell'altro, che genera solitudine.

La struttura è in sei capitoli, che in realtà sono praticamente sei atti teatrali, con una scena fissa, descritta in dettaglio all'inizio del capitolo, in cui entrano ed escono i personaggi. Gli avvenimenti stessi o avvengono in scena o sono raccontati dai personaggi, ma più raramente.

La storia è abbastanza lineare: due uomini si recano in una fattoria come lavoratori stagionali. Diversissimi fra loro e legati da tempo, George è un uomo sveglio e cerca di provvedere meglio che può a Lennie, che invece è forte, ma con la mente di un bambino. Sperano di guadagnare abbastanza per raggiugere il loro obiettivo, ma i problemi sono sempre dietro l'angolo.

Questo libro mi ha travolta, l'ho letto in un solo pomeriggio e mi ha emozionata fino alle lacrime. Non potete esimervi dal leggerlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 13 novembre 2023

Il fantasma dell'Opera di Gaston Leroux

Il famoso fantasma dell'Opéra Garnier di Parigi, di cui tutti parlano e che aleggia tra i corridoi e le quinte del teatro, è il mostro che ha ispirato lungamente la fantasia di lettori e cineasti.


Nella storia di Gaston Leroux, che inizialmente uscì a puntate, il teatro dell'Opéra è infestato da presenze ed eventi oscuri e misteriosi: si vocifera che ci sia un fantasma mascherato, una presenza sinistra che fa capitare brutte sciagure e che infastidisce i direttori del teatro. Inoltre pare che di punto in bianco la giovane cantante Christine sia diventata la cantante più talentuosa dell'entourage, ma che si comporti anche in modo strano e di questo si accorge il giovane visconte Raul Chagny, amico di antica data della ragazza. C'entra il fantasma con le talentuose doti di Christine e con i periodi in cui scompare? Cosa c'è dietro al mistero del fantasma?

Il mostro è connotato quasi sempre negativamente, siamo messi in guardia dalla sua malvagità. Tuttavia in alcuni momenti emerge anche il senso di solitudine e di ingiustizia che subisce questo personaggio e il suo disperato bisogno di essere amato, come ognuno di noi.

"Avevo soltanto bisogno di essere amato per diventare buono!"

Ma l'amore del mostro per Christine è giusto? La lascia libere di scegliere o è frutto di inganno e costrizione? Possiamo chiederci se lei lo amerebbe se non fosse mostruoso, ma anche se la sua mostruosità (e la conseguente ripulsa) dipendono effettivamente dalla malformazione fisica oppure dal decadimento morale.

Nel 1925 Lon Chaney ideò il trucco più iconico del mostro, che interpretò lui stesso. Nel più recente musical del 2004, invece, l'aspetto è molto più addolcito e Gerard Butler indossa solo metà maschera a nascondere le sue deformità. Nel testo di Leroux l'aspetto è ancora più orrorifico, ma solo Christine potrà vederlo. 

Narrato da più punti di vista (terza persona, punto di vista dei direttori -siparietto comico del libro-, taccuini del Persiano), la storia del Fantasma mi è piaciuta, ma lo stile di scrittura, che si serve spesso del racconto che riassume vicende già trascorse al lettore, limitando dialoghi e scene d'azione, salvo che nell'ultima parte, non mi ha totalmente soddisfatta. Come stile è certamente tipico del periodo Ottocentesco, però è anche vero che altri autori del periodo sono stati più talentuosi nella scrittura.

Leroux ribadisce più volte che la sua ricostruzione si appoggia su fonti e su fatti realmente accaduti e descrive anche particolari che si dovrebbero ancora vedere all'Opéra.

Tuttavia rimane un libro carico di fascino, romantico e assolutamente da leggere una volta nella vita.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

domenica 6 agosto 2023

La trilogia degli Evangelisti di Fred Vargas: rimpiangiamo il commissario Adamsberg?

 Ahiaiai, cara Fred Vargas, cosa mi hai combinato!

Da grandissima fan della serie del commissario Adamsberg, sul quale ho letto tutto quello che Einaudi ha pubblicato in Italia, mi sono decisa a recuperare la trilogia dedicata ai cosiddetti Tre evangelisti.

I personaggi di San Marco (Marc Vandoosler), San Matteo (Mathias Delamarre), San Luca (Lucien Davernois) e dello stravagante zio di Marc, Armand Vandoosler, sono introdotti nel primo romanzo, Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Peccato che poi abbiano corso il rischio di scomparire completamente! Ma andiamo con ordine.


Tutti e tre i romanzi hanno un elemento di avvio assolutamente intrigante e uno svolgimento, però, un po' tentennante. Il guaio è che Fred Vargas sembra essersi dimenticata per la strada cosa aveva progettato inizialmente per i personaggi ed è la critica principale che pongo alla trilogia.

❶ Chi è morto alzi la mano è sicuramente il migliore dei tre e quello in cui ciascun personaggio dell'originaria quaterna ha una dignità maggiore: sono meglio descritti e ognuno di loro concorre a risolvere l'omicidio. Anche l'avvio è il più convincente: l'ex cantante di opera Sophia trova all'improvviso una mattina nel suo giardino un albero. Si tratta di un albero adulto, che non ha piantato né lei, né il marito, né il giardiniere.

Il caso vuole che nella casa vicina vengano ad abitare i tre evangelisti, più zio Vandoosler, che è il responsabile del soprannome di quelli che in realtà sono tre storici. Marc studia il medioevo, Mathias la preistoria e Lucien è un esperto della Grande Guerra. Armand Vandoosler, invece, è un ex poliziotto, congedato per via dei suoi metodi poco ortodossi: sarà lui a "condurre" le indagini di questo primo romanzo.

Non è un giallo eccellente: il colpevole si riesce a individuare piuttosto facilmente, ma è ugualmente piuttosto piacevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Un po' più il là sulla destra: in questo libro arrivano i problemi. Non tanto per la trama, anche se dopo l'avvio dell'intrigo, le indagini non sono molto accattivanti (ma sul colpevole mi sono imbrogliata stavolta), ma soprattutto per gli Evangelisti. A parte il protagonista del trio, Marc, (e una piccola particina di Mathias sul finale, che è probabilmente l'evangelista più ammaliante con la sua saggezza, il suo silenzio e le sue abitudini anticonvenzionali), gli altri spariscono. Non trovano più spazio, salvo spiegare a Marc come si fa la valigia, il nevrotico Lucien e soprattutto, tranne una telefonata di un minuto, zio Vandoosler che, malgrado fosse stato il mattatore del libro precedente, non lo ritroverà più. A sostituirlo nel ruolo e nello spazio è un nuovo personaggio, Louis Kehlweiler, padre tedesco, madre francese, ex pezzo grosso del Ministero dell'Interno. Gli agganci che dunque aveva Armand Vandoosler sono sostituiti e allargati. Il nuovo protagonista, però, oltre a non essere superiore in simpatia al quartetto, diventa l'unico punto di vista narrativo.

È Kehlweiler che, supervisionando tutte le panchine della città, scopre presso una di esse, nascosto tra gli escrementi di un cane, l'osso di un alluce umano. Kehlweiler suppone che ci sia un cadavere a cui manca un alluce. Dove sarà mai questo cadavere? Nel paese della sua ex compagna...ma questa è un'altra storia...

Giudizio: sebbene non del tutto spiacevole, ho passato il tempo a contare quante pagine mancavano alla ricomparsa di almeno uno degli evangelisti ⭐⭐

Io sono il tenebroso rivede, invece, il ritorno -in parte- degli evangelisti. Una cara amica di Kehlweiler, Marthe, già introdotta nel romanzo centrale, si ritrova alla porta il ragazzino che aveva sottratto alla solitudine della sua misera infanzia. Ormai è adulto e sembra essere diventato il serial killer che tutta Parigi sta cercando, ma si dichiara innocente.

In questa indagine i tre evangelisti tornano ad avere ciascuno una parte nella storia, sebbene inferiore a quella di cui godevano nel primo romanzo. Armand Vandoosler, poverino, resta invece relegato al ruolo di baby-sitter. Kehlweiler mantiene la parte del leone nelle indagini, nelle quali anche stavolta il colpevole si può identificare, poiché Vargas compie lo stesso procedimento in tutti e tre i libri.

Giudizio: Un po' meglio del secondo ⭐⭐⭐

Prova di thriller per Valerio Massimo Manfredi: Palladion

 È uno strano mix quello che mette in atto Valerio Massimo Manfredi in Palladion.


Inizia come romanzo storico, raccontando gli eventi del 179 a.c., quando un grande pericolo stava minacciando Roma. Prosegue poi nel 1071 all'interno di un monastero bizantino nel Lazio, all'interno del quale un copista scopre un segreto che riguardava quell'antica vicenda romana.

Tracciate queste basi, Manfredi ambienta la storia a degli imprecisati (per poter inventare dei capi di governo a suo gusto) "giorni nostri". L'autore introduce dunque una grande quantità di personaggi, alcuni dei quali non rivedremo mai, alcuni che invece ricompariranno per piccole o medie parti, e imposta l'intera vicenda come un thriller.

Il fulcro è questo: alcune statue raffiguranti Atena vengono rinvenute a Lavinium e nello stesso periodo vengono anche ritrovati un monumento funebre e delle statue di due guerrieri. Tutte queste scoperte sono collegate tra loro e alla storia raccontata all'inizio del romanzo. Tra i simulacri di Atena, uno non è forse il leggendario Palladio in grado di proteggere qualunque città che lo possieda?

All'inizio della mia lettura ho storto un po' il naso: lo stile narrativo non mi piaceva, sebbene Manfredi disponga di un lessico molto ampio e descriva con grande precisione e accuratezza luoghi e personaggi, vergando anche alcune frasi di poetica bellezza.

Proseguendo, però, l'intreccio mi ha abbastanza presa ed è congegnato veramente molto bene. Tutto alla fine si incastra e bene, anche se il movente dei "cattivi" è un po' fantasioso e tratteggiato un po' rapidamente. A essere del tutto onesta qualche domanda rimane in sospeso e non sono riuscita a togliermi tutti i dubbi.

Quel che mi ha stonato di più, in ogni caso, sono state le scoperte archeologiche: tutti e tre i ritrovamenti collegati alla stessa vicenda sono avvenuti a brevissima (o addirittura nulla) distanza tra loro, il che è a dir poco incredibile. Manfredi avrebbe potuto semplicemente effettuare dei salti temporali maggiori di quelli già comunque presenti, rendendo il tutto più credibile.

Concludendo, ho apprezzato la storia thriller e alcuni personaggi, malgrado alcune cosette tirate per i capelli e lasciate anche senza spiegazione. Per me lascia un po' a desiderare anche lo stile, soggetto ad alti e bassi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

giovedì 15 giugno 2023

Il secondo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi: io mi fermo qua

 Come già raccontato in precedenza, ormai i primi due volumi li avevo già a casa e, con pochissima voglia, mi sono approcciata al secondo romanzo di questa saga così acclamata dal resto del mondo, Basta un caffè per essere felici. L'avevo già messo nella sfida dello Scaffale Strabordante e mi sono tolta il dente inserendolo anche in quella primaverile dei Sette libri in sette giorni.


Toshikazu Kawaguchi riparte la narrazione sei anni dopo i fatti raccontati nel primo libro. I personaggi principali sono gli stessi con una variante (per chi non ha letto il primo, ❗attenzione spoiler❗, ma non è mia la colpa): Nagare, il padrone della caffetteria in cui si può tornare indietro nel tempo; sua cugina Kazu, che lavora nel locale come cameriera ed è addetta alla cerimonia del versare il caffè dall'apposita caffettiera d'argento per permettere ai viaggiatori di tornare nel passato o recarsi nel futuro; la figlia di Nagare, Miki, che ha circa sei anni all'inizio di questo romanzo e che è orfana di madre perché la moglie di Nagare, Kei, muore di parto. C'è anche un breve affaccio sulla storia di Fumiko, una delle donne di cui era stata raccontata la storia e che aveva sentito il bisogno di affrontare "il rituale" sei anni prima. 

Per rinfrescare le idee, i romanzi trattano di storie infelici di persone che scoprono l'esistenza di questa particolare caffetteria di Tokyo in cui sedendosi a un particolare tavolino, su una particolare poltrona occupata da un fantasma, che si alza per andare in bagno una sola volta al giorno, e facendosi versare il caffè da questa particolare caffettiera, si può viaggiare nel tempo verso un giorno e un orario preciso. La meta è sempre lo stesso tavolo dello stesso locale, ma quel che sperano le persone che desiderano spostarsi nel passato o nel futuro è avere un colloquio con una persona importante della loro vita che era nel caffè al giorno e all'ora X. Per i fruitori di questa particolare cerimonia parlare con questa specifica persona non può cambiare il presente -o il futuro- (anche perché la maggior parte delle volte, troppo presi dall'emozione, stanno di morto parecchio zitti), ma di solito confidarle un non detto o compiere un'azione che non avevano mai avuto il coraggio o il tempo di fare, cambia la percezione del loro rimpianto o del loro rimorso (perché di questo si tratta, altrimenti nessuno sentirebbe il bisogno di dare una svolta al punto di mettersi a viaggiare nel tempo).

Rispetto al primo romanzo, però, ci sono alcuni piccoli cambiamenti.

Prima di tutto c'è una nuova regola, mai specificata nel primo episodio e funzionale alla trama e ai "colpi di scena" di questo secondo capitolo: solo le donne della famiglia Tokita possono servire il caffè nella cerimonia che concede di viaggiare nel tempo a partire dall'età di sette anni. Fino a questo momento avevo creduto che lo facesse Kazu perché era più brava o aveva semplicemente più "sbatta" di starci dietro, ma stavolta c'è questa specifica. Comparirà nell'ultimo capitolo un'ulteriore regola al riguardo che sarà approfondita e motivata (e serve a dare la svolta alla storia di un personaggio).

Infatti la seconda novità è che viene inquadrato leggermente di più il contesto familiare dei gestori della caffetteria: grazie ai viaggi nel passato vediamo Nagare o Kazu venti o trent'anni prima (molto di più di quanto era avvenuto nei casi affrontati nel precedente libro) e quindi scopriamo quando hanno cominciato a lavorare in quel bar e qualcosa in più sulla parentela e sula storia di Kazu.

Infine ho colto una differenza anche nel tipo di storie e di personaggi proposti. Si tratta anche stavolta di quattro storie che riguardano due amici, Gotaro e Shuichi; una madre, la professoressa di arte di Kazu, e suo figlio, Kinuyo e Yukio; due colleghi di Fumiko che erano stati fidanzati, Katsuki e Asami; e infine un'ispettore di polizia, Kiyoshi, e sua moglie Kimiko. Mi sono sembrate storie tristi certamente, ma meno devastanti e irrealistiche rispetto a quelle illustrate nello scorso romanzo. Anche le motivazioni dei loro gesti mi sono sembrate più approfondite e i personaggi in sé un filo più sfaccettati e meglio descritti. Questo miglioramento l'ho apprezzato. Una delle principali critiche che avevo mosso a Finché il caffè è caldo era stata proprio di avere personaggi affettati con l'accetta, che si identificavano solo col proprio ruolo da svolgere, ma senza un minimo di background. Per fortuna sono scomparse anche le descrizioni senza senso di abiti improbabili delle signore che popolavano il libro precedente e che avevo ferocemente contestato.

Per il resto lo stile rimane poco affine al mio gusto: è molto lento, i dialoghi stentano perché ogni battuta è intervallata dalla descrizione di cosa pensa o prova il personaggio, non c'è fluidità nei parlati e questi riempitivi mi danno l'idea di essere messi per allungare il brodo, perché i quattro capitoli potrebbero essere svolti in molto meno delle 172 pagine che occupano. Allo stesso modo la ripetizione perpetua delle regole dei viaggi nel tempo è davvero eccessiva, snervante, costringendomi a saltare a piè pari paragrafi interi, perché non avrei resistito a leggerla un'altra volta. Arrivo a comprendere la necessità di riepilogarle una volta all'inizio del romanzo perché il lettore le ha scordate (chissà quanto tempo è passato da quando ha letto il precedente volume), ma l'elenco completo con tanto di domande del personaggio a cui tocca stavolta sorbirsele è ripetuto più di quattro volte. Ebbene sì, non solo questo bignami di giurisprudenza del viaggio nel tempo è declamato a tutti e quattro i pazzi (questa volta sono tutti uomini, l'altra volta erano tutte donne -era un'altra critica che avevo fatto perché accusavo Kawaguchi di considerare solo le donne così fragili da necessitare questa terapia d'urto-) che tornano indietro o vanno avanti attraverso varchi spazio-temporali fatti di vapore di caffè, nossignori, sprazzi di regole sono anche ripassate mentalmente da quegli sfortunati che le conoscevano già da prima. Quindi il lettore rischia di sentirsele ricordare prima dal personaggio, poi da Kazu, poi di nuovo dal personaggio e ancora da Kazu e così via in un ciclo eterno.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: migliorano le storie, retroscena più accurati dei personaggi

Cosa non mi è piaciuto: ripetitivo, lento e prolisso

Giudizio: un briciolo sopra il precedente ⭐⭐

lunedì 22 maggio 2023

Due belle storie noir: Carlotto e Hammett

 Forse è il mio genere, la mia zona di comfort o semplicemente mi sono imbattuta in due autori eccezionalmente bravi partecipando alla sfida dei Sette libri in sette giorni versione primaverile, ma ho avuto la fortuna di leggere due opere ben scritte e coinvolgenti. 

Questi due testi li avevo in casa ed erano entrambi abbastanza brevi da guadagnarsi un posto nell'elenco stilato per affrontare questa sfida abbastanza impegnativa (l'ultima volta è stata proprio dura e non l'ho completata).

Tra l'altro il primo titolo dovevo affrontarlo anche per la Sfida dello scaffale strabordante, poiché si trova sulla mia libreria dal 2019.

Fu l'ultima edizione del Cesenatico Noir prima dello scoppio della pandemia e io e mia sorella assistemmo nel piccolo teatro di Cesenatico a un paio di serate in cui furono ospiti Carlo Lucarelli, Chiara Moscardelli, Ilaria Tuti e Massimo Carlotto, che raccontavano le loro ultime uscite editoriali da cui erano tratte alcune letture. Alla fine della serata c'era anche un piccolo momento di firmacopie. Mia sorella ne approfitto per farsi fare una dedica su Fiori sopra l'inferno, mentre io mi feci autografare Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane. Il brano che ne era stato tratto quella sera mi parve scritto veramente bene e devo dire che, adesso che finalmente mi sono decisa a recuperarlo, il romanzo non ha deluso le mie aspettative.

Chiaramente l'acquisto al festival romagnolo fu dettato dall'impulso del momento e ho scoperto solo successivamente la storia giudiziaria dello scrittore e che il volume che avevo scelto era il settimo e all'epoca (ma anche tuttora) ultimo libro di una saga composta da ben sette libri, che hanno per protagonista l'Alligatore, Marco Buratti. Nel romanzo che ho letto adesso, al suo fianco sono presenti altri due fuorilegge: Max la Memoria, descritto come molto grasso ma intelligentissimo e Beniamino Rossini, definito ex gangster e che porta al polso una sfilza di bracciali, uno per ogni uomo che ha ucciso.

Arrivando a saga inoltrata da tempo, più di vent'anni, dal 1995, mi sono imbattuta in un mondo già costruito e con vicende già intrecciate a quelle del passato. I protagonisti si inquadrano bene caratterialmente, ma, tranne gli accenni lasciati nel testo, non ne conosco i retroscena e ho un po' faticato a capire esattamente cosa facevano. Dalle parole che il protagonista scambia con un altro personaggio, dovrebbero essere ex galeotti che si guadagnano da vivere come detective privati un po' scalcagnati e persino più loschi di Philip Marlowe, anche se con lui condividono alcuni princìpi e il gusto per l'alcol, le sigarette e le donne. Ho idea che Carlotto volesse che un po' somigliassero ai tipi portati sullo schermo da Bogart.

"Sono un investigatore privato senza licenza. Mi occupo di indagini non autorizzate e il denaro che guadagno raramente ha una provenienza lecita."

Per di più gli ultimi tre libri dei sette che compongono la saga dell'Alligatore contengono dei crossover con un'altra serie dello stesso scrittore, quella di Giorgio Pellegrini, che sembra essere un altro criminale, meno in vista di loro e che non si è mai fatto prendere fino (credo) al romanzo precedente a questo, quando sembra che il trio di protagonisti lo abbia incastrato.

La trama di Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane riparte da qui: Pellegrini è in fuga, ma vuole tornare a essere un cittadino pulito, così si fa coinvolgere in un'operazione sotto copertura guidata da una Vicequestore del Ministero dell'Interno; per vendicarsi del trio che lo ha ostacolato convince la poliziotta a incastrare anche loro e un'ispettore di polizia di Padova che li aveva aiutati (sempre nel precedente libro immagino). I tre si ritrovano dunque a destreggiarsi tra Polizia e malavitosi di associazioni oltre confine in una giostra di scambi di posizione, soppesando le forze e le mosse per riuscire a far collimare il salvarsi la pelle col mantenere i propri punti d'onore.

L'anima di questi uomini, infatti, risponde ai loro ideali romantici di lealtà, senso di protezione verso i più deboli, quasi come dei Robin Hood che fanno la guerra ai prepotenti, ai mafiosi, agli spacciatori, ai papponi, per tutelare i poveri, le donne, gli indifesi. Sono un misto tra i tre moschettieri e i Guardiani della galassia. L'espressione cuori fuorilegge riassume bene questo concetto e anche la risposta di un loro conoscente, uno come loro, un ladro, a cui chiedono una mano sapendo che rischiano di metterlo nei guai:

"Non sarebbe dignitoso da parte mia abbandonarvi in questo momento. Siamo sempre stati fedeli a un'idea di malavita che disprezza questa gente di merda."

E il romanzo è costellato da questi piccoli episodi in cui i personaggi si attengono al loro proprio codice d'onore. Sono criminali, ma con le loro regole e i loro ideali: i perfetti protagonisti di un noir.

Un noir che, oltre ad avere protagonisti con le carte in regola, è scritto benissimo. Mi è piaciuto molto lo stile sciolto e raffinato di Carlotto. In sole duecento pagine condensa molti avvenimenti, molti ribaltamenti di situazione, alternando pure la narrazione che riguarda il trio e quella relativa a Giorgio Pellegrini. Le scene sono brevi e si susseguono in rapida successione: non lascia tempo, è denso di azione, ha un ritmo incalzante e gli stacchi malvolentieri gli occhi di dosso, così corto e saturo da bere in un colpo solo. One shot.

Questo libro mi è piaciuto proprio tanto, ma a tutti i lettori che non hanno mai iniziato la saga mi sento di consigliare di iniziarla dal volume 1 perché, se gli altri romanzi sono scritti come questo, vale sicuramente la pena di leggerli tutti. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


Tornando a Humprey Bogart, anche se non ho mai letto Il falcone maltese o gli altri tre racconti in cui compare il detective Sam Spade, che l'attore statunitense interpretò ne Il mistero del falco di John Huston, mi è bastato il racconto minore che ho letto durante questa sfida per comprendere che Dashiell Hammett doveva essere uno scrittore eccezionale. 

Mi imbattei in questo volumetto a una bancarella dell'usato e, sapendo chi era l'autore, malgrado non avessi mai avuto assaggi delle sue abilità, e dato il prezzo irrisorio, me lo portai a casa, ma ho atteso un bel pezzo prima di prenderlo in mano, dicendomi sempre che era così breve che si poteva incastrare in qualunque momento. La sfida dei Sette libri in sette giorni era l'opportunità perfetta.

Donna al buio è un racconto di media lunghezza, tra le 60 e le 70 pagine, che in così poco spazio riesce a restituire non solo le vicende, abbastanza essenziali, ma anche l'ambientazione e a tratteggiare in modo piuttosto preciso i personaggi. 

L'inizio ci scaraventa subito nel bel mezzo dell'azione: una donna in abito da sera, Luise Fisher, sta camminando sola nel buio della notte, quando cade storcendosi la caviglia. Così bussa alla prima porta che trova e le apre un energumeno dal carattere apparentemente mite, Brazil, uscito da poco di galera dopo una condanna per omicidio colposo avvenuto durante una rissa. 

Luise sta scappando dall'uomo a cui apparteneva, Kane Robson, il pezzo grosso della zona, un uomo violento e che gira in compagnia di un pennellone che gli fa da scagnozzo, Conroy. I due uomini bussano a loro volta a casa di Brazil, affittuario di Robson, per riportarsi a casa Luise, ma l'ex galeotto colpisce con un cazzotto Conroy, che cade sbattendo la testa sul camino, e immobilizza Robson. I due uomini se ne vanno, ma dopo poco inizia a circolare la notizia che Conroy sta morendo col cranio fracassato e inizia la fuga di Brazil e Luise.

Sono rimasta sbalordita dall'abilità di Hammett di descrivere con pochi tratti i fatti e le reazioni dei personaggi in maniera quasi cinematografica. Mentre leggevo visualizzavo senza sforzo ambienti e personaggi, come se la storia mi si stesse materializzando davanti. Ero completamente avvinta dall'atmosfera. Anche in questo caso, distogliere gli occhi era fuori discussione. La vicenda prende moltissimo, si finisce a parteggiare per Luise e Brazil nello spazio di pochissime pagine e non riuscivo a capire, avvicinandomi sempre più alla fine, come poteva concludersi in così poco tempo la storia. Ma il finale c'è, fulmineo, spiccio, ma completo, sebbene essenziale. In effetti la storia è proprio suddivisa nelle sue parti classiche: l'avvio della storia, la parte centrale con la fuga e la conclusione.

I personaggi sono descritti soprattutto dalle loro azioni e questo mi è piaciuto molto (e comunque non c'era lo spazio per raccontarli). Luise è decisa, coraggiosa, furba, leale. Avendo pochi mezzi è stata costretta a farsi mantenere da Robson, ma ha accettato quel ruolo per poco. Robson è il classico gangster/spaccone che si avvale dei mezzi che possiede per ottenere quel che vuole senza scrupoli. Brazil ha un'anima pulita, anche se la vita lo ha condotto per sentieri diversi. Gli altri personaggi di contorno sono ambigui, ma a loro modo anche leali con gli amici. Sono tutti personaggi classici del genere noir. Il notevole è stato dare queste caratterizzazioni un pochino più che abbozzate in meno di settanta pagine: questi personaggi sono più sfaccettati di quelli di certi romanzi in cui le pagine erano sufficienti a costruire interi mondi. In questo sta lo straordinario, rendendo evidenti subito la bravura straordinaria di Hammett.

Non mi resta che correre a recuperare Il mistero del falco, che è stato considerato uno dei migliori gialli mai scritti insieme a Il grande sonno di Raymond Chandler (quelli di Marlowe almeno li ho letti). Che dire, evidentemente il noir è il genere definitivo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 26 aprile 2023

Le spy stories di Agatha Christie: Passeggero per Francoforte

 Ultimo libro della Christie per il mio Scaffale Strabordante 2022, ovvero i trenta libri rimasti in libreria da leggere da chissà quanto tempo.

In questo caso si tratta di un'altra "storia minore" della regina del giallo e, precisamente, di una storia di spionaggio, contaminata da elementi del giallo, che l'autrice definì una stravaganza, la cui origine è spiegate dalle parole della Christie stessa in introduzione:

"È possibile immaginare una causa fantastica? Una Campagna segreta per il Potere? Può una mania di distruzione creare un nuovo mondo? È possibile andare oltre e suggerire mezzi apparentemente incredibili per sventare la minaccia? Niente è impossibile: ce lo ha insegnato la scienza. Questa storia è essenzialmente di fantasia. Non vuole farsi passare per altro. Ma la maggior parte dei suoi avvenimenti si stanno verificando realmente, o promettono di verificarsi, nel mondo d'oggi. Non è una storia impossibile...è solo una storia fantastica."


Un diplomatico inglese, noto per avere più a cuore il suo senso dello humor che il suo ruolo e la sua carriera, incline ad accettare senza troppe domande un diversivo, è in attesa del suo volo per Londra nella sala d'aspetto dell'aeroporto di Francoforte, quando gli si avvicina una ragazza che gli chiede il passaporto e la sua mantella per fingersi lui e scappare da alcuni assassini sulle sue tracce. L'uomo, Sir Stafford Nye, accetta, ritrovandosi ben presto coinvolto nel cercare di scongiurare un complotto internazionale.

Le idee del complotto sono vaghe e confuse, seppur cercate di illustrare in molti discorsi lunghissimi che riempiono pagine e pagine di questo libro, rendendolo anche un pochino noioso. Non c'è un piano ben specifico, ma incerti ideali sulla razza ariana discesi direttamente dalle convinzioni di Hitler, probabilmente più fresche nella mente di chi aveva vissuto la Seconda Guerra Mondiale solo venticinque anni prima. Sempre nell'introduzione la Christie ci spiega come ha tratto spunto da quello che vedeva accaderle intorno e forse dalle sue paure di donna dell'epoca vittoriana catapultata in un mondo completamente diverso da quello in cui era nata:

"Basta saper guardare quello che fornisce quotidianamente la Stampa. [...] Analizzare gli avvenimenti del 1970 in Inghilterra. Leggere la prima pagina tutti i giorni, per un mese, prendere appunti, considerare, classificare. 

Ogni giorno, un omicidio. Una ragazza strangolata. Una donna anziana malmenata e derubata dei suoi miseri guadagni. Giovani aggrediti o aggressori. Edifici e cabine telefoniche fracassati e sventrati. Smercio di droga. Bambini scomparsi e cadaveri di bambini assassinati. 

Può essere l'Inghilterra questa? L'Inghilterra è veramente così? Si ha la sensazione...no...non ancora, ma potrebbe diventarlo. Si sta risvegliando la paura...paura di ciò che potrebbe essere. Non tanto gli avvenimenti in sé, ma le motivazioni che potrebbero nascondersi dietro di essi. [...] Anarchia...tutto in crescendo. Tutto pare condurre al misticismo della distruzione, al piacere della crudeltà."

Il libro è stato abbastanza inusuale: la storia del complotto tratteggiata in modo abbastanza vago, i personaggi abbastanza sfuggenti, il ritmo abbastanza rallentato dalle spiegazioni e troppo poco animato per essere una storia di spie, che non corrono veramente pericoli ma che si comportano prevalentemente da ambasciatori che tastano il terreno e fanno il doppio gioco. Il finale è arrivato, tutto sommato, di corsa, rispetto al ritmo generale del romanzo e lascia abbastanza spiazzati. È veloce, lascia alcune domande (e la situazione internazionale) in sospeso, anche se si capisce da che parte va a parare.

Giudizio: Onestamente è la lettura che ho meno preferito tra le molte che ho fatto di Agatha Christie. ⭐⭐

domenica 5 marzo 2023

Le spy stories di Agatha Christie: L'uomo vestito di marrone

 La regina del giallo nel corso degli anni si è cimentata spesso anche col genere dello spionaggio. Ho colto la sfida dello Scaffale Strabordante per smaltire uno dei volumi del genere spy, che avevo acquistato dalla collana dedicata ad Agatha Christie, uscita in edicola per Mondadori nel 2021.


L'uomo vestito di marrone
è un breve romanzo che mi ha molto sorpresa: inizia in modo tranquillo, con la protagonista che rimane orfana del padre, illustre antropologo, e che si trasferisce a Londra a cercare fortuna e, soprattutto, avventure. La giovane Ann è molto intraprendente e, quando si ritrova a essere testimone involontaria di una strana morte, si getta senza indugio sulla pista che la porterà a bordo di una nave diretta in Sud Africa per indagare su un misterioso furto di diamanti.

Ho adorato la protagonista, coraggiosa al limite dell'incosciente, enormemente decisa a fare di testa propria e a seguire il proprio istinto: è un bel personaggio, forte, impavida e testarda. Sente di avere ragione e prosegue imperterrita sulla propria strada, a dispetto dei pericoli e anche di chi tenta di darle a bere storie. Mi sono piaciuti anche gli altri personaggi, ambigui fino alla fine, come deve essere in un giallo, per imbrogliarci adeguatamente su chi nasconde cosa. Ma soprattutto mi sono piaciute le vicende: anche se alcuni schemi si ripetono nel romanzo, non ci sono mai fasi di stallo, succede sempre qualcosa e il lettore non resta senza colpi di scena. Mi sono piuttosto divertita ed è stata una lettura scorrevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 13 gennaio 2023

Il primo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi

Per il Natale 2021 il mio fidanzato mi regalò, su mia richiesta, i primi due libri che raccontano le vicende di una piccola caffetteria a Tokyo. Bramavo tantissimo leggerli, ne avevo sentito parlare troppo bene. Addirittura, nell'anno in cui tra amiche avevamo deciso che il regalo per i nostri compleanni sarebbe stato un libro, avevo pensato che Finché il caffè è caldo sarebbe stato adattissimo per quella di noi che aveva una passione per Giappone e Cina.


Il primo romanzo, Finché il caffè è caldo, titolo che sintetizza la regola più importante della caffetteria, è stato un caso editoriale. L'ho letto tra settembre e novembre 2022: ci ho messo un po', sì, per un libro così corto (corto tanto che si può leggere agevolmente in 1-2 giorni). Ci ho messo molto tempo perché ne ho letto metà e poi sono stata presa da altre letture che mi intrigavano di più. L'ho interrotto così presto perché già al primo quarto c'ero rimasta male. L'avevo tanto desiderato e mi ero fatta delle aspettative leggendo la trama. Eh, già...perché la sinossi recita:

Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.
In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.
E parla di 5 regole da seguire:
1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.
Mi ero pregustata qualcosa di molto filosofico e meditativo sul senso della vita: immaginavo questi clienti, ognuno con la sua storia, sedersi al tavolino e riflettere sugli errori commessi e su come accettarli e vivere la vita con maggior consapevolezza. Nulla, assolutamente nulla, (e ho riportato integralmente la trama apposta) fa pensare che si tratti di viaggi nel tempo: non psicologici, veri e propri viaggi nel tempo. Non c'è alcuna sfilza di avventori che va a cercare la propria soluzione dei problemi. Chi va a sedersi al tavolino che fa viaggiare nel tempo sono i personaggi del romanzo: intendo dire personaggi le cui vite sono intrecciate a quelle del locale, che lo popolano abitualmente, ovvero amici, conoscenti, membri stessi dello staff, non estranei, cioè clienti nel vero senso del termine.
La prima cosa che mi viene in mente è che abbiano sbagliato a comunicare la trama di questa storia: se avessi letto di viaggi nel tempo, probabilmente non l'avrei acquistato.
Anche le copertine pastello con rami di ciliegio in fiore fanno pensare alla cultura giapponese, al senso di Ikigai, la motivazione di vivere che puoi immaginare questi personaggi ritrovino riflettendo davanti al loro caffè. Non so perché ma qualcosa di fantascientifico come i viaggi nel tempo non riesco ad associarlo al Giappone. Mi stona. Questa potrebbe essere semplice ignoranza di una cultura di cui non conosco quasi niente. Pure, di fantascientifico non c'è veramente nulla, tranne il concetto in sé di viaggio spazio-temporale, poiché, anche se il viaggio c'è davvero, il risultato è quella riflessione sul senso delle proprie esistenze che mi aspettavo, sia pure in altra forma. Ma non si tratta di contemplare il momento che ha cambiato la tua vita o ricevere l'illuminazione circa il modo di condurla d'ora in poi. Chi salta nel tempo desidera incontrare qualcuno con cui parlare, quindi compie un'azione: la missione è dire o farsi dire qualcosa che cambierà in senso di quello che il personaggio stava vivendo quando ha preso la decisione di viaggiare nel tempo.
Di fatto questi quattro personaggi, tutti femminili, hanno ciascuno un loro capitolo dove siedono davanti alla tazza di caffè magica, per affrontare il loro angosciante problema, ma in realtà le loro storie si sviluppano anche in orizzontale e si intrecciano con le storie degli altri protagonisti. Ci sono i gestori della caffetteria, marito e moglie, Nagare e Kei, e una loro parente, che lavora con loro e serve il caffè ai viaggiatori del tempo, Kazu. Ci sono l'eccentrica Hirai, la donna in carriera Fumiko, l'infermiera con un marito malato, Kotake.
I personaggi, però, non sono approfonditi, sono appena abbozzati e alcuni sono anche un po' antipatici, principalmente Kazu, che svolge il ruolo di servitrice di caffè, ma non ha un carattere definito (si limita a maltrattare i clienti). In effetti sono più ruoli da rappresentare che personaggi nel vero senso del termine. Sono descritti in quello che fanno, ma non per chi sono e poco anche in relazione a ciò che provano. Un dettaglio curioso è il frequente descrivere come sono vestite le protagoniste della storia (male), l'accozzaglia di indumenti di varie fogge e colori che indossano (solo i personaggi di sesso femminile, perché non si fa caso a cosa usano gli uomini per coprirsi).
E poi a decidere di sedersi a quel tavolino sono sempre donne: mi viene da pensare che forse è la mentalità dell'uomo giapponese che considera fragili e bisognose di ricercare conferme o smentite nel passato e nel futuro solo le donne, mentre gli uomini vanno avanti per la loro strada senza cedere a queste debolezze, perché solo così si è veri uomini che fanno il loro dovere senza vacillare. Renderebbe questa cultura vicina a quella occidentale in tal senso, ma cercherò conferme leggendo il secondo romanzo.
L'ultima cosa che mi viene da dire è: accipicchia quanto melodramma! Soprattutto l'ultima storia, che è inverosimile (ma proprio tanto) e drammatica fino al voltastomaco. Le storie non mi sono piaciute, forse un pochino di più quella dell'infermiera, ma le altre pessime. Le dinamiche sono drammatiche (e troppe per un libro solo). Ci sono lutti, malattie, abbandoni, ma trattati con un tono inappropriato, buttati lì: non li percepiamo davvero durante la lettura. Sono trattati con leggerezza dai personaggi che li dovrebbero star vivendo e dall'autore, che elenca questi dolori più che trattarli. Per me è stato un modo superficiale di gestire questi racconti, come a voler inserire un tema che punta alle viscere ma solo per attrarre lettori, senza veramente svolgerci un lavoro, che avrebbe comportato concentrarsi su una di queste storie e rivelarne le sfaccettature, permettendo di coglierla appieno. Non basta mostrare un personaggio che piange a una brutta notizia per empatizzare con lui, se l'unica cosa che leggiamo è una descrizione di fatti che si susseguono. Non sono riuscita a entrare né nelle vicende, né nei personaggi. Ancora una volta penso che sia da imputarsi a una cultura così diversa dalla nostra, in cui i sentimenti sono considerati troppo intimi per poterli esporre davvero e sono resi inaccessibili da chi li vive. Forse è anche una letteratura a cui non sono abituata. Prima di questo libro, di nipponico avevo letto solo alcuni saggi sull'Ikigai e L'abito di piume di Banana Yoshimoto, che non mi era piaciuto. 
Resta il fatto che sono rimasta molto delusa. Leggerò il secondo libro perché me lo sono fatta regalare ormai, ma non vi ripongo nessuna aspettativa- Anzi, questo sfornare altri titoli in rapida successione (quattro in sei anni, guardando le date delle pubblicazioni in Giappone) mi spinge ormai a temere che si tratti di prodotti da "vendita facile" invece che testi davvero sentiti.

Giudizio: ⭐

Il primo giallo con protagonista Clara Simon: I delitti della salina

 Quest'estate era uscito Il complotto dei Calafati, del cagliaritano Francesco Abate, di cui ancora non avevo letto nulla, che mi ispirava per ambientazione e per il fatto di avere come protagonista una giovane investigatrice donna. Essendo una vergine pignola ho deciso di comprarmi (per portare a casa lo zainetto che Einaudi regalava con l'acquisto due titoli - poi non sapevo scegliere e ne ho comprati tre, tutti messi nella Sfida dello Scaffale Strabordante di quest'anno, ma fa lo stesso-) il primo titolo di questa saga: I delitti della salina. A dicembre finalmente me lo sono letta, per la Guforeadathonitalia.


Inizio Novecento, Cagliari. Clara Simon è la figlia di un capitano sardo disperso da cinque anni in Vietnam? e di una donna cinese che lavorava nei mercati di tessuti della città, morta subito dopo la nascita della figlia. Appartiene alla classe aristocratica, in quanto nipote di uno dei più importanti armatori della città, ma per le origini miste non è benvoluta e lo è ancora meno perché vuole diventare giornalista investigativa (la prima in Italia) per il quotidiano più importante di Cagliari, l'Unità. Non solo, con le sue inchieste sta cercando di sovvertire l'ordine costituito, schierandosi dalla parte dei lavoratori vessati da quegli stessi aristocratici con cui condividerebbe l'estrazione sociale, ma che la rifiutano. E infatti è stata degradata da poco a correttrice di bozze, quando cominciano a scomparire alcuni bambini che lavorano al mercato portando i cesti sulla testa, i cosiddetti picciocus de crobi, e quei lavoratori che aveva aiutato in passato le chiedono di scoprire la verità. Ad aiutarla saranno il suo amico d'infanzia, Ugo, e il tenente dei carabinieri Rodolfo, entrambi innamorati di lei.

La storia non sarebbe così spiacevole a leggersi (è piuttosto scorrevole), se non fosse che dovrebbe trattarsi di un giallo e invece non lo è nemmeno lontanamente. Se fosse venduto come "Le avventure di Clara Simon" non ci sarebbe niente da obiettare, ma non si può spacciare per una detective story. A metà libro ci sono due morti, ma ancora non si è avviata un'indagine. A due terzi del libro siamo a due morti e un attentato. Nelle ultime pagine si accumulano gli eventi che porteranno alla risoluzione del caso, ma ci si arriva solo perché è introdotto un personaggio che funge da deus ex machina (letteralmente "oh, sono capitato qui per sbaglio, vi porto dai cattivi io"), non per le deduzioni dei detectives, che sono tre, ma così impegnati a corteggiarsi da non trovare il tempo di svolgere un indagine (nel senso classico del termine, ovvero non "mi odia, deve essere stato lui"). Non c'è un indizio che sia uno sul colpevole, che poteva essere chiunque, visto che le sue motivazioni sono svelate solo alla fine. Se Abate lo riscrivesse mettendo un altro tizio o un'altra tizia qualunque sulla scena, non dovrebbe cambiare di una virgola le pagine precedenti.

Ho trovato eccessivo questo odio riversato come un fiume in piena sulla protagonista (giustificato solo dal razzismo, perché nasce a monte dell'essere diventata una figura scomoda dentro la stampa), che mi ha ricordato lo stesso astio che incontrava Petra Delicado nella sua prima indagine, Riti di morte (primo e ultimo libro che ho letto sull'investigatrice spagnola, il peggior libro in cui mi sia capitato di imbattermi nella vita, mentre di Alice Giménez Bartlett ho adorato invece Exit). Trattandosi di un primo libro di una saga, inoltre, dedica molto più tempo all'introduzione dei personaggi che si incontreranno negli episodi successivi (cercando di renderti simpatici i buoni e odiosi i cattivi), che all'intreccio. Ma questa non è una grande giustificazione. Il romanzo è autoconclusivo per quel che riguarda la serie di delitti (che per essere pignoli non sono neanche veri), ma ha un finale aperto, proprio troncato di netto (anche troppo detto tra noi), che non ho trovato così efficace: ha lasciato così tanto a desiderare il resto, che quanto è lasciato in sospeso non suscita abbastanza curiosità per comprare il secondo libro.

Giudizio: pessimo, non è un giallo, solo intrattenimento fine a sé stesso ⭐

sabato 7 gennaio 2023

I libri di Agatha Christie che ho letto nel 2022

 Una certezza nella mia vita è che ogni anno ci sarà sempre un giallo di Agatha Christie da leggere o, almeno, rileggere. Di seguito i titoli di quest'anno.


Due mesi dopo (Poirot, gennaio) Da bambine io e mia sorella abbiamo visto e rivisto (registrato su vhs) infinite volte l'episodio della serie tv di Poirot col cagnolino Bob (stagione 6, episodio 4, Testimone silenzioso) perché adoravamo il Fox Terrier coprotagonista. In effetti sia nel libro sia nel film, è il cane della signora Emily Arundell, morta in circostanze apparentemente normali, a confermare a Poirot che i presentimenti che l'anziana donna aveva, ma non aveva voluto esprimergli chiaramente per lettera (nel romanzo) o a voce (nel film), non erano infondati.

Libro ed episodio stavolta sono molto diversi tra loro: in tv è adottato un espediente che rende meno indaginoso l'ingresso di Poirot nell'indagine. Nel libro, infatti, il nostro belga riceve con un ritardo di due mesi la lettera della signora Arundell, in cui gli chiede di indagare sui suoi (non dichiarati) sospetti riguardo ai suoi familiari. L'incarico risulta di fatto postumo e per Poirot non è semplice iniziare l'indagine, giustificandola ai parenti della defunta (molto diversi da quelli rappresentati nel telefilm). Al contrario, nell'adattamento uno dei nipoti della signora Arundell, Charles, è amico di Hastings e i nostri detectives sono già sulla scena del crimine, invitati a vedere una gara nautica, quando avviene il primo incidente (e poi l'omicidio) della ricca anziana signora.

Devo dire che la messa in scena è superiore al romanzo, perché agevola molto lo scorrimento della storia e la comprensione del comportamento dei personaggi. Inoltre ricrea un atmosfera veramente piacevole, che forse mi è così cara per motivi nostalgici. Il cane ha un ruolo più importante nell'episodio tv e sembra più consapevole di star comunicando un messaggio, oltre ad avere un legame affettivo con Poirot maggiore che nel libro, dove era soprattutto Hastings ad affezionarsi.

Il libro è comunque molto piacevole, una volta superato l'impasse delle presentazioni iniziali.

Giudizio: ⭐⭐⭐

L'ultima seduta spiritica (raccolta, marzo) Venti racconti, alcuni dei quali avevo letto in altre raccolte, come La bambola della sarta, abbastanza agghiacciante, e L'ultima seduta e alcuni con protagonisti gli investigatori più famosi, Poirot e Miss Marple. In questa raccolta hanno modo di emergere alcuni temi soprannaturali, che sempre hanno stuzzicato la fantasia della nostra scrittrice. In particolare le sedute spiritiche trovano spesso spazio nella narrativa della Christie, come nell'appena citato Due mesi dopo o ne Un messaggio dagli spiriti. Spesso i personaggi e le storie della Christie sfiorano lo spiritismo e le credenze, come anche in Un cavallo per la straga, e i racconti di questa raccolta toccano molti temi che torneranno in altre opere.

C'è l'egittologia, di moda tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Secolo Breve, che in questo volume trova Poirot a indagare su misteriose morti avvenute dopo l'apertura di una tomba a Giza. Naturalmente l'Egitto farà da sfondo anche al più celebre Poirot sul Nilo. E l'Oriente in Generale tornerà nei romanzi e nei racconti della scrittrice. Ci sono gli zingari, che saranno presenti anche in Nella mia fine è il mio principio. Ci sono sette, manipolazioni, fantasmi, insomma un po' di tutto. Alcuni racconti sono più riusciti, altri meno, ma in generale scorre molto bene ed è di piacevole intrattenimento.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Destinazione ignota (spy story, settembre) Romanzetto di spionaggio senza infamia e senza lode che ho letto per la Sfida dello Scaffale Strabordante: un pochino annoia (è vero che non mi piace troppo il genere), ma nei dialoghi e nel finale è piacevole. La signora Hilary Craven vuole suicidarsi dopo la morte della figlia Brenda e dopo essere stata lasciata dal marito per un'altra donna. Ha lasciato l'Inghilterra per fuggire dai suoi problemi, ma i suoi fantasmi l'hanno seguita anche a Casablanca. Proprio quando sta per decidersi, bussa alla sua porta un uomo dei servizi segreti inglesi, che la coinvolge in una missione di spionaggio molto pericolosa. La verità è che per gran parte del romanzo sono descritti gli spostamenti di Hilary dentro e fuori dal Marocco e quindi per lo più annoia.

Giudizio: ⭐⭐

La strage degli innocenti (rilettura, Poirot, novembre) Sì, anche se lo avevo già letto solo nel dicembre 2021, mi è tornata voglia di riprenderlo in mano dopo aver rivisto l'adattamento con David Suchet (episodio tre della dodicesima stagione) in occasione di Halloween, per la quale trovo la sequenza iniziale adattissima. Il titolo originale dell'opera è infatti Halloween party, poiché il delitto da cui prende le mosse l'indagine ha luogo proprio durante una festa a tema per bambini dagli undici anni in poi. Una delle invitate, la tredicenne Joyce Reynolds, durante i preparativi per la festa racconta alla scrittrice Ariadne Oliver e agli altri astanti di aver assistito a un delitto anni prima. Nessuno sembra crederle, perché ha nomea di bugiarda, ma poco dopo è ritrovata morta affogata, spingendo la signora Oliver a chiedere aiuto al suo amico Poirot.

Il romanzo non è in realtà uno dei migliori né della serie di Poirot, ne della Christie in generale, perché trovo che sia un po' ripetitivo (e di conseguenza noiosetto), in particolare quando durante le indagini ripetono costantemente la teoria dello squilibrato con manie perverse, incapace di contenersi. Mi piace molto però il ritorno del sovrintendente Spence (quello che in Fermate il boia chiede aiuto a Poirot perché ritiene di aver arrestato il colpevole sbagliato) a cui stavolta è il nostro belga a rivolgersi per avere informazioni. Nell'adattamento, peraltro, non compaiono i personaggi del sovrintendente, di sua sorella, del medico, mentre sono introdotti quelli di Frances ed Edmund Drake; inoltre alcuni aspetti e il ruolo di almeno un personaggio è completamente rivoluzionato (addentrarmi oltre mi sembrerebbe spoiler, quindi leggete il libro e vedete il film!) L'adattamento, tra l'altro, ha un cast eccellente come sempre e fornisce ottime interpretazioni oltre a un'atmosfera perfetta per le storie del mistero.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 2 gennaio 2023

Un'intensa storia di passioni e solitudini: Quando la notte

 Il libro di cui vado a parlare è uscito nel 2009 e io avevo visto qualche anno fa il film omonimo, uscito nel 2011 e diretto proprio dalla scrittrice, Cristina Comencini. Mi era piaciuto e, quando mi sono imbattuta a una bancarella dell'usato in una copia di Quando la notte, l'ho acquistato, ma l'ho letto solo questo dicembre nella Guforeadathonitalia e per smaltire uno dei miei libri dello Scaffale Strabordante.

Il libro alterna le narrazioni, inizialmente di capitolo in capitolo, poi di rigo in rigo, dei due protagonisti, Manfred (che nel film sarà interpretato dal mio attore italiano preferito, Filippo Timi) e Marina (che avrà il volto di Claudia Pandolfi). Manfred è un orso, un uomo solitario sulla quarantina, cresciuto col padre e i tre fratelli. Fa la guida in montagna e ha un passato difficile e doloroso alle spalle. Marina è una giovane donna, da poco diventata madre, che per ordine del pediatra porta a trascorrere un mese di vacanza in montagna. Ma il marito la raggiungerà solo al termine del periodo stabilito, per portarli poi al mare e così la donna si ritrova ad affrontare da sola le notti insonni e la vivacità dei due anni. La sua storia si intreccia con quella di Manfred perché prende l'appartamento sopra casa dell'uomo, facente parte di un'unica proprietà. Due incidenti faranno in modo di legarli uno all'altra per sempre.

Inizialmente devo dire che non mi stavano piacendo i personaggi: Manfred misogino, Marina debole. Ma più vanno avanti le pagine, e vanno avanti speditamente perché scritte con una prosa semplice e scorrevole, più si entra nei personaggi, che ci mostrano più sfumature del loro essere. La tensione tra Manfred e Marina cresce costantemente e non lascia il lettore nemmeno sul finale.

Giudizio: Appassiona molto, alla fine mi è piaciuto ⭐⭐⭐⭐

giovedì 20 ottobre 2022

Muoversi per restare fermi: la bellezza del Colibrì

Oggi parliamo del libro vincitore del Premio Strega 2020, Colibrì, di Sandro Veronesi, 368 pagine, edito dalla Nave di Teseo. 
L'ho finito domenica mattina, in tempo per andarmi a vedere la sera il film che ne è stato tratto, di Francesca Archibugi. E per essere precisi l'ho finito con un bel pianto.



È uno di quei libri di cui parlo malvolentieri, perché avrei voglia di tenermi tutte le sensazioni per me.
È un libro che mi ha fatto capire che ci sono volte in cui non si può andare avanti in contemporanea con più letture, perché ha preteso tutta la mia attenzione senza contaminazioni.
Ero entrata dentro il libro, dentro il suo umore, la sua intimità e non potevo uscirne per ritrovarmi altrove. Ci ho provato, perché l'ho iniziato quando ho visto che usciva il film e volevo tentare di leggerlo in due settimane, ma ne avevo già cominciato un altro. Ho dovuto smettere la prima lettura perché mi sembrava di farmi violenza.
Se non si è ancora capito, mi è piaciuto moltissimo.

È la storia, raccontata in terza persona, ma anche tramite lettere e messaggi whatsapp, di un oftalmologo, Marco Carrera, soprannominato dalla madre colibrì perché fino all'adolescenza era stato più piccolo di statura degli altri compagni, raggiunti poi in centimetri in seguito a un trattamento ormonale, ma comunque aggraziato e proporzionato. È la ricostruzione della sua vita intera. È la storia della sua famiglia, il matrimonio dei genitori, le storie del fratello, Giacomo, e della sorella, Irene, la storia del suo matrimonio esplosivo e del suo rapporto con sua figlia Adele, la storia delle sue amicizie, del suo vizio per il gioco d'azzardo, ma soprattutto la sua storia d'amore -infinito e impossibile- con Luisa.

Ognuna di queste vicende è, per me, raccontata in modo meraviglioso e mi sono appassionata alla storia, straziante, di ogni personaggio. Ho apprezzato ogni snodo e ogni decisione sul destino di questi personaggi, che compongono una trama sfaccettata quasi come una vita reale. La narrazione è intrecciata nel tempo e in ordine non cronologico. Ogni filone del racconto è dipanato in tempi diversi, quasi non ci siano tempo presente, passato e futuro: si mescolano uno nell'altro.
Sono stata trascina nel vortice delle storie fin da subito ed è stato totalizzante.
La prosa è bellissima. I dialoghi funzionano benissimo. Nei capitoli di massima intensità, le parole non si fermano, il discorso non è inframezzato da punti, quasi un flusso continuo di dolore che sgorga.

Per me ha avuto delle vibes alla Cambiare l'acqua ai fiori: la stessa immersione, lo stesso affezionarsi ai personaggi, lo stesso trasporto nel loro mondo e nel provare sulla pelle le loro emozioni.

Non la tirerò per le lunghe, anche perché non si può dire di più (ogni storia ha bisogno di essere svelata nel momento giusto e ogni anticipazione ulteriore sarebbe un crimine nei confronti chi non l'ha letto e ha diritto di scoprirlo poco alla volta come ho potuto fare anch'io): per me non ha avuto difetti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

martedì 18 ottobre 2022

Estate delle saghe familiari (parte 3): gli Aubrey

Vado oggi a raccontare un libro di Rebecca West che è tornato in auge negli ultimi anni grazie a una nuova edizione e alla buona pubblicità che gli ha fornito Alessandro Baricco, quando in un'intervista sostenne che se avesse dovuto portare con sé su un'isola deserta una sola opera letteraria avrebbe scelto la Saga degli Aubrey. Non avevo mai sentito nominare l'opera e l'autrice prima che mi fosse stato regalato questo libro per un compleanno, probabilmente all'epoca in cui questa edizione di Fazi Editore usciva in libreria, quattro anni fa.


Dopo averlo letto posso dire che se dovessi scegliere un solo libro da portarmi su un isola deserta, mi porterei qualcos'altro (difficile scegliere cosa, forse I tre moschettieri, più probabilmente pretenderei di aumentare il numero di opere concesse, ma sicuramente non questo).

Non fraintendiamoci, non è la cosa peggiore che abbia letto e alcuni pregi questo romanzo li ha, ma non è neppure la migliore.

Si tratta della storia di una famiglia britannica (la madre scozzese, ex virtuosa del piano, il padre irlandese, scrittore, giornalista, filosofo-politico, giocatore d'azzardo e chissà che altro) borghese che finisce però in miseria ma tenta di vivere il più dignitosamente possibile (a dire il vero la madre tenta, il padre cerca in ogni modo di fare l'opposto). Si trasferiscono nella Londra di inizio Novecento coi quattro figli: in ordine di età Cordelia, che secondo madre e sorelle non è alla loro altezza a livello musicale, le gemelle Mary e Rose, la narratrice, che al contrario avrebbero ereditato il talento della madre, e il piccolo Richard Quinn, cocco della famiglia, stucchevolmente definito come il più adorabile e talentuoso figlio mai messo al mondo. Nel corso del romanzo li seguiremo nel corso della loro crescita e formazione come individui che cercano di affermarsi (in particolare le tre sorelle nel campo della musica), in mezzo a sconvolgimenti familiari e vicende e personaggi fuori dal comune che s'intrecciano alla loro storia.

Cos'ho contro questo libro? 

I personaggi sono di un'antipatia rara. Più o meno lo sono tutti, antipatici. Si comportano spesso in modo privo di senso (a volte è colpa della scrittura, per cui in quell'ottocentesco sottacere e sottintendere cose che non si possono dire apertamente per senso morale, si finisce per non avere chiaro di cosa si parla), ma soprattutto i membri della famiglia (specie la madre e le gemelle e più in particolare la narratrice) sono supponenti e, allo stesso tempo, stolidi.
L'origine della miseria di questa famiglia è il padre, che perde in speculazioni finanziare e anche al gioco tutto quello che guadagna, facendosi allontanare da molti datori di lavoro, finché non è assunto a (non) dirigere un giornale da un misterioso signor Morpurgo, che non ha nessun motivo valido (quantomeno al lettore non è noto) per accollarsi questo individuo ritenuto da tutti geniale, ma anche autolesionista (è capriccioso nel lavoro, incostante nella produzione, fa solo quello che gli va, deve essere sostituito da altri in certe funzioni, etc). E soprattutto è chiaro che non gli importa assolutamente niente di come campi la sua famiglia: non si cura del loro tenore di vita, di fornirgli denaro per pagare affitto, bollette e viveri (per non parlare di vestiti e altro, così che moglie e figli debbano sempre vestire sciattamente e con abiti logori, se non proprio bucati). Addirittura, viscidamente, lascia che sia la moglie a trattare coi creditori, fuggendo al momento opportuno. E non pago si fa riferimento anche a suoi tradimenti.

Non bastasse un uomo così orrido, urta ancora di più il fatto che la sua famiglia lo adori.
La moglie, povera anima, sembra fuori di testa e la compiango. I figli provano in qualche rara occasione a farle vedere la realtà, quanto sia riprovevole il comportamento del padre, il suo abbandono del compito di provvedere loro, ma la donna è cieca e tenacemente attaccata all'immagine di perfezione di quest'uomo, al suo amore per lui e, forse, anche un po' al suo martirio. Nondimeno, nella sua sgangherataggine, si dimostra molto più forte dell'odioso marito: riesce in qualche modo a istruire le figlie, a farle diventare musiciste, tenta di proteggerle dal mondo esterno e dalla mancanza di avvedutezza del padre, affronta gli eventi che le sono buttati addosso, barcollando, ma restando in piedi.

Per quanto riguarda le figlie, le gemelle e soprattutto Rose sono detestabili: si sentono superiori alla sorella Cordelia e ci litigano di continuo, accusandola di non vedere il mondo coi loro stessi occhi. Ma i loro occhi hanno, per l'appunto, una visione parziale e testarda: si considerano le uniche musiciste di talento della famiglia e adorano la loro vita miseranda così com'è, venerando quel padre che antepone loro i suoi interessi e i suoi vizi. Inoltre in qualche passaggio sono descritte come emarginate. Rose in particolare non sembra una bambina completamente normale e a me ricorda tantissimo il personaggio di Mary in Abbiamo sempre vissuto nel castello.
Di contro, Cordelia, che le sorelle emarginano, sembra l'unica con del sale in zucca: è l'unica che vede la loro condizione per come è davvero, l'unica che cerca di migliorarla andando a suonare il violino in concertini per guadagnarsi qualcosa (contro la volontà della madre, cieca anche alla loro costante necessità di denaro, che continua a ritenerla incapace, nonostante alcuni l'apprezzino al punto di pagarle gli ingaggi).

Avevo aspettato che mi passasse la rabbia nei confronti di questi personaggi prima di scrivere la recensione, ma a distanza di due mesi, raccontandone le vicende, emerge subito di nuovo. Sono quasi reali da quanto sono ben descritti e hanno il merito di smuovere una reazione nel lettore, ma non sono certa che fosse quella voluta (lo era?): li avrei presi a schiaffi tutti, il marito perché ripugnante, il resto della famiglia per la loro ottusità estrema. Passo solo Cordelia, che pare l'unico essere normale.

Cosa salvo dunque?

La narrazione: è proprio ben scritto. Le vicende coinvolgono abbastanza e, malgrado i personaggi tenessero accesa la mia antipatia e malgrado il malloppo da 570 pagine, l'ho letto agevolmente e in fretta, anche per sbarazzarmi di loro il prima possibile. Non mi basta, però, per decidere di proseguire con gli altri due libri della saga: Nel cuore della notte e, incompleto, Rosamund.

Cosa mi è piaciuto: è scritto molto bene, coinvolgente

Cosa non mi è piaciuto: personaggi antipatici (i più antipatici mai letti), supponenti, stolidi

Giudizio: ⭐⭐ 1/2