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mercoledì 17 settembre 2025

Il grande romanzo americano per eccellezza, ma non il mio preferito di Steinbeck: Furore

 Il terzo libro che leggo di John Steinbeck, dopo Uomini e topi e La valle dell'Eden, è Furore (Bompiani, 656 pagine), la cui lettura è stata particolarmente piacevole per averla portata avanti in compagnia, elemento di conforto, dato l'alto impatto emotivo di questo romanzo, che l'autore pubblicò nel 1939, portandolo l'anno successivo a vincere il premio Pulitzer.

Anche per via di questo riconoscimento, Furore è considerata l'opera migliore di Steinbeck, per le tematiche e il modo con cui son trattate, a partire dalla struttura e dai personaggi. Non fu, tuttavia, esente da contestazioni da parte dei conservatori, per il contenuto chiaramente politico e anticapitalistico.

Il romanzo copre i cambiamenti socioeconomici di uno spaccato degli Stati Uniti negli anni Trenta e lo fa da due punti di vista, uno generale, che dipinge il quadro di contesto per ogni singolo aspetto della storia e uno incentrato sulla famiglia protagonista, più intimo; uno, dunque, storico e uno personale, umano.

Le due prospettive si alternano nella struttura dei capitoli, proprio in rapporto uno a uno, e credo che ciascuna parte possa sussistere in modo indipendente dall'altra. In futuro, magari quando avrò superato il trauma della prima, mi piacerebbe tentare delle letture "selettive" di una o di entrambe le parti.


Negli anni Trenta alcune zone agricole degli Stati Uniti subirono un notevole impoverimento del suolo, a causa della combinazione di elementi metereologici e tecnologici: tempeste di sabbia si accanirono su terreni già impoveriti dalla non abitudine alla rotazione delle colture e da altre tecniche poco efficaci. Chi viveva di quelle terre si ritrovò prima a venderle per restare come fittavoli e poi a lasciarle, quando le banche decisero di espropriare e di affidare la gestione della terra a chi poteva restituire fertilità ai terreni con tecniche diverse e macchinari più costosi. Capitò, dunque, che moltissimi ex coltivatori del Midwest si spostarono in California, attratti da un'ingannevole pubblicità che garantiva lavoro per tutti e prosperità. Si trattava di una falsa promessa, a discapito di chi pensava di aver lasciato l'inferno, consistente nella perdita delle possibilità di mantenere la propria famiglia, per il paradiso. I proprietari terrieri californiani, infatti, colsero al volo l'occasione di una grande quantità di manodopera nullatenente e disperata per potersi permettere salari da fame: nessun lavoro a lungo termine, nessuna possibilità di stabilizzarsi, solo una concorrenza spietata fra poveri, disposti ad accettare qualsiasi paga, sempre più bassa, pur di accaparrarsi un impiego anche a giornata, ma sufficiente ad acquistare almeno un pasto e procrastinare almeno per un altro po' l'inevitabile.

Steibeck non risparmia nulla: il cinismo di chi ha qualcosa e può permettersi di tiranneggiare, di approfittarsi degli altri, ciecamente convinto che non toccherà mai a lui; la povertà, l'inedia, la fame, la malattia, la disperazione, la morte, la miseria più nera, lo squallore. Ogni aspetto di questo quadro è esaminato e raccontato in dettaglio, addirittura raddoppiato, proprio perché raccontato con entrambi i punti di vista, macroscopico e microscopico. L'autore si prende tutto lo spazio necessario, fino a indugiare quasi in una pornografia del dolore e della miseria. Lo stile di Steinbeck per me si riconferma sublime ed è fluido, cinematografico; le pagine si bevono, eppure nel corso della lettura hanno convissuto in me il bisogno di andare avanti e vedere cosa sarebbe successo e quello di fermarsi e prendere respiro, perché molte parti sono così crude da essere dolorose, ostiche.

La storia della famiglia Joad si inserisce in questo quadro: sono una delle migliaia di famiglie che perde la propria terra e che decide di partire per la California, esattamente nel momento in cui il secondogenito della famiglia, Tom, esce di prigione sulla parola per tornare a casa. I Joad intraprendono un viaggio difficile e faticoso, con pochi averi e pochi soldi, dopo aver venduto o abbandonato le loro cose e aver cercato di non farsi truffare troppo per acquistare un mezzo di trasporto. Condividono il destino di migliaia di altri sfollati, disperati e senza niente salvo la dignità e capaci di strappare momenti di emozione al lettore. Il viaggio dall'Oklahoma alla California occupa quasi metà del romanzo e, non appena la famiglia arriva, il lettore pensa di poter tirare un sospiro di sollievo, ma sta per scivolare in un abisso ben peggiore, fatto di discriminazione, sfruttamento e odio. Gli Okie, come sono dispregiativamente chiamati, subiscono ogni possibile angheria, fino a perdere tutto, dalla dignità alla possibilità di sfamarsi.

Steinbeck ci fa immedesimare in tutto questo attraverso gli straordinari membri della famiglia Joad: secondo me sono proprio i personaggi il punto di forza di questo romanzo e degli altri scritti che ho letto dell'autore. Ancora una volta lo scrittore riesce a svelarci la loro anima con pochi tratti di penna, mostrandoci come si esprimono, come sentono, come interagiscono con gli altri, e poi approfondendoli con cura e tempo nel corso della storia. Persino i personaggi secondari sono raccontati con maestria.

Tom, personaggio nevralgico, anche se è la famiglia, coralmente, la protagonista, è la guida dei suoi, il più lungimirante e avveduto, il meno abbindolabile, probabilmente in virtù del periodo scontato in carcere e dell'esperienza maturata. Tom è il preferito di Ma', la grande matrona che tira avanti la famiglia. Madre e figlio si somigliano in questo: sono pratici, disincantati, ma anche consapevoli di cosa occorre per portare a casa il pane e la buccia: tenere insieme la famiglia. Ma' è forte, solida, si rimbocca le maniche, si dà da fare e non perde mai di vista quali sono le cose giuste da fare, mentre Tom è tormentato e gli ribolle sotto la pelle l'ingiustizia e l'indignazione che anche il lettore prova nella lettura. L'incontro con l'ex predicatore Casy (personaggio carismatico, il cui arco narrativo non mi ha soddisfatta del tutto) e le storture a cui assiste e che subisce lo porteranno a un'idea, un'idea che si sente maturare per tutto il romanzo (obiettivo e motore ultimo di questa storia), non solo in lui, ma in molti discorsi dei personaggi, proprio nell'ambiente che circonda la famiglia: quella di una comunità da riunire per portare avanti la lotta contro un sistema marcio che li definisce "rossi", quando in realtà sono solo persone che vogliono vivere, esattamente come chi li opprime.

Gli altri membri della famiglia, secondo me, sono meno caratterizzati (Pa', Al, Noah, Nonno, Nonna e i piccoli Ruth e Winfield), anche se le loro emozioni sono sempre rappresentate in modo molto preciso, percepibile; fanno eccezione Rosasharn, per la quale ho costantemente provato un senso di fastidio, ma che ha una fetta importante di storia, e zio John, sul quale i riflettori sono poco puntati, ma che, per me, buca la pagina con la sua storia.

In conclusione, ritengo questo romanzo un capolavoro, per il suo valore oggettivo, storico, stilistico e politico; sono stata davvero incantata dai personaggi e dalla storia, che non riuscivo a smettere di leggere, anche se (o proprio perché) mi ha fatta soffrire in certi momenti, ma non l'ho amato come le altre due opere di Steinbeck che ho letto. 

Perché? Credo perché l'ho sentito più politico che umano: ciò che lo rende grande oggettivamente, l'affresco storico e sociale che è, prevale (anche se di poco) sull'aspetto intimamente drammatico. Non c'è quell'obiettivo così marcato in Uomini e topi e il focus de La valle dell'Eden è la lotta tra bene e male che risiede in ciascuno di noi: il dramma personale è maggiormente al centro ed è per questa ragione che li preferisco, pur trovando Furore scritto magistralmente. In particolare, trovo che, tra questi tre, il miglior romanzo di Steinbeck sia La valle dell'Eden, che arriva coi personaggi creati a un livello di approfondimento e complessità eccellenti. Sicuramente leggerò altre opere dell'autore per vedere se qualcuna può rubarne il posto, ma lo ritengo improbabile.

Ho anche trovato eccessiva la ridondanza di dolore a cui il lettore è costantemente esposto, arrivando in certi momenti a percepirlo affettato (a differenza della crudità nuda, mai tendente al patetismo, sebbene molto spinta, di una Oriana Fallaci in Insciallah o in Un uomo).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐1/2

domenica 20 aprile 2025

La valle dell'Eden: è amore per Steinbeck

 Forse non è del tutto vero: mi sono innamorata della scrittura di Steinbeck quando ho letto quest'estate Uomini e topi (1937). Concisa, completa, perfetta, avevo già potuto apprezzare la sua penna; ma ne La valle dell'Eden (1952, 784 pagine per Bompiani), l'autore ha più agio di descrivere un mondo, di più, di crearlo davvero: leggere questa storia è come attraversare una parete per trovarsi in una realtà parallela, una realtà con una struttura solida e un'anima che ci fa immergere totalmente nel racconto.


La storia si articola su molti anni (dalla Guerra Civile Americana alla Grande Guerra) e tra molti personaggi e linee narrative: una vera epopea che coinvolge due famiglie per tutti questi anni.

Protagonista principale della storia, probabilmente (dico probabilmente perché in realtà il racconto è corale e spesso cambia il personaggio su cui è posto il focus), è Adam Trask, la cui storia è raccontata dalla giovinezza, quando è ragazzo insieme al fratellastro Charles nella fattoria del padre, Cyrus, paradossale esperto di guerra, fino all'età adulta.

La storia di Charles e Adam si intreccia con quella di due straordinari personaggi: l'inumana Cathy e il sognatore Samuel Hamilton, le cui descrizioni, insieme a quella di Adam (e poi dei discendenti di questi, tra cui spicca Cal, noto per essere stato interpretato da James Dean nella trasposizione di Kazan del 1955, ma anche di uno dei miei personaggi preferiti, Lee), sono probabilmente il motivo della grandezza di questo romanzo. I personaggi sono splendidi: complessi, sfaccettati, pieni di dubbi e contraddizioni, con evoluzioni non lineari, tanto da essere dunque realistici, imperfetti, vicini al lettore, che non può che sentire di conoscerli, spesso di affezionarsi.

Le vicende dei personaggi fanno spesso riferimento alle storie della Bibbia, con molti paralleli, anche discussi nel corso del romanzo, in una metafora costante della lotta che avviene tra il Bene e il Male all'interno di ognuno (con ogni personaggio che mostra ognuno una possibile evoluzione e un possibile esito di questo scontro).

Giudizio: uno dei romanzi più belli che ho letto nel 2024, con personaggi scritti benissimo, una scrittura evocativa, una storia appassionante, che me lo ha fatto divorare, senza voler mai smettere di leggere e volendone di più al termine del libro. ⭐⭐⭐⭐⭐

Su un Parnaso ambulante a scoprire le seconde occasioni

 Mettiamo una donna di 39 anni (che per noi è nel fiore degli anni, ma che nel 1917 era considerata - e anche il personaggio si considera - una zitella di mezza età), Elena McGill, che ha sempre vissuto insieme al fratello Andrea, lavorando insieme alla fattoria, lui nei campi, lei cucinando e mandando avanti la casa.

Mettiamo che il fratello diventi uno scrittore famoso e che cominci a lasciare sempre più incombenze alla sorella, sempre più stufa di questo.

Mettiamo che un giorno arrivi alla fattoria un ometto che si propone di vendere la sua attività ambulante di libraio ad Andrea e che Elena tema che accetti e che la abbandoni alla fattoria per chissà quanto.

È fatta: la donna decide di buttarsi al posto del fratello nell'avventura e parte col carrozzone trainato da un cavallo, un cane e il Professor Roger Mifflin per portare la letteratura nel mondo della povera gente di campagna e di città. Le avventure sono dietro l'angolo.


Il Parnaso ambulante
, dello scrittore americano Christopher Morley (Edito da Sellerio in Italia già nel 1992 - e rimasto nella sua vetusta traduzione del 1953, con i nomi addirittura tradotti), è ambientato nel New England ed è un romanzo molto carino, consigliatissimo per una lettura leggera, ma non del tutto disimpegnata.

Pur non essendo denso di avvenimenti (comunque ha solo 176 pagine), è ricco di spunti di riflessione. La coppia di venditori è infatti strampalata e buffa ma ci insegna, strada facendo, molte cose sull'importanza della lettura e di condividerla con l'umanità, ma anche sulle seconde occasioni: non è mai troppo tardi per scoprire cosa ci appassiona e seguire i nostri sogni.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

domenica 9 febbraio 2025

Quando NON si deve scegliere il libro dalla coperina: Amore e segreti al Pumpkin Spice Café

"Una persona poteva sopportare solo un certo numero di effusioni interrotte, prima di perdere la testa."

Anche il lettore.

Anche.

Il.

Lettore.

Personalmente l'unica buona ragione che posso indicare per leggere Amore e segreti al Pumpkin Spice Café di Laurie Gilmore (288 pagine, Newton Compton) è il bisogno di tornare a immergersi nelle atmosfere di Una mamma per amica dopo aver finito il rewatch stagionale.


Dream Harbor è infatti la riproduzione su carta della cittadina di Lorelai e Rori, con tanto di feste a tema a cui tutti partecipano con entusiasmo (tranne il contadino imbronciato che nel libro si chiama Logan, ma che pare proprio Luke) e di sindaco impiccione che sembra Taylor.

Logan ha alle spalle un blocco sentimentale quando fa una consegna di zucche alla nuova proprietaria del Pumpkin Spice Cafè - e nipote della prima-, Jeanie, appena arrivata da Boston con un trauma diverso e voglia di ricominciare da capo.

È amore a prima vista (io l'avrei chiamata attrazione, ma per tutto il romanzo mi sembra si confondano le due cose), peccato che i due ci mettano un po' a risolvere i propri dubbi, peraltro forzati a mio giudizio e necessari solo ad allungare in modo noioso e ripetitivo la parte in cui gli eroi si dibattono fra gli ostacoli (tutti nella loro testa) che li separano.

❗ PARAGRAFO SPOILER : I nostri Logan e Jeanie si piacciono dal primo incontro, ma immaginano motivi assurdi per cui non dirselo oppure (siccome capiscono in fretta che è reciproco) decidono di stare insieme, nascondendo la propria relazione. Cosa?! Ma gli statunitensi stabiliscono così a tavolino che stanno insieme, senza essere usciti a cena, essersi chiesti che idee, valori, hobby hanno? Questa coppia non si parla! L'attrazione è meramente fisica: passano subito a baciarsi, interrompendosi mentre cresce la passione perché non vogliono correre se poi il rapporto non dovesse andare oltre. E questo meccanismo si ripete assurdamente più volte. Ma, scusate, fermatevi cinque minuti; andate a cena in qualche paese vicino, uscite tre o quattro volte, chiaritevi a voce cosa vorreste l'una dall'altro e poi decidete se stare insieme o no. Ha senso solo per me questo? Leggere la frase "lei era perfetta per lui" nel contesto in cui è inserita (ma anche avulsa dal contesto) è semplicemente ridicola: Laurie, mi stai dicendo che si stabilisce a letto se qualcuno è adatto a noi?

È un romanzo dalla scrittura semplice, ma dalla struttura e soprattutto dal ritmo carenti (gli manca proprio qualcosa di concreto per far funzionare il rapporto - o mancato tale - fra i due personaggi). Addirittura concentra tutte le scene spicy in un punto, di seguito, come fossero state l'elemento che doveva esserci (e in quel preciso numero) per accontentare il lettore, ma "ehi, non c'è più tempo, buttiamocele tutte ora".

Sono introdotti molti personaggi (tutti ruoli da svolgere, eh, protagonisti compresi e coppie che saranno protagoniste dei prossimi racconti), allo scopo di lanciare una serie che vedrà altri tre romanzi, che sicuramente, non leggerò, anche se avessero copertine più belle di questa.

Giudizio: ⭐ (una seconda ⭐ per la copertina)

giovedì 28 novembre 2024

Via col vento: l'abilità di Margaret Mitchell per i personaggi

 A ottantotto anni dall'uscita del capolavoro di Margaret Mitchell, che altro si potrebbe dire che non sia già stato detto su Via col vento?

Nulla, penso.


Anche per chi non ha letto il libro, è dura che non si sia mai trovato di fronte la storica trasposizione cinematografica da oltre tre ore (che occorrono per intero e che non pesano affatto, secondo me) del 1939 con Vivien Leigh, Clark Gable e Olivia de Havilland.

Che questo romanzone (l'ho scelto nell'edizione BUR, con la traduzione degli Anni Trenta, 1008 pagine) sia un grande affresco storico della Guerra Civile americana del 1861-1865 e di cosa erano gli Stati Uniti (soprattutto del Sud) negli anni subito precedenti e poi in quelli successivi, si sa.

Che la storia abbia per protagonista Scarlett (se non prendiamo la versione tradotta da Salvatore-Piceni, che avevo io) O'Hara, capricciosa e testarda figlia di un coltivatore irlandese di cotone della Georgia, che si vede costretta ad affrontare la guerra, le sue privazioni, il rischio di perdere la sua tenuta, lo sappiamo.

E conosciamo anche la sua travolgente passione per il romantico e poco pratico Ashley Wilkes, che sposa la dolce e remissiva Melania Hamilton e non lei, che pure si vota ad amarlo per sempre; ci è noto anche il burrascoso rapporto con l'irriverente e diretto Rhett Butler.

Questa recensione potrebbe avere allora un solo senso di esistere: provare a spiegare cosa mi ha fatto innamorare di Rossella O'Hara - e non solo di lei, poiché trovo che i personaggi di Via col vento siano tra i più belli e complessi che abbia mai conosciuto.

Sì, Mitchell è stata talentuosa anche nel costruire il contesto storico: con quell'introduzione iniziale, un solo pomeriggio che sembra non finire mai, getta le basi di cos'era uno stato del Sud USA nel 1960, per mostrarti tutte le cause e gli effetti della guerra imminente. Lungamente poi si occupa di raccontarci le fasi della guerra, spostando la storia e il focus su Atlanta, per tornare nel dopoguerra prima a mostrarci lo stato delle devastate campagne e poi di nuovo in una città occupata e in ricostruzione, con i rivolgimenti portati dai nordisti. Il punto di vista, specialmente per quanto riguarda gli schiavi, sembra essere quello dei sudisti (e io non ho i mezzi per valutare storicamente questi aspetti, anche se proverò ad approfondire).

Ma è sui personaggi, secondo me, che l'autrice ha fatto la differenza, scrivendone di alcuni destinati a essere immortali: nessuno dei quattro personaggi principali è infatti solo caratterizzabile con gli aggettivi che gli ho posto accanto. Ero già innamorata della Rossella cinematografica, così forte (e a posteriori posso dire, anche molto vicina al suo corrispettivo su carta, così come tutto il film di Victor Fleming è aderente -a tratti passo per passo- al romanzo), ma la sua costruzione è davvero perfetta.

Fin dalle prime pagine, in cui deve solo scegliere l'abito da indossare (scena in tutto identica a quella della pellicola), notiamo il carattere di Rossella: è concentrata su di sé e su quello che può ottenere in ogni circostanza, anche se vorrebbe somigliare alla madre, più buona, disinteressata, come ci si aspettava allora "femminile". A questa madre, molto spirituale, Rossella è subito contrapposta come materiale e pratica e "maschile", somigliante piuttosto a Gerald. Con un carattere -per l'epoca- da uomo, odiata dalle altre donne, che la vedono troppo civettuola, è subito delineata come l'unica che potrà avere la tempra di risollevare Tara, al momento opportuno.

Rossella è anche egoista e ipocrita. Ad Atlanta piange la guerra e per tutte le circostanze che fanno restare lontana dai divertimenti. Vorrebbe essere meritevole dell'approvazione della madre e, invece, solo leggermente spinta dai modi e dai discordi di Butler, non si fa scrupoli su costumi o valori. 

Rossella sarebbe intelligente, ne dà spesso prova, ma è anche leggera e superficiale e ogni pensiero complesso tende ad accantonarlo perché l'annoia e, successivamente, perché l'addolora. Adoro la sua espressione "Non posso pensarci ora": questo suo porsi il problema per come lei vuole risolverlo, senza angustiarsi con altre possibilità finché non si verificano. Passa gran parte del suo tempo a farsi film in cui le cose accadono secondo il proprio desiderio, che allo stesso tempo è il suo più grande successo e la sua più grande sconfitta e per lo stesso motivo: convincendosi che le cose stiano come lei pensa o vuole, non comprenderà mai, ad esempio, Ashley o Rhett o anche la sorella, perché piega fatti e persone al suo costrutto mentale. Al contempo, però, solo così ha potuto non scoraggiarsi mai e costruire il proprio impero.

Rossella finisce per sembrare costantemente cattiva con le sue azioni, pur covando grande generosità e - qualche volta - senso della giustizia. Incredibilmente, a conoscerla per quel che è più di quanto lei stessa non immagini è l'odiata Melania, altro personaggio meraviglioso, a tratti persino più di Rossella e persino più di lei controcorrente. Melania è infatti così pura e coerente con sé stessa e con i suoi ideali, che pur se dolcissima e rispettosa delle convenzioni - a differenza di Rossella - non esita a seguire prima il suo cuore e i suoi sentimenti, laddove la società vedrebbe una contraddizione, ma non lei, che finisce per guidare la sua piccola comunità senza volerlo, solo per la sua intrinseca forza e il suo senso di lealtà e di dovere. Melania affronta per i suoi ideali prove più grandi di lei, fisicamente fragilissima, ma moralmente granitica e ciecamente devotissima a Rossella, sua rivale senza averlo mai saputo. Il rapporto tra le due, fatto di attriti e obbligata sopportazione all'apparenza, in realtà è stupendo: entrambe sono presenti l'una per l'altra, compiendo istintivamente sempre la cosa giusta, pur contro la loro stessa natura.

Quanto ai due uomini del quartetto, Ashley è forse il più spiegabile, anche se inafferrabile per tutto il romanzo, almeno agli occhi di Rossella. Non agli occhi di sua moglie e del capitano Butler, però. Quest'ultimo rispetta quest'uomo del sud e, soprattutto, sua moglie, l'unica persona genuina e coraggiosa che si sia mai trovato di fronte, ma non lo capisce o, perlomeno, non ne condivide gli ideali romantici, che lo rendono schiavo suo malgrado. Butler è pragmatico e franco, come Rossella, più di lei, anzi, poiché da uomo non teme di andare contro le convenzioni sociali e politiche. Come un pirata, si diverte a farsene beffe, pronto a deridere tutto e tutti e ad approfittarsi delle circostanze, nascondendo, invece, anch'egli, valori che antepone persino al suo interesse. Non è possibile non innamorarsi di lui, terribile, cinico, ma anche realista e, anche lui, persino giusto quando ritiene che sia il caso. Rhett è simile a Rossella per molti aspetti, anche se solo lui se ne rende conto, probabilmente perché la ragazza, invece, è costantemente impegnata a convincersi di poter essere esattamente l'opposto. Per tutto il romanzo, con riferimenti non solo a Rossella, ma anche alle storie dei suoi parenti e conoscenti, è sempre presente la riflessione sulla somiglianza e diversità di marito e moglie come chiave di felicità coniugale e il dramma della primogenita O'Hara è proprio quello di negare questo assioma o, quantomeno, di non riconoscere sé stessa o gli uomini che la circondano per ciò che sono.

Riguardo allo stile di scrittura, devo dire che il libro è stato scorrevolissimo. Non si avverte la sua mole, non è una lettura minimamente ostica, neppure nelle descrizioni della guerra, che ho trovato avvincenti e interessanti. La miseria delle perdite e delle ristrettezze sono emozionanti; la descrizione delle privazioni di Tara e delle altre tenute provocano rabbia e, in generale, tutta la parte storica è molto coinvolgente e istruttiva (non so fino a che punto, come detto, quanto di parte).

Malgrado conoscessi già bene il film, avevo assoluto bisogno di scoprire come finiva la storia, tanto che le ultime 400 pagine del libro le ho lette nella stessa giornata. Mi ha sorpresa non poco scoprire quanto il film sia pedissequo: ogni cosa presente nella trasposizione è tal quale al libro (compreso il colore dei vestiti di Rossella!) e ben poco è stato tagliato (qualche personaggio sì, ma non molti, sebbene alcuni molto importanti e interessanti da scoprire).

Non posso che consigliare a chiunque non abbia mai letto il romanzo di recuperarlo: è un dramma universale, con grandi personaggi e scorci ben scritti (e sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest'anno e in generale negli anni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


giovedì 10 ottobre 2024

Perdersi fra le vite passate con Jack London

 Consigliatomi tanti anni fa e poi sempre rimandato, ho finalmente recuperato Il vagabondo delle stelle di Jack London (Adelphi, 383 pagine), che si caratterizza per una trama e una struttura abbastanza peculiari.


Il protagonista è Darrell Standing, che ci introduce subito alla triste vita che ha condotto nella prigione di San Quentin, dove, per una sorta di complotto ai suoi danni, finisce in cella di isolamento, dove trascorrerà molti molti mesi. Durante tale periodo, scopre di potersi isolare a tal punto dalla sua condizione da poter raggiungere un altro livello di coscienza.

Darrell ci spiega che era già predisposto, ma di fatto, durante quelle che definisce "piccole morti", riesce a rivivere le vite passate. Dopo i primi capitoli introduttivi, London alterna un capitolo in cui descrive le sevizie che subisce in prigione e un capitolo in cui racconta la storia di una delle reincarnazioni, da un conte francese e i suoi intrighi, al bambino che attraversa gli USA verso il west in una carovana di pionieri, dal marinaio inglese che nel Seicento vive avventure in terre straniere, all'uomo che vive ai tempi e nei luoghi di Gesù, fino al naufrago su un'isola deserta.

Le parti in cui il protagonista è in prigione mi sono piaciute, tutto sommato, di più, ma quasi fin da subito le ho trovate ricche di ripetizioni nei concetti e nelle espressioni. Mi è piaciuta la descrizione della condizione di carcerato che London compie, quasi una denuncia, sebbene non sia in grado di verificare la verosimiglianza di questo tipo di racconto.

Al contrario, le parti "slegate" che raccontano le storie degli "altri" Darrell Standing in generale non mi sono piaciute granché, con parti riuscite più o meno, secondo almeno il mio gusto: per esempio ho preferito l'avventura del nobile spadaccino Sainte-Maure e quella del naufrago Daniel Foss. Tuttavia, la maggior parte di questi racconti presenta, per me, due problemi. Da una parte, sono enumerati molti elementi, molti avvenimenti, direi troppi, per la trentina di pagine, più o meno, in cui si sviluppa la narrazione (una scrittura più moderna avrebbe focalizzato l'attenzione su un momento più circoscritto ed esordito in medias res). Dall'altra, forse per questa stessa ragione, non mi sono riuscita a immergere negli avvenimenti: non si è mai instaurata quella sospensione dell'incredulità che permette di godersi la lettura. Si percepisce costantemente, anche per qualche esternazione rivolta in modo diretto al lettore, che si tratta di un romanzo e il flusso è conseguentemente interrotto.

Sui personaggi va aggiunto che Darrell e i suoi alter-ego sono sempre rappresentati come personaggi dalle abilità straordinarie e dai pochi o inesistenti difetti, a eccezione di Jesse Fancher, perché è un bambino. Gli altri personaggi di contorno, invece, si dividono in buoni o cattivi, con pochissime sfumature nel mezzo.

In conclusione, ho trovato la scrittura quasi sempre prolissa e ripetitiva, a tratti noiosa, i personaggi poco caratterizzati e credibili e non sono riuscita a godermi le storie né delle vite passate, né dello stesso Standing. Tuttavia ho apprezzato l'idea alla base e la struttura impostata dall'autore.

Giudizio: per l'originalità della struttura e della storia ⭐⭐⭐

sabato 28 settembre 2024

Il capolavoro che colpevolmente non avevo ancora letto: Uomini e topi

Uomini e topi è un libro straordinario (colpevolmente il primo che leggo di John Steinbeck) e nessuna parola che potrò usare per descriverlo sarà originale, nuova o sufficiente a rendere l'idea. Mi limiterò dunque a parlarne brevissimamente.


Steinbeck era già piuttosto noto quando nel 1937 scrisse quest'opera. Si tratta di un testo piuttosto breve (139 pagine, Bompiani), ma scritto così magistralmente da condensarci dentro molto: dell'amicizia, della vicinanza e capacità di comprensione degli uomini, dei loro sogni, ma anche della paura che ognuno ha dell'altro, che genera solitudine.

La struttura è in sei capitoli, che in realtà sono praticamente sei atti teatrali, con una scena fissa, descritta in dettaglio all'inizio del capitolo, in cui entrano ed escono i personaggi. Gli avvenimenti stessi o avvengono in scena o sono raccontati dai personaggi, ma più raramente.

La storia è abbastanza lineare: due uomini si recano in una fattoria come lavoratori stagionali. Diversissimi fra loro e legati da tempo, George è un uomo sveglio e cerca di provvedere meglio che può a Lennie, che invece è forte, ma con la mente di un bambino. Sperano di guadagnare abbastanza per raggiugere il loro obiettivo, ma i problemi sono sempre dietro l'angolo.

Questo libro mi ha travolta, l'ho letto in un solo pomeriggio e mi ha emozionata fino alle lacrime. Non potete esimervi dal leggerlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

sabato 9 marzo 2024

Rileggere Il buio oltre la siepe vent'anni dopo

 Alle scuole medie ho avuto una professoressa di italiano molto attenta ai temi dell'uguaglianza e della pace e questa sensibilità è stata trasferita nel programma scolastico. Mi pare che quella lezione settimanale si chiamasse narrativa e, se al primo anno verteva sulla mitologia greca, al terzo anno, addirittura, proponeva un saggio piuttosto impegnativo per dei tredicenni, Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahr Ben Jelloun; nel mezzo c'è stato Il buio oltre la siepe (1960), che per temi si eleva molto, pur possedendo la scorrevolezza di un testo narrativo.

Queste due caratteristiche le ho ritrovate, come le ricordavo, anche oggi. Ai tempi si trattò di una versione ridotta, che possiedo ancora e che conservo con grande affetto, perché quella lettura mi piacque moltissimo. Ventuno anni dopo, con la storia che era molto sfumata nel mio ricordo, ma con quelle impressioni ancora ben vive nella mia mente, ne ho ripreso la lettura, stavolta su un'edizione integrale Feltrinelli, regalo di mia sorella.


Quella targa nella foto mi è piaciuta appena l'ho vista, per il gioco di parole che opera col titolo di questo libro. Il titolo in italiano, infatti, è interamente opera dei traduttori e fa riferimento al pregiudizio che i due piccoli Finch nutrono per il loro vicino di casa, ma il titolo originale è To kill a mockingbird, frase che viene ripresa più volte nel romanzo, riferendosi a personaggi e situazioni diverse, e con più significati.

"Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è un peccato uccidere un merlo. [...] I merli non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio di niente, cinguettano soltanto. Per questo è un peccato uccidere un merlo."

Si è trattato, in parte, di una riscoperta, proprio in virtù di certe parti che avevo scordato; in parte è stato un riconsolidare qualcosa. Per esempio ricordavo piuttosto bene sia il processo, sia la parte finale, dunque le due parti più dure del romanzo.

La storia, che valse il premio Pulitzer alla scrittrice americana Harper Lee, amica e collaboratrice di Truman Capote, è narrata dal punto di vista dei figli dell'avvocato Atticus Finch, in particolare della secondogenita Scout. Orfani di madre, tirati su dal padre, che cerca di educarli secondo i suoi principi, e dalla domestica di colore, Calpurnia, Scout e Jem trascorrono gli inverni a scuola e le estati a cercare di scoprire chi è il misterioso vicino di casa che non sono mai riusciti a vedere, finché un caso di cronaca non fa capolino nella loro vita, mettendola un po' in subbuglio.

Atticus Finch, il cui ritratto in negativo, ossia ricavato dalle testimonianze della figlia, restituisce uno dei personaggi della letteratura più sensibili, retti, coraggiosi e compositi mai scritti, è l'avvocato che difenderà una persona di colore dall'accusa di violenza carnale ai danni di una ragazza di poverissima classe sociale. La costruzione della vicenda e delle motivazioni delle parti in gioco, che ruotano attorno al fatto e al processo, è magistrale: avvalendosi del punto di vista, semplice e ingenuo, di una bambina, la descrizione del contesto sociale e delle ripercussioni di quanto accade è elementare e chiaro. Scout, naturalmente, non comprende bene ogni sfaccettatura della vicenda ed è proprio l'emergere delle sue domande e delle risposte, che si dà o che riceve, che ci permettono di entrare nel merito e di sviscerare ogni lato del problema in modo efficace e approfondito.

Ne risulta un lavoro che, da una parte espone dei problemi sociali dagli opposti punti di vista, dall'altra ha il tono leggero di un bambino che si pone questi problemi per la prima volta, con sguardo smaliziato. L'interiorizzazione da parte di Scout di quello che sente dire intorno a lei, da parte di adulti e bambini, ci restituisce un contraddittorio, che evidenzia le ipocrisie e le idee più retrograde, ma anche quelle più nobili. Ci sono molti personaggi (e ben caratterizzati) ne Il buio oltre la siepe, ognuno in grado di arricchire la storia del proprio punto di vista.

Il romanzo, inoltre, non affronta solo la storia di Tim Robbins, che qui personifica i giovani afroamericani che, davvero, furono ingiustamente accusati nel caso degli Scottsboro Boys nel 1931. Jem, per esempio, è protagonista di un altro momento della storia non meno toccante e bello; anche Scout alle prese con la scuola rappresenta una situazione molto interessante.

Dunque non solo il tema del razzismo, anche se questo occupa chiaramente tanto spazio, è affrontato in questo romanzo; la famiglia protagonista e i loro amici più vicini sono progressisti e hanno idee molto simili alle nostre; naturalmente, però, il resto delle persone che li circondano non lo sono affatto e questo condiziona quello che succede, ma anche le idee di Scout, spugna, come tutti i bambini, delle espressioni che sente dire. Fortunatamente il suo ristretto nucleo familiare e lo scontrarsi con evidenze diverse la spingono a riflettere e a maturare opinioni via via più strutturate. Non solo stereotipi di etnia compaiono in questo contesto, ma anche di classe. di genere e il pregiudizio e le idee preconcette in generale.

La scrittura è davvero efficace e affronta in profondità temi complessi, senza perdere di vista la piacevolezza del racconto, che si legge in modo veramente scorrevole.

Adesso mi rimane solo da vedere il film, adattamento del 1962, appena due anni dopo l'uscita del libro. Il film, diretto da Robert Mulligan, fu candidato a otto premi Oscar e il ruolo di Atticus valse il premio di migliore attore a Gregory Peck (un po' troppo bello, forse, per interpretare l'avvocato, per come lo leggiamo nell'originale, ma del resto Peck vestì anche i panni di Achab). Gli altri due premi che la pellicola vinse furono la sceneggiatura e la scenografia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

martedì 20 febbraio 2024

Il primo libro della trilogia di Holt: solo personaggi coccolosi?

 Holt è il paesino immaginario vicino a Denver, Colorado, creato da Kent Haruf. Da poco ho terminato la lettura di quello che è il primo libro, in ordine di pubblicazione, di una trilogia ambientata in questo villaggio, al centro di una zona rurale, tra aziende agricole e allevamenti bovini.

La trilogia si compone di Canto della pianura (1999), Crepuscolo (2004) e il prequel Benedizione (2013), che in Italia (NN editore) è proposto come primo volume, benché scritto ben dopo gli altri due.

Ho iniziato la lettura da Canto della pianura, poiché, quando si parla di saghe, trovo che leggere prima i prequel possa generare spoiler (sto pensando a Star Wars, sì - vedere la trilogia degli anni Duemila spoilererebbe il più grosso plot twist di tutta la serie originale), mentre tornare nel passato dovrebbe solo approfondire e svelare cose che ancora non so.


La storia è raccontata attraverso il punto di vista di più personaggi. Ci sono Tom Guthrie e i suoi figli, Ike e Bobby, che fanno i conti con lo stesso problema familiare, ma che si appoggiano a persone diverse per superarlo. Guthrie lavora alla scuola superiore, insieme a Maggie Jones, e, mentre lui dovrà sbrigarsela con una grossa bega lavorativa, lei tenterà di aiutare una studentessa in difficoltà, Victoria. Infine ci sono i due fratelli McPheron, scapoli di mezza età, un po' orsi, ma dal buon cuore.

Nella rude cittadina la gente parla, è malevola e i personaggi dovranno farci i conti. Non è specificato il periodo di tempo dell'ambientazione, ma dalla mentalità delle persone si direbbero gli anni Cinquanta (tuttavia è possibile che siano solo rimasti molto indietro, seppur negli anni Novanta: del resto siamo nei bigottissimi USA). I soli indizi sono tecnologici: i cellulari non ci sono, mentre i televisori e i frigoriferi sì.

Lo stile di scrittura è semplice e scorrevole; le tematiche sono quelle di un contesto agricolo degli anni Cinquanta: il sesso (tanto per non sbagliarsi mai - non si parla d'altro nei romanzi americani), tanta solitudine, il lavoro con mucche e cavalli (l'autore dichiara di aver descritto delle scene molto crude a tale riguardo, ma non è stata la mia percezione). In questa solitudine, Haruf si concentra nei rapporti fra personaggi, nella loro solidarietà, nell'empatia verso l'altro.

C'è di più? Per me no. I rapporti sono molto carini, coccolosi; facciamo il tifo per i buoni, così marcatamente staccati dai personaggi negativi: egoisti, bigotti, violenti, sessisti. Il romanzo non è riuscito ad annoiarmi perché sono 300 pagine secche, ma nemmeno a prendermi. Ho cominciato ad affezionarmi ai personaggi non prima del primo terzo della storia. Quando sono riuscita a inquadrarli, allora ho potuto anche apprezzare le vicende ed entrarci un po' di più. Complessivamente l'ho considerato un libro discreto, dunque, ma non ho compreso l'entusiasmo che ha generato.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 30 gennaio 2024

Abboziamola con i libri sugli americani che si sballano: Meno di zero di Bret Easton Ellis

 Si sente spesso lodare una certa letteratura americana che racconta di giovani perduti, che si sbronzano, si drogano e cercano emozioni estreme per uscire dal loro noioso vuoto.

Ho già riassunto il libro di cui sto per parlare, l'osannato Meno di zero di Bret Easton Ellis (Less than zero del 1985, portato in Italia da Einaudi in un libricino di 185 pagine).


Ho faticato non poco a leggermi Il cardellino di Donna Tartt, che già presentava questo problema, per me enorme, ovvero il non rendersi conto, da parte dell'autore, di quanto può risultare noioso per un lettore leggersi pagine e pagine in cui i personaggi non fanno altro che farsi di qualcosa, dall'alcol alle droghe, passando per i farmaci di ogni categoria, e poi restare storditi per altrettante pagine. Fortunatamente per me, in quel romanzo c'era anche altro, come personaggi molto ben costruiti, e il protagonista aveva per lo meno una buonissima scusa, quella di un DSPT con lutto, per giustificare un minimo i suoi comportamenti autolesionisti.

Non è così, o almeno non lo è del tutto, nel libro di Ellis. In questa Los Angeles degli anni Settanta-Ottanta, in cui Clay torna a casa dall'università per quattro settimane di vacanza, tutti quelli che lo circondano non sembrano avere motivi validi per arrivare a distruggersi. E nemmeno lui, tutto sommato. Sono ricchi, spesso con famiglie legate al cinema (padri produttori, madri attrici, etc). La società americana del "tutto si può comprare e tutto è in vendita" è rappresentata nel suo vuoto totale: tutti depressi, soli, annoiati al punto di arrivare a infilarsi in guai molto più grandi di loro o da perdere completamente umanità ed empatia; senza un solo valore, una sola caratteristica positiva che li distingua dalle bestie. A me il tutto ha fatto schifo.

Si può eccepire che fosse l'effetto voluto (e riuscito) dell'autore, ma riguardo allo stile ho comunque da ridire. 

Il racconto è svolto in prima persona dal protagonista, che sui tre quarti del libro si distacca un minimo e sembra provare repulsione almeno per i tre episodi di violenza più estrema che sono introdotti. Tuttavia, pur essendo scritto in prima persona, si tratta meramente dell'elenco di fatti o conversazioni, senza che Clay ci dica mai cosa prova, cosa pensa di fronte al niente che succede. Devo essere io lettore a immaginarmi la profondità del suo pensiero, oppure devo soltanto arrendermi all'evidenza che, pur non condividendo tutto quel che fanno i compagni, non ha niente dentro di sé (come dirà a una sua amica)?

"Io la guardo e non provo niente e me ne vado con il mio gilet."

Questa è la sola affermazione che Clay fa sulle sue emozioni.

Riguardo ai dialoghi, oscillano nella loro qualità: in certi momenti è una sequela infinita di "io dico", "lui dice", "mi dice", "mi fa", "dice...dice...dice..." e non sapevo come continuare in quel nulla cosmico dei dialoghi più noiosi e mal scritti letti nella mia vita. Vedere pagina 9 o pagina 118, così, tanto per fare due esempi sparsi. Sono volutamente scritti così, perché il protagonista è un ignorante (che in teoria sta facendo l'università, ma in effetti, negli USA, se un ricco continua gli studi, in realtà se li sta solo comprando)? Il continuo ripetere che "mi faccio una pista" o "si fa una pista bella lunga" ha un linguaggio poverissimo. Perché? Questo è il personaggio? Se è per adeguarsi al tono dell'opera, allora anche l'opera è poverissima.

E allora, perché a me dovrebbe interessare un personaggio così vuoto e inutile, che rifiuta, ma non troppo, quella vita da stordito californiano figlio di papà, così stanco del nulla, dei familiari e degli amici da non curarsi di altro che delle droghe e di fare giri a caso?

Non parliamo degli amici di Clay, poi. Se è poco caratterizzato lui, figuriamoci la pletora di cortigiani, che sono solo nomi (molti nomi) che fanno cose, spesso poco sensate, se non malvage. Hanno al più dei ruoli e, a seconda di quanto significativo questo, un numero maggiore di pagine, ma li ricordi solo per essere la pseudo-fidanzata, lo spacciatore o il tizio dei soldi. Tutta una serie di Trent, Kim, Alana, etc, non hai idea di chi siano e non te ne importa nemmeno granché, esattamente come non interessa al protagonista.

L'unico personaggio con cui ho empatizzato è il coyote, rendiamoci conto.

Giudizio: la noia⭐⭐

giovedì 25 gennaio 2024

L'adorabile Zia Mame di Patrick Dennis

 Chiariamolo subito: in realtà Patrick Dennis è uno pseudonimo di un giornalista e scrittore che ha scritto molti libri nella sua carriera, Edward Everett Tanner III.


Nel libro Zia mame, però, l'elter ego di Tanner è uno dei protagonisti e narratore in prima persona delle fantomatiche (ma, per anni dalla pubblicazione, credute vere) avventure sue e soprattutto della zia, Mame Dennis, una donna raffinata e sopra le righe, molto all'avanguardia (specchio del futuro più che della sua contemporaneità) per la società dei suoi tempi, che nel romanzo spaziano dagli anni Venti a circa gli anni Cinquanta.

Dennis rimane infatti orfano del conservatorissimo padre e viene affidato alla sorella di questo, che nel testamento raccomanda che il figlio cresca in modo tradizionale, caratteristica che Mame proprio non possedeva. Nascono dunque una serie di esilaranti situazioni, spesso bizzarre. Mame è una donna piena di risorse e idee, senso dell'umorismo, noncurante delle convenzioni, tutti pregi che la mettono in una serie di guai, nei quali è trascinato il nipote. I due si circondano nel corso degli anni di una serie di personaggi altrettanto originali e assurdi, come Ito, Vera e molte altre comparse. Ripercorrendo i cambiamenti di costumi e della società di quei decenni, l'autore fa anche in modo di farci capire le convinzioni politiche di Mame e Patrick, anche queste molto moderne per l'epoca, che ce li avvicinano notevolmente e li mantengono attuali.

La struttura è in avventure episodiche, legate dal confronto che Dennis fa tra la zia e una più tradizionale nonnina, chiamata l'Indimenticabile, di cui ha letto la storia in un immaginario articolo. La scrittura è scorrevole, piacevole e colta, curatissima, con scelte lessicali anche elevate che mi hanno costretto a ricercare diverse parole nel dizionario (e devo dire che non mi capitava da un bel pezzo). Ho riso tantissimo, soprattutto nel capitolo Zia Mame e la bella del Sud, ed è un libro che riesce anche a fare satira su certi lati degli USA di quegli anni. L'affezione ai personaggi è immediata e io non vedo l'ora di leggermi anche il seguito, Intorno al mondo con zia Mame, che dovrebbe essere strutturato in flashback, poiché continua dal finale dell'originale (che per me è stato geniale), ma ricordando avventure che dovrebbero essere accadute a Mame e Pat tra i capitoli Zia Mame in missione di soccorso e Zia mame al campus.

Giudizio: una lettura, raffinata, adorabile e divertentissima ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 3 gennaio 2024

Il cardellino di Donna Tartt è perfetto solo per gli americani?

 Il cardellino di Donna Tartt è stato una lettura impegnativa, non solo per la mole di quasi 900 pagine, ma anche perché, in così tante pagine, è stato quasi inevitabile che ogni tanto la noia si avvertisse.


La storia è quella di un ragazzo, Theo, che a tredici anni perde la sua unica certezza familiare e allo stesso tempo si lega per sempre a un quadro, Il cardellino di Carel Fabritius. Da quel momento sarà un po' sballottato in un'instabilità familiare e relazionale, ma nella sua vita resterà costantemente incombente questo quadro, in un certo senso personaggio che determinerà anche alcune svolte nella vita del protagonista.

Fino all'ultimo non si sa bene dove l'autrice vada a parare, ma infine tutto si ricollega, torna e si avverte un senso (di cui fino a quel momento avevo un po' dubitato).

Personalmente, per lungo tempo, dato il numero di pagine, non riuscivo a capire il senso delle molte parole spese per raccontare le innumerevoli sbronze, perdite di coscienza ed effetti di droghe a cui Tartt sottopone i suoi personaggi. Questa parte e il primissimo capitolo sono stati le fonti maggiori di tedio e disinteresse, mentre, dopo il primo capitolo, ma con qualche rallentamento, la storia prende molto di più. La vita americana, qua soprattutto raccontata come quella di famiglie bene newyorkesi, tra apparenza, antiquariato, cene, aste e droghe, è abbastanza estranea e noiosa ai miei occhi.

Lo stesso protagonista è, al contempo, sia un povero cucciolo ferito da quanto gli è capitato nella vita, tra lutti e DSPT, insieme al quale piangere, sia un debosciato che era già avviato su una via non retta e che poco ha fatto, successivamente, per non abbandonarsi, per chiedere aiuto.

Terminate le lamentele, non posso riconoscere che si tratti di una buona storia, trattata un filino prolissamente, ma non priva di lati positivi (del resto gli è stato riconosciuto un Pulitzer nel 2014, anche se agli americani si può dare un credito limitato).

I personaggi, in genere, sono caratterizzati in modo eccellente e prendono vita e tridimensionalità sulle pagine: sono molto sfaccettati, complessi, approfonditi. Nessuno di loro, a partire dal protagonista, che appunto è grigio, è connotato da una sola qualità o difetto. A eccezione del buon Hobie (che è in effetti il mio preferito) e, forse, di Pippa, nessuno è completamente buono o del tutto un cattivo soggetto, neppure il padre di Theo.

I sentimenti di Theo sono passati al microscopio e rigirati da ogni lato come calzini, pertanto giungiamo a conoscerlo quasi intimamente: per questo, in modo riuscitissimo, empatizziamo con lui nei dolori e nelle speranze, con, almeno per me, le eccezioni sopramenzionate (senza scendere nei dettagli per minimizzare gli spoiler). In quelle occasioni l'avrei volentieri schiaffeggiato, perché smettesse di comportarsi in modo così masochista, ma in molte altre mi sono commossa o emozionata con lui. Tutto questo non fa che provare l'ottimo lavoro della scrittrice, che ha curato moltissimo l'interiorità e la complessità di Theo. Ci trascina nei tortuosi labirinti in cui si infila il nostro ragazzo, un po' da solo, un po' favorito nella sua fragilità dagli eventi. Chapeau.

La storia ha un finale aperto, caratteristica che ho apprezzato, perché posso decidere autonomamente quanto lieto o meno sarà il futuro di Theo, in base al percorso che ha fatto nel romanzo, compresa una svolta notevole a un certo punto. Infatti, al riguardo sono ottimista, altrimenti queste 900 pagine sarebbero davvero state inutili (e non credo lo sopporterei), se nulla fosse cambiato, ma, appunto, ogni lettore ha margine per decidere secondo il suo modo di vedere il testo e la vita in genere. Tuttavia, il finale è anche stato gravato da alcuni spiegoni sul senso della vita da parte di alcuni personaggi e l'ho trovato un modo un pochino troppo didascalico per dare una morale conclusiva a tutta la storia.

Riguardo la scrittura, è molto alta, specialmente in certi momenti del romanzo, ma non è scevra da lungaggini e, come già detto, un pelo prolissa (o non si spiegherebbe la lunghezza del romanzo).

Cosa mi è piaciuto: ottima scrittura; personaggi meravigliosamente caratterizzati, vivi; rapporto di amore-odio col protagonista; commozione frequente; Hobie; finale aperto.

Cosa non mi è piaciuto: certi parti della storia non sono state di mio interesse; rapporto di amore-odio col protagonista; un filo di noia e di prolissità; finale didascalico.

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4