venerdì 3 luglio 2026

Ornamenti di giada è la raccolta di ABEditore di microracconti di Arthur Machen

 Ho conosciuto la scrittura di Arthur Machen lo scorso autunno quando ho letto la bellissima edizione de Il grande dio Pan de L'Ippocampo, che dell'autore comprendeva anche altri testi o brani.

ABEditore pubblica ancora, sotto il nome di Ornamenti di giada, alcuni racconti dell'autore, preceduti da una piccola introduzione e una bibliografia, per la precisione dieci piccolissimi testi (90 pagine), che mi confermano uno stile che mi piace molto, evocativo più che descrittivo, anche se alcuni scritti mi sono sembrati più riusciti di altri. Vediamo insieme i testi della raccolta.


Il roseto
è il racconto che apre la raccolta e tratteggia in quattro pagine e mezza una dimensione onirica, quasi allucinatoria della protagonista. Per me è stato interessantissimo anche il richiamo a una statua di Pan nella fontana del giardino (un piccolo Easter Egg anzitempo).

Dal canneto provenivano lievi fruscii, intervallati dal grido spezzato e fiacco degli uccelli acquatici, consapevoli che l'alba non era lontana. Al centro del lago si ergeva un piedistallo scolpito, e sopra splendeva la statua candida di un giovane con un flauto doppio tra le labbra.

Sempre vaga, ma a suo modo più concreta è la vicenda che capita alla giovane protagonista del racconto I Turaniani, secondo me molto equilibrato e riuscito in quel meccanismo macheniano del dire-non dire.

Il più vago (e probabilmente quello che mi ha lasciato meno) dei racconti di questa raccolta è L'idealista, in cui l'intento di suscitare impressioni per me stavolta non riesce a disegnare nella mia fantasia qualcosa di definibile.

Stregoneria, al contrario, ci riesce perfettamente, senza neppure lo sforzo di un allusione, il contesto è sufficiente a farmi comprendere il nodo cruciale della storia e gli scopi reconditi di Miss Custance; qua l'autore è stato particolarmente abile.

La cerimonia, analogamente, suggerisce l'entità degli eventi, senza raccontarli mai e, con Stregoneria e I Turaniani, è tra i miei racconti preferiti.

Molto breve e molto vago è invece il racconto Psicologia, che sorprende con la riflessione finale a cui apre (quasi un colpo di scena), riflessione che potrebbe allargarsi e includere molte cose: cosa appare, quale giudizio ne diamo, cosa c'è davvero dietro, insospettabile. Questo tema mi è piaciuto più ancora del modo in cui è stato scritto il testo.

Tortura è uno dei brani più espliciti della raccolta, ma secondo me non meno riuscito; il colpo di scena è meno forte, un pochino più telefonato, ma l'effetto è molto interessante e anche in questo caso c'è una certa attenzione psicologica per il protagonista.

Mezza estate per quattro pagine sembra portarmi in una direzione non chiara, ma nelle ultime due devia completamente e si riscatta. 

Natura e Le cose sacre hanno, secondo me, lo stesso problema de L'idealista: sembrano non condurre da alcuna parte, sono molto vaghi, evocativi, e mi hanno lasciata un po' perplessa al termine.

Lo stile dello scrittore, che avevo assaggiato ne Il grande dio Pan (e anche apprezzato), si riconferma in questa breve raccolta: sospeso fra l'allusione e il tacere la storia si tratteggia più con l'ombra che con la luce; è un chiaroscuro a volte molto preciso, che permette di intravedere esattamente quel tanto che basta perché il lettore abbia un piccolo sussulto interno, un moto a metà fra spavento e meraviglia. Altre volte, almeno per me, quanto dire e quanto tacere non è bilanciato a sufficienza e la scena finisce per essere sin troppo buia (L'idealistaNatura, Le cose sacre), ma in generale questi esercizi, queste piccole gemme, sono assolutamente di mio gradimento.

Avevo già notato anche la maestria di Machen nella descrizione di paesaggi e trovo conferma anche di questa poeticità, soprattutto all'inizio di un paio di racconti, Il roseto e Le cose sacre. Ancora una volta trovo una curiosa contrapposizione fra la precisione delle ambientazioni e i fatti della narrazione, vagheggiati, ma non raccontati.

Poi lentamente si mosse, aprì la finestra e guardò fuori. Dietro di lei, la stanza era immersa in una mistica semioscurità; sedie e tavoli fluttuavano come forme indistinte, e solo un tenue, illusorio scintillio proveniva dalle lune color talco sulle sontuose tende indiane che aveva tirato davanti alla porta. I drappi di seta gialla del letto non erano che tracce di colore, e il cuscino e le lenzuola bianche brillavano come una nuvola candida in un cielo lontano al crepuscolo.

Il cielo sopra Holborn era azzurro, e solo una piccola nuvola, metà bianca e metà dorata, fluttuava sospinta dal vento da ovest verso est. La strada si stendeva come una lunga navata nella luce piena dell'estate, e lontano, a occidente, dove le case sembravano convergere fino a toccarsi, s'innalzava, come un prezioso e misterioso tabernacolo, il tempio che custodisce le cose sacre.

A questo si aggiunge un apparato di immagini particolarmente curate, belle e guidate dal filo conduttore della mescolanza fra botanica floreale e anatomia umana; mi ripeto sempre nel lodare le grafiche, ma forse questo è il mio lavoro preferito.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Una nuova giallista esordiente che mi sento di raccomandarvi: Antonia De Gattis col suo commissario Ferramonti

 L'autrice Antonia De Gattis, che ha scritto alcune poesie ma che ha sempre apprezzato i gialli di Camilleri e che esordisce nella letteratura mistery con Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara mi ha veramente sorpresa (e non solo per avermi proposto di leggere il suo romanzo).


Il romanzo è breve, ma denso. Le linee del racconto sono 2. 

Da una parte abbiamo il passato familiare del protagonista, triste e forse non emerso completamente, che si svelerà a poco a poco, intervallando i capitoli dedicati al caso. 

Dall'altra conosciamo il commissario Nicola Ferramonti, alle prese con un brutto fatto: il ritrovamento di una ragazza nella hijumara. Sembra un quadro di Millais, ma si inserisce invece in un contesto che l'autrice descrive bene e che è uno dei punti forti di questo testo. 

De Gattis racconta una Calabria fatta di contrasti, ma che si sente quanto è amata a ogni parola: la bellezza mozzafiato si accompagna alla triste realtà della criminalità, ai suoi interessi, alle sue faide. Eppure ciò che è così chiaro in Procura stride a Ferramenti, che ha poco tempo.

È un uomo particolare: ha la sindrome di Asperger e un senso morale molto forte. Porta con sé un vissuto che lo ha segnato, ma sa aprirsi, specialmente con la donna che ama. L'unica nota fuori posto è che ha rapporti forse troppo facili per la sua condizione, interagisce, è socievole. Contrapposto a un Montalbano, che con Pasquano litigava frequentemente, qui commissario e medico legale vanno d'accordissimo, con molti convenevoli.

Il testo è ricco. L'autrice ha saputo calare nel racconto i punti di vista del commissario, riflessioni, le difficoltà dell'indagine, i rapporti umani.

Ci sono molti richiami nel modo di condurre l'indagine, nei rapporti del protagonista, in questa struttura del testo che mi hanno richiamato i gialli con Salvo Montalbano.

Antonia scrive molto bene (non ogni frase è perfetta, non ogni dialogo riuscitissimo, ma è una valida scrittura), soprattutto considerando che questo è il suo primo romanzo e le sono molto grata di avermi dato l'opportunità di leggerlo.

Un giorno nero alla hijumara è un buon giallo, di piacevole lettura e scritto bene, che consiglio a chi apprezza il giallo di Andrea Camilleri.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Venite a divertirvi correndo dietro a Gervase Fen nel giallo di Edmund Crispin, Il negozio fantasma

 Edmund Crispin è stato un compositore che si è reso noto anche nell'ambito della scrittura poliziesca, soprattutto per la serie dedicata all'eccentrico professore di Oxford Gervase Fen.

Il negozio fantasma è il terzo volume (252 pagine) di questa serie, in precedenza pubblicata da Mondadori, che ora Blackie ha deciso di ridare alle stampe.


La storia, uno di quegli enigmi della scatola chiusa che piacevano tanto a John Dickson Carr, a cui Crispin è debitore, è originale e caotica.

Un amico poeta del professor Fen, Richard Cadogan, decide di andare in vacanza proprio a Oxford; il viaggio si protrae per ore e giunge nella località nella notte, imbattendosi per caso in un mistero.

Cadogan entra in un negozio di giocattoli perché nota la porta aperta e trova un cadavere, ma riceve una botta in testa. Si risveglia, ore dopo, in stato confusionale e si reca alla polizia per raccontare cosa è accaduto, ma il negozio e la morta non si trovano più. Solo Fen potrebbe credergli e in effetti il detective in erba, che gode già di un certo credito per i casi precedentemente risolti, lo trascina in giro per la cittadina, interrogando alcune figure molto particolari e seguendo una pista che è un rompicapo vero e proprio.

Fen è un uomo cinico e totalmente distaccato dalle convenzioni: rispettare gli orari del ricevimento o il programma delle lezioni, usare le cortesie necessarie, niente di tutto questo ha alcuna importanza; non si cura molto degli altri, insomma: è tutto tranne che senza macchia. Non è un buono, ma è scaltro, energico, ha intuito ed è uomo d'azione. Mi è piaciuto moltissimo.

Anche Cadogan è un bel personaggio, con maggiore senso del dovere e del pudore, più remissivo e impacciato di Fen; anche lui stravagante, allergico al lavoro, una spalla comica perfetta per il professore.

Non tutto torna, nemmeno alla fine; non è un giallo convenzionale (e di solito questo mi disturba molto) e i responsabili del mistero concedono pure ai nostri protagonisti una certa indulgenza, però il viaggio è molto divertente. Il ritmo c'è, la storia è dinamica, con frequenti cambi di ambientazione; molti personaggi sono coloriti, alcuni strampalati, ma soprattutto un umorismo vivace accompagna ogni singola pagina di questo romanzo.

Ci sono persino giocosi riferimenti del personaggio di Fen al suo scrittore Crispin, in uno slancio molto moderno per il 1946.

Mi basta?

Questa volta sì, ma vorrei leggere altro di Crispin per valutare se ci sono gialli più "solidi" nel suo repertorio.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 28 giugno 2026

Una raccolta di pensierini graziosi sulla Sicilia, ma da Incanto siciliano mi aspettavo molto molto di più

 A questo libretto ho fatto la corte nella Feltrinelli di via Cavour a Palermo diverse settimane prima di decidermi a comprarlo. Me lo sono fatta come regalo di Natale, assieme a un'altra raccolta di racconti gotici scritti sempre da autori siciliani: un regalo d'addio perché non ci sarei tornata più in città (o comunque non tanto frequentemente come mi è accaduto nel corso del 2025).


Apalós è una casa editrice siracusana di cui leggo per la prima volta questo libretto di nove racconti, ognuno dedicato a magnificare l'Incanto siciliano (162 pag) derivante da nove distinti siti dell'isola. Qual è il problema? Che sembrano davvero dei temini, dei compiti a casa, almeno quasi tutti.

Salvo con maggiore facilità Il ragazzo di Palermo, secondo racconto, che ha una narrazione e un colpo di scena; Pellegrini d'amore, che è un po' una rivisitazione di una leggenda che non conosco (quella di Aretusa e Alfeo e della nascita della fonte di Aretusa a Ortigia) e quindi mi fa piacere leggere; e infine La scalinata di Pantalica, metafora della corsa sfrenata fine a sé stessa dei nostri tempi.

Il primo, Siracusa, è il più esemplificativo, fra pensierino e pagina di un guida turistica, non lascia assolutamente nulla. Il quarto racconto, Quelle meraviglie lassù, è migliore, ma abbastanza simile, cambia il panorama da incensare, i templi agrigentini.

Quarto e quinto racconto si somigliano per la nostalgia dei territori, per quel senso di ritrovarsi che ha chi torna a casa dal Nord: stavolta il personaggio torna a cercare una figura precisa (Iddu) a Stromboli. In questi brani i personaggi sembrano cercare risposte dalla loro terra, quasi partissero alla ricerca di un'identità, qualcosa di smarrito nel percorso della vita, ma custodito là dove sono cresciuti.

Il terzo racconto, Il fuoco della madre, partiva molto bene nella descrizione, nella presenza di una storia, in questa salita faticosa verso la cima del vulcano che sembra catartica, ma poi fa qualcosa che l'ha fatto salire in testa alla mia classifica in negativo. La protagonista, scrittrice che non riesce a concepire, riceve la sua attesa ricompensa dopo il sacrificio dentro l'Etna di una parte di sé, del suo lavoro. COSA?! 

Secoli di tentativi di emanciparci e poi la morale è che sono punita come donna perché investo nella carriera e solo se rinuncio divento madre? Ma si sta scherzando?! In un'epoca come quella di oggi mi fai passare questo messaggio retrogrado?

Molto più composita come storia è Il raglio dell'asino, che sembra volermi raccontare un episodio e invece torna indietro e mi racconta una vita intera (secondo me ci butta anche un po' troppe cose e se si fosse limitato alla storia degli asini sarebbe stato più riuscito).

L'Orlando siciliano invece sono sei paginette di riflessione sulle analogie fra siciliani e personaggi del mito, che francamente non ho apprezzato molto, sta a metà fra una spiegazione turistica e un monologo sui tempi che sono e i tempi che furono.

Ho apprezzato l'intento della raccolta, meno la scrittura e soprattutto l'idea e la struttura di almeno parte dei racconti.

Giudizio: peccato! ⭐⭐

domenica 14 giugno 2026

Una raccolta di Hammett che non mi ha convinta: Cadaveri di donne gialle

Dashiel Hammett, prolifico autore principalmente di racconti noir, è celebre soprattutto per il personaggio dell'investigatore privato Sam Spade, che Humprey Bogart ha reso immortale nella pellicola di John Huston del 1941, Il mistero del falco, tratto dal romanzo Il falcone maltese (1930).

Personalità tormentata, Hammett è stato a sua volta ispettore privato ed è morto a 67 anni per alcolismo (la sua vita è raccontata nel film Hammett - Indagine a Chinatown (1982) di Wim Wenders.

Colpevolmente non ho mai letto il più celebre romanzo dell'autore o le opere con il suo detective più famoso, ma sono partita alla scoperta di Hammett da alcuni racconti.


Sono rimasta folgorata dal tono cinematografico con cui è raccontato Donna al buio, di cui ho parlato tra queste pagine ben tre anni fa.

Devo dire che sono rimasta meno favorevolmente colpita dai tre racconti contenuti nella raccolta Cadaveri di donne gialle e scritti fra il 1925 e il 1927. In questo caso il protagonista è Contenental Op, altro detective su cui Hammett ha scritto 28 racconti e 2 romanzi (Piombo e sangue, Il bacio della violenza).

Caratteristico dei racconti su Op è il racconto in prima persona: il detective racconta le sue imprese nel suo slang da uomo spiccio e abituato al lavoro sporco senza che il lettore sappia mai il suo nome. Anche la sua descrizione fisica ci è celata (dovrebbe essere un uomo di mezza età basso e tracagnotto). Si evince soltanto che lavora per un'agenzia e che si confronta di tanto in tanto col suo capo. Ha molte conoscenze utili tra i bassifondi e ogni tanto lavora in incognito (come nel secondo racconto della raccolta).

Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è ambientato in una mesta e degradata Chinatown dove niente è come sembra e ci sono regole proprie.

Il secondo racconto ha un sapore totalmente diverso, western. Op, sotto copertura, si ritrova sceriffo di Corkscrew, in Arizona, invischiato in una faida fra cowboy.

L'ultimo racconto cambia ancora scenario e tono, poiché il nostro detective si ritrova in mezzo a una storia di gangster.

Rispetto a Donna al buio, racconto comunque successivo (1933), caratterizzato dall'immediatezza dell'immagine e da una brevità in grado di restituire la scena come se il lettore ci fosse immerso, questi racconti hanno una prosa meno brillante, più descrittiva e il ritmo ne risente. La comprensione degli accadimenti è anche ostacolato da uno slang non sempre chiaro (questo potrebbe dipendere dalla mia vecchia edizione). In ogni caso, vuoi per la traduzione, vuoi per la scrittura ancora da maturare, i racconti non mi sono piaciuti così tanto e consiglierei di partire da altre opere dell'autore per approcciarlo. Anche io devo decidermi a leggere Il falcone maltese.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

Stevenson si riconferma paladino del giallo umoristico e che omaggia l'Età d'oro: Tutti su questo treno sono sospetti

 Siamo ancora in Australia ed Ernest Cunningham ha scritto il suo romanzo su cosa è successo alla sua famiglia in quello chalet di montagna dove ha anche incontrato l'amore.

Tutti su questo treno sono sospetti (Feltrinelli, 368 pagine) è il secondo giallo di Benjamin Stevenson, ma il terzo che leggo (perché non mi piace fare le cose con ordine).


A proposito dell'ordine di lettura, ve lo dico subito, tra secondo e terzo non cambia niente (o molto poco), l'ho fatto io stessa di invertirli. Al contrario, leggendo il terzo (Tutti hanno dei segreti a Natale), ma soprattutto il secondo prima di Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno ci si beccano spoiler belli grossi sul primo romanzo, poiché i personaggi che non muoiono o che non sono gli assassini tornano nel secondo capitolo e nella strenna natalizia. Take home message: prima leggete il primo, poi fate come volete.

Ernest, ospite insieme ad altri illustri giallisti, e la fidanzata, anch'essa scrittrice degli stessi fatti avvenuti sullo chalet, si uniscono al Festival Australiano del Giallo, a bordo dell'equivalente australiano dell'Orient Express, il Ghan. Quale atmosfera migliore per un giallo d'antan? Sia per scriverlo, sia per viverlo, poiché anche questa volta Ernest si ritroverà alle prese con un mistero fatale (o più di uno, come tradizione vuole...). E i suoi colleghi scrittori di misteri si rileveranno ottimi investigatori o perfetti colpevoli?

Ritrovo di Stevenson in questo giallo l'ironia, il gusto per l'epoca d'oro del giallo, sia come atmosfera, sia come struttura, e una buona penna, che sa come tenere il ritmo della narrazione (anche se arriva sempre quel momento in cui il personaggio si siede a commiserarsi, che a me infastidisce un pochino e che rallenta per un capitolo la storia). Ho apprezzato anche questo capitolo, più del terzo, meno del primo. Il punto di forza, per me, restano l'umorismo che permea ogni pagina e l'articolato puzzle, ingannevole, ovvio (è la terza volta che mi frega), che lo rende un buon mistery d'altri tempi.

Giudizio: molto godibile ⭐⭐⭐ 1/2

sabato 6 giugno 2026

Viaggio dentro un amore impossibile: Lettere a Milena di Kafka

 Leggendo le prime lettere di Franz Kafka a Milena Jesenská, nella mia edizione Mondadori (300 pagine, note comprese), nella mia mente registravo qualcosa di familiare: desiderio, parole d'amore, ma anche "tu vuoi", "io non posso". Andando avanti la prospettiva si ribalta, ma resta "io voglio", "tu non puoi".


Quando i due si conoscono, Milena è sposata, Kafka fidanzato. Lei gli chiede di poter tradurre Il Fochista, dopodiché, dall'aprile all'autunno del 1920 i due si scriveranno lettere quotidianamente e si incontreranno due volte: da Merano (dove era in sanatorio per riprendersi dai sintomi della tubercolosi) Kafka si recherà a Vienna per trascorrerci pochi giorni e successivamente, ritornato a Praga, trovando la soluzione di un viaggio nel weekend, i due si incontreranno a mezza strada, a Gmünd.

All'inizio lo scrittore è cauto, mette le mani avanti, adducendo il fatto di essere anziano (ha 37 anni, lei 24), adducendo il fidanzamento, la religione, poi (soprattutto dopo l'incontro a Vienna, a seguito del quale lascerà Julie Wohryzek) la paura, l'incertezza spariscono e cedono il posto a un amore vivo, coraggioso, pieno di speranze, ma ancora terrorizzato dalla possibilità che qualcosa non vada per il verso giusto. 

Ah, la psicologia delle relazioni umane...proprio dopo che Kafka chiude la sua precedente relazione, che avrebbe dovuto portarlo al matrimonio, Milena è tormentata dai dubbi legati al proprio: non può lasciare il marito malato, ama sia lui che l'amante. Quando Kafka comprende che non ci sarà un avvenire in cui i due potranno vivere insieme, tronca la relazione. I due si scriveranno ancora qualche lettera, lui le affiderà nel 1921 i suoi diari. Lui morirà di tubercolosi nel 1924, godendo nell'ultimo anno della relazione con Dora Diamant; lei lascerà il marito nel 1925, si risposerà, lavorerà, parteciperà alla resistenza ceca, sarà internata a Ravensbrück e morirà nel 1944.

Leggere queste lettere all'inizio non è stato semplice: ci sono solo quelle di Franz Kafka, manca sempre dunque la risposta o la domanda; inoltre mancano i riferimenti. Su certe cose è naturale che i due non si spiegassero, conoscendo il contesto o le persone di cui parlano, ma il lettore fa un po' più fatica e di più, almeno per me, nelle prime e nelle ultime comunicazioni, perché più sporadiche e facenti riferimento solo a cose specifiche di conoscenza dei due interlocutori o scritti nella missiva che non possediamo.

Nelle lettere centrali, invece, il filo degli eventi è un po' più facile da tenere perché si riescono a desumere alcuni elementi di contorno oppure ormai li conosciamo e inoltre trova spazio l'espressione del sentimento di quest'uomo e questo è comprensibile anche totalmente avulso dal contesto.

Parlare di un amore non è semplice, perché nessuno sa mai cosa c'è nella mente dei due innamorati. Moltissime volte nemmeno i due stessi interessati (persino Kafka fa spesso riferimento a fraintendimenti, e cosa c'è di più comune fra innamorati?). E un po' mi sono sentita un'intrusa, una violatrice della loro intimità (soprattutto di Kafka perché sono le sue lettere) nel leggere e ora raccontare le mie impressioni sui loro sentimenti.

Perché trapelano, anche in questa corrispondenza in cui mi manca la bussola, anche quelli di Milena di cui non posso leggere le parole. Trapela il legame di questi due illustri sconosciuti: un filo oggettivo che non si spezza, una ricerca quotidiana l'uno dell'altra, un desiderio dell'altro...impossibile, sì, ma reale. Così reale che lo riconosco oltre cento anni dopo senza avere la mappa dei loro cuori.

Ah, gli amori impossibili. Niente fa battere un cuore (vero, ma soprattutto di lettore) quanto l'impossibilità a compiersi di una speranza, di un desiderio a lungo vagheggiato. È l'impossibile che ci fa percepire ancora più grandi quella fame che brucia, quell'intensità del bisogno, quella sofferenza sentita, ma dolce e malinconica.

(Quasi) tutte le storie d'amore letterarie che mi hanno conquistata, fatto provare trasporto ed empatia nella lettura erano quelle che non potevano compiersi, che mi lasciavano il cuore un po' più malandato perché gli eroi per cui avevo parteggiato alla fine non potevano stare assieme (Heatcliff e Catherine, Cyrano e Roxane...).

E si coglie qualcosa anche delle loro personalità, ovviamente più approfonditamente per Kafka: un uomo tormentato dalla malattia, dall'insonnia, pure dall'antipatia per la carne, ma soprattutto per le persone; un uomo schivo e sofferente, come scrive Milena nell'agosto del 1920 "...incomprensibili perché sono vive. Frank invece non può vivere. Frank non ha la capacità di vivere. Frank non guarirà mai. Frank morirà presto." Milena parla di un'angoscia che non lo lascia, un male di vivere. 

Milena invece si intravede nel modo in cui Kafka le parla, la descrive (è il riflesso negli occhi di un altro, prima sconosciuto, poi amante, poi innamorato sofferente, quindi mai del tutto affidabile, sicuramente parziale), ma anche dalle lettere in fondo a questa corrispondenza, che Milena scrive a Max Brod (amico, biografo e curatore delle opere di Kafka dopo la sua morte) o nelle parole che la donna scrive alla morte di Kafka, per ricordare il suo ex amore e stavolta è proprio la sua di voce. Una voce che ci dimostra di aver navigato nelle profondità dell'animo di Kafka, anche se per pochi mesi.

E queste lettere? Che cosa mi hanno trasmesso: il tormento di questi due cuori, che nelle peripezie del loro rapporto non cessano di cercarsi; ancora, il peso, la forza delle parole con cui i due costruiscono un rapporto, aldilà dello stare o no insieme. Ciascuno dei due attende quelle parole e da queste dipende non solo l'umore, la vita. Una lettera può essere tormento, rimprovero, speranze deluse; la successiva conforto, medicina e loro le aspettano. Kafka conta i giorni che impiegano ad arrivare, quante lettere sono in viaggio, gli ostacoli che possono trovare nel percorso. Alle parole (a Milena) affida i suoi pensieri, anche contorti a volte, con esempi fantasiosi e articolati, con descrizioni precise (ho letto solo La metamorfosi dell'autore, ma lo stile è inalterato nelle lettere), il suo sentire, i suoi desideri e non in pochi punti mi ha commosso la forza dei loro sentimenti (sì, anche in quelle dieci pagine in cui la penna la impugna Milena). Mi sono riconosciuta prima in Milena, poi in Kafka, poi ancora in Milena: questo libro non è narrativa, è un viaggio dentro una storia d'amore e credo che occorra un certo grado di coraggio per affrontarlo o un approccio totalmente opposto, sociologico-psicologico.

mercoledì 20 maggio 2026

Un finale che meritava una scrittura migliore: La verità che brucia

 Quando hai una pagina piccola sul Bookstagram, le prime volte che ti offrono di recensire dei libri in uscita ne resti lusingata. Dopo alcuni tentativi, tra alti e bassi, scopri che invece questo ti mette in una posizione scomoda. 

Ho appena finito di leggere un libro che ho trovato scritto davvero male: voglio essere sincera nell'espressione del mio parere, ma al contempo non voglio demolire le aspettative e l'entusiasmo di un giovane che potrebbe ancora crescere in questa arte (e glielo auguro di cuore, anche perché si è posto in modo molto carino, anche se forse non molto umile). 


La verità che brucia
 (266 pagine) è il secondo romanzo scritto da Kevin Barbagallo ed è presentato dall'autore e da Incipit23 come un thriller psicologico, genere preferito dallo scrittore. Questa passione è evidente nell'omaggio che vuole offrire al genere e nel parlare con lui. Il romanzo uscirà sabato 23 maggio.

Il protagonista è un giornalista della BBC che ha una carriera lanciata, una famiglia da Mulino Bianco e una vita da copertina, da jet set. O forse no? Questa perfezione si incrina quando Jonathan non è più l'annunciatore dei casi di cronaca, ma ci entra dentro, così invischiato da intraprendere un viaggio...ma è il protagonista o il lettore che si avventura alla ricerca di una verità difficile da accettare?

Ho chiesto all'autore a chi si ispirasse, se avesse scritto anche racconti, come si era trovato con l'editor e mi sono accorta di alcuni elementi evidenti. Questo scrittore non scrive racconti, ma ha pubblicato due libri: si tratta dunque del classico caso in cui chi non lo ha mai fatto prima si improvvisa scrittore (e dico improvvisa perché dalla sua prosa è evidente che non ha fatto corsi, altrimenti gli avrebbero dato quelle due dritte per non commettere errori ingenui).

I problemi principali sono due:

  1. la scrittura.
  2. la costruzione di un racconto verosimile.
La scrittura è immatura, alle prime armi: i dialoghi sono composti per almeno un quinto da convenevoli, sono eccessivamente colloquiali, ricchi di espressioni che si usano più nel parlato che nello scritto; le descrizioni comprendono lunghe scene in cui si descrivono movimenti o gesti banali (la consegna di un bicchier d'acqua in un interrogatorio) o arricchite da particolari ininfluenti (la fantasia degli abiti, il tipo di cibo acquistato). Inoltre i gusti e le espressioni dei personaggi non sembrano per niente britanniche, anche se il romanzo si ambienta in parte a Londra. Probabilmente l'autore si perde nel descrivere alcune cose che a lui piacciono in particolare e che, anche se ininfluenti nella trama, desiderava trasmettere (Londra, il Messico, gli orologi, i vestiti...).

Mentre si dilata in particolari inutili, perde di vista elementi più importanti. Certi passaggi logici mancano: i personaggi di Jonathan e Mark saltano a conclusioni affrettate, con collegamenti che perdono anelli nella catena logica (un elemento lasciato in casa fa pensare al killer, ma in base a cosa escludere il caso o una figura amica? un comportamento conduce a una certa diagnosi psicologica, ma quale personaggio sarebbe in grado di farlo quando anche gli addetti ai lavori ci impiegano del tempo a inquadrare una certa situazione?).

L'autore mi ha spiegato che un romanzo snello era voluto, ma il risultato non è quello ottenuto. Sinceramente penso che sia stato mal consigliato dall'editor, che avrebbe dovuto spingere per approfondire gli aspetti psicologici e il dipanarsi dei passaggi logici che conducono la storia verso quel finale, tagliando una quantità enorme di elementi e periodi totalmente inutili, che annoiano e fanno perdere il ritmo del racconto.

Anche se la storia aveva degli elementi che potevano renderla interessante, con un finale molto carino, anche se non spiegato benissimo (a me è rimasto un dubbio, derivante proprio da quel saltare l'ordine logico delle deduzioni, senza soffermarsi su scoperte fondamentali, glissando proprio dove occorreva porre l'accento) e non originalissimo (cara zia Agatha, le hai già inventate tutte tu le trame) aver perso di vista cosa era importante raccontare e cosa era assolutamente necessario tagliare ha reso il racconto sproporzionato nelle sue parti. 

La parte iniziale è inutilmente lunga. Aveva una sua funzione specifica, ma è scritta così male che annoia e non mi trasmette il sentimento che doveva agganciarmi: quel paradiso raccontato è distante e, appunto, descritto a parole. Non mi affeziono ai personaggi (che sono piatti, quando non contraddittori: Jonathan non ha paura di fare quel che c'è da fare, ma prende "pastiglie per l'ansia"). Nel caso specifico alcuni elementi hanno senso, ma una maggiore esperienza e conoscenza non solo del thriller, ma anche di altra parte della letteratura, avrebbe potuto consigliare all'autore una diversa persona per raccontare almeno un personaggio, se non probabilmente tutti, visti gli scopi a cui voleva arrivare. Barbagallo non sfrutta la tecnica dello show, don't tell: mi descrive azioni, pensieri, sentimenti, ma il personaggio non li vive e non mi fa mai capire l'entità di una perdita o di una preoccupazione.

La parte centrale è disordinata, i personaggi vagano, alcune domande dovrebbero essere poste subito, ma, siccome devi aspettare la fine per quelle conclusioni, chi deve farle tergiversa. Il finale è quasi una corsa e la risoluzione del mistero è uno spiegone (non un duello verbale, non un crescendo di tensione, no: i pezzetti vengono dati in ordine).

Forse non è stata pianificata una struttura prima e va bene, non sempre gli autori lo fanno, ma questo ritmo è sincopato, parte troppo piano e accelera troppo in seguito. Inoltre c'è un'intera parte che si alterna alla narrazione principale che è inutile e noiosa, la parte "romance". Potrebbe avere la sua utilità, ma ribadisco che finisce per sbilanciare tutto il narrato in quella direzione e, onestamente, mi annoia. Gli elementi per la costruzione del finale sono concentrati nell'ultimo terzo, che sembra totalmente diverso dalla precedente parte: forse qualche briciola di pane per i viandanti andava seminata prima.

C'è un altro aneddoto del passato di un personaggio che è riportato e che sembra puntare in una certa direzione, ma mi sarebbe piaciuto che si collegasse meglio al finale, che io potessi riconoscere qualche elemento che al termine della lettura mi avesse potuto far dire "Ah, vedi! L'aveva costruito apposta!". Invece l'episodio passa nel dimenticatoio, salvo per domandarsi se quello che fa il personaggio è davvero condiviso oppure no.

Un'altra cosa che è palese dalla lettura è che non è stata condotta una ricerca, anche minima, su diversi aspetti: da quelle pastiglie ottocentesche al fatto che i risultati (scientifici, informatici, di qualsivoglia natura) di un'indagine possano essere disponibili in 24 ore, così come l'abitazione dove è avvenuto un crimine possa essere restituita al proprietario in ancor meno tempo. Manca una verosimiglianza negli eventi: il funzionario di polizia che ti dà la benedizione mentre gli racconti che stai prendendo una decisione pericolosa e sospetta, il seguire una pista dando per scontate certe informazioni o inferendo conclusioni in modo casuale, le risposte trovate ben confezionate in un colpo solo senza dover ricomporre un puzzle (che cosa comoda successa casualmente in questa trama direbbe il buon Caleel), perché sei arrivato in fondo, devi chiudere rapidamente (troppo rapidamente) e finisce che hai sbilanciato tutta la struttura nella parte iniziale e ti occorre un deus ex machina per venirne fuori.

In conclusione, penso che questo giovane scrittore dovrebbe allenarsi molto di più per la prossima uscita editoriale, prendendo con umiltà anche qualche lezione di scrittura e affidandosi a un editor più onesto o più capace. Questa storia si sarebbe potuta salvare (non intendo che potesse diventare un capolavoro, ma almeno diventare un racconto godibile sì), ma con un pesante lavoro di taglio e correzione dietro. Invece ho passato il tempo della lettura a sbuffare e a digitare note di pura esasperazione sul Kindle (92 note per la precisione). E dopo il secondo racconto scritto da principianti convinti di avere il diritto di arricchire il numero di pubblicazioni annue perché sì, credo che rifiuterò altre collaborazioni con questa realtà editoriale (anche se Morte in grigio chiaro era carino davvero, ma - come ho detto all'autrice - non sembrava il suo primo romanzo) e forse in genere.

domenica 17 maggio 2026

Racconti di fantasmi scritti con l'IA? No, grazie

 Quando mi è stato inviato da Italian Ghost Story il volume I fantasmi di Venezia, per il quale li ringrazio moltissimo, non mi aspettavo che si trattasse di racconti. Seguendo la loro pagina pensavo sarebbero state leggende di misteri Veneziani, riportate come fa Lidia nei video della pagina. Il libro contiene 17 brevissimi racconti che si ispirano a leggende, riportate dai curatori in fondo al volume, col lodevole intento di tramandarle, non lasciare che siano dimenticate.

Seguo la pagina da tempo perché sono sempre stata affascinata dalle leggende, dal folklore, dalle storie di fantasmi e, in generale, da tutte le narrazioni che mettono i brividi. Inoltre è stato il primo libro che mi è stato proposto come omaggio anche cartaceo, cosa che mi ha sicuramente lusingata.

Però, però, però, però...


I primi 11 racconti hanno una struttura molto simile: un personaggio brama qualcosa di più, di solito talmente estraneo alle leggi e alle morali degli uomini da essere proibito e da richiedere un prezzo molto alto per averlo desiderato o ottenuto. E queste ambizioni (che siano dominare un'entità o un fenomeno soprannaturale, riavere indietro un amato, accedere a un luogo maledetto o raggiungere un oggetto potente per i propri scopi), comportamenti reprobi per le creature protagoniste del racconto, saranno tutte punite.

Gli ultimi racconti hanno un tono più dolce, più intimo e le creature aiutano più che punire i personaggi. Tra questi Rondò: taglio teatrale, flusso e storie diverse dalle altre. Alcuni, come il racconto su Casanova e sul Golem sono più dinamici e avventurosi. Il penultimo racconto ha una narratrice molto originale.

La scrittura è volutamente solenne. Alcuni pattern e modi di scrivere ritornano con frequenza: personaggi che perdono conoscenza; frasi aforistiche; finali con un avvertimento; la struttura della frase "non questo, ma questo", in un intento di costruzione del mistero, dell'onirico.

Se devo essere proprio onesta, molte frasi sembrano scritte in modo serialmente simile - non tutte, non in tutti i racconti. In alcuni momenti alcune frasi hanno una ricercatezza che sembra più spontanea, ma il sospetto che ci sia stato un aiuto artificiale per scrivere (a questo punto la cosa diventa un indizio) dieci titoli in sei anni. La cosa potrebbe essere ovvia (dal fatto che manca il nome di un autore unico, anche se sono citate le persone fanno parte del progetto) e non necessariamente un male, se lo scopo è far conoscere le antiche leggende di un luogo o il progetto del brand, che fa anche Ghost Tour.

Tuttavia, dal punto di vista letterario è un danno e non c'è qualità (anche se c'è in giro di peggio, non solo scritto dagli androidi), pertanto avrei nettamente preferito che le leggende fossero narrate come fatto mitico, storico, aneddotico.

Giudizio: ⭐

sabato 25 aprile 2026

Arrampicarsi sulla Luna con Italo Calvino: Le Cosmicomiche

 La scrittura di Calvino è sempre stata capace di incollarmi alle pagine come un incantesimo e sono sempre stata meravigliata dalla sua abilità descrittiva. Calvino è capace di raccontare il fantastico, il meraviglioso, l'onirico come se fosse semplice, quotidiano, perfettamente plausibile.

Questa raccolta è straordinaria, forse la più bella di quelle che ho letto dell'autore, perché vira verso il fantascientifico, ma resta narrativa: lo scrittore tratta nuove scoperte della scienza, dell'astronomia ma solo come trampolino di lancio per la fantasia. E io ne sono rimasta estasiata, completamente stupefatta dall'originalità, sopraffatta dalla bellezza delle sue parole precise e dal fascino di una fantasia sconfinata.

L'immagine di una scala che da una barca viene appoggiata alla luna per raggiungerla è gioco e poesia e mi ha commossa per la sua semplice bellezza.

Le Cosmicomiche (Mondadori, 160 pagine)

Con questo spirito divertito e sognante Calvino immagina la creazione della materia, dei colori, del concetto di sé e del desiderio di essere unici al mondo e di dare una certa immagine di sé al mondo (in questo senso il racconto Anni luce è pirandelliano), del gioco e del baro, dell'amore e della gelosia.

Buio pesto era - confermò il vecchio Qfwfq - io ero bambino ancora, me ne ricordo appena. Stavamo lì, al solito, co babbo e la mamma, la nonna Bb'b, certi zii venuti in visita, il signor Hnw, quello che poi diventò un cavallo, e noi pià piccoli. Sulle nebule, mi pare d'averlo raccontato già altre volte, si stava come chi dicesse coricati, insomma appiattiti, fermi fermi, lasciandosi girare dalla parte dove girava. Non che giacesse all'esterno, m'intendete? sulla superficie della nebulosa; no: lì faceva troppo freddo; si stava sotto, come rincalzati in uno strato di materia fluida e granulosa.

Il narratore, Qfwfq, ricorda le sue incarnazioni nelle varie epoche del mondo, da quando il cosmo era ancora da formarsi, alla scomparsa dei dinosauri.

Ispirato da questi racconti Luca Marinelli ha portato a teatro nella stagione 2025-26 La cosmicomica vita di Q, alla cui proiezione ho assistito a Firenze al Teatro della Pergola. Stavo leggendo l'opera proprio al momento in cui ho assistito alla rappresentazione e l'ho trovato molto distante dall'opera originale, principalmente perché il teatro non ha i mezzi per un ghirigoro fantastico come lo sono Le Cosmicomiche.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

L'ultima espressione del cantore cieco di Porto Empedocle: Conversazione su Tiresia

 Andrea Camilleri non è solo Montalbano e non è solo Vigata.

L'autore siciliano del mio cuore, uomo di multiforme ingegno e scrittura, ha spaziato nella sua carriera tra innumerevoli generi, ha scritto oltre un centinaio di opere, oltre che sceneggiature televisive e per il teatro ha anche diretto.

Tra le sue opere per il teatro, piccolina e, quasi, recente (2018) c'è Conversazione su Tiresia (Sellerio, 64 pagine), che del personaggio mitologico vuole dare una panoramica a tutto tondo, dimostrandone, nella carrellata di apparizioni nella storia delle arti, l'immortalità (come vuole il mito).

«Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick. Oppure Tiresia sono, per dirla alla maniera di qualcun altro.

Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una delle sette. Non posso dirvi quale.

Qualcuno di voi di certo avrà visto il mio personaggio su questo stesso palco negli anni passati, ma si trattava di attori che mi interpretavano.

«Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi tutto quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio».


Partendo dalle varianti del mito che danno alternative versioni della sua storia, arrivando alle rappresentazioni fedeli o ispirate al personaggio che sono state realizzate in anni più recenti (Eliot, Pasolini, Levi...) Camilleri ci mostra come Tiresia nel corso degli anni si è adattato, trasformato, fino a trasfigurarsi del tutto (del resto quale personaggio meglio di lui - che visse, secondo il mito, parte della vita come uomo e parte come donna - potrebbe farlo?), ma è rimasto nel panorama dell'arte: è sopravvissuto e il mondo continua a chiacchierare (per lo più male) di lui.

Questo monologo dell'indovino cieco fu interpretato dallo stesso Camilleri (che era già cieco anche lui e che ci avrebbe lasciati poco più di un anno dopo) al Teatro Greco di Siracusa l'11 giugno 2018. Fu ripreso per essere trasmesso anche al cinema e in Rai pochi mesi dopo (e in replica il giorno della morte dell'autore), messa in onda a cui assistetti e alla cui regia partecipò Roberto Andò.

Il testo è una dissertazione tra il filosofico e l'umoristico ed è reso molto piacevole dalla scrittura di Camilleri: se siete appassionati di mitologia o di teatro, ve lo consiglio senza dubbio. Se amate l'autore empedoclino è imprescindibile.

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 12 aprile 2026

La migliore raccolta di ABEditore? Grimorio

 Se ABEditore si caratterizza da sempre per una scelta curata dei testi, incorniciati da un apparato di immagini che evocano alla perfezione atmosfere gotiche e impreziosiscono i loro volumi, con Grimorio (370 pagine) per me si sono superati: probabilmente è il volume che preferisco fra quelli che ho letto della collana Ombre e creature. Protagonista di questa raccolta, ovviamente, è la strega.


Dopo una prefazione molto interessante sulla figura della strega, citando anche il saggio Il mostruoso femminile di Sady Doyle, il libro si divide in sezioni tematiche che raccolgono più racconti, ciascuna termina con un estratto di un opera di Walter Scott, Demonologia e stregoneria, che racconta antichi casi giudiziari su donne accusate di stregoneria.

La prima sezione, Sabba e riti include due racconti: Una storia di satanismo di Mrs. Hugh Fraser, la confessione di una ragazza all'amica che ripercorre una storia che mi è piaciuta moltissimo, e La notte della congrega di Wlliam Harrison Ainsworth, che in realtà è un breve brano di un romanzo più lungo (The Lancashire Witches); in quest'ultimo la scena, osservata di nascosto da due ragazze, è evocata e mi ha lasciata abbastanza indifferente, in realtà, probabilmente proprio per il suo essere stata separata dal contesto.

La sezione termina con estratti dal testo di Scott di lettere che descrivono persecuzioni e interrogatori avvenuti tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento.

La seconda sezione si intitola Stregonerie e incantesimi, comprende quattro racconti e parte da un racconto ambientato in una località esotica. Magia nera di Jessie Middleton racconta di un particolare maleficio che si perpetra a mezzo di un oggetto nell'India di inizio Novecento.

Il frassino di Montague Rhodes James, storia di una maledizione che perseguita più generazioni della famiglia Fell, è, secondo me, uno dei racconti più moderni della raccolta, anche se scritto nel 1904, soprattutto per il finale, molto più cinematografico che evocativo, come sono di solito la maggior parte dei racconti ottocenteschi.

La pietra del diavolo di Beatrice Heron-Maxwell è un altro dei racconti che mi è piaciuto un po' meno e anche questo è incentrato su un oggetto maledetto.

Al contrario, Testadipiuma di Nathaniel Hawthorne è uno dei racconti più belli e particolari della raccolta: è originale, molto divertente (anche se con un finale quasi malinconico) e con un certo grado di approfondimento psicologico dell'insolito protagonista.

Nell'estratto di Scott alla fine di questa sezione si accennano alcuni metodi di estorsione delle confessioni da parte delle Inquisizioni: la pesa della donna accusata a paragone di una Bibbia (se più leggera del volume sarebbe stata ritenuta colpevole - supposizione che si basava sul fatto che una strega per volare a cavallo di una scopa debba presumibilmente essere leggera; per fortuna non poteva essere così); il galleggiamento in acqua, molto più sadico e a prognosi infausta, basato sul presupposto che le innocenti sarebbero affogate, mentre le colpevoli di stregoneria si sarebbero salvate (dal Maligno o dalla repulsione per l'acqua)...fino all'esecuzione della condanna; infine la recita delle preghiere: una strega non avrebbe potuto recitarle correttamente, ma neanche una straniera. In questa sezione fa la sua apparizione anche Benvenuto Cellini, che racconta cosa gli mostrò un negromante.

La sezione Le streghe esordisce con un racconto che restituisce tutto il potere del fascino della strega: La strega della palude di Mrs. Marriott-Watson. Nella prefazione della raccolta è proprio una frase di questo racconto che viene citata per raccontare come la magia della donna superi le possibilità dell'aspetto materiale e spieghi come le vittime cadano preda dei malefici.

«ℌ𝔬 𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔩𝔲𝔡𝔢 𝔫𝔢𝔩 𝔰𝔞𝔫𝔤𝔲𝔢» 𝔡𝔦𝔠𝔢 𝔞𝔫𝔠𝔬𝔯𝔞 𝔩𝔢𝔦, «𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔲𝔯𝔞 𝔢 𝔩𝔞 𝔰𝔲𝔞 𝔫𝔢𝔟𝔟𝔦𝔞. 𝔓𝔢𝔫𝔰𝔞𝔠𝔦 𝔟𝔢𝔫𝔢 𝔭𝔯𝔦𝔪𝔞 𝔡𝔦 𝔤𝔦𝔲𝔯𝔞𝔯𝔪𝔦 𝔞𝔪𝔬𝔯𝔢, 𝔭𝔢𝔯𝔠𝔥é 𝔦𝔬 𝔰𝔬𝔫𝔬 𝔩𝔞 𝔫𝔲𝔟𝔢 𝔦𝔫 𝔲𝔫𝔞 𝔫𝔬𝔱𝔱𝔢 𝔰𝔱𝔢𝔩𝔩𝔞𝔱𝔞.» 

[...]  𝔉𝔲 𝔞𝔩𝔩𝔬𝔯𝔞 𝔠𝔥𝔢 𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔷𝔷𝔦𝔞 𝔰'𝔦𝔪𝔭𝔞𝔡𝔯𝔬𝔫ì 𝔡𝔦 𝔪𝔢. «𝔇𝔬𝔫𝔫𝔞 𝔬 𝔰𝔱𝔯𝔢𝔤𝔞,» 𝔢𝔰𝔠𝔩𝔞𝔪𝔞𝔦, «𝔦𝔬 𝔳𝔢𝔯𝔯ò 𝔠𝔬𝔫 𝔱𝔢! ℭ𝔥𝔢 𝔦𝔪𝔭𝔬𝔯𝔱𝔞 𝔡𝔢𝔩 𝔡𝔬𝔩𝔬𝔯𝔢 𝔠𝔥𝔢 𝔣𝔲? 𝔓𝔯𝔬𝔰𝔠𝔦𝔲𝔤𝔞𝔪𝔦 𝔭𝔲𝔯𝔢 𝔠𝔬𝔪𝔢 𝔥𝔞𝔦 𝔣𝔞𝔱𝔱𝔬 𝔠𝔬𝔫 𝔮𝔲𝔢𝔩 𝔡𝔦𝔰𝔤𝔯𝔞𝔷𝔦𝔞𝔱𝔬, 𝔭𝔲𝔯𝔠𝔥é 𝔯𝔢𝔰𝔱𝔦 𝔞𝔩 𝔪𝔦𝔬 𝔣𝔦𝔞𝔫𝔠𝔬!»

Questo è il filo conduttore della raccolta e l'aspetto protagonista anche del brano L'altra sponda, forse il mio racconto preferito di tutta l'antologia, il più originale, probabilmente anche per via della particolare personalità dell'autore, Stanislaus Stenbock.

Meno memorabili, per me, i racconti Lo spettro della strega di un autore anonimo e Il gatto nero di Pedro Escamilla: il primo racconta la trasfigurazione di una strega, nel secondo l'ossessione del protagonista si concentra su un gatto.

Seguono due estratti da Demonologia e stregoneria, il primo brevissimo, e una lettera sui processi di Salem da Meraviglie del mondo invisibile di Cotton Mather.

L'ultima sezione si intitola Cacciatori di streghe, che comprende Il torturatore di streghe di Robert Anthony, dove il karma gioca un brutto scherzo al personaggio del giudice, Vendetta moresca di Vincente Blasco Ibanez, racconto che mi ha messo molta tristezza per il finale ineluttabile, e Una strega sul rogo di Mrs. Reynolds, racconto avventuroso e che conclude la raccolta con un po' di speranza.

Seguono due piccoli estratti (l'ultimo da Scott e un documento del 1600) e un appendice che comprende un resoconto sulle tecniche di tortura e la prima scena del IV atto del Macbeth di Shakespeare.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

giovedì 5 marzo 2026

Scrivere un personaggio senza mostrarlo (quasi) mai: la grandezza di Cuore di tenebra

Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che io ho letto su un'edizione ereditata (non saprei dire se da mio padre, da mio nonno o forse da mia nonna che era professoressa di lingue) BUR con testo originale a fronte (pagine totali 270) mi ha lasciata con la sensazione di essere divisa a metà.

Il romanzo parte molto lentamente, per introdurre il lettore (e gli amici che ascoltano il racconto di Marlow) al Congo, al suo mondo da scoprire, tenebroso, incerto e all'atmosfera, alla tensione del luogo. Il marinaio Marlow, narratore e forse persino alter ego dell'autore, sente la necessità di avventurarsi lungo il fiume Congo e quello che trova nella colonia sono giochi di potere e una leggenda.

Devo essere sincera, la prima parte, quasi i due terzi del libro, mi sono un po' annoiata. Avvertivo la stanchezza e mi domandavo cosa non riuscivo a cogliere, dove stava lo speciale di quest'opera. Poi, piano piano, ho cominciato a capire cosa rendeva grande questo romanzo, rendendolo un punto di riferimento della letteratura, arrivando a ispirare a Francis Ford Coppola Apocalypse Now.


Con grande maestria, Conrad inizia a introdurre il personaggio chiave del romanzo, la figura di Kurtz. Prima evocato, poi "chiacchierato" dagli altri personaggi, nella prima parte del romanzo; poi "atteso" durante il viaggio lungo il fiume, nella seconda parte, Kurtz assurge a entità misteriosa, ingigantito dalla fama che lo precede, dall'ombra che si allunga e anche dall'impazienza, dal desiderio di Marlow di conoscere l'uomo di cui tutti parlano e da cui si sente magneticamente attratto. Il lavoro, l'ingegno, la spregiudicatezza di Kurtz sono vagheggiati, sussurrati, ma lo incontreremo solo alla fine, arrivando a bramarne la visione e la parola (tanto noi, quanto Marlow). La scena in cui compare e i personaggi che ne accompagnano l'ingresso nel romanzo sono altrettanto pazzeschi.

Paradossalmente sono pochi i momenti e poche le parole che scambieranno i due personaggi principali. La conoscenza di Kurtz avviene principalmente di riflesso, attraverso gli altri personaggi e ciascuno ne restituirà solo una parte, nessuno essendo in grado di restituirne la complessità, di rifletterne la figura intera. Nessuno è capace di cogliere mai l'interezza di un altra anima e (pirandellianamente) noi non siamo noi; noi siamo ciò che gli altri percepiscono di noi.

L'immagine che di Kurtz hanno gli uomini che lo conoscono in Congo è infatti totalmente diversa dal Kurtz uomo con cui ci confronteremo alla fine del romanzo, tramite la conoscenza della sua fidanzata. C'è chi lo ammira, chi lo discute, chi lo critica, chi lo invidia, ma non è un solo Kurtz. Tutti parlano di lui, alcuni pensano di conoscerlo, pur avendo in mente una diversa versione di lui, pochi lo amano.

Il personaggio, folle, affascinante, complesso è l'ossessione di tutti gli altri e al tempo stesso è ossessionato, fino a consumarsi del tutto, da quel cuore tenebroso, da quell'anima nera che non è solo la terra. E neri diventano anche il cuore e la morale di tutti coloro che si affacciano sull'abisso sconosciuto che Conrad descrive in questo romanzo.

Nonostante questo, però, non posso dire che il libro mi sia davvero piaciuto. Ho avuto anche la sensazione di averlo letto nel momento sbagliato, senza riuscire ad accordarmi del tutto con il suo ritmo e con il suo modo di raccontare. Sono però rimasta colpita da come Conrad costruisce lentamente l'attesa, la tensione attorno a un personaggio che per gran parte della storia non vediamo, ma che di fatto alimenta la storia, anzi, la regge completamente sulle spalle (o per meglio dire) sulla propria ombra.

Giudizio: ne percepisco la grandezza, ma non posso dire che mi sia davvero piaciuto, non me lo sono goduto come romanzo, come storia. Kurtz, però, è un gigante.