domenica 25 gennaio 2026

Sette quadranti del mistero: confronto libro - serie tv

 Il giallo-romanzo di spionaggio I sette quadranti di Agatha Christie è tornato in auge con l'uscita della serie Netflix (e adesso lo stiamo leggendo tutti).

Mentre attendo di procurarmi una copia usata contenente Il segreto di Chimneys e I sette quadranti, ossia le due avventure della coppia composta da Lady Eileen "Bundle" Brent e dal Sovrintendente Battle, ho preso in biblioteca una copia Mondadori del secondo (204 pagine).

In questo post vorrei analizzare prima il romanzo e la serie tv, singolarmente, e poi evidenziare le differenze fra i due prodotti.


Il romanzo del 1929 inizia nella tenuta di Chimneys, affittata a Sir Osvald Coote (e dalla moglie, la triste e materna Lady Coote, che è un personaggio divertente in modo sottile, per citare lo stesso romanzo) da Lord Caterham, e frequentata da membri del Foreign Office. Alcuni di loro e dei loro amici hanno l'abitudine di presentarsi molto tardi la mattina a colazione, in particolare Gerry Wade, al quale gli amici decidono di fare uno scherzo. Otto sveglie vengono acquistate e disposte nella camera del ragazzo per costringerlo ad alzarsi presto, ma la fatidica mattina dello scherzo Wade non scende e, mandato il maggiordomo a indagare, è trovato morto e nella stanza ci sono solo sette sveglie.

Quando i Caterham tornano a Chimneys, Bundle scopre che il giovane scomparso è morto nel suo letto e, grazie a un paio di casualità (il rinvenimento di una lettera e il quasi investimento di un altro dei membri del Foreign Office), si ritrova a indagare (sorvegliata da un preoccupato Battle) su non una, ma ben due misteriosi morti e una società segreta che sembra implicata in entrambe, insieme alla sorella e a un amico di Gerry Wade.

Bundle è una ragazza incredibilmente intraprendente per l'epoca: compie in un certo frangente un'azione che ho ammirato, non solo per l'audacia in sé, ma anche per l'inventiva di Agatha Christie, che la immagina. Bundle pianifica, insieme o separatamente dai suoi due compari, le mosse, si butta nell'azione; tuttavia sul finale, la risoluzione avviene un po' sullo sfondo. Sono comunque personaggi comprimari a risolvere il mistero, ma Bundle (come un po' il lettore) corre dietro a ciò che le apparenze sembrano suggerire.

In realtà, come scopre Bundle e come avevo pensato quando mi sono imbattuta in una particolare scena, alcune parole pronunciate vanno interpretate e, se ci si pone la domanda sul corretto modo di farlo, ecco che si delinea fin da subito l'evidente responsabile.

A parte il finale, fuori campo, che mi ha leggermente contrariata, è stata una lettura gradevolissima, per la quale ho provato quel delizioso contrasto che ama il lettore "voglio continuare a leggerlo per vedere come finisce" e "rallentiamo perché vorrei che mi durasse di più la lettura". La Christie è magistrale nel condurre il lettore dove preferisce e nell'alternare intrigo, umorismo e un pizzico di romanticismo (ce lo mette sempre, perché l'amore è uno degli ingredienti primari della vita).

Giudizio sul romanzo: ⭐⭐⭐ 1/2

Passando alla serie, le mie prime impressioni erano state:

  1. che estetica deliziosa;
  2. l'attrice di Bundle (Mia McKenna-Bruce) ha tre espressioni in croce;
  3. ci sono troppi intrecci di personaggi, troppe coincidenze.
La serie, in realtà, è stata piacevole, esteticamente curata e ha ricevuto un adattamento che ha stravolto poco la storia (almeno fino al terzo episodio). Il cast, in realtà, è stato azzeccato, le interpretazioni buone (anche se non sono entusiasta della protagonista), le scenografie eleganti, la luce calda. Ci sono un paio di discorsi retorici sulla guerra che dovrebbero approfondire i personaggi che li pronunciano, ma in realtà nessuno dei personaggi, in questo senso, è particolarmente ben scritto. Nel complesso è un prodotto che ho trovato gradevole, ma meno del libro, che ha più aria per sviluppare storia e, soprattutto, personaggi.

Venendo alle differenze fra serie e romanzo, la prima cosa che salta all'occhio è che ci sono molti più legami fra i personaggi. Bundle e sua madre (Helena Bonham-Carter, che sostituisce il personaggio di Lord Caterham) risiedono a Chimneys durante l'affitto dei coniugi Coote e conoscono i ragazzi del Foreign Office che saranno implicati nella vicenda. Di più, Bundle ha con loro rapporti di amicizia o persino oltre, mentre nel libro conosceva solo Bill Eversleigh. Non solo: la prima scena della serie ci mostra un elemento che, ripreso successivamente, mostra un coinvolgimento familiare in certi misteri.
Questo risulta stonare un po': Bundle è legata da troppi fili rossi ai misteri che si stanno per mettere in scena, soprattutto quando le capita di percorrere una qualunque strada e di fermarsi appena prima di investire la seconda vittima. Era già forzato che le succedesse nel romanzo, una coincidenza troppo grossa, amplificata tuttavia, almeno secondo me, dal fatto che non si trattasse di uno sconosciuto.

Gli altri adattamenti operati dalla serie, secondo me, sono abbastanza trascurabili, direi comprensibili. Qualche personaggio è tagliato e, di conseguenza, le loro azioni sono svolte da altri, ma lo stavo trovando un prodotto tutto sommato fedele all'originale, fino al finale. Nel terzo episodio a mutare sono sia la scena, sia un sostanzioso colpo di scena che non mi aspettavo (anche perché nessun indizio era stato disseminato in tal senso, è proprio un'aggiunta messa allo scopo di usare il personaggio in quel modo nuovo e di rottura): audace, d'effetto, ma abbastanza superfluo secondo me.

Per quanto riguarda il cambio di scena, da un lato mi spiace perché l'ambientazione originale chiudeva un po' il cerchio (e siccome la vicenda, comunque, va conclusa lì, nella serie devono aggiungere un escamotage); dall'altra quella nuova si presta meglio all'azione, che vede più protagonista Bundle (forse troppo, finanche in modo inverosimile) e risolve il difettuccio che rendeva debole il finale di carta.
Sceneggiatori, la dovete finire di far sembrare che una donna sappia fare tutto, anche quando non lo ha mai fatto, ci fate sembrare delle insopportabili sottutto, indipendenti anche quando non è necessario, è poco verosimile o più vantaggioso e intelligente fare altrimenti.

Bundle fa un'altra cosa che non mi piace: ignora il contributo che possono apportare gli altri; un po' lo fa anche nel libro, si svicola perché preferisce agire di testa propria e non glielo lascerebbero fare, ma non quando ha i personaggi sotto mano. In quel caso si affida, gioca in squadra, si fida di Battle (del resto ha già lavorato con lui, qui interpretato da Martin Freeman). Qua invece inquisisce il povero ispettore, rifiuta aiuto quando farebbe comodo e in altri momenti è indisponente con altri personaggi. La colpa è della moderna scrittura dei personaggi femminili, problema ormai che ci affligge da qualche tempo. Per il resto la scrittura è meno didascalica rispetto ad altri prodotti Netflix e non solo visti di recente e questo è apprezzabile, ma non è curata nel dare corpo ai legami fra personaggi o a sfaccettarli. Per esempio, i Coote sono caratterizzati sono in modo negativo, mentre il romanzo sapeva giocare ironicamente su di loro; oppure il personaggio di Pongo è presente, ma non si sa davvero perché sia lì.

Complessivamente, la serie offre un intrattenimento non sgradito, ma avendola vista in contemporanea alla lettura del libro o subito dopo di essa, non mi aggiunge niente di più, anzi forse mi toglie un po' di divertimento.

Giudizio sulla serie tv: ⭐⭐⭐ -

giovedì 15 gennaio 2026

Fred Vargas è tornata...col botto: recensione di Sulla pietra

 A sei anni di distanza dall'ultimo romanzo, Il morso della reclusa, Fred Vargas torna (in realtà nel 2023, sono io che arrivo tardi) col suo commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

In Italia Sulla pietra (Einaudi, 472 pagine) è uscito nel 2024, ma io ho atteso l'autunno del 2025 per leggerlo. Perché?

Perché i precedenti due libri con protagonista Adamsberg (Il morso della reclusa e Tempi Glaciali) non mi avevano fatto impazzire: l'atmosfera e i personaggi mi sembrava avessero meno mordente e le storie erano forse poco convincenti nella risoluzione. Ho quindi tentennato un po' prima di iniziare l'ultimo lavoro dell'autrice francese, ma sono stata felicissima di scoprire che era tornata con un prodotto godibile e interessante nella trama.


Sulla pietra mi ha tenuta avvinta per tutta la lettura: la storia è stuzzicante e il ritmo molto alto, comprendendo molta azione, oltre alla parte più riflessiva che caratterizza il commissario del XIIIº arrondissement di Parigi.

Riguardo ai personaggi, in questo capitolo spicca (come sempre, va detto - è una delle mie preferite -) Violette Retancourt, che accompagna in trasferta Adamsberg, Vyrenc, Mercadet e Noël in un paesino della Normandia, quando un caso, originariamente non di competenza del nostro, viene poi assegnato alla squadra del XIIIº arrondissement. Una delle caratteristiche di Vargas è proprio la cura con cui tratteggia i personaggi, dai principali ai secondari.

A Louviec sta capitando qualcosa di strano: risuonano nella notte i passi di un'ombra ferale. Si dice che sia il fantasma dello Zoppo, che batte il suo bastone sulla pietra, annunciando la morte prossima di qualcuno. Quando tocca, effettivamente, al gigantesco guardiacaccia di Louviec e alcuni indizi sembrano condurre al nipote del poeta Chateaubriand, il commissario del paese, Frank Matthieu, ammaliato dalla recente conoscenza di Jean-Baptiste Adamsberg per un altro caso, si convince che il solo a poter vedere oltre le apparenze e imboccare la strada giusta sia proprio lo Spalatore di nuvole, nomignolo conquistato per la dedizione del commissario all'introspezione.

Osservatore attento non solo dei luoghi del delitto o dell'aspetto dei sospettati, ma anche dei loro caratteri e comportamenti, Adamsberg sembra sempre distratto da un pensiero apparentemente fuori luogo; potrebbero sembrare intuizioni le sue (che normalmente nei gialli mi infastidiscono), ma in realtà si tratta di un costante rimuginare del protagonista su certi dettagli, tutti forniti al lettore, fino a rimettere a posto il quadro d'insieme e a trovare la soluzione.

Adamsberg è lento e indolente, ma quando occorre è deciso e prevede meglio di ogni altro collega eventi e controreazioni da adottare. Il commissario divide il resto del mondo: c'è chi lo sottovaluta, non comprendendo o condividendo i suoi metodi (anche fra i più stretti collaboratori, alcuni dei quali controbilanciano proprio le sue mancanze) e chi ha fede assoluta nelle sue capacità, nella sua mente elusiva, alternativa, rimanendo affascinato dalla sua persona, ma soprattutto dai suoi modi, distaccati per alcuni aspetti ed empatici al tempo.

- Non posso restare nascosto, Matthieu. Devo stravagare. Devo andare sul mio dolmen.

- Devi?

- Proprio così. Sono le bolle, le idee vaghe. Stanno risalendo dal fondo melmoso. Si muovono, si incrociano, si scontrano. Non posso permettermi di trascurarle troppo a lungo, altrimenti torneranno a rintanarsi in fondo al lago.

Anche in questo caso il nostro segue vie alternative, piste eccentriche, psicologiche; rispetto ad altri casi che ho letto della serie, secondo me, è più facile arrivare alla soluzione anche come lettrice (o forse sono migliorata come lettrice di gialli). La storia mi ha davvero avvinta e mi ha fatto tornare a provare quella sensazione di benessere fra le pagine di un libro che fa dire "non vedo l'ora di rimettermi a leggere".

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 5 gennaio 2026

Primo approccio disastroso anche con Philip Dick

Sul viso da prugna secca di lei apparve la preoccupazione. Da prugna secca...Jason si corresse mentalmente. Non era giusto. Il suo viso avvizzito, decise. Si avvicinava di più alla realtà.

Quanto si possono odiare le donne per parlarne così?

Premettendo che non sono appassionata di fantascienza e nemmeno fan di Blade Runner (anche se ho visto pure il sequel, 2049), il romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick non mi ha solo lasciata indifferente, l'ho proprio detestato e per due ottime ragioni.

Il primo motivo, facile immaginarlo dalla mia introduzione, è il maschilismo, decisamente pesante. Il secondo motivo, direttamente connesso al precedente, è che, a parte quello, nel romanzo non c'è nient'altro.

Ma di che parla questo libro?


All'inizio del racconto, ambientato in una realtà distopica in cui vige uno stato di polizia, Jason Taverner è un tracotante bellimbusto convinto di essere bello e bravo solo lui, famoso musicista con uno show in tv e per di più geneticamente superiore in quanto "Sei", e che si arroga la possibilità di avere tutte le amanti che desidera senza che ci siano conseguenze.

Quando una conseguenza, tuttavia, c'è, succede qualcosa. Jason si risveglia a un certo punto senza documenti (enorme problema in questa specifica realtà) e scopre che non esiste per tutto il resto del mondo.

Relativamente alla trama, al (mancato) rapporto fra questo primo fatto e i successivi e al finale che, a mio modesto modo di vedere, non spiega in modo convincente cosa sia successo, resto perplessa, ma devo ricordarmi che non è un giallo, bensì fantascienza (e forse non mi basta lo stesso). Tuttavia, arrivata in fondo al libro, non era tanto il finale il problema, quanto quello che non c'era stato prima.

Nel romanzo di Dick succede poco o nulla, c'è una stasi completa, che mi ha parecchio irritata, annoiata, financo esasperata. Sintetizzando brutalmente, si intervallano le conversazioni del protagonista con donne da cui è attratto, cinque o sei donne diverse, con quelle con i poliziotti che stanno investigando su di lui (puntualmente, dopo ogni incontro con una donna, poi viene ripescato e riascoltato nuovamente da membri diversi o anche dallo stesso generale della Polizia). Jason passa da un colloquio all'altro, trasportato solo da poliziotti o da donne, ma non dalla sua volontà: lui non fa proprio niente. Certo, è impossibilitato a compiere grandi spostamenti perché è rintracciabile e, senza documenti, ha poche possibilità di sparire, ma non agisce da ribelle o da partigiano, non ha un piano, vive alla giornata, non agisce proprio. 


Non solo, non avviene nessun cambiamento nemmeno all'interno del protagonista: è borioso all'inizio della storia e pensa di poter trattare il genere femminile come carte di carne collezionabili e lo è anche nell'epilogo del racconto. La perdita dello status quo non comporta nessun mutamento in lui, tranne la temporanea scomodità di essere un ricercato.

Ma veniamo al punto che mi ha totalmente disgustata: lo squallore dei rapporti uomo-donna in questo romanzo (già, perché il problema non è limitato nemmeno al protagonista; persino l'incesto qui non ha nessun'altra motivazione se non quella del desiderio).

Ogni singolo personaggio femminile che compare è descritto solo in termini estetici: se è bella, come è fisicamente, che attenzione dà al suo aspetto, che effetto produce negli uomini e quanto è desiderabile. La funzione è solo quella del desiderio carnale (sei donne!! e per ciascuna il protagonista sente attrazione!!).

Inoltre sono tutte connotate in modo negativo in un certo senso: ninfomani, sporche, isteriche, brutte, preda dei loro istinti, squilibrate, squallide...al contrario, gli uomini possono essere cattivi, avversari, ma sono razionali e fanno il loro lavoro.

Potrebbe salvarsi l'ambientazione, ma di solito è esattamente quella che non mi piace nel genere fantascienza, quindi salto a piè pari l'argomento.

Conclusione: ho odiato pochi romanzi come questo ⭐

domenica 21 dicembre 2025

La conclusione della storia della famiglia Florio che mi mette un po' di tristezza

 L’inverno dei Leoni di Stefania Auci (Nord, 416 pp.) chiude la saga della famiglia Florio, iniziata con I leoni di Sicilia, il romanzo che probabilmente è il mio preferito del 2025. 


Pubblicato nel 2021, a due anni di distanza dal primo capitolo, L’inverno dei Leoni prosegue il racconto di altre due generazioni della famiglia. Morto Vincenzo, che aveva portato gli affari a un altro livello, sembra impossibile credere che si possa salire ancora più in alto, avere maggiore influenza, espandere volume e ambiti di affari ed elevare il nome dei Florio a una garanzia per tutto il paese. Ignazio senior, un uomo morigerato, elegante e pronto a sacrificare i sentimenti per la grandezza della famiglia, riesce nell'impresa. Quello che lascia ai giovani figli alla sua prematura morte è un impero che sembra non possa conoscere declino, un patrimonio inesauribile.

Tuttavia, il mondo cambia, gli equilibri politici ed economici sono più difficili con il Regno d'Italia, sempre meno interessato ad essere protagonista sui trasporti marittimi nel Mediterraneo e soprattutto ad avere un occhio di riguardo per una famiglia non solo di Palermo, ma anche sempre meno autorevole negli affari e nel nome. Ignazio Junior e Vincenzo non hanno la stessa abnegazione del padre e del nonno e forse non si affidano alle persone giuste che potrebbero guidarli. Una serie di scandali, di scelte sbagliate e di tempi sfortunati, come le guerre mondiali, non incontrano una risposta autorevole della famiglia e la fortuna che sembrava dover splendere imperitura, si affievolisce e si estingue.

I personaggi che animano queste pagine sono assolutamente indimenticabili, a partire dalla figura triste e contrastata di Ignazio Senior e da quella emaciata e infelice di Giovanna. 

Come nel precedente romanzo, sono i sentimenti, oltre alla storia della famiglia, a essere protagonisti. Questi la fanno da padrone soprattutto nella seconda generazione raccontata da questo libro, quella dei figli di Ignazio Senior, ma più che i due discendenti è la luminosa ed elegante Franca a prendersi le luci della ribalta: moglie tradita innumerevoli volte da Ignazio Junior e punto di riferimento della vita mondana palermitana; fragile e allo stesso momento capace di nascondere dietro a un filo di perle e a un abito le insicurezze e le sofferenze; così magnetica da calamitare ovazioni, plauso, le attenzioni di artisti come D'Annunzio e Boldini e al contempo la compassione per la sua situazione familiare. E poi c'è Palermo, sullo sfondo, ma non troppo, raccontata tra bellezza e criticità.

Il romanzo resta fluente, non banale, avvincente, ma qualcosa, nella scrittura o nelle storie raccontate, per me ha funzionato appena un goccio meno rispetto a I leoni di Sicilia, probabilmente per il tono più amaro e più triste questo secondo capitolo: non solo le tensioni familiari (amori non corrisposti o traditi), non solo la fine della grandezza di una dinastia, ma anche una serie dolorosa di perdite. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 17 dicembre 2025

Miss Winter in biblioteca con il coltello ha degli elementi costruiti maldestramente

 Stavolta ho un fortissimo sospetto...

Ora vi do tutti i fatti e poi me lo dite voi che cosa sto pensando.

Un villaggio esclusivo dove trascorrere le vacanze, diretto da una fondazione che però non ha un'aria così cristallina e che organizza un Natale con delitto, proprio sulle nevi, per la precisione in mezzo alla peggiore tempesta di neve della storia del Nord dell'Inghilterra. Ovvio, è dove rimarranno intrappolate le sei persone che lavorano per la Fondazione Midwinter e i sei giocatori che per vincere un succoso premio devono risolvere il mistery game di Natale, chiamato Miss Winter in biblioteca con il coltello. Il romanzo (352 pp.) di Martin Edwards pubblicato in Italia da Newton Compton dovrebbe intessere un intrigo degno di Dieci Piccoli Indiani.


Chi sono le persone che si ritrovano a Midwinter? Sei ex lavoratori del mondo dell'editoria crime (un giallista fallito, chi faceva l'editor, chi aveva una casa editrice, chi un podcast, una ex opinionista e una ragazza del mondo della pubblicità), sei vite fallite, persone che hanno bisogno di soldi o meglio ancora una seconda possibilità, ma in cosa? Nella Fondazione? Tra quei tre membri della direzione così misteriosi e le tre persone che lavorano per loro?

Il premio potrà anche essere goloso, ma quando iniziano gli incidenti fatali, non si tratta più di risolvere piccoli enigmi o di scoprire il colpevole nel gioco, ma di trovare quello che sta agendo a Midwinter.

La struttura del libro a tre/quattro livelli di enigma è abbastanza interessante: c'è ovviamente la parte centrale del giallo, ma ci sono anche un cold case, collegato al mistero principale, dei giochi a enigma (con i quali io non sono granché brava) e, naturalmente, il gioco ideato dalla fondazione. La scrittura invece è atroce, incredibilmente ridondante e didascalica, tanto da affaticare la lettura e da farmi riflettere.

Cosa non mi torna:

  • l'eccesso di ripetitività (le stesse informazioni sono ribadite, quasi a costituire un riempitivo, non solo lungo tutto il romanzo, ma anche nella stessa pagina - davvero non se ne sono accorti né l'autore, né l'editor?);
  • la struttura dei fatti legati ai primi due omicidi è incredibilmente schematica e ripetuta identica: una persona sparisce dopo cena, la si cerca, la si trova e si commenta l'evento, prima tra i membri della Fondazione, poi i membri comunicano a colazione cosa è successo nella notte e i restanti ospiti ne discutono poi tra sé (sembra proprio un copione stabilito, con solo le parole da metterci per riempire gli spazi vuoti). Almeno nelle ultime pagine gli eventi prendono una piega diversa, sia pure molto frettolosa;
  • qualche indizio c'è, ma è inserito in modo troppo evidente (a parte il protagonista, ma forse pure più di lui, il passato di una sola delle persone a Midwinter è raccontato con una certa dovizia di particolari);
  • per essere un autore di polizieschi, che si occupa anche di scrivere critica al riguardo, sono un bel po' di errori e io mi chiedo come mai;
  • mi ha fatto molto ridere il Trova-indizi finale (che vorrebbe replicare quello di alcuni gialli del periodo d'Oro): alcuni ok, sono quelli plateali, ma gli altri dovrebbero essere indizi? Sono meno che suggestioni.
Giudizio: Penso che questo sia uno dei romanzi più brutti (ma soprattutto scritti male) che ho letto negli ultimi tempi e se riflettiamo insieme sul perché, secondo me ci viene in mente. ⭐

lunedì 15 dicembre 2025

La mia maratona autunnale 7 libri in 7 giorni

 Un paio di settimane fa ho avuto la brillante idea di provare una maratona di sette libri in sette giorni in solitaria. Naturalmente non sono riuscita a leggerne sette, ma posso accontentarmi di averne terminati quattro e di potervene raccontare.


  • Partiamo dalla lettura che mi ha richiesto meno tempo (giusto un paio d'ore di lettura): Che cosa sa Minosse (Giunti, 192 pagine), scritto a quattro mani da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli.

La trama mi aveva attratto notevolmente, tanto da ricercarmelo fra i libri usati molto spesso, a metà fra un giallo e una storia di spettri: due coniugi cittadini, Maurizio e Marta, si ritrovano ammaliati, durante una visita in Appennino a cercare del buon cibo, da una vecchia dimora, un tempo anche mulino. Decidono di acquistarla e ristrutturarla, ma è a quel punto che cominciano i guai. Appena trasferitisi, la casa prende a restituire rumori molesti notturni, che fanno proprio temere una presenza spettrale. Iniziano le indagini di Maurizio tra gli abitanti del paese per scoprire quali storie aleggiano sulla proprietà, ma l'unica cosa certa che sembra emergere è che in quel piccolo centro sperduto l'arrivo dei due forestieri, lo scrittore e sua moglie, non è passato inosservato.

Il racconto è molto semplice, lineare, non particolarmente originale, ma il problema sono forse il linguaggio, talmente semplice, e lo stile, così povero, che sembra piuttosto una storia per ragazzi che non un romanzo adulto. Se devo proprio essere onesta nel parere: non capisco perché ci fosse bisogno di questo racconto. ⭐

  • Cambiando del tutto passo e stile, si arriva a uno dei giganti della letteratura (non solo russa): Fëdor Dostoevskij. Le notti bianche (che nella mia edizione Einaudi includeva anche La cronaca di Pietroburgo) è l'incontro tra due anime che hanno bisogno di un contatto umano.

Un ragazzo, che si autodefinisce un sognatore, sta vagando per le strade di una Pietroburgo deserta, con tutti gli abitanti in villeggiatura, nel cuore della notte quando incontra una ragazza che piange, Nasten'ka. Ha l'occasione di avvicinarla e parlarle e i due si iniziano a raccontare l'un l'altra. Entrambi sono soli e non felici della propria esistenza, della propria condizione, della propria solitudine: è forse la prima volta, almeno da un po', che hanno l'occasione di scambiare con qualcuno delle vere confidenze e di trovare ascolto, comprensione, calore umano. Lui ha speso tutta la vita perso in fantasie e comincia a pentirsene, quasi a vergognarsene; lei è orfana e vive con la nonna cieca, che per vigilarla la tiene legata a sé con uno spillo, senza però averle impedito di innamorarsi del loro pensionante.

I due protagonisti trovano l'una nell'altro umanità e vicinanza: si riconoscono come due anime fragili, non comprese dagli altri, sofferenti e finalmente si sentono accettati e accuditi. Il sentimento è qualcosa di più forte dell'amicizia, ma gli incontri fugaci di questi personaggi hanno una dimensione più alta e distinta dalla vita quotidiana in cui sono immersi: forse è un incontro così unico e diverso da ogni altro, proprio perché notturno, ai limiti dell'onirico, della realtà, ma impossibile da concretizzarsi nella vita solare delle piccole cose.

In realtà a me non è piaciuto moltissimo, l'ho trovato troppo elementare nel racconto dei sentimenti dei personaggi, quasi generico, astratto e non sono riuscita a immedesimarmi in nessuno di loro due, né nel sognatore, né nella ragazza naïve. Credo che con Dostoevskij farò un altro tentativo prossimamente, ma con I fratelli Karamazov. ⭐⭐ 1/2

  • Il piccolo gioiellino sfornato da ABEditore l'estate passata per la collana Piccoli Mondi è un dittico dell'autore Frederick Ignatius Cowles, L'orrore di Abbot's Grange • Il vampiro di Kaldenstein. D due racconti di vampiri (100 pagine appena).

Il primo racconto (1936) mi è piaciuto più del secondo (1938), ma ho trovato coinvolgenti, ritmati e abbastanza inquietanti entrambi: l'atmosfera di ineluttabilità (a lieto fine) si sente in entrambi e (per motivi diversi) mi hanno ricordato alcuni elementi di Dracula (1897).

L'orrore di Abbot's Grange è quello che si sprigiona dalla cappella annessa alla grangia, acquistata da una coppia a cui l'agente immobiliare raccomanda di non aprire la porta della cappella tra il tramonto e l'alba. Quando la coppia dà una festa per inaugurare la casa, sappiamo già che la porta verrà aperta nel momento sbagliato, vero?

In questo racconto, l'elemento che mi ha richiamato il romanzo di Bram Stoker è la presenza della figura dell'uomo anziano saggio che combatte l'entità malvagia: non un professore, come Van Helsing, in questo caso, ma un monaco, Padre Vincent.

Ne Il vampiro di Kaldenstein, invece, la storia sembra proprio l'inizio dell'avventura di Jonathan Harker in Dracula, con l'arrivo al villaggio sperduto del viaggiatore (che stavolta si è solo perso e non imbarcato in un lavoro pericolosissimo). Anche in questa versione il locandiere e altre persone del luogo provano a dare consigli al nostro sprovveduto (mi raccomando tieni chiusa la finestra di notte, mi raccomando al castello del conte non ci andare), che naturalmente non seguirà, finendo puntualmente per ritrovarsi nei guai.

Anche questa lettura è rapidissima, ma decisamente più affascinante di Che cosa sa Minosse, e le atmosfere sono, per me, ottime. ⭐⭐⭐⭐

  • Infine, l'ultimo romanzo di cui parlo è quello di cui sono rimasta più entusiasta: un piccolo capolavoro in miniatura di letteratura per ragazzi (età consigliata dai 9 anni) che davvero non mi aspettavo.

Cronache della Foresta - Le memorie perdute di Mickaël brun-Arnaud è stato un dolcissimo dono, che leggo a distanza di un anno e mezzo, ma non lo è stato solo materialmente, lo è stato anche per l'anima.

Si tratta del primo capitolo di una saga, Cronache della Foresta, di Mickaël brun-Arnaud, l'autore francese che dal 2022 ha pubblicato un romanzo all'anno di questi piccoli gioielli, illustrati in modo meraviglioso da Sanoe. Tre dei romanzi sono già stati pubblicati in Italia da Terre di Mezzo (e intendo assolutamente prenderli tutti) e tutti e quattro sono stati inclusi tra le opere consigliate per il programma di istruzione secondaria in Francia.

La protagonista della saga è la volpe libraia, Archibald, abitudinaria e gentile, che ama il suo lavoro, ereditato dal padre e dal nonno. Non ha mai lasciato la sua comfort zone, finché non va a trovarlo Ferdinand Taupe. L'anziana talpa non ricorda alcune parti del suo passato e Archibald la accompagna in un viaggio alla ricerca di cosa non ritrova più, ricostruendo i ricordi passando per il sapore e la consistenza di una fetta di torta o per l'armonia di una canzone.

"Che succede amico mio? Non ti piace?" domandò Archibald.
"Sì, sì...È solo che...ha il sapore di…"
"Quale sapore mio caro?"
"Il sapore del ricordo."

Non mi aspettavo che questo romanzo per ragazzi potesse essere tanto delicato e al tempo stesso trattare dei temi così grandi: trattare "la malattia Cancella-ricordi" (come viene dolcemente edulcorata per il pubblico a cui è rivolta), senza prendere la via del patetico, ma al tempo stesso commovendo, è un'ambizione non da poco, ma questo romanzo ci riesce. Questo piccolo (240 p.) testo spiega a un giovane pubblico come evolve e come stare accanto a qualcuno nella stessa condizione di Ferdinand.

È stata davvero un scoperta speciale ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 9 dicembre 2025

Una buona lettura quando si desiderano gialli ambientati nella Londra di Jack Lo Squartatore: Le avventure di Dorcas Dane

 Nell'epoca in cui il genere giallo iniziò a prendere piede e, particolarmente, negli stessi anni in cui Londra si ritrovava, a Whitechapel, il più celebre killer di tutti i tempi e, su carta, l'ineguagliabile segugio, Sherlock Holmes, anche le detective donna cominciavano a popolare le pagine dei romanzi.

È in questa Londra che George Robert Sims (1847-1922) fa debuttare la sua Dorcas Dane nel 1897.


Dorcas è un personaggio particolare, al tempo stesso pienamente femminile, moglie e figlia premurosa, eppure furba, indipendente come un uomo (che nel 1897 non è proprio scontato) e anche con ampia influenza sulla polizia (e i poliziotti uomo) di Scotland Yard, tanto che basta il suo nome, la sua fama per far intervenire gli agenti, laddove la situazione lo richieda. In anni in cui il pubblico piange l'assenza di personaggi femminili efficaci, che siano forti senza dover avere tratti maschili (anche se vorrei capire perché infastidisca tanto) o sapere fare tutto (questo è irrealistico e odioso), Dorcas è la donna che il lettore vorrebbe incontrare, perfettamente in equilibrio e a suo agio nel ruolo di compagna affettuosa per il marito malato e di segugio impareggiabile. Anche se è stata accostata a Holmes, non gli somiglia granché, ma il sapore dei racconti che ho letto nella raccolta Le avventure di Dorcas Dane (256 pp), che il Palindromo ha voluto proporre per la prima volta in Italia, è quello delle storie di Conan Doyle più per l'ambientazione, il periodo storico e il genere, che per una vera somiglianza nel tratto e nei modi con Sherlock Holmes. Tuttavia alcuni elementi, nello spirito di osservazione e deduzione della nostra eroina, hanno delle somiglianze con quelli del suo più noto collega.

Dopo un'interessante introduzione sul personaggio, ci sono cinque racconti: Il concilio dei quattro, L'uomo dallo sguardo strano, La lucertola di diamanti, Il misterioso milionario e L'omicidio di Harvestock Hill. In tutte queste avventure, da aiutante, narratore e ammiratore (alla Watsnon) c'è Mr. Saxton, che aveva conosciuto Dorcas quando faceva l'attrice e che la ritrova ormai detective, dopo aver affiancato per qualche tempo il sovrintendente di polizia in pensione, Mr. Johnson, da cui apprende il mestiere e con cui ha la possibilità di farsi conoscere per le sue doti.

In realtà, la prima avventura della detective, Il concilio dei quattro, non è particolarmente brillante, ma la seconda, L'uomo dallo sguardo strano, si fa già più piccante e interessante e, quando ho letto settimane dopo L'enigma della camera gialla, ho ritrovato degli elementi (un padre allarmato per una figlia che nasconde segreti) che mi hanno proprio ricordato questo racconto.

Anche La lucertola di diamanti, una storia su una misteriosa sparizione di un gioiello, non ha conquistato il mio interesse, ma Il misterioso milionario è un racconto molto più gustoso e introduce elementi di suspense e di avventura; questo, sì, è il più sherlockiano dei racconti. L'omicidio di Harvestock Hill, infine, ha una risoluzione talmente originale e particolare, che merita essere letto anche solo per quello.

Giudizio: non memorabilissimi, ma molto piacevoli alla lettura ⭐⭐⭐ 

sabato 22 novembre 2025

Un romanzo che accompagna dal lutto alla rinascita: Quel che affidiamo al vento

 Un paio di compleanni fa delle amiche mi regalarono un libro.

O meglio, mi dissero che me lo avevano regalato e poi si dimenticarono per mesi di portarmelo. Morendo di curiosità chiesi almeno un indizio. 

"Datemi una parola del titolo!" 

"Quel..."

Mi fissai che la parola facesse parte di Quel che affidiamo al vento (Pickquick, 248 pagine) di Laura Imai Messina. In realtà mi regalarono uno dei romanzi che ho più amato negli ultimi anni e di questo le ringrazio, ma ormai mi ero fissata col titolo che avevo immaginato e di quell'autrice avevo sentito parlare benissimo da una cara collega, pertanto decisi di recuperarlo alla prima occasione disponibile (degli sconti di quella casa editrice) e quest'estate finalmente l'ho letto.


Non sapevo molto dello tsunami del 2011 in Giappone, nella regione del Tohoku, tranne la portata della tragedia, quasi 20.000 morti e oltre 50.000 sfollati. L'11 marzo 2011 un terremoto pazzesco, della durata di sei minuti e di magnitudo 9 con epicentro nell'Oceano Pacifico, provocò uno tsunami che investì le coste orientali del Giappone e una delle conseguenze fu l'incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi, al grado massimo della gravità degli eventi nucleari (come Chernobyl).

Intorno a questo evento si innescano gli eventi del romanzo della Imai Messina.

La protagonista è Yui, che ha perso molto quell'11 marzo. O forse, in realtà, la protagonista è la cabina del telefono di Bell Gardia, giardino di pace che che si trova a Kujira-yama a dieci ore d'auto da Tokyo. Il telefono del vento è stato installato da un uomo che si prende cura del giardino e da ogni luogo è raggiunto da tutti coloro che hanno bisogno di un filo diretto con una persona con cui non si può più parlare. Chi ha perso qualcuno, come Yui o come Takeshi o Hana o come altri personaggi che in questo romanzo si incontrano a Bell Gardia, ha bisogno di trovare un modo per mantenere un legame, ognuno a proprio modo e questa storia ce ne propone uno

La storia, divisa in tanti piccolissimi capitoli, si legge bene e rapidamente. Sarebbe un filo stucchevole per i miei gusti, ma in realtà non affronta in modo del tutto banale certi temi, che sono anche spinosi, scomodi: il lutto e la maternità. Entrambi hanno varie forme di presentarsi, di essere, di essere vissuti e questa storia si muove per offrire un ponte tra le due e una rinascita per i protagonisti e (perché no?) per i lettori. Già, temi delicati e per me persino trigger. Il lutto è così personale, ma la maternità, specialmente perduta o mancata, lo è ancora di più.

Imai Messina è delicata e ha una penna piacevole e non scontata. Credo che in futuro potrei approcciare altre opere di questa scrittrice.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Il mio primo (problematico) approccio a Murakami

 Per esperienza, approcciare un autore dai racconti può essere insidioso, specie se la raccolta è molto ricca, ma non altrettanto variegata.

L’elefante scomparso e altri racconti di Haruki Murakami (Einaudi, 310 pagine) raccoglie diciotto storie scritte tra gli anni Ottanta e i primi Novanta. Quasi tutti i racconti hanno una vena fantastica o surreale e sono tutti scritti in prima persona (sedici con un narratore uomo e due con una narratrice).


La narrazione in prima persona non incontra particolarmente i miei gusti, ma i racconti con protagonisti uomini hanno (quasi) tutti una stessa caratteristica: si parla di un incontro o di un'attrazione del protagonista verso una donna e, frequentissimamente, quasi fosse un punto obbligato, di sesso, fino a descrizioni che, sinceramente, forse sono fini a sé stesse o un qualche pallino di questo autore, ma non mi sono né di interesse, né li trovo gradevoli.

All'inizio della lettura ero abbastanza incuriosita da alcuni elementi, sostanzialmente quelli fantastici, che mi rendevano originale la penna di Murakami. Si tratta della prima dozzina di racconti,  quelli degli anni Ottanta.

Tuttavia, dopo un po', la ripetitività dei temi e degli schemi della storia mi ha stancata, fino ad annoiarmi, specialmente gli ultimi sei, che non sono che una mera cronaca di una qualsiasi vita normale, in cui si ripetono azioni ordinarie e quotidiane: ho fatto la spesa, sono andata in banca, ho tagliato il tofu, ho fatto bollire il brodo, etc...Quasi tutti i personaggi si ritrovano a cucinare e/o ad ascoltare musica, permettendo all'autore di raccontare i propri gusti musicali.

La descrizione dei personaggi finisce per somigliare a un Curriculum Vitae: dove si sono laureati, che lavoro fanno, perché sono scontenti e come si ritrovano nella condizione attuale a sperimentare quello che è il tema del racconto.

Devo riconoscere che ho apprezzato moltissimo l'estro, le trovate inusuali, fantastiche, in particolare quelle relative (per qualche ragione incomprensibile) agli elefanti: elefanti che spariscono, elefanti da adottare, da fabbricare, magliette e lampade con gli elefanti. Questo aspetto l'ho davvero adorato.

Giudizio: complessivamente, la prima impressione di questo autore è un ni. ⭐⭐ 1/2

Lo stile è monotono e le tematiche sono troppo reiterate, il che non può che stancare molto prima del diciottesimo racconto. Forse in un romanzo il tema potrebbe risultare diluito e, se farò un secondo tentativo, sarà senz'altro con un romanzo lungo, ma prima devo farmi un po' passare la nausea.

La collana che ho meno apprezzato di ABEditore: Spettriana

 A differenza delle altre raccolte che ho letto di ABEditore, Spettriana (230 pag), almeno all'inizio, non mi stava entusiasmando. Perché?

Solo perché non mi aspettavo che (nella prima sezione) ci fossero non racconti, ma "testimonianze", non narrativa, ma leggenda o fatti tramandati "dall'antica Europa": quasi tutti stralci di leggende metropolitane tramandate nelle cronache d'epoca e non racconti, a eccezione degli ultimi.

Un saggio consistente sulle storie di fantasmi precede le storie, raggruppate in sezioni: spiriti molesti, case infestate, racconti di misteri che avvengono proprio al momento del passaggio, fantasmi legati al mare e, infine, all'amore.


Che ne è stato dei fantasmi dalla mano ammonitrice e dalla forma sfuggente, che domavano il cuore spavaldo del soldato e facevano svelare all’omicida, nello stupore del mezzogiorno, l’opera occulta della mezzanotte?

La prima sezione, ad esempio, contiene storie sei-settecentesche, ma si analizzano in questa raccolta tutti i topoi del genere, partendo anche da storie più lontane, per esempio mostrando che di racconti di case infestate da presenze che non trovano pace (almeno fino al giusto riposo dei resti) ne trattò anche Plinio il Giovane.

Altro topos utilizzatissimo, ritrovato in molti racconti gotici, è quello della comparsa del fantasma all'ora della morte, anche in luoghi distantissimi.

La parte successiva, quella dei racconti, mi è piaciuta di più, forse per la prosa più scorrevole e avvincente, per esempio mi è piaciuto un sacco quello sull'olandese volante, Vanderdecken's message home.

Uno chiese: "Ma dov'è? Non la vedo".

Un altro risponde: "Alla luce dell'ultimo lampo, non aveva una sola vela ripiegata: ma noi ne conosciamo la storia e sappiamo che nessuna vela la condurrà in porto".

Nella raccolta ho trovato anche due varianti di due racconti che avevo già letto in altro contesto: La monaca insanguinata, versione originale di un brano che avevo incontrato nel corso della lettura de Il monaco e una variante de La sposa cadavere, che ABEditore già aveva pubblicato nel volumetto di  Friedrich August Schulze.

L'ultima sezione è quella che riepiloga una serie di fantasmi che non erano tali. 

Si aggiungono alla raccolta, oltre a un apparato di immagini splendide e curate cornici all'inizio delle sezioni, un glossario e un (a metà fra serio e faceto) "Rimedi contro il timore degli spettri", che include:

  • Nel momento in cui crediamo di percepire coi sensi qualcosa di fuori dal comune, non bisogna mai prendere l'abitudine di rivolgere la nostra immaginazione verso le storie di spettri;
  • La maggior parte degli uomini, all'incirca, non ha mai sperimentato apparizioni, e quelli che ne hanno viste l'hanno fatto molto raramente: è dunque irragionevole averne paura tutte le notti.

Giudizio: ⭐⭐⭐

venerdì 31 ottobre 2025

Cardospina mi ha stupito in positivo: l'urban fantasy che è contro la guerra

Non si può distruggere un atto di distruzione.

Però, si poteva continuare a raccontare.

Comprai usato Cardospina di GennaRose Nethercott (Mondadori, 372 pagine) due anni fa e ho scelto questo mese di ottobre, con l'avvicinarsi di Halloween per leggerlo finalmente. Ero convinta si trattasse di una storia tra il gotico e il folkloristico che rielaborasse le origini di Baba Yaga, cosa che comunque fa, ma iniziando a leggerlo mi sono trovata davanti piuttosto un urban fantasy. L'ambientazione è negli Stati Uniti dei giorni nostri, ma gli eventi sono fantastici, anche se la storia affonda le sue radici in un evento del dicembre 1919. Un ultimo atto da compiersi, un secolo dopo l'evento da cui aveva avuto origine tutto, è quello che affronta questo romanzo, dal forte messaggio pacifista. Non specificherò meglio, ma il tema che tratta è piuttosto delicato.

"Forse, se all'epoca le persone non coinvolte avessero fatto la cosa giusta, le cose sarebbero andate in modo differente."


Bellatine e Isaac Yaga sono gli ultimi discendenti a cui va in eredità la particolarissima casa di Baba Yaga: una casa con piume, penne e due zampe artigliate di pollo, in grado di muoversi. Ma la casa, ribattezzata da Bellatine Cardospina, non è la sola a essere magica. I due fratelli non si vedevano da un po' di tempo e ciascuno dei due nasconde all'altro segreti e sentimenti. L'eredità non solo li rimette in contatto, ma dà anche il là perché intraprendano insieme un viaggio per gli USA, esibendosi come marionettisti, grazie a Cardospina. Il viaggio, tuttavia, si trasforma in una fuga, perché sulle loro tracce (dei fratelli o di Cardospina?) si mette una figura oscura che semina paura e perdite. Quando dall'Europa giunge la casa, compare anche questo misterioso uomo e una scia di strani eventi, tutti connessi a paure e figure di fumo e ombra. Che cosa vuole e cosa vogliano i membri di una squadra che a sua volta lo sta cacciando? E Cardospina perché è una casa vivente? Ha messo le zampe per scappare da cosa? E i due fratelli...anche loro rifuggono qualcosa. Loro stessi?

La narrazione segue filoni e narratori diversi, alcuni in terza, altri in prima persona, ma i diversi fili della storia confluiscono piano piano per risolvere il puzzle della storia. Mi è piaciuto come l'autrice ha scelto di raccontare questa storia e sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla scrittura, che ho apprezzato più di ogni altro elemento. Anche i dialoghi sono molto fluidi. Mi sono piaciuti i personaggi (alcuni sono rispondenti alle esigenze LGBTQ+ del momento); ho sentito solo un po' di stanchezza verso i due terzi del romanzo, quando sono inserite le storie d'amore e il classico litigio-allontana-personaggi che appartengono un po' a schemi pre-impostati che a me personalmente annoiano un po'. Tuttavia quel momento della storia che mi stava facendo un po' sbuffare, in realtà, è fondamentale per il finale della storia e l'ultimo atto è bello e ha un messaggio molto potente, anche se alcune idee su come sconfiggere il cattivo sono -a tratti- tirate per i capelli. Non tutto l'ingranaggio fila alla perfezione, secondo me: quando ci si incammina verso il finale e si comprende contro quale nemico si stanno battendo i protagonisti ci si domanda anche "ma prima dov'era?"

Giudizio: malgrado alcune piccolissime critiche che posso muovergli o elementi che normalmente non apprezzo particolarmente, la storia mi è piaciuta molto, è stata scorrevole e soprattutto mi è piaciuta la penna della Nethercott. Una vera scoperta. ⭐⭐⭐ 1/2

domenica 26 ottobre 2025

L'abbazia di Northanger: confronto romanzo-film

 Ho riascoltato in questi giorni su Audible L'abbazia di Northanger, la prima opera di Jane Austen, che, come gli altri romanzi, lessi tanti anni fa, nell'adolescenza. Confesso che non ricordavo praticamente nulla, a eccezione dell'adorazione della protagonista per I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe. Strano come ci si ricordi di certi dettagli. Questo romanzo e Ragione e sentimento sono, probabilmente, quelli dell'autrice che meno ricordo.

L'ascolto è stato molto piacevole perché davvero non ricordavo quanto fosse divertente: la scrittura è frizzante, un costante umorismo descrive in modo serio le incongruenze della società e soprattutto prende in giro i personaggi che hanno una morale fragile. Sotto la penna della Austen l'accompagnatrice alla vita sociale di Bath della protagonista, svampita e interessata solo a come è vestita, Mrs Allen, l'ipocrita amica del cuore Isabella e il fratello di lei, Mr Thorpe, subdolo e fanfarone, sono esposti al ludibrio del lettore. Persino la protagonista è introdotta in modo faceto, con un tono così spiazzante e satirico per una scrittrice Ottocentesca, in un incipit memorabile, da lasciare sorpresi.

"Nessuno che avesse conosciuto Catherine Morland nella sua infanzia avrebbe mai immaginato che fosse nata per essere un'eroina."

E la sua descrizione nei primi paragrafi è altrettanto satirica.

"Una famiglia con dieci figli sarà sempre chiamata una bella famiglia, purché ci siano teste, braccia e gambe nella giusta proporzione; ma i Morland avevano poco altro per essere degni di quell'aggettivo, poiché erano in generale molto brutti, e Catherine, per molti anni della sua vita, brutta come tutti. Aveva una figura esile e goffa, una pelle giallastra e scolorita, capelli scuri e lisci e lineamenti marcati; questo come aspetto fisico; ma non meno sfavorevole all'eroismo sembrava la sua mente.

[...] Tale era Catherine Morland a dieci anni. A quindici, l'aspetto era in via di trasformazione; cominciò ad arricciarsi i capelli e a spasimare per i balli; la carnagione migliorò, i lineamenti si ammorbidirono, quando ingrassò un po' e si fece più colorita, gli occhi acquistarono più vivacità, e la figura più rilievo. L'amore per la sporcizia lasciò il posto all'inclinazione per i bei vestiti, e divenne pulita diventando elegante; ora aveva talvolta il piacere di sentire i commenti del padre e della madre sul suo miglioramento fisico. "Catherine sta diventando proprio una bella ragazza, oggi è quasi graziosa", erano le parole che di tanto in tanto le giungevano all'orecchio; e quanto erano graditi quei suoni! Apparire quasi graziosa, è un complimento che dà molta più gioia a una ragazza che era stata brutta per i primi quindici anni della sua vita, rispetto a qualsiasi altro ne possa ricevere chi è stata bella fin dalla culla."

Catherine Morland, la nostra protagonista, è una ragazza serissima per principi morali e totalmente naïve sulla società e sulle persone: è integerrima, ma sprovveduta, seria, simpatica e totalmente trasparente, tanto da spiattellare, quando ancora muove i primi passi nella vita di società, i suoi sentimenti e da credere alle parole di tutti. Appena arriva a Bath con i coniugi Allen, infatti, è subito preda della scaltrissima Isabelle Thorpe, che intende accalappiarsi il fratello di lei e che è similissima nei comportamenti e nel carattere a Lucy Steel di Ragione e sentimento. Catherine, tuttavia, si innamora fin da subito del reverendo Henry Tilney e scopre di essere simpatica anche al padre del suo beniamino, che la inviterà poi nella tenuta di famiglia, l'abbazia che dà nome al romanzo. Il vetusto luogo e il severo generale Tilney sono così suggestivi, che per Catherine è impossibile non nascondano misteri, ma quali sono i veri segreti e dove risiedono le doppiezze del prossimo sono proprio il tema di questa storia. 

Rileggerlo a breve distanza dal mio secondo incontro con Ragione e sentimento me lo ha fatto nettamente preferire per il tono acuto e scanzonato di L'abbazia di Northanger. L'autrice prende in giro tutto e tutti, compresa la letteratura e i colleghi autori. Questo romanzo è dunque quasi una parodia sia delle storie d'amore, sia dei romanzi gotici, che nutrono la troppo fertile fantasia di Catherine.


Ho poi guardato l'unico adattamento del romanzo (secondo Wikipedia), disponibile su Prime Video, con Felicity Jones che nel 2007 è perfetta nel ruolo della protagonista, con quello sguardo meravigliato che sfiora ogni cosa nuova a Bath con allegra semplicità e una Carey Mulligan totalmente in parte nel personaggio di Isabelle.

Ho trovato il film di Jon Jones una trasposizione incredibilmente aderente alla storia originale (così aderente da stupirmi, fino a iniziare la pellicola con l'incipit del romanzo e a terminarla con la morale finale), molto scorrevole (dura solo un'ora e mezza), con un cast azzeccato e un tono leggero perfetto. Le differenze rispetto al romanzo sono minime, come l'inserimento di una storia collaterale, appena accennata in realtà, alcune "concessioni moderne", ossia un risvolto particolare sul finale della storia di Isabelle e le conseguenze in forma di sogni, fantasie o incubi alle letture di Catherine, I misteri di Udolpho e Il monaco, per l'epoca spaventose e licenziose. Le variazioni sui personaggi di Eleanor Tilney e Isabelle Thorpe sembrano un voler riequilibrare i destini rispetto al romanzo, nel quale un personaggio positivo come Eleanor non sembra ottenere un lieto fine ed esce di scena fin troppo velocemente, mentre Isabelle è punita anche troppo poco per la sua doppiezza.

Giudizio: potrei rivalutare questa commedia di Jane Austen tra i miei preferiti, certo dopo Orgoglio e Pregudizio e Persuasione e il film è delizioso, nella sua semplicità (forse lo dico solo perché è fedele all'originale?).

Viaggio nella Svezia del 1852: Cucinare un orso

 Cucinare un orso (Iperborea, 515 pagine), dell'autore svedese contemporaneo Mikael Niemi, è un romanzo molto particolare. Inizialmente mi fu consigliato come romanzo giallo, ma successivamente ho sentito negare che lo fosse.

Questo ve lo chiarisco subito: è certamente un giallo, ma non classico, bensì storico e "all'italiana", ossia "alla Eco". Mi spiego meglio.


Svezia, 1852. Lars Levi Læstadius (che è esistito davvero, anche se l'opera è di fantasia) è un pastore protestante che fonda un movimento cristiano, chiamato Il Risveglio, contrario alla deriva locale della popolazione, spesso abusante di alcol. Læstadius è un uomo ormai anziano e stanco, severo, ma anche in grado di essere comprensivo e giusto. Adotta nella sua famiglia un trovatello sami, Jussi, discriminato dalla popolazione locale, ma considerato invece dal pastore molto intelligente, tanto da insegnargli non solo a leggere, a scrivere e la religione, ma anche a osservare i dettagli del mondo naturale (Læstadius è anche un famoso botanico) e non solo.

Quando scompare una giovane ragazza a servizio e viene poi rinvenuta qualche giorno dopo, Læstadius e Jussi giungono sul posto prima delle autorità locali e iniziano a osservare la scena, notano alcuni dettagli, che li porterà a diffidare della conclusione a cui giungono il giudice Brahe e il poliziotto. No, non è stato un orso ad aggredire la ragazza, ma contraddire il giudice e sollevare sospetti difficili nella comunità non è possibile, anzi: diventa molto pericoloso, soprattutto per chi già è in una posizione emarginata. La copertina del libro non è casuale e ritengo sia davvero bellissima.

Læstadius e Jussi ci ricordano un po' Guglielmo da Baskerville e Adso e lo sfondo è, come ne Il nome della rosa, uno scontro tra posizioni religiose. La stessa atmosfera, sebbene temporalmente distante, ricorda quel Medioevo che concepiamo come periodo buio, anche se Barbero ci ha ampiamente spiegato che non è così. Le indagini si svolgono in un clima di tensione e si dipanano lente nel corso del romanzo, frammiste a molto altro: uno scorcio socio-culturale sulla Lapponia del 1952, delle differenze e divergenze fra Sami e Svedesi e anche una riflessione teologica.

Mi sono piaciute molto la storia, l'atmosfera e la scrittura, ma alcuni punti sono crudi e ostici. Non si può non restare dispiaciuti e quasi disgustati per alcune pieghe che le vicende prendono, ma anche molto sorpresi dal finale, che lascia comunque un po' di amaro in bocca. Il mio giudizio sul romanzo è molto influenzato proprio da questo.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2