venerdì 11 settembre 2026

Perdersi nei meandri del tempo con Carlo Rovelli...e forse ritrovarsi

Avevo un certo timore ad approcciare la lettura de L'ordine del tempo di Carlo Rovelli e l'ho rimandata per diversi mesi per quanto fossi incuriosita. Non vi siete mai chiesti perché percepiamo tempi più brevi o più lunghi nelle vostre attese? Avete mai pensato di cercare la spiegazione nella fisica oltre che nella filosofia?


A differenza di Sette brevi lezioni di fisica, la cui genesi partiva da articoli divulgativi scritti sul Sole 24 Ore, questo si tratta di un vero e proprio saggio, ma avevo torto a dubitare delle abilità comunicative di Rovelli.

Il fisico veronese è molto chiaro nelle spiegazioni e ci guida passo passo (quasi sempre) nei meandri delle teorie prima filosofiche e poi fisiche che hanno cercato nei secoli di vedere e quantificare ciò che non vediamo.

Il saggio si articola in tre parti, durante le quali si sfidano le concezioni di tempo di Aristotele, Newton e Einstein (e non solo).

Nella prima parte Rovelli compie un resoconto di tutto quello che la fisica moderna conosce del tempo, quella newtoniana che ritiene esista un Tempo e che lo inserisce nelle formule, formule che funzionano solo sulla Terra. Demolisce un passo alla volta le nostre certezze: non esiste un unico oggettivo tempo, non esiste un momento (un presente) che sia lo stesso per due punti diversi dell'universo, non esistono neanche passato e futuro, appartengono solo alla nostra prospettiva.

Queste rivelazioni, insieme ad altri approfondimenti che ho fatto sui podcast di Barbascura sul suo canale Extra su You Tube, fanno quasi paura. Se il Tempo fosse una quarta dimensione che non percepiamo, sarebbe già, passato e futuro sarebbero contemporaneamente, tutto già scritto, solo che noi non lo percepiamo, non siamo in grado per i nostri limitati sensi. E se tutto fosse già, i nostri destini, le nostre vite sarebbero già, tutte scritte, tutte già vissute. Noi avremmo già preso tutte le nostre scelte in questa realtà quadridimensionale. E allora non ci sarebbe più libero arbitrio, perché ogni cosa è già determinata. Ci ho passato un pomeriggio quest'estate con un amico mentre eravamo al mare a discutere di questo aspetto della questione. Ma nella prospettiva di Rovelli, non è così angosciante.


Nella seconda parte l'autore ci mostra cosa possiamo dare per assodato una volta eliminato il Tempo. Il Tempo non esiste, ma esiste il cambiamento, lo scorrere degli eventi, che noi in effetti vediamo passarci davanti (per noi ci sono ieri e domani, passato e futuro, sono punti di riferimento nella nostra quotidianità). Il Tempo è ciò che cambia.

Ovviamente la mia è una semplificazione che non parla in termini di fisica (soprattutto relativistica e quantistica).

L'ultima parte, come dice lo stesso autore nell'introduzione, è la più difficile e (secondo lui) più vicina a noi: è qui che mi sono persa, lo confesso. 

Tuttavia, traendo le conclusioni e cercando di rassicurarci, Rovelli si riaggancia alla concezione aristotelica per cui il Tempo non è entità ma semplicemente un nostro strumento per orientarci, la nostra misura soggettiva del cambiamento, un concetto pragmaticamente umano.

Mi basta? Ho compreso tutto? No. E tornerò alla lettura di questo libricino probabilmente anche in futuro, così come ad altri saggi di fisica (non mi arrendo, sono troppo curiosa).

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

P.S: tre anni fa uscì al cinema (e sono andata a vederlo) un film di Liliana Cavani "liberamente ispirato" a questo libro. Dopo aver letto il saggio posso serenamente dire che non ho idea di quale ispirazione abbia colto, perché non ci sono grandi riferimenti, né è possibile confrontare un racconto di finzione con un saggio di fisica. In ogni caso non lo apprezzai granché.

mercoledì 9 settembre 2026

L'ottimo esordio del misterioso Arwin J. Seamn - chi ha scritto Omicidio fuori stagione?

 Una delle letture che ho preferito quest'anno, sicuramente nel genere Mistery, ma non solo, è Omicidio fuori stagione di Arwin J. Seaman (pseudonimo di un noto giallista italiano che sta giocando con noi lettori nel fingersi un autore di thriller nordici).


Il primo capitolo di questa serie di sei episodi ambientata in una sperduta isoletta chiamata Liten (fra Svezia e Danimarca) è raccontato dal punto di vista dell'ufficiale della Scientifica Henning Olsen, uomo meticoloso, capace, un po' arrogante e rancoroso nei confronti della sua ex, la poliziotta Annelie Lindahl, che lascia carriera e fidanzato per Liten (o per qualcos'altro). L'occasione per fare i conti con quanto rimasto in sospeso fra i due è uno sconcertante rinvenimento nel bel mezzo del lago di questa isola turistica. Una giovane, un atto terribile, da cui parte un'indagine ingovernabile dai poliziotti dell'isola; così Olsen e il fotografo Kaj Bak ne restano coinvolti e non solo loro: la figlia del capo della polizia locale, Malin, adolescente irrequieta, sarà un punto nodale di una vicenda dall'epilogo a sorpresa.

Perché mi è piaciuto così tanto?

Il romanzo è davvero scorrevole da leggere: ha una buona prosa, un efficace uso della suspense, la vicenda è avvincente e per tutto il periodo di lettura non vedevo l'ora di rimettermi a leggere a ogni momento libero (e questo non sempre mi succede, non più - i romanzi che mi fanno questo effetto ricevono un immediato bonus).

Nella costruzione della suspense ha me ha fatto tantissimo pensare a Carlo Lucarelli, soprattutto il Lucarelli narratore, prima che il giallista (che spesso pone accento su ambientazione o personaggi, anziché sull'aspetto thriller, e dicendo questo penso alle serie di De Luca e Coliandro e meno a quella di Grazia Nigro).

Ho trovato molto buono anche il lavoro sui personaggi: non sono buoni o cattivi nella semplificazione che spesso si fa nel giallo - italiano in particolar modo -; sono grigi, sono imperfetti (ci ho rivisto qualcosa di Coliandro). Il protagonista o Malin hanno alcuni lati detestabili, Kaj nasconde sorprese (ed è diventato il mio personaggio preferito), Annalie è indecifrabile; anche i personaggi minori hanno una caratterizzazione precisa e non scontata. Le motivazioni stesse dei personaggi non sono sempre limpide e lineari.

L'ambientazione stessa è un personaggio: ha un'anima a cui alcuni personaggi danno la colpa di tutto e che alcuni invece giustificano. Liten è quasi una camera chiusa (giallisticamente parlando), è una mini Cabot Cove per qualche verso, contemporaneamente inquietante per i pericoli che si corrono e confortevole perché diviene familiare al lettore (ospita i protagonisti, anche gli sconosciuti diventano visi ricorrenti).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

Un romanzo riuscito, ma che non mi ha conquistata: Espiazione di McEwan

Ho conosciuto Espiazione attraverso il film del 2007 di Joe Wright, che racconta la storia straziante di una coppia separata dagli eventi e, soprattutto, da un'invenzione, un autoconvincimento per suggestione. La storia è così dolorosa che non ho voluto saperne più, non ho mai rivisto il film (fino a ieri) e non ho voluto leggere il romanzo (fino a questa primavera).

La scrittura di Ian McEwan, tuttavia, è così decantata che ho finalmente trovato il coraggio di affrontarla, di esperirla, ma non è andata benissimo, non so se per una mia necessità di allontanarmi dal triste epilogo, perché non mi è del tutto piaciuta la narrazione oppure per il punto di vista adottato per gran parte del romanzo, probabilmente un po' tutte queste cose assieme.

Ci sono state pagine in cui sono stata rapita, trasportata su una lettura veloce che non ammetteva pause. E ci sono stati capitoli in cui mi fermavo a ogni distrazione per rimandare al giorno dopo. Sono abbastanza convinta che dipendesse dal punto di vista adottato nel capitolo, ma facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.


Trama e struttura

Nella prima parte ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di un diverso personaggio, Briony e Cecilia, soprattutto. E intendo che seguiamo nelle scene di quel capitolo i gesti e i pensieri solo dal punto di vista del personaggio. L'autore dettaglia moltissimo le descrizioni, in particolare degli stati d'animo. A ogni chiusura di un capitolo ci tuffiamo dentro un altro mondo emotivo e penso che McEwan sia magistrale in questo. La sua scrittura è lenta, dettagliata, precisa, ma (almeno per me) se ti coinvolge la storia, non puoi smettere di leggere.

Lo stesso autore, mettendo in bocca all'editore di una rivista una critica alla scrittura di Briony, parla di una vivisezione delle sensazioni dei personaggi a discapito dell'intreccio, che è modesto al confronto.

Il romanzo inizia raccontandoci di come Briony stia organizzando un dramma teatrale per il fratello che viene da Londra a trovare la famiglia. Il primo capitolo designa la bambina come protagonista. Se vogliamo il secondo capitolo allarga il ruolo anche alla sorella, ma è comunque in secondo piano e lo sarà nella struttura stessa del romanzo.

È stato questo impatto iniziale, credo, a farmi storcere il naso. Briony è in quella fase di crescita in cui si è ancora un po' bambini, ma si vuole smettere di esserlo, si vuole entrare nel mondo dei grandi, si comprende che qualcosa sta cambiando. La fantasia di questa bambina si sposta dal creare racconti e storie per giocare alla realtà, che però non riesce ancora a scindere dall'immaginifico mondo del gioco. Il dramma del romanzo sta tutto in questo. Nella lettura non sono mai riuscita né a empatizzare con Briony, né, soprattutto, a trovarla simpatica. A me ha ricordato i personaggi di Merricat Blackwood o di Rose Aubrey, narratrici inaffidabili e per le quali ho sempre provato antipatia.

Quando la narrazione verte sulla protagonista, il romanzo perdeva per me ogni interesse, per quanto ben scritto fosse, anche lo stesso personaggio, e per quanto proprio il ruolo di Briony sia cruciale nella storia.

Al contrario, quando il punto di vista era quello di Cecilia, per età un po' più vicina a me (io sono più anziana, ma quello che prova, anche sulle decisioni da prendere per la propria vita, è più vicino nel tempo e nel contenuto a quello che ho vissuto io), o di Robbie il mio interesse era maggiore.

E mentre descrivo questo non so se partivo già con un pregiudizio, legato al film di Joe Wright, film che ho amato e per cui ho sofferto così tanto che dopo la proiezione al cinema non ho più trovato il coraggio di vederlo, tranne che per scrivere questo post.

Quello che ricordavo dal film, quando ho preso in mano il libro, è che quella fosse l'appassionata e tragica storia di un amore impossibile e questo mi interessava ritrovare nel romanzo. Avevo molto ridotto l'importanza della protagonista nella storia. (Quanto è sbagliato vedere prima il film! Ci condiziona! O, perlomeno, condiziona me). Iniziare pertanto con Briony non mi è andato a genio e i capitoli incentrati su di lei per un po' sono stati una distrazione dalla storia.

La seconda parte non è divisa in capitoli, è il racconto dal punto di vista di Robbie, la ritirata fino a Dunkirk sua e di due caporali a fine primavera del 1940. McEwan ci apre una finestra sugli orrori pratici di cosa significava marciare senza cibo, sotto i colpi dell'aviazione nemica, agli ordini pressoché inesistenti di un esercito ormai disfatto col solo vago scopo di raggiungere la costa, ritirarsi per essere forse salvati, riportati a casa.

La terza parte riprende il punto di vista di Briony: l'abnegazione, il tentativo di espiare e riparare al male fatto...troppo tardi. E lo strumento ultimo rimasto per provarci.

Temi

Ce ne sono tanti in questo romanzo così denso e la vicenda principale ne tocca alcuni, ma lascia spazio a intravedere il mondo che fa da sfondo nell'Inghilterra del 1935: un mondo in cui le donne iniziavano ad apparire più disinibite, indipendenti, "trasgressive" per la morale dell'epoca. Studiavano, lavoravano, spesso non prese sul serio: esami o diplomi che non avevano lo stesso valore di quelli degli uomini, impieghi che servivano per passare il tempo, per capriccio (retaggi che non sono ovunque scomparsi, ricordiamolo sempre).

E poi la differenza di classe, la salvaguardia delle apparenze che si condensano così bene nel personaggio dell'indolente Emily: anche gli studi dei figli della servitù sono finti, sono "osare" qualcosa che loro non spetta, portare via qualcosa ai figli delle famiglie bene più pigri o meno brillanti di loro. Ed è naturale che, quando succede qualcosa, la colpa sia addossata a chi per nascita ne poteva essere più capace che a qualcuno a cui si poteva rovinare l'immagine.

E poi la seconda e la terza parte: la guerra. Vite, quotidianità, preoccupazioni, speranze, sogni, progetti, cose che vanno bene, cose che vanno male: ogni cosa è interrotta, spazzata via dalla guerra, resa inutile, distante, ridicola a confronto del disastro che sta per abbattersi sull'Inghilterra, l'Europa, il mondo.

Di più, l'ordine costituito, composto da regole, disciplina, addestramento, gradi (militare, sanitario, lavorativo), la civiltà intera è cancellata, anzi, perde totalmente di senso logico. Esiste solo la priorità dettata dall'emeregenza di sopravvivere o far vivere e ogni altra norma valida in tempo di pace non ha più ragione di esistere.

Robbie marcia con un solo unico pensiero fisso: sopravvivere per tornare. Le parole ripetute infinitamente nella testa "Ti aspetterò, torna da me" (il film Atonement in francese è stato adattato col titolo Reviens-moi), le parole con cui Cecilia conclude ogni lettera.

Cecilia rivolge queste parole non solo a Robbie, ma in precedenza anche a Briony, quando la bambina ha incubi. Cecilia è il faro, la voce che cerca di richiamare a sé i suoi cari che si stanno perdendo nelle paludi oscure, nei meandri di menti onnubilate dall'errore, dall'incubo o dal delirio della febbre.

Giudizio sul libro: ⭐⭐⭐


Confronto libro-film

Sicuramente ho preferito il film al libro. 

Perché ho visto prima la pellicola?
Perché è Wright?
Per le sue inquadrature curate, le luci romantiche, gli ambienti pieni di dettagli, le interpretazioni insostituibili del cast, la colonna sonora di Marianelli, quel vestito verde che è già storia del costume e ogni dettaglio studiato perfettamente?
Perché gli occhi di Keira Nightley e James McAvoy in quella sala da tè mi hanno spezzato il cuore e più di una scena del film mi ha fatta piangere più di quanto qualsiasi frase del romanzo mi abbia emozionata?
Perché il finale nel film è sempre beffardo e amaro, ma l'ultima scena con cui lo conclude Wright prova ad addolcirmi il boccone?
Forse perché la prolissità dei discorsi del libro sono sostituiti dalla sinteticità delle immagini, forse perché c'è meno Briony che nel libro; è vero che si perde qualcosa in questa trasposizione, ma con McEwan è inevitabile.

Tutto quello che passa per la testa di Briony occupa nel romanzo un tempo infinito; nel film è fatto intuire, ma non è assolutamente possibile riaverlo 1:1. Non si possono comprendere carattere e psicologia del personaggio così bene come sulla carta. Dal film non si può neanche sospettare la scrittura dell'autore, non si riesce a percepire la cappa di afa che opprime la prima parte, ma è fedele al libro in ogni altro aspetto (come è il regista per quanto ho potuto constatare finora con le trasposizioni dei miei libri preferiti) e il poco che aggiunge o cambia non toglie quasi niente.
Rimane pressoché inalterata anche la struttura: il cambio dei punti di vista nella narrazione quasi thriller della prima parte, con quello di Briony che anticipa e mistifica quello di Cecilia e Robbie; la seconda parte dedicata a Robbie, ma molto accorciata ed edulcorata (anche nel rapporto con i altri due ufficiali), anche se con una spiaggia di Dunkirk drammaticamente bellissima e surreale; la terza parte sul percorso di Briony per comprendere il suo errore, meno tagliata rispetto alla parte precedente anche quella dell'ospedale dove presta servizio il personaggio.

Giudizio sul film: ⭐⭐⭐⭐1/2

domenica 23 agosto 2026

Un viaggio al di là dell'oscurità: Cécité Malaga

 Un viaggio emozionale in un giovedì pomeriggio di stanchezza fisica e mentale e il bisogno impulsivo di condividere queste sensazioni: la storia di una creatura che sfida la morte perché non ha niente da perdere, una bambina privata non solo della vista, ma anche delle emozioni, dei ricordi, della vita.


Cécité Malaga
, breve albo illustrato (Rizzoli, 60 pagine), è un parallelismo fra storia inventata della protagonista circense e vita dell'illustratore Benjamin Lacombe, che ha sperimentato un episodio di cecità qualche anno fa, ma è soprattutto una storia di resilienza e rinascita.

Sempre si può ripartire da capo, quando scatta qualcosa dentro di noi che ci riporta alla vita, a nuove sensazioni, a possibilità inesplorate. Sempre può (ri)sorgere il coraggio che rompe una consuetudine, una stanchezza, una gabbia. E, come in questo albo, dal bianco e nero possiamo tornare a vedere i colori.

Molto interessante è stata la scelta di Lacombe, per illustrare questa fiaba scritta da lui stesso, di giocare anche sensorialmente con lettore. Le immagini non sono "semplicemente belle"; c'è uno studio del colore, delle tecniche, della carta, fra effetti lucidi, opachi e semi-trasparenze per raccontare visivamente una metamorfosi bellissima da algida creatura dell'ombra a nuova vita piena di colore.


Una curiosità: nelle carte dei tarocchi illustrate da Lacombe per L'Ippocampo due arcani sono raffigurati con immagini tratte dal questo albo (e non è solo l'immagine ma il significato che è estrapolato da questa storia). Si tratta de Il carro (VII, cammino, trasformazione, rinascita) con l'illustrazione dell'Albero-occhio

e L'appeso (XII, la sospensione prima di un cambio di passo, di storia, di ciclo) che ritrae Cécité Malaga. 


Giudizio
: ⭐⭐⭐ 1/2

domenica 16 agosto 2026

Leggo Paperone per la prima volta raccontato oltre che disegnato da Fabio Celoni: un'avventura in Atlantide

 Questo maggio, ho preso da Panini al Salone del Libro a Torino due volumi di Paperone scritti e disegnati da Fabio Celoni.

Il primo che ho letto è Paperone in Atlantide, su cui Celoni mi ha anche realizzato uno sketch, e che aspettavo uscisse da quando la storia è uscita in quattro capitoli su Topolino tra i numeri 3661 e 3664 a inizio 2026, dal 21 gennaio all' 11 febbraio.

Rimesse insieme le quattro parti della storia, il volume aggiunge anche un focus sul making of.


L'avventura pensata da Celoni inizia con una sequenza molto cinematografica, muta e con vignette in formato diverso da quello tradizionale.

Paperone è partito senza dire niente alla famiglia e naufraga in mezzo all'Oceano. I nipoti scoprono che stava cercando Atlantide e partono al salvataggio.

Quello che sembra un viaggio intrapreso da Paperino, Qui, Quo e Qua alla ricerca dello zione perduto, in realtà si trasforma in un viaggio di Paperone alla ricerca di sé.

Paperone smarrisce memoria e identità, ma conserva un'aspirazione, il lato più presente nel suo carattere, che non è solo il desiderio di arricchirsi. Paperone non è solo avido (e chi ama il personaggio lo sa bene). Paperone è desiderio di scoperta e avventura; non ha paura né di affrontare le avversità, né di guardare in faccia la realtà o uno specchio.

Il tono del fumetto è a tratti cupo, ma rimane un'avventura Disney destinata anche a un pubblico giovane, pertanto spesso sdrammatizza, soprattutto attraverso il personaggio di Paperino, in questa veste sia spaccone, sia preso da dubbi quando i nipotini non lo osservano. I livelli di lettura sono molteplici, come spesso accade le storie Disney. I colori sono studiati alla perfezione per trasmettere la drammaticità di molti momenti della storia.

Questo fumetto mi è piaciuto sia nei disegni, nella struttura, sia nel tipo di viaggio introspettivo che compie Paperone nella storia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

La perla (sconosciuta) di Steinbeck

 Ho letto per un gruppo di lettura, su suggerimento di una delle ideatrici La perla di John Steinbeck in una vecchia edizione tascabile Bompiani presa in biblioteca.

Si tratta di un librino di un centinaio di pagine, poco più di un racconto che l'autore americano ha scritto nel 1947 (tra Furore e La valle dell'Eden).


Protagonisti di questa storia sono una coppia di indigeni del Messico; Kino vive di pesca, ma quando il figlioletto, suo e di Juana, Coyotito, è punto da uno scorpione non ha mezzi per pagare un dottore. Il pescatore si tuffa allora alla ricerca di una perla, qualcosa di valore che possa saldare la parcella di un medico bianco, ma trova ben di più.

Così iniziano i guai di questa giovane famiglia: in parte sprovveduti in un mondo di truffatori, in parte bersagli di invidia e avidità, Kino non accetta che il mondo possa portargli via la sua fortuna insperata, mentre Juana si convince che quel tesoro rappresenti piuttosto una maledizione.

Nuovamente sorpresa (dopo Uomini e topi) dall'abilità sintetica di Steinbeck di condensare l'analisi di un intero e complesso ecosistema in poche pagine, ho ritrovato in questo mini testo la schietta critica per il capitalismo, per la crudele avidità dell'uomo e anche l'indomita fiamma che alberga nel cuore di chi spera in un domani migliore, nella possibilità di cogliere i frutti del proprio lavoro - o che almeno possano farlo i propri figli.

Ho ritrovato alcune caratteristiche di Furore nella lettura, compresa l'ansia che mi aveva accompagnato per tutte le pagine su cui avevo sospirato per il destino della famiglia Joad. Anche in questo caso Steinbeck alimenta una tensione, un crescendo che mi ha fatto divorare il libro per scoprire cosa poteva accadere di male a questa famigliola a cui mi ero affezionata nel breve spazio di qualche pagina. Spoiler: soffrirete.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 16 luglio 2026

Un mistery mediocre: Strani disegni

 Mentre il mondo sta leggendo Strane case, io vi do la mia sul primo libro di Uketsu, ossia Strani disegni, pubblicato da Einaudi lo scorso anno e che io ho letto questa primavera.


Sembra da copertina e trama inquietante e quasi orrorifico, ma si tratta di un mistery, con alcuni momenti che si avvicinano al thriller.

La storia è narrata da più punti di vista: un ragazzo che scopre un blog che nasconde un segreto inquietante dietro a semplici disegni, una maestra che immagina un bambino celi qualcosa nei suoi disegni e una storia che, come un puzzle, si costituisce un pezzetto alla volta sotto agli occhi del lettore.

È un romanzo che ha fatto molto parlare di sé in positivo e in negativo (in effetti ho voluto leggerlo perché ne avevo sentito parlare malissimo e la mia curiosità si è risvegliata), ma io che ne penso?

Mi colloco abbastanza nel mezzo.

Cosa mi è piaciuto? Ho particolarmente apprezzato il gioco narrativo con cui l'autore aggancia il lettore. Funziona molto bene secondo me: Uketsu cambia spesso punto di vista e lunghezza focale, passando da focus su specifiche parti della storia, che, andando avanti, appaiono solo come piccoli dettagli in un quadro molto più ampio. Via via che apre l'inquadratura la storia cambia, la prospettiva si ribalta.

Cosa non mi è piaciuto? La scrittura è estremamente semplice e ritrovo una certa piattezza nei personaggi e soprattutto nei loro sentimenti, che a onor del vero ho constatato in praticamente tutta la narrativa giapponese in cui mi sono imbattuta. La risoluzione del mistery ha diversi punti tirati per i capelli che non vanno facilmente giù a una lettrice di gialli (non è la prima e non sarà l'ultima volta e dopo il detective Kindaichi potrei anche smetterla di meravigliarmi...)

Giudizio: da sufficienza ⭐⭐ 1/2 

Ve lo consiglio? Non è imperdibile come vogliono farvi credere, ma se volete togliervi la curiosità, sono 248 pagine che scorrono abbastanza bene

domenica 12 luglio 2026

Un lavoro di cui spero di vedere il seguito: Blind Date

 Dorilys Giacchetto è una fumettista che ha all'attivo diversi lavori; Pietro Bacci è uno sceneggiatore e regista del mio paese; insieme, per Tora Edizioni, danno vita al fumetto Blind Date (2021, 130 pagine), che ho letto lo scorso Natale (mi è stato prestato, poiché purtroppo attualmente non si trova).


Si tratta di un fumetto che ho trovato molto divertente nell'idea e nella realizzazione.

Tre amici decidono di passare la sera di Halloween in discoteca e conoscono tre ragazze, con cui si danno appuntamento per il giorno successivo. Le ragazze si somigliano molto, ma soprattutto somigliano a un'assassina appena rilasciata. Da qui parte la vicenda, più commedia degli equivoci che thriller, ma molto gradevole.


Ho molto apprezzato la scrittura del mio compaesano, la sintesi, per esempio nel fornire l'antefatto criminale della ragazza misteriosa con due vignette o nel darmi i due dettagli necessari e sufficienti a collocare la storia nel tempo e nello spazio:


I personaggi non sono approfonditissimi (è anche una breve avventura di 130 pagine), ma ognuno ha la sua personalità, gli spazi sono essenziali ma riconoscibili.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2 molto godibile e divertente, spero di rivedere il mio conterraneo a lavoro presto su altre opere


venerdì 3 luglio 2026

Ornamenti di giada è la raccolta di ABEditore di microracconti di Arthur Machen

 Ho conosciuto la scrittura di Arthur Machen lo scorso autunno quando ho letto la bellissima edizione de Il grande dio Pan de L'Ippocampo, che dell'autore comprendeva anche altri testi o brani.

ABEditore pubblica ancora, sotto il nome di Ornamenti di giada, alcuni racconti dell'autore, preceduti da una piccola introduzione e una bibliografia, per la precisione dieci piccolissimi testi (90 pagine), che mi confermano uno stile che mi piace molto, evocativo più che descrittivo, anche se alcuni scritti mi sono sembrati più riusciti di altri. Vediamo insieme i testi della raccolta.


Il roseto
è il racconto che apre la raccolta e tratteggia in quattro pagine e mezza una dimensione onirica, quasi allucinatoria della protagonista. Per me è stato interessantissimo anche il richiamo a una statua di Pan nella fontana del giardino (un piccolo Easter Egg anzitempo).

Dal canneto provenivano lievi fruscii, intervallati dal grido spezzato e fiacco degli uccelli acquatici, consapevoli che l'alba non era lontana. Al centro del lago si ergeva un piedistallo scolpito, e sopra splendeva la statua candida di un giovane con un flauto doppio tra le labbra.

Sempre vaga, ma a suo modo più concreta è la vicenda che capita alla giovane protagonista del racconto I Turaniani, secondo me molto equilibrato e riuscito in quel meccanismo macheniano del dire-non dire.

Il più vago (e probabilmente quello che mi ha lasciato meno) dei racconti di questa raccolta è L'idealista, in cui l'intento di suscitare impressioni per me stavolta non riesce a disegnare nella mia fantasia qualcosa di definibile.

Stregoneria, al contrario, ci riesce perfettamente, senza neppure lo sforzo di un allusione, il contesto è sufficiente a farmi comprendere il nodo cruciale della storia e gli scopi reconditi di Miss Custance; qua l'autore è stato particolarmente abile.

La cerimonia, analogamente, suggerisce l'entità degli eventi, senza raccontarli mai e, con Stregoneria e I Turaniani, è tra i miei racconti preferiti.

Molto breve e molto vago è invece il racconto Psicologia, che sorprende con la riflessione finale a cui apre (quasi un colpo di scena), riflessione che potrebbe allargarsi e includere molte cose: cosa appare, quale giudizio ne diamo, cosa c'è davvero dietro, insospettabile. Questo tema mi è piaciuto più ancora del modo in cui è stato scritto il testo.

Tortura è uno dei brani più espliciti della raccolta, ma secondo me non meno riuscito; il colpo di scena è meno forte, un pochino più telefonato, ma l'effetto è molto interessante e anche in questo caso c'è una certa attenzione psicologica per il protagonista.

Mezza estate per quattro pagine sembra portarmi in una direzione non chiara, ma nelle ultime due devia completamente e si riscatta. 

Natura e Le cose sacre hanno, secondo me, lo stesso problema de L'idealista: sembrano non condurre da alcuna parte, sono molto vaghi, evocativi, e mi hanno lasciata un po' perplessa al termine.

Lo stile dello scrittore, che avevo assaggiato ne Il grande dio Pan (e anche apprezzato), si riconferma in questa breve raccolta: sospeso fra l'allusione e il tacere la storia si tratteggia più con l'ombra che con la luce; è un chiaroscuro a volte molto preciso, che permette di intravedere esattamente quel tanto che basta perché il lettore abbia un piccolo sussulto interno, un moto a metà fra spavento e meraviglia. Altre volte, almeno per me, quanto dire e quanto tacere non è bilanciato a sufficienza e la scena finisce per essere sin troppo buia (L'idealistaNatura, Le cose sacre), ma in generale questi esercizi, queste piccole gemme, sono assolutamente di mio gradimento.

Avevo già notato anche la maestria di Machen nella descrizione di paesaggi e trovo conferma anche di questa poeticità, soprattutto all'inizio di un paio di racconti, Il roseto e Le cose sacre. Ancora una volta trovo una curiosa contrapposizione fra la precisione delle ambientazioni e i fatti della narrazione, vagheggiati, ma non raccontati.

Poi lentamente si mosse, aprì la finestra e guardò fuori. Dietro di lei, la stanza era immersa in una mistica semioscurità; sedie e tavoli fluttuavano come forme indistinte, e solo un tenue, illusorio scintillio proveniva dalle lune color talco sulle sontuose tende indiane che aveva tirato davanti alla porta. I drappi di seta gialla del letto non erano che tracce di colore, e il cuscino e le lenzuola bianche brillavano come una nuvola candida in un cielo lontano al crepuscolo.

Il cielo sopra Holborn era azzurro, e solo una piccola nuvola, metà bianca e metà dorata, fluttuava sospinta dal vento da ovest verso est. La strada si stendeva come una lunga navata nella luce piena dell'estate, e lontano, a occidente, dove le case sembravano convergere fino a toccarsi, s'innalzava, come un prezioso e misterioso tabernacolo, il tempio che custodisce le cose sacre.

A questo si aggiunge un apparato di immagini particolarmente curate, belle e guidate dal filo conduttore della mescolanza fra botanica floreale e anatomia umana; mi ripeto sempre nel lodare le grafiche, ma forse questo è il mio lavoro preferito.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Una nuova giallista esordiente che mi sento di raccomandarvi: Antonia De Gattis col suo commissario Ferramonti

 L'autrice Antonia De Gattis, che ha scritto alcune poesie ma che ha sempre apprezzato i gialli di Camilleri e che esordisce nella letteratura mistery con Il commissario Ferramonti. Un giorno nero alla hijumara mi ha veramente sorpresa (e non solo per avermi proposto di leggere il suo romanzo).


Il romanzo è breve, ma denso. Le linee del racconto sono 2. 

Da una parte abbiamo il passato familiare del protagonista, triste e forse non emerso completamente, che si svelerà a poco a poco, intervallando i capitoli dedicati al caso. 

Dall'altra conosciamo il commissario Nicola Ferramonti, alle prese con un brutto fatto: il ritrovamento di una ragazza nella hijumara. Sembra un quadro di Millais, ma si inserisce invece in un contesto che l'autrice descrive bene e che è uno dei punti forti di questo testo. 

De Gattis racconta una Calabria fatta di contrasti, ma che si sente quanto è amata a ogni parola: la bellezza mozzafiato si accompagna alla triste realtà della criminalità, ai suoi interessi, alle sue faide. Eppure ciò che è così chiaro in Procura stride a Ferramenti, che ha poco tempo.

È un uomo particolare: ha la sindrome di Asperger e un senso morale molto forte. Porta con sé un vissuto che lo ha segnato, ma sa aprirsi, specialmente con la donna che ama. L'unica nota fuori posto è che ha rapporti forse troppo facili per la sua condizione, interagisce, è socievole. Contrapposto a un Montalbano, che con Pasquano litigava frequentemente, qui commissario e medico legale vanno d'accordissimo, con molti convenevoli.

Il testo è ricco. L'autrice ha saputo calare nel racconto i punti di vista del commissario, riflessioni, le difficoltà dell'indagine, i rapporti umani.

Ci sono molti richiami nel modo di condurre l'indagine, nei rapporti del protagonista, in questa struttura del testo che mi hanno richiamato i gialli con Salvo Montalbano.

Antonia scrive molto bene (non ogni frase è perfetta, non ogni dialogo riuscitissimo, ma è una valida scrittura), soprattutto considerando che questo è il suo primo romanzo e le sono molto grata di avermi dato l'opportunità di leggerlo.

Un giorno nero alla hijumara è un buon giallo, di piacevole lettura e scritto bene, che consiglio a chi apprezza il giallo di Andrea Camilleri.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Venite a divertirvi correndo dietro a Gervase Fen nel giallo di Edmund Crispin, Il negozio fantasma

 Edmund Crispin è stato un compositore che si è reso noto anche nell'ambito della scrittura poliziesca, soprattutto per la serie dedicata all'eccentrico professore di Oxford Gervase Fen.

Il negozio fantasma è il terzo volume (252 pagine) di questa serie, in precedenza pubblicata da Mondadori, che ora Blackie ha deciso di ridare alle stampe.


La storia, uno di quegli enigmi della scatola chiusa che piacevano tanto a John Dickson Carr, a cui Crispin è debitore, è originale e caotica.

Un amico poeta del professor Fen, Richard Cadogan, decide di andare in vacanza proprio a Oxford; il viaggio si protrae per ore e giunge nella località nella notte, imbattendosi per caso in un mistero.

Cadogan entra in un negozio di giocattoli perché nota la porta aperta e trova un cadavere, ma riceve una botta in testa. Si risveglia, ore dopo, in stato confusionale e si reca alla polizia per raccontare cosa è accaduto, ma il negozio e la morta non si trovano più. Solo Fen potrebbe credergli e in effetti il detective in erba, che gode già di un certo credito per i casi precedentemente risolti, lo trascina in giro per la cittadina, interrogando alcune figure molto particolari e seguendo una pista che è un rompicapo vero e proprio.

Fen è un uomo cinico e totalmente distaccato dalle convenzioni: rispettare gli orari del ricevimento o il programma delle lezioni, usare le cortesie necessarie, niente di tutto questo ha alcuna importanza; non si cura molto degli altri, insomma: è tutto tranne che senza macchia. Non è un buono, ma è scaltro, energico, ha intuito ed è uomo d'azione. Mi è piaciuto moltissimo.

Anche Cadogan è un bel personaggio, con maggiore senso del dovere e del pudore, più remissivo e impacciato di Fen; anche lui stravagante, allergico al lavoro, una spalla comica perfetta per il professore.

Non tutto torna, nemmeno alla fine; non è un giallo convenzionale (e di solito questo mi disturba molto) e i responsabili del mistero concedono pure ai nostri protagonisti una certa indulgenza, però il viaggio è molto divertente. Il ritmo c'è, la storia è dinamica, con frequenti cambi di ambientazione; molti personaggi sono coloriti, alcuni strampalati, ma soprattutto un umorismo vivace accompagna ogni singola pagina di questo romanzo.

Ci sono persino giocosi riferimenti del personaggio di Fen al suo scrittore Crispin, in uno slancio molto moderno per il 1946.

Mi basta?

Questa volta sì, ma vorrei leggere altro di Crispin per valutare se ci sono gialli più "solidi" nel suo repertorio.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 28 giugno 2026

Una raccolta di pensierini graziosi sulla Sicilia, ma da Incanto siciliano mi aspettavo molto molto di più

 A questo libretto ho fatto la corte nella Feltrinelli di via Cavour a Palermo diverse settimane prima di decidermi a comprarlo. Me lo sono fatta come regalo di Natale, assieme a un'altra raccolta di racconti gotici scritti sempre da autori siciliani: un regalo d'addio perché non ci sarei tornata più in città (o comunque non tanto frequentemente come mi è accaduto nel corso del 2025).


Apalós è una casa editrice siracusana di cui leggo per la prima volta questo libretto di nove racconti, ognuno dedicato a magnificare l'Incanto siciliano (162 pag) derivante da nove distinti siti dell'isola. Qual è il problema? Che sembrano davvero dei temini, dei compiti a casa, almeno quasi tutti.

Salvo con maggiore facilità Il ragazzo di Palermo, secondo racconto, che ha una narrazione e un colpo di scena; Pellegrini d'amore, che è un po' una rivisitazione di una leggenda che non conosco (quella di Aretusa e Alfeo e della nascita della fonte di Aretusa a Ortigia) e quindi mi fa piacere leggere; e infine La scalinata di Pantalica, metafora della corsa sfrenata fine a sé stessa dei nostri tempi.

Il primo, Siracusa, è il più esemplificativo, fra pensierino e pagina di un guida turistica, non lascia assolutamente nulla. Il quarto racconto, Quelle meraviglie lassù, è migliore, ma abbastanza simile, cambia il panorama da incensare, i templi agrigentini.

Quarto e quinto racconto si somigliano per la nostalgia dei territori, per quel senso di ritrovarsi che ha chi torna a casa dal Nord: stavolta il personaggio torna a cercare una figura precisa (Iddu) a Stromboli. In questi brani i personaggi sembrano cercare risposte dalla loro terra, quasi partissero alla ricerca di un'identità, qualcosa di smarrito nel percorso della vita, ma custodito là dove sono cresciuti.

Il terzo racconto, Il fuoco della madre, partiva molto bene nella descrizione, nella presenza di una storia, in questa salita faticosa verso la cima del vulcano che sembra catartica, ma poi fa qualcosa che l'ha fatto salire in testa alla mia classifica in negativo. La protagonista, scrittrice che non riesce a concepire, riceve la sua attesa ricompensa dopo il sacrificio dentro l'Etna di una parte di sé, del suo lavoro. COSA?! 

Secoli di tentativi di emanciparci e poi la morale è che sono punita come donna perché investo nella carriera e solo se rinuncio divento madre? Ma si sta scherzando?! In un'epoca come quella di oggi mi fai passare questo messaggio retrogrado?

Molto più composita come storia è Il raglio dell'asino, che sembra volermi raccontare un episodio e invece torna indietro e mi racconta una vita intera (secondo me ci butta anche un po' troppe cose e se si fosse limitato alla storia degli asini sarebbe stato più riuscito).

L'Orlando siciliano invece sono sei paginette di riflessione sulle analogie fra siciliani e personaggi del mito, che francamente non ho apprezzato molto, sta a metà fra una spiegazione turistica e un monologo sui tempi che sono e i tempi che furono.

Ho apprezzato l'intento della raccolta, meno la scrittura e soprattutto l'idea e la struttura di almeno parte dei racconti.

Giudizio: peccato! ⭐⭐

domenica 14 giugno 2026

Una raccolta di Hammett che non mi ha convinta: Cadaveri di donne gialle

Dashiel Hammett, prolifico autore principalmente di racconti noir, è celebre soprattutto per il personaggio dell'investigatore privato Sam Spade, che Humprey Bogart ha reso immortale nella pellicola di John Huston del 1941, Il mistero del falco, tratto dal romanzo Il falcone maltese (1930).

Personalità tormentata, Hammett è stato a sua volta ispettore privato ed è morto a 67 anni per alcolismo (la sua vita è raccontata nel film Hammett - Indagine a Chinatown (1982) di Wim Wenders.

Colpevolmente non ho mai letto il più celebre romanzo dell'autore o le opere con il suo detective più famoso, ma sono partita alla scoperta di Hammett da alcuni racconti.


Sono rimasta folgorata dal tono cinematografico con cui è raccontato Donna al buio, di cui ho parlato tra queste pagine ben tre anni fa.

Devo dire che sono rimasta meno favorevolmente colpita dai tre racconti contenuti nella raccolta Cadaveri di donne gialle e scritti fra il 1925 e il 1927. In questo caso il protagonista è Contenental Op, altro detective su cui Hammett ha scritto 28 racconti e 2 romanzi (Piombo e sangue, Il bacio della violenza).

Caratteristico dei racconti su Op è il racconto in prima persona: il detective racconta le sue imprese nel suo slang da uomo spiccio e abituato al lavoro sporco senza che il lettore sappia mai il suo nome. Anche la sua descrizione fisica ci è celata (dovrebbe essere un uomo di mezza età basso e tracagnotto). Si evince soltanto che lavora per un'agenzia e che si confronta di tanto in tanto col suo capo. Ha molte conoscenze utili tra i bassifondi e ogni tanto lavora in incognito (come nel secondo racconto della raccolta).

Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è ambientato in una mesta e degradata Chinatown dove niente è come sembra e ci sono regole proprie.

Il secondo racconto ha un sapore totalmente diverso, western. Op, sotto copertura, si ritrova sceriffo di Corkscrew, in Arizona, invischiato in una faida fra cowboy.

L'ultimo racconto cambia ancora scenario e tono, poiché il nostro detective si ritrova in mezzo a una storia di gangster.

Rispetto a Donna al buio, racconto comunque successivo (1933), caratterizzato dall'immediatezza dell'immagine e da una brevità in grado di restituire la scena come se il lettore ci fosse immerso, questi racconti hanno una prosa meno brillante, più descrittiva e il ritmo ne risente. La comprensione degli accadimenti è anche ostacolato da uno slang non sempre chiaro (questo potrebbe dipendere dalla mia vecchia edizione). In ogni caso, vuoi per la traduzione, vuoi per la scrittura ancora da maturare, i racconti non mi sono piaciuti così tanto e consiglierei di partire da altre opere dell'autore per approcciarlo. Anche io devo decidermi a leggere Il falcone maltese.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2