Mi sono innamorata della scrittura di Oriana Fallaci al liceo, quando diciassettenne lessi Lettera a un bambino mai nato, che era in casa, comprato non so da chi trent'anni prima.
Anni dopo, all'università, soffrii con la scrittrice la sua storia d'amore tormentata con Alekos Panagulis che lei racconta in Un uomo.
Un paio di anni fa ho ricominciato a leggerla, con Insciallah. Ogni libro che ho letto di lei mi ha lasciato qualcosa. La forza delle sue parole, quella prosa che scorre dolce ma racconta crudezze e violenze e barbarie senza patetismo, senza enfasi - tanto basta la loro semplice atrocità - è e rimarrà una delle migliori prose che mai leggerò.
Così mi sono di nuovo innamorata leggendo Niente e così sia (Rizzoli, 354 pagine), che fin dalla sua prefazione, in cui attraverso le parole dei testimoni rievoca il massacro di My Lai, non risparmia niente.
1967, Oriana Fallaci parte per Saigon come corrispondente per documentare la guerra in Vietnam.
Come farà in Insciallah, la giornalista ha un merito notevole: non prende le parti di nessuno (se inizialmente parteggia per i vietcong ed è molto severa con gli americani, non risparmia biasimi per i primi e lodi per i secondi quando necessario). Contemporaneamente condanna e cerca di comprendere ciascuna parte in causa.
La domanda iniziale della sua ricerca, rivoltale dalla sorella minore Elisabetta, "la vita cos'è" conduce ad altre domande: perché la morte, perché la guerra, perché gli uomini ci stanno e cosa trovano nella guerra; come cambia il valore delle vite e delle morti in tempo di guerra e di pace, nei paesi dei ricchi e in quelli dei poveri; come l'eroe diventa cattivo e il cattivo l'eroe; perché si obbedisce; come ci trasformiamo in esseri non pensanti, in bestie cieche; siamo tutti da condannare o qualcosa ci redime?
Fallaci cerca di essere imparziale e super partes, respingendo le morali politiche e religiose e ricercando un senso più universale delle assurdità che vede, fino a stranire tutti perché è la sola (a eccezione forse della sua guida, François Pelou della France Presse, a cui dedica il libro) a cercarlo.
Per cercare le sue risposte al perché gli uomini fanno la guerra, Oriana si spinge con coraggio negli abissi più oscuri: vuole andare dappertutto, vuole vedere tut-to, sfidando anche situazioni pericolose, a Dak To, sui velivoli che gettano nubi di napalm sui vietcong, fra il fuoco incrociato di alcune battaglie. Raccoglie interviste, testimonianze americane, vietnamite; soldati, prigionieri, monaci, persino il generale Loan, capo della polizia nazionale.
Stavolta so che tornerò: tutti parlano della seconda offensiva e dicono che accadrà molto presto, prima che venga la stagione dei monsoni. Ma i monsoni non sono già arrivati? Su Saigon sta cadendo una pioggia fitta. Cieca come i suoi occhi, gli occhi di Cao Ky e di Nguyen Ngoc Loan, gli occhi della mia confusione, della mia delusione, del mio inutile rincorrere una verità che non riesco a trovare ed è qui. Io lo so che è qui, dentro il pozzo. Che per trovarla si debba toccare il fondo del pozzo, la fine?
A un certo momento la scrittrice ci svela che la sua ricerca fallirà: non troverà nei suoi tre viaggi in Vietnam le risposte che cerca. Tuttavia il libro reportage si conclude non a Saigon, ma a Città del Messico.
Infine arrivai. E così fui in Vietnam per la terza ed ultima volta, a concludere la mia ricerca che fallì in amarezza. Mi sarei accorta ben presto che non si può sostituire con l’uomo l’idea di Dio.
Fallaci racconta un altro pezzettino, un post-Vietnam, che a lei sembrava così privo di senso inizialmente, inimmaginabile dopo il clima in cui era stata immersa. La giornalista rimarrà infatti coinvolta nel massacro degli studenti nella Piazza delle tre culture prima dell'inizio delle Olimpiadi tenutesi in Messico.
Paradossalmente è qui che le giungeranno alcune di quelle risposte che cercava e sono splendide le pagine che raccontano questi attimi tesi, il ritmo altissimo, i concitati momenti di panico e orrore e poi la rivelazione che le arriva, quasi un perdono che concede ai suoi simili capaci di tanta disumanità.
E poiché Cristo scese in terra a insegnarci l’amore, c’è sempre la Messa di domenica mattina per riscattarci con dieci Pater, dieci Ave, dieci Gloria e, perché no?, un Requiem Aeternam che dica così: «Padre nostro che sei nei Cieli dacci oggi il nostro massacro quotidiano, liberaci dalla pietà, dall’amore, dalla fiducia nell’uomo, dall’insegnamento che ci dette tuo Figlio. Tanto non è servito a niente, non serve a niente. A niente e così sia».
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

















