mercoledì 20 maggio 2026

Un finale che meritava una scrittura migliore: La verità che brucia

 Quando hai una pagina piccola sul Bookstagram, le prime volte che ti offrono di recensire dei libri in uscita ne resti lusingata. Dopo alcuni tentativi, tra alti e bassi, scopri che invece questo ti mette in una posizione scomoda. 

Ho appena finito di leggere un libro che ho trovato scritto davvero male: voglio essere sincera nell'espressione del mio parere, ma al contempo non voglio demolire le aspettative e l'entusiasmo di un giovane che potrebbe ancora crescere in questa arte (e glielo auguro di cuore, anche perché si è posto in modo molto carino, anche se forse non molto umile). 


La verità che brucia
 (266 pagine) è il secondo romanzo scritto da Kevin Barbagallo ed è presentato dall'autore e da Incipit23 come un thriller psicologico, genere preferito dallo scrittore. Questa passione è evidente nell'omaggio che vuole offrire al genere e nel parlare con lui. Il romanzo uscirà sabato 23 maggio.

Il protagonista è un giornalista della BBC che ha una carriera, una famiglia da Mulino Bianco e una vita da copertina, da jet set. O forse no? Questa perfezione si incrina quando Jonathan non è più l'annunciatore dei casi di cronaca, ma ci entra dentro, così invischiato da intraprendere un viaggio...ma è il protagonista o il lettore che si avventura alla ricerca di una verità difficile da accettare?

Ho chiesto all'autore a chi si ispirasse, se avesse scritto anche racconti, come si era trovato con l'editor e mi sono accorta di alcuni elementi evidenti. Questo scrittore non scrive racconti, ma ha pubblicato due libri: si tratta dunque del classico caso in cui chi non lo ha mai fatto prima si improvvisa scrittore (e dico improvvisa perché dalla sua prosa è evidente che non ha fatto corsi, altrimenti gli avrebbero dato quelle due dritte per non commettere errori ingenui).

I problemi principali sono due:

  1. la scrittura.
  2. la costruzione di un racconto verosimile.
La scrittura è immatura, alle prime armi: i dialoghi sono composti per almeno un quinto da convenevoli, sono eccessivamente colloquiali, ricchi di espressioni che si usano più nel parlato che nello scritto; le descrizioni comprendono lunghe scene in cui si descrivono movimenti o gesti banali (la consegna di un bicchier d'acqua in un interrogatorio) o arricchite da particolari ininfluenti (la fantasia degli abiti, il tipo di cibo acquistato). Inoltre i gusti e le espressioni dei personaggi non sembrano per niente britanniche, anche se il romanzo si ambienta in parte a Londra. Probabilmente l'autore si perde nel descrivere alcune cose che a lui piacciono in particolare e che, anche se ininfluenti nella trama, desiderava trasmettere (Londra, il Messico, gli orologi, i vestiti...).

Mentre si dilata in particolari inutili, perde di vista elementi più importanti. Certi passaggi logici mancano: i personaggi di Jonathan e Mark saltano a conclusioni affrettate, con collegamenti che perdono anelli nella catena logica (un elemento lasciato in casa fa pensare al killer, ma in base a cosa escludere il caso o una figura amica? un comportamento conduce a una certa diagnosi psicologica, ma quale personaggio sarebbe in grado di farlo quando anche gli addetti ai lavori ci impiegano del tempo a inquadrare una certa situazione?).

L'autore mi ha spiegato che un romanzo snello era voluto, ma il risultato non è quello ottenuto. Sinceramente penso che sia stato mal consigliato dall'editor, che avrebbe dovuto spingere per approfondire gli aspetti psicologici e il dipanarsi dei passaggi logici che conducono la storia verso quel finale, tagliando una quantità enorme di elementi e periodi totalmente inutili, che annoiano e fanno perdere il ritmo del racconto.

Anche se la storia aveva degli elementi che potevano renderla interessante, con un finale molto carino, anche se non spiegato benissimo (a me è rimasto un dubbio, derivante proprio da quel saltare l'ordine logico delle deduzioni, senza soffermarsi su scoperte fondamentali, glissando proprio dove occorreva porre l'accento) e non originalissimo (cara zia Agatha, le hai già inventate tutte tu le trame) aver perso di vista cosa era importante raccontare e cosa era assolutamente necessario tagliare ha reso il racconto sproporzionato nelle sue parti. 

La parte iniziale è inutilmente lunga. Aveva una sua funzione specifica, ma è scritta così male che annoia e non mi trasmette il sentimento che doveva agganciarmi: quel paradiso raccontato è distante e, appunto, descritto a parole. Non mi affeziono ai personaggi (che sono piatti, quando non contraddittori: Jonathan non ha paura di fare quel che c'è da fare, ma prende "pastiglie per l'ansia"). Nel caso specifico alcuni elementi hanno senso, ma una maggiore esperienza e conoscenza non solo del thriller, ma anche di altra parte della letteratura, avrebbe potuto consigliare all'autore una diversa persona per raccontare almeno un personaggio, se non probabilmente tutti, visti gli scopi a cui voleva arrivare. Barbagallo non sfrutta la tecnica dello show, don't tell: mi descrive azioni, pensieri, sentimenti, ma il personaggio non li vive e non mi fa mai capire l'entità di una perdita o di una preoccupazione.

La parte centrale è disordinata, i personaggi vagano, alcune domande dovrebbero essere poste subito, ma, siccome devi aspettare la fine per quelle conclusioni, chi deve farle tergiversa. Il finale è quasi una corsa e la risoluzione del mistero è uno spiegone (non un duello verbale, non un crescendo di tensione, no: i pezzetti vengono dati in ordine).

Forse non è stata pianificata una struttura prima e va bene, non sempre gli autori lo fanno, ma questo ritmo è sincopato, parte troppo piano e accelera troppo in seguito. Inoltre c'è un'intera parte che si alterna alla narrazione principale che è inutile e noiosa, la parte "romance". Potrebbe avere la sua utilità, ma ribadisco che finisce per sbilanciare tutto il narrato in quella direzione e, onestamente, mi annoia. Gli elementi per la costruzione del finale sono concentrati nell'ultimo terzo, che sembra totalmente diverso dalla precedente parte: forse qualche briciola di pane per i viandanti andava seminata prima.

C'è un altro aneddoto del passato di un personaggio che è riportato e che sembra puntare in una certa direzione, ma mi sarebbe piaciuto che si collegasse meglio al finale, che io potessi riconoscere qualche elemento che al termine della lettura mi avesse potuto far dire "Ah, vedi! L'aveva costruito apposta!". Invece l'episodio passa nel dimenticatoio, salvo per domandarsi se quello che fa il personaggio è davvero condiviso oppure no.

Un'altra cosa che è palese dalla lettura è che non è stata condotta una ricerca, anche minima, su diversi aspetti: da quelle pastiglie ottocentesche al fatto che i risultati (scientifici, informatici, di qualsivoglia natura) di un indagine possano essere disponibili in 24 ore, così come l'abitazione dove è avvenuto un crimine possa essere restituita al proprietario in ancor meno tempo. Manca una verosimiglianza negli eventi: il funzionario di polizia che ti dà la benedizione mentre gli racconti che stai prendendo una decisione pericolosa e sospetta, il seguire una pista dando per scontate certe informazioni o inferendo conclusioni in modo casuale, le risposte trovate ben confezionate in un colpo solo senza dover ricomporre un puzzle (che cosa comoda successa casualmente in questa trama direbbe il buon Caleel), perché sei arrivato in fondo, devi chiudere rapidamente (troppo rapidamente) e finisce che hai sbilanciato tutta la struttura nella parte iniziale e ti occorre un deus ex machina per venirne fuori.

In conclusione, penso che questo giovane scrittore dovrebbe allenarsi molto di più per la prossima uscita editoriale, prendendo con umiltà anche qualche lezione di scrittura e affidandosi a un editor più onesto o più capace. Questa storia si sarebbe potuta salvare (non intendo che potesse diventare un capolavoro, ma almeno diventare un racconto godibile sì), ma con un pesante lavoro di taglio e correzione dietro. Invece ho passato il tempo della lettura a sbuffare e a digitare note di pura esasperazione sul Kindle (92 note per la precisione). E dopo il secondo racconto scritto da principianti convinti di avere il diritto di arricchire il numero di pubblicazioni annue perché sì, credo che rifiuterò altre collaborazioni con questa realtà editoriale (anche se Morte in grigio chiaro era carino davvero, ma - come ho detto all'autrice - non sembrava il suo primo romanzo) e forse in genere.

domenica 17 maggio 2026

Racconti di fantasmi scritti con l'IA? No, grazie

 Quando mi è stato inviato da Italian Ghost Story il volume I fantasmi di Venezia, per il quale li ringrazio moltissimo, non mi aspettavo che si trattasse di racconti. Seguendo la loro pagina pensavo sarebbero state leggende di misteri Veneziani, riportate come fa Lidia nei video della pagina. Il libro contiene 17 brevissimi racconti che si ispirano a leggende, riportate dai curatori in fondo al volume, col lodevole intento di tramandarle, non lasciare che siano dimenticate.

Seguo la pagina da tempo perché sono sempre stata affascinata dalle leggende, dal folklore, dalle storie di fantasmi e, in generale, da tutte le narrazioni che mettono i brividi. Inoltre è stato il primo libro che mi è stato proposto come omaggio anche cartaceo, cosa che mi ha sicuramente lusingata.

Però, però, però, però...


I primi 11 racconti hanno una struttura molto simile: un personaggio brama qualcosa di più, di solito talmente estraneo alle leggi e alle morali degli uomini da essere proibito e da richiedere un prezzo molto alto per averlo desiderato o ottenuto. E queste ambizioni (che siano dominare un'entità o un fenomeno soprannaturale, riavere indietro un amato, accedere a un luogo maledetto o raggiungere un oggetto potente per i propri scopi), comportamenti reprobi per le creature protagoniste del racconto, saranno tutte punite.

Gli ultimi racconti hanno un tono più dolce, più intimo e le creature aiutano più che punire i personaggi. Tra questi Rondò: taglio teatrale, flusso e storie diverse dalle altre. Alcuni, come il racconto su Casanova e sul Golem sono più dinamici e avventurosi. Il penultimo racconto ha una narratrice molto originale.

La scrittura è volutamente solenne. Alcuni pattern e modi di scrivere ritornano con frequenza: personaggi che perdono conoscenza; frasi aforistiche; finali con un avvertimento; la struttura della frase "non questo, ma questo", in un intento di costruzione del mistero, dell'onirico.

Se devo essere proprio onesta, molte frasi sembrano scritte in modo serialmente simile - non tutte, non in tutti i racconti. In alcuni momenti alcune frasi hanno una ricercatezza che sembra più spontanea, ma il sospetto che ci sia stato un aiuto artificiale per scrivere (a questo punto la cosa diventa un indizio) dieci titoli in sei anni. La cosa potrebbe essere ovvia (dal fatto che manca il nome di un autore unico, anche se sono citate le persone fanno parte del progetto) e non necessariamente un male, se lo scopo è far conoscere le antiche leggende di un luogo o il progetto del brand, che fa anche Ghost Tour.

Tuttavia, dal punto di vista letterario è un danno e non c'è qualità (anche se c'è in giro di peggio, non solo scritto dagli androidi), pertanto avrei nettamente preferito che le leggende fossero narrate come fatto mitico, storico, aneddotico.

Giudizio: ⭐

sabato 25 aprile 2026

Arrampicarsi sulla Luna con Italo Calvino: Le Cosmicomiche

 La scrittura di Calvino è sempre stata capace di incollarmi alle pagine come un incantesimo e sono sempre stata meravigliata dalla sua abilità descrittiva. Calvino è capace di raccontare il fantastico, il meraviglioso, l'onirico come se fosse semplice, quotidiano, perfettamente plausibile.

Questa raccolta è straordinaria, forse la più bella di quelle che ho letto dell'autore, perché vira verso il fantascientifico, ma resta narrativa: lo scrittore tratta nuove scoperte della scienza, dell'astronomia ma solo come trampolino di lancio per la fantasia. E io ne sono rimasta estasiata, completamente stupefatta dall'originalità, sopraffatta dalla bellezza delle sue parole precise e dal fascino di una fantasia sconfinata.

L'immagine di una scala che da una barca viene appoggiata alla luna per raggiungerla è gioco e poesia e mi ha commossa per la sua semplice bellezza.

Le Cosmicomiche (Mondadori, 160 pagine)

Con questo spirito divertito e sognante Calvino immagina la creazione della materia, dei colori, del concetto di sé e del desiderio di essere unici al mondo e di dare una certa immagine di sé al mondo (in questo senso il racconto Anni luce è pirandelliano), del gioco e del baro, dell'amore e della gelosia.

Buio pesto era - confermò il vecchio Qfwfq - io ero bambino ancora, me ne ricordo appena. Stavamo lì, al solito, co babbo e la mamma, la nonna Bb'b, certi zii venuti in visita, il signor Hnw, quello che poi diventò un cavallo, e noi pià piccoli. Sulle nebule, mi pare d'averlo raccontato già altre volte, si stava come chi dicesse coricati, insomma appiattiti, fermi fermi, lasciandosi girare dalla parte dove girava. Non che giacesse all'esterno, m'intendete? sulla superficie della nebulosa; no: lì faceva troppo freddo; si stava sotto, come rincalzati in uno strato di materia fluida e granulosa.

Il narratore, Qfwfq, ricorda le sue incarnazioni nelle varie epoche del mondo, da quando il cosmo era ancora da formarsi, alla scomparsa dei dinosauri.

Ispirato da questi racconti Luca Marinelli ha portato a teatro nella stagione 2025-26 La cosmicomica vita di Q, alla cui proiezione ho assistito a Firenze al Teatro della Pergola. Stavo leggendo l'opera proprio al momento in cui ho assistito alla rappresentazione e l'ho trovato molto distante dall'opera originale, principalmente perché il teatro non ha i mezzi per un ghirigoro fantastico come lo sono Le Cosmicomiche.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

L'ultima espressione del cantore cieco di Porto Empedocle: Conversazione su Tiresia

 Andrea Camilleri non è solo Montalbano e non è solo Vigata.

L'autore siciliano del mio cuore, uomo di multiforme ingegno e scrittura, ha spaziato nella sua carriera tra innumerevoli generi, ha scritto oltre un centinaio di opere, oltre che sceneggiature televisive e per il teatro ha anche diretto.

Tra le sue opere per il teatro, piccolina e, quasi, recente (2018) c'è Conversazione su Tiresia (Sellerio, 64 pagine), che del personaggio mitologico vuole dare una panoramica a tutto tondo, dimostrandone, nella carrellata di apparizioni nella storia delle arti, l'immortalità (come vuole il mito).

«Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick. Oppure Tiresia sono, per dirla alla maniera di qualcun altro.

Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una delle sette. Non posso dirvi quale.

Qualcuno di voi di certo avrà visto il mio personaggio su questo stesso palco negli anni passati, ma si trattava di attori che mi interpretavano.

«Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi tutto quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio».


Partendo dalle varianti del mito che danno alternative versioni della sua storia, arrivando alle rappresentazioni fedeli o ispirate al personaggio che sono state realizzate in anni più recenti (Eliot, Pasolini, Levi...) Camilleri ci mostra come Tiresia nel corso degli anni si è adattato, trasformato, fino a trasfigurarsi del tutto (del resto quale personaggio meglio di lui - che visse, secondo il mito, parte della vita come uomo e parte come donna - potrebbe farlo?), ma è rimasto nel panorama dell'arte: è sopravvissuto e il mondo continua a chiacchierare (per lo più male) di lui.

Questo monologo dell'indovino cieco fu interpretato dallo stesso Camilleri (che era già cieco anche lui e che ci avrebbe lasciati poco più di un anno dopo) al Teatro Greco di Siracusa l'11 giugno 2018. Fu ripreso per essere trasmesso anche al cinema e in Rai pochi mesi dopo (e in replica il giorno della morte dell'autore), messa in onda a cui assistetti e alla cui regia partecipò Roberto Andò.

Il testo è una dissertazione tra il filosofico e l'umoristico ed è reso molto piacevole dalla scrittura di Camilleri: se siete appassionati di mitologia o di teatro, ve lo consiglio senza dubbio. Se amate l'autore empedoclino è imprescindibile.

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 12 aprile 2026

La migliore raccolta di ABEditore? Grimorio

 Se ABEditore si caratterizza da sempre per una scelta curata dei testi, incorniciati da un apparato di immagini che evocano alla perfezione atmosfere gotiche e impreziosiscono i loro volumi, con Grimorio (370 pagine) per me si sono superati: probabilmente è il volume che preferisco fra quelli che ho letto della collana Ombre e creature. Protagonista di questa raccolta, ovviamente, è la strega.


Dopo una prefazione molto interessante sulla figura della strega, citando anche il saggio Il mostruoso femminile di Sady Doyle, il libro si divide in sezioni tematiche che raccolgono più racconti, ciascuna termina con un estratto di un opera di Walter Scott, Demonologia e stregoneria, che racconta antichi casi giudiziari su donne accusate di stregoneria.

La prima sezione, Sabba e riti include due racconti: Una storia di satanismo di Mrs. Hugh Fraser, la confessione di una ragazza all'amica che ripercorre una storia che mi è piaciuta moltissimo, e La notte della congrega di Wlliam Harrison Ainsworth, che in realtà è un breve brano di un romanzo più lungo (The Lancashire Witches); in quest'ultimo la scena, osservata di nascosto da due ragazze, è evocata e mi ha lasciata abbastanza indifferente, in realtà, probabilmente proprio per il suo essere stata separata dal contesto.

La sezione termina con estratti dal testo di Scott di lettere che descrivono persecuzioni e interrogatori avvenuti tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento.

La seconda sezione si intitola Stregonerie e incantesimi, comprende quattro racconti e parte da un racconto ambientato in una località esotica. Magia nera di Jessie Middleton racconta di un particolare maleficio che si perpetra a mezzo di un oggetto nell'India di inizio Novecento.

Il frassino di Montague Rhodes James, storia di una maledizione che perseguita più generazioni della famiglia Fell, è, secondo me, uno dei racconti più moderni della raccolta, anche se scritto nel 1904, soprattutto per il finale, molto più cinematografico che evocativo, come sono di solito la maggior parte dei racconti ottocenteschi.

La pietra del diavolo di Beatrice Heron-Maxwell è un altro dei racconti che mi è piaciuto un po' meno e anche questo è incentrato su un oggetto maledetto.

Al contrario, Testadipiuma di Nathaniel Hawthorne è uno dei racconti più belli e particolari della raccolta: è originale, molto divertente (anche se con un finale quasi malinconico) e con un certo grado di approfondimento psicologico dell'insolito protagonista.

Nell'estratto di Scott alla fine di questa sezione si accennano alcuni metodi di estorsione delle confessioni da parte delle Inquisizioni: la pesa della donna accusata a paragone di una Bibbia (se più leggera del volume sarebbe stata ritenuta colpevole - supposizione che si basava sul fatto che una strega per volare a cavallo di una scopa debba presumibilmente essere leggera; per fortuna non poteva essere così); il galleggiamento in acqua, molto più sadico e a prognosi infausta, basato sul presupposto che le innocenti sarebbero affogate, mentre le colpevoli di stregoneria si sarebbero salvate (dal Maligno o dalla repulsione per l'acqua)...fino all'esecuzione della condanna; infine la recita delle preghiere: una strega non avrebbe potuto recitarle correttamente, ma neanche una straniera. In questa sezione fa la sua apparizione anche Benvenuto Cellini, che racconta cosa gli mostrò un negromante.

La sezione Le streghe esordisce con un racconto che restituisce tutto il potere del fascino della strega: La strega della palude di Mrs. Marriott-Watson. Nella prefazione della raccolta è proprio una frase di questo racconto che viene citata per raccontare come la magia della donna superi le possibilità dell'aspetto materiale e spieghi come le vittime cadano preda dei malefici.

«ℌ𝔬 𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔩𝔲𝔡𝔢 𝔫𝔢𝔩 𝔰𝔞𝔫𝔤𝔲𝔢» 𝔡𝔦𝔠𝔢 𝔞𝔫𝔠𝔬𝔯𝔞 𝔩𝔢𝔦, «𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔲𝔯𝔞 𝔢 𝔩𝔞 𝔰𝔲𝔞 𝔫𝔢𝔟𝔟𝔦𝔞. 𝔓𝔢𝔫𝔰𝔞𝔠𝔦 𝔟𝔢𝔫𝔢 𝔭𝔯𝔦𝔪𝔞 𝔡𝔦 𝔤𝔦𝔲𝔯𝔞𝔯𝔪𝔦 𝔞𝔪𝔬𝔯𝔢, 𝔭𝔢𝔯𝔠𝔥é 𝔦𝔬 𝔰𝔬𝔫𝔬 𝔩𝔞 𝔫𝔲𝔟𝔢 𝔦𝔫 𝔲𝔫𝔞 𝔫𝔬𝔱𝔱𝔢 𝔰𝔱𝔢𝔩𝔩𝔞𝔱𝔞.» 

[...]  𝔉𝔲 𝔞𝔩𝔩𝔬𝔯𝔞 𝔠𝔥𝔢 𝔩𝔞 𝔭𝔞𝔷𝔷𝔦𝔞 𝔰'𝔦𝔪𝔭𝔞𝔡𝔯𝔬𝔫ì 𝔡𝔦 𝔪𝔢. «𝔇𝔬𝔫𝔫𝔞 𝔬 𝔰𝔱𝔯𝔢𝔤𝔞,» 𝔢𝔰𝔠𝔩𝔞𝔪𝔞𝔦, «𝔦𝔬 𝔳𝔢𝔯𝔯ò 𝔠𝔬𝔫 𝔱𝔢! ℭ𝔥𝔢 𝔦𝔪𝔭𝔬𝔯𝔱𝔞 𝔡𝔢𝔩 𝔡𝔬𝔩𝔬𝔯𝔢 𝔠𝔥𝔢 𝔣𝔲? 𝔓𝔯𝔬𝔰𝔠𝔦𝔲𝔤𝔞𝔪𝔦 𝔭𝔲𝔯𝔢 𝔠𝔬𝔪𝔢 𝔥𝔞𝔦 𝔣𝔞𝔱𝔱𝔬 𝔠𝔬𝔫 𝔮𝔲𝔢𝔩 𝔡𝔦𝔰𝔤𝔯𝔞𝔷𝔦𝔞𝔱𝔬, 𝔭𝔲𝔯𝔠𝔥é 𝔯𝔢𝔰𝔱𝔦 𝔞𝔩 𝔪𝔦𝔬 𝔣𝔦𝔞𝔫𝔠𝔬!»

Questo è il filo conduttore della raccolta e l'aspetto protagonista anche del brano L'altra sponda, forse il mio racconto preferito di tutta l'antologia, il più originale, probabilmente anche per via della particolare personalità dell'autore, Stanislaus Stenbock.

Meno memorabili, per me, i racconti Lo spettro della strega di un autore anonimo e Il gatto nero di Pedro Escamilla: il primo racconta la trasfigurazione di una strega, nel secondo l'ossessione del protagonista si concentra su un gatto.

Seguono due estratti da Demonologia e stregoneria, il primo brevissimo, e una lettera sui processi di Salem da Meraviglie del mondo invisibile di Cotton Mather.

L'ultima sezione si intitola Cacciatori di streghe, che comprende Il torturatore di streghe di Robert Anthony, dove il karma gioca un brutto scherzo al personaggio del giudice, Vendetta moresca di Vincente Blasco Ibanez, racconto che mi ha messo molta tristezza per il finale ineluttabile, e Una strega sul rogo di Mrs. Reynolds, racconto avventuroso e che conclude la raccolta con un po' di speranza.

Seguono due piccoli estratti (l'ultimo da Scott e un documento del 1600) e un appendice che comprende un resoconto sulle tecniche di tortura e la prima scena del IV atto del Macbeth di Shakespeare.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

giovedì 5 marzo 2026

Scrivere un personaggio senza mostrarlo (quasi) mai: la grandezza di Cuore di tenebra

Cuore di tenebra di Joseph Conrad, che io ho letto su un'edizione ereditata (non saprei dire se da mio padre, da mio nonno o forse da mia nonna che era professoressa di lingue) BUR con testo originale a fronte (pagine totali 270) mi ha lasciata con la sensazione di essere divisa a metà.

Il romanzo parte molto lentamente, per introdurre il lettore (e gli amici che ascoltano il racconto di Marlow) al Congo, al suo mondo da scoprire, tenebroso, incerto e all'atmosfera, alla tensione del luogo. Il marinaio Marlow, narratore e forse persino alter ego dell'autore, sente la necessità di avventurarsi lungo il fiume Congo e quello che trova nella colonia sono giochi di potere e una leggenda.

Devo essere sincera, la prima parte, quasi i due terzi del libro, mi sono un po' annoiata. Avvertivo la stanchezza e mi domandavo cosa non riuscivo a cogliere, dove stava lo speciale di quest'opera. Poi, piano piano, ho cominciato a capire cosa rendeva grande questo romanzo, rendendolo un punto di riferimento della letteratura, arrivando a ispirare a Francis Ford Coppola Apocalypse Now.


Con grande maestria, Conrad inizia a introdurre il personaggio chiave del romanzo, la figura di Kurtz. Prima evocato, poi "chiacchierato" dagli altri personaggi, nella prima parte del romanzo; poi "atteso" durante il viaggio lungo il fiume, nella seconda parte, Kurtz assurge a entità misteriosa, ingigantito dalla fama che lo precede, dall'ombra che si allunga e anche dall'impazienza, dal desiderio di Marlow di conoscere l'uomo di cui tutti parlano e da cui si sente magneticamente attratto. Il lavoro, l'ingegno, la spregiudicatezza di Kurtz sono vagheggiati, sussurrati, ma lo incontreremo solo alla fine, arrivando a bramarne la visione e la parola (tanto noi, quanto Marlow). La scena in cui compare e i personaggi che ne accompagnano l'ingresso nel romanzo sono altrettanto pazzeschi.

Paradossalmente sono pochi i momenti e poche le parole che scambieranno i due personaggi principali. La conoscenza di Kurtz avviene principalmente di riflesso, attraverso gli altri personaggi e ciascuno ne restituirà solo una parte, nessuno essendo in grado di restituirne la complessità, di rifletterne la figura intera. Nessuno è capace di cogliere mai l'interezza di un altra anima e (pirandellianamente) noi non siamo noi; noi siamo ciò che gli altri percepiscono di noi.

L'immagine che di Kurtz hanno gli uomini che lo conoscono in Congo è infatti totalmente diversa dal Kurtz uomo con cui ci confronteremo alla fine del romanzo, tramite la conoscenza della sua fidanzata. C'è chi lo ammira, chi lo discute, chi lo critica, chi lo invidia, ma non è un solo Kurtz. Tutti parlano di lui, alcuni pensano di conoscerlo, pur avendo in mente una diversa versione di lui, pochi lo amano.

Il personaggio, folle, affascinante, complesso è l'ossessione di tutti gli altri e al tempo stesso è ossessionato, fino a consumarsi del tutto, da quel cuore tenebroso, da quell'anima nera che non è solo la terra. E neri diventano anche il cuore e la morale di tutti coloro che si affacciano sull'abisso sconosciuto che Conrad descrive in questo romanzo.

Nonostante questo, però, non posso dire che il libro mi sia davvero piaciuto. Ho avuto anche la sensazione di averlo letto nel momento sbagliato, senza riuscire ad accordarmi del tutto con il suo ritmo e con il suo modo di raccontare. Sono però rimasta colpita da come Conrad costruisce lentamente l'attesa, la tensione attorno a un personaggio che per gran parte della storia non vediamo, ma che di fatto alimenta la storia, anzi, la regge completamente sulle spalle (o per meglio dire) sulla propria ombra.

Giudizio: ne percepisco la grandezza, ma non posso dire che mi sia davvero piaciuto, non me lo sono goduto come romanzo, come storia. Kurtz, però, è un gigante.

domenica 22 febbraio 2026

Uno dei primi noir impegnati italiani: Venere privata

 Venere privata di Giorgio Scerbanenco, che ho letto (a onor del vero) in un'edizione usata Garzanti abbastanza bruttina (246 pagine) è il mio primo approccio al grande romanziere e giornalista ucraino-italiano che nel secondo Dopoguerra è stato uno dei grandi innovatori della narrativa italiana in generale (poiché scriveva per diversi generi, dal rosa al western) e del noir in particolare. Scerbanenco raccontava nei suoi romanzi quella Milano così iconica, produttiva e in crescita, illustrandone i suoi lati più oscuri e introducendo in quel mondo "bene" la criminalità organizzata. Scerbanenco, così come altri autori del suo calibro (Sciascia, Fruttero-Lucentini) contribuirono a spostare il filone del giallo italiano verso il noir e verso un certo impegno politico e sociale, con influenze che arrivano fino ai giorni nostri. I gialli con protagonista Duca Lamberti saranno d'ispirazione per esempio a Carlo Lucarelli, come più volte ricordato dall'autore emiliano.


Venere privata
si prende il suo tempo per restituire al lettore un'atmosfera molto precisa, decadente e offuscata dal crimine, in una Milano che non è affatto "così bene".

Persino il protagonista è una figura molto grigia, un uomo di ottimi principi, che si scontra con quello che pensa la società: un medico radiato dall’albo, con una sorella in difficoltà da mantenere e che pertanto accetta un incarico molto particolare dal ricco ingegner Auseri: disintossicare il figlio dall'alcol. Lamberti capisce subito che quella dipendenza apparsa dal nulla è il sintomo di qualcosa di più grosso e quando riesce a trovare la causa scatenante, l'improbabile coppia inizia delle indagini su un crimine avvenuto un anno prima, scendendo nell'abisso della prostituzione privata, di ambienti degradati, solitudini, relazioni malate, fiumi di alcol: l'estetica di Scerbanenco è decadente, non quella di una città in fermento. 

A me è piaciuta moltissimo la penna del giornalista, mi è piaciuta questa ambientazione malaticcia e triste, mi è piaciuto Lamberti, che è, sì, un uomo che si sente fallito, e anche ruvido, disilluso, in certi momenti persino impaurito, per via di quel che ha passato e per il peso delle responsabilità che si prende, ma anche fine di pensiero e capace di leggere le persone tanto bene da calamitarle. Così accade a Davide Auseri e così accade a uno dei personaggi che mi è piaciuto di più: Livia.

Per l'epoca e la società di allora, Livia è una donna controtendenza, stupendamente intelligente e curiosa, senza schemi fissi e, soprattutto, molto coraggiosa.

Il finale del romanzo mi ha sorpresa, ma non così tanto: è un mondo cattivo e Scerbanenco non lo edulcora. Nella vita vera le cose possono andare male e vanno male.

Avviso doveroso: siamo in un'Italia completamente diversa da quella di oggi e tra italiani molto diversi da quelli che siamo (si spera almeno). I valori degli anni Sessanta (1966 per la precisione) erano quelli e (per fortuna) sono estremamente distanti dai nostri. Il metro di giudizio da adottare deve tenerne conto perché si rischia di rimanere scioccati per l'utilizzo di certi termini (più che forti) e di alcuni comportamenti, se ci si dimentica che ciò che oggi è normale, in realtà è il risultato di anni di sensibilizzazione e di sforzi per i diritti sociali.

Giudizio: a me è piaciuto davvero molto per approfondimento psicologico dei personaggi e ambientazione, nebbiosa e decadente. ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 4 febbraio 2026

Un vero giallo cozy ambientato nel Lecchese: Morte in grigio chiaro

 Mi è stata proposta in anteprima la lettura di Morte in grigio chiaro (156 pag) dalla casa editrice indipendente Incipit 23 e ne sono rimasta subito incuriosita. Durante la lettura è stato un vero piacere scoprire che l'esordiente scrittrice, Clara Prandi, non sembra affatto alle prime armi. Dal 7 febbraio lo trovate online e in libreria (sarà presentato con l'autrice alla libreria di Incipit 23 a Milano -  Via Casoretto, 42 alle ore 18).


Due vite antitetiche, quelle di Carlotta, architetta sposata a un uomo sempre vestito in grigio chiaro del Nord, e quella di Tonino, ladro calabrese dal carattere molto più passionale. Eppure, in quella vacanza di Carlotta a Tropea scatta la passione, che avrà delle conseguenze. Quando Carlotta torna alla sua ordinaria vita, condotta separatamente da quella del marito, ormai da anni, Tonino la segue, un po' per amore e un po' perché sa che lei detesta due quadri di quel marito collezionista, due quadri, però, che valgono una fortuna. Tonino spera in un ultimo colpo che gli cambi la vita, ma il venerdì del colpo, anziché trovare la casa vuota come aveva capito dall'amante, trova il corpo senza vita del marito.

Per coincidenza, guardie e ladri di Tropea si sono trasferiti tutti in provincia di Lecco e a indagare su questo omicidio è un amico d'infanzia di Tonino, il maresciallo Vincenzo Pepe.

Pepe è un uomo soddisfatto della sua vita e del suo lavoro e nelle indagini ci mette impegno, pazienza ed empatia. Le indagini occupano la fetta più cospicua del romanzo e ci mostrano gli indizi e i processi mentali del nostro maresciallo (esattamente come dovrebbe fare un giallo), in equilibrio fra correttezza e necessità di aprire porte per le quali i protocolli potrebbero non avere la chiave.

Ho trovato la lettura molto piacevole, per la scorrevolezza della lettura, il personaggio di Pepe, per l'ironia che permea le pagine, descrivendo in modo pungente i personaggi (anche se soprattutto le donne, che hanno quasi tutte dei difetti caratteriali, di pensiero, di aspetto) e rimanendo leggero nel tono. Oltre a una maggiore critica sulle sospettate che i sospettati, l'unica altra cosa curiosa che ho trovato è stata questa sottolineatura della stranezza di pagare con la carta di credito piccole cifre. Non sono riuscita a spiegarmela, dal momento che il romanzo è ambientato ai nostri giorni e pensavo che questa avversione fosse stata superata una buona decina di anni fa, trovandola oggi una pratica normale, persino in alcune zone del Sud Italia (e mi pare strano sia rimasta questa preferenza per il contante proprio al Nord).

Di solito il giallo italiano stenta ad essere cozy, anche quando dichiara di appartenere al genere, limitandosi a creare personaggi che, come Montalbano, amano mangiare. In questo mistery il comfort non è dovuto solo alla caratteristica di Pepe di apprezzare la buona cucina di sua moglie, ma al tono generale, all'assenza di drammaticità; soprattutto, rispetto ad altre letture precedenti, è presente la seconda componente del binomio, ossia ci si trova davanti a un giallo vero.

Giudizio: complessivamente è una lettura davvero gradevole ⭐⭐⭐

domenica 25 gennaio 2026

Sette quadranti del mistero: confronto libro - serie tv

 Il giallo-romanzo di spionaggio I sette quadranti di Agatha Christie è tornato in auge con l'uscita della serie Netflix (e adesso lo stiamo leggendo tutti).

Mentre attendo di procurarmi una copia usata contenente Il segreto di Chimneys e I sette quadranti, ossia le due avventure della coppia composta da Lady Eileen "Bundle" Brent e dal Sovrintendente Battle, ho preso in biblioteca una copia Mondadori del secondo (204 pagine).

In questo post vorrei analizzare prima il romanzo e la serie tv, singolarmente, e poi evidenziare le differenze fra i due prodotti.


Il romanzo del 1929 inizia nella tenuta di Chimneys, affittata a Sir Osvald Coote (e dalla moglie, la triste e materna Lady Coote, che è un personaggio divertente in modo sottile, per citare lo stesso romanzo) da Lord Caterham, e frequentata da membri del Foreign Office. Alcuni di loro e dei loro amici hanno l'abitudine di presentarsi molto tardi la mattina a colazione, in particolare Gerry Wade, al quale gli amici decidono di fare uno scherzo. Otto sveglie vengono acquistate e disposte nella camera del ragazzo per costringerlo ad alzarsi presto, ma la fatidica mattina dello scherzo Wade non scende e, mandato il maggiordomo a indagare, è trovato morto e nella stanza ci sono solo sette sveglie.

Quando i Caterham tornano a Chimneys, Bundle scopre che il giovane scomparso è morto nel suo letto e, grazie a un paio di casualità (il rinvenimento di una lettera e il quasi investimento di un altro dei membri del Foreign Office), si ritrova a indagare (sorvegliata da un preoccupato Battle) su non una, ma ben due misteriosi morti e una società segreta che sembra implicata in entrambe, insieme alla sorella e a un amico di Gerry Wade.

Bundle è una ragazza incredibilmente intraprendente per l'epoca: compie in un certo frangente un'azione che ho ammirato, non solo per l'audacia in sé, ma anche per l'inventiva di Agatha Christie, che la immagina. Bundle pianifica, insieme o separatamente dai suoi due compari, le mosse, si butta nell'azione; tuttavia sul finale, la risoluzione avviene un po' sullo sfondo. Sono comunque personaggi comprimari a risolvere il mistero, ma Bundle (come un po' il lettore) corre dietro a ciò che le apparenze sembrano suggerire.

In realtà, come scopre Bundle e come avevo pensato quando mi sono imbattuta in una particolare scena, alcune parole pronunciate vanno interpretate e, se ci si pone la domanda sul corretto modo di farlo, ecco che si delinea fin da subito l'evidente responsabile.

A parte il finale, fuori campo, che mi ha leggermente contrariata, è stata una lettura gradevolissima, per la quale ho provato quel delizioso contrasto che ama il lettore "voglio continuare a leggerlo per vedere come finisce" e "rallentiamo perché vorrei che mi durasse di più la lettura". La Christie è magistrale nel condurre il lettore dove preferisce e nell'alternare intrigo, umorismo e un pizzico di romanticismo (ce lo mette sempre, perché l'amore è uno degli ingredienti primari della vita).

Giudizio sul romanzo: ⭐⭐⭐ 1/2

Passando alla serie, le mie prime impressioni erano state:

  1. che estetica deliziosa;
  2. l'attrice di Bundle (Mia McKenna-Bruce) ha tre espressioni in croce;
  3. ci sono troppi intrecci di personaggi, troppe coincidenze.
La serie, in realtà, è stata piacevole, esteticamente curata e ha ricevuto un adattamento che ha stravolto poco la storia (almeno fino al terzo episodio). Il cast, in realtà, è stato azzeccato, le interpretazioni buone (anche se non sono entusiasta della protagonista), le scenografie eleganti, la luce calda. Ci sono un paio di discorsi retorici sulla guerra che dovrebbero approfondire i personaggi che li pronunciano, ma in realtà nessuno dei personaggi, in questo senso, è particolarmente ben scritto. Nel complesso è un prodotto che ho trovato gradevole, ma meno del libro, che ha più aria per sviluppare storia e, soprattutto, personaggi.

Venendo alle differenze fra serie e romanzo, la prima cosa che salta all'occhio è che ci sono molti più legami fra i personaggi. Bundle e sua madre (Helena Bonham-Carter, che sostituisce il personaggio di Lord Caterham) risiedono a Chimneys durante l'affitto dei coniugi Coote e conoscono i ragazzi del Foreign Office che saranno implicati nella vicenda. Di più, Bundle ha con loro rapporti di amicizia o persino oltre, mentre nel libro conosceva solo Bill Eversleigh. Non solo: la prima scena della serie ci mostra un elemento che, ripreso successivamente, mostra un coinvolgimento familiare in certi misteri.
Questo risulta stonare un po': Bundle è legata da troppi fili rossi ai misteri che si stanno per mettere in scena, soprattutto quando le capita di percorrere una qualunque strada e di fermarsi appena prima di investire la seconda vittima. Era già forzato che le succedesse nel romanzo, una coincidenza troppo grossa, amplificata tuttavia, almeno secondo me, dal fatto che non si trattasse di uno sconosciuto.

Gli altri adattamenti operati dalla serie, secondo me, sono abbastanza trascurabili, direi comprensibili. Qualche personaggio è tagliato e, di conseguenza, le loro azioni sono svolte da altri, ma lo stavo trovando un prodotto tutto sommato fedele all'originale, fino al finale. Nel terzo episodio a mutare sono sia la scena, sia un sostanzioso colpo di scena che non mi aspettavo (anche perché nessun indizio era stato disseminato in tal senso, è proprio un'aggiunta messa allo scopo di usare il personaggio in quel modo nuovo e di rottura): audace, d'effetto, ma abbastanza superfluo secondo me.

Per quanto riguarda il cambio di scena, da un lato mi spiace perché l'ambientazione originale chiudeva un po' il cerchio (e siccome la vicenda, comunque, va conclusa lì, nella serie devono aggiungere un escamotage); dall'altra quella nuova si presta meglio all'azione, che vede più protagonista Bundle (forse troppo, finanche in modo inverosimile) e risolve il difettuccio che rendeva debole il finale di carta.
Sceneggiatori, la dovete finire di far sembrare che una donna sappia fare tutto, anche quando non lo ha mai fatto, ci fate sembrare delle insopportabili sottutto, indipendenti anche quando non è necessario, è poco verosimile o più vantaggioso e intelligente fare altrimenti.

Bundle fa un'altra cosa che non mi piace: ignora il contributo che possono apportare gli altri; un po' lo fa anche nel libro, si svicola perché preferisce agire di testa propria e non glielo lascerebbero fare, ma non quando ha i personaggi sotto mano. In quel caso si affida, gioca in squadra, si fida di Battle (del resto ha già lavorato con lui, qui interpretato da Martin Freeman). Qua invece inquisisce il povero ispettore, rifiuta aiuto quando farebbe comodo e in altri momenti è indisponente con altri personaggi. La colpa è della moderna scrittura dei personaggi femminili, problema ormai che ci affligge da qualche tempo. Per il resto la scrittura è meno didascalica rispetto ad altri prodotti Netflix e non solo visti di recente e questo è apprezzabile, ma non è curata nel dare corpo ai legami fra personaggi o a sfaccettarli. Per esempio, i Coote sono caratterizzati sono in modo negativo, mentre il romanzo sapeva giocare ironicamente su di loro; oppure il personaggio di Pongo è presente, ma non si sa davvero perché sia lì.

Complessivamente, la serie offre un intrattenimento non sgradito, ma avendola vista in contemporanea alla lettura del libro o subito dopo di essa, non mi aggiunge niente di più, anzi forse mi toglie un po' di divertimento.

Giudizio sulla serie tv: ⭐⭐⭐ -

giovedì 15 gennaio 2026

Fred Vargas è tornata...col botto: recensione di Sulla pietra

 A sei anni di distanza dall'ultimo romanzo, Il morso della reclusa, Fred Vargas torna (in realtà nel 2023, sono io che arrivo tardi) col suo commissario Jean-Baptiste Adamsberg.

In Italia Sulla pietra (Einaudi, 472 pagine) è uscito nel 2024, ma io ho atteso l'autunno del 2025 per leggerlo. Perché?

Perché i precedenti due libri con protagonista Adamsberg (Il morso della reclusa e Tempi Glaciali) non mi avevano fatto impazzire: l'atmosfera e i personaggi mi sembrava avessero meno mordente e le storie erano forse poco convincenti nella risoluzione. Ho quindi tentennato un po' prima di iniziare l'ultimo lavoro dell'autrice francese, ma sono stata felicissima di scoprire che era tornata con un prodotto godibile e interessante nella trama.


Sulla pietra mi ha tenuta avvinta per tutta la lettura: la storia è stuzzicante e il ritmo molto alto, comprendendo molta azione, oltre alla parte più riflessiva che caratterizza il commissario del XIIIº arrondissement di Parigi.

Riguardo ai personaggi, in questo capitolo spicca (come sempre, va detto - è una delle mie preferite -) Violette Retancourt, che accompagna in trasferta Adamsberg, Vyrenc, Mercadet e Noël in un paesino della Normandia, quando un caso, originariamente non di competenza del nostro, viene poi assegnato alla squadra del XIIIº arrondissement. Una delle caratteristiche di Vargas è proprio la cura con cui tratteggia i personaggi, dai principali ai secondari.

A Louviec sta capitando qualcosa di strano: risuonano nella notte i passi di un'ombra ferale. Si dice che sia il fantasma dello Zoppo, che batte il suo bastone sulla pietra, annunciando la morte prossima di qualcuno. Quando tocca, effettivamente, al gigantesco guardiacaccia di Louviec e alcuni indizi sembrano condurre al nipote del poeta Chateaubriand, il commissario del paese, Frank Matthieu, ammaliato dalla recente conoscenza di Jean-Baptiste Adamsberg per un altro caso, si convince che il solo a poter vedere oltre le apparenze e imboccare la strada giusta sia proprio lo Spalatore di nuvole, nomignolo conquistato per la dedizione del commissario all'introspezione.

Osservatore attento non solo dei luoghi del delitto o dell'aspetto dei sospettati, ma anche dei loro caratteri e comportamenti, Adamsberg sembra sempre distratto da un pensiero apparentemente fuori luogo; potrebbero sembrare intuizioni le sue (che normalmente nei gialli mi infastidiscono), ma in realtà si tratta di un costante rimuginare del protagonista su certi dettagli, tutti forniti al lettore, fino a rimettere a posto il quadro d'insieme e a trovare la soluzione.

Adamsberg è lento e indolente, ma quando occorre è deciso e prevede meglio di ogni altro collega eventi e controreazioni da adottare. Il commissario divide il resto del mondo: c'è chi lo sottovaluta, non comprendendo o condividendo i suoi metodi (anche fra i più stretti collaboratori, alcuni dei quali controbilanciano proprio le sue mancanze) e chi ha fede assoluta nelle sue capacità, nella sua mente elusiva, alternativa, rimanendo affascinato dalla sua persona, ma soprattutto dai suoi modi, distaccati per alcuni aspetti ed empatici al tempo.

- Non posso restare nascosto, Matthieu. Devo stravagare. Devo andare sul mio dolmen.

- Devi?

- Proprio così. Sono le bolle, le idee vaghe. Stanno risalendo dal fondo melmoso. Si muovono, si incrociano, si scontrano. Non posso permettermi di trascurarle troppo a lungo, altrimenti torneranno a rintanarsi in fondo al lago.

Anche in questo caso il nostro segue vie alternative, piste eccentriche, psicologiche; rispetto ad altri casi che ho letto della serie, secondo me, è più facile arrivare alla soluzione anche come lettrice (o forse sono migliorata come lettrice di gialli). La storia mi ha davvero avvinta e mi ha fatto tornare a provare quella sensazione di benessere fra le pagine di un libro che fa dire "non vedo l'ora di rimettermi a leggere".

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 5 gennaio 2026

Primo approccio disastroso anche con Philip Dick

Sul viso da prugna secca di lei apparve la preoccupazione. Da prugna secca...Jason si corresse mentalmente. Non era giusto. Il suo viso avvizzito, decise. Si avvicinava di più alla realtà.

Quanto si possono odiare le donne per parlarne così?

Premettendo che non sono appassionata di fantascienza e nemmeno fan di Blade Runner (anche se ho visto pure il sequel, 2049), il romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto di Philip K. Dick non mi ha solo lasciata indifferente, l'ho proprio detestato e per due ottime ragioni.

Il primo motivo, facile immaginarlo dalla mia introduzione, è il maschilismo, decisamente pesante. Il secondo motivo, direttamente connesso al precedente, è che, a parte quello, nel romanzo non c'è nient'altro.

Ma di che parla questo libro?


All'inizio del racconto, ambientato in una realtà distopica in cui vige uno stato di polizia, Jason Taverner è un tracotante bellimbusto convinto di essere bello e bravo solo lui, famoso musicista con uno show in tv e per di più geneticamente superiore in quanto "Sei", e che si arroga la possibilità di avere tutte le amanti che desidera senza che ci siano conseguenze.

Quando una conseguenza, tuttavia, c'è, succede qualcosa. Jason si risveglia a un certo punto senza documenti (enorme problema in questa specifica realtà) e scopre che non esiste per tutto il resto del mondo.

Relativamente alla trama, al (mancato) rapporto fra questo primo fatto e i successivi e al finale che, a mio modesto modo di vedere, non spiega in modo convincente cosa sia successo, resto perplessa, ma devo ricordarmi che non è un giallo, bensì fantascienza (e forse non mi basta lo stesso). Tuttavia, arrivata in fondo al libro, non era tanto il finale il problema, quanto quello che non c'era stato prima.

Nel romanzo di Dick succede poco o nulla, c'è una stasi completa, che mi ha parecchio irritata, annoiata, financo esasperata. Sintetizzando brutalmente, si intervallano le conversazioni del protagonista con donne da cui è attratto, cinque o sei donne diverse, con quelle con i poliziotti che stanno investigando su di lui (puntualmente, dopo ogni incontro con una donna, poi viene ripescato e riascoltato nuovamente da membri diversi o anche dallo stesso generale della Polizia). Jason passa da un colloquio all'altro, trasportato solo da poliziotti o da donne, ma non dalla sua volontà: lui non fa proprio niente. Certo, è impossibilitato a compiere grandi spostamenti perché è rintracciabile e, senza documenti, ha poche possibilità di sparire, ma non agisce da ribelle o da partigiano, non ha un piano, vive alla giornata, non agisce proprio. 


Non solo, non avviene nessun cambiamento nemmeno all'interno del protagonista: è borioso all'inizio della storia e pensa di poter trattare il genere femminile come carte di carne collezionabili e lo è anche nell'epilogo del racconto. La perdita dello status quo non comporta nessun mutamento in lui, tranne la temporanea scomodità di essere un ricercato.

Ma veniamo al punto che mi ha totalmente disgustata: lo squallore dei rapporti uomo-donna in questo romanzo (già, perché il problema non è limitato nemmeno al protagonista; persino l'incesto qui non ha nessun'altra motivazione se non quella del desiderio).

Ogni singolo personaggio femminile che compare è descritto solo in termini estetici: se è bella, come è fisicamente, che attenzione dà al suo aspetto, che effetto produce negli uomini e quanto è desiderabile. La funzione è solo quella del desiderio carnale (sei donne!! e per ciascuna il protagonista sente attrazione!!).

Inoltre sono tutte connotate in modo negativo in un certo senso: ninfomani, sporche, isteriche, brutte, preda dei loro istinti, squilibrate, squallide...al contrario, gli uomini possono essere cattivi, avversari, ma sono razionali e fanno il loro lavoro.

Potrebbe salvarsi l'ambientazione, ma di solito è esattamente quella che non mi piace nel genere fantascienza, quindi salto a piè pari l'argomento.

Conclusione: ho odiato pochi romanzi come questo ⭐

domenica 21 dicembre 2025

La conclusione della storia della famiglia Florio che mi mette un po' di tristezza

 L’inverno dei Leoni di Stefania Auci (Nord, 416 pp.) chiude la saga della famiglia Florio, iniziata con I leoni di Sicilia, il romanzo che probabilmente è il mio preferito del 2025. 


Pubblicato nel 2021, a due anni di distanza dal primo capitolo, L’inverno dei Leoni prosegue il racconto di altre due generazioni della famiglia. Morto Vincenzo, che aveva portato gli affari a un altro livello, sembra impossibile credere che si possa salire ancora più in alto, avere maggiore influenza, espandere volume e ambiti di affari ed elevare il nome dei Florio a una garanzia per tutto il paese. Ignazio senior, un uomo morigerato, elegante e pronto a sacrificare i sentimenti per la grandezza della famiglia, riesce nell'impresa. Quello che lascia ai giovani figli alla sua prematura morte è un impero che sembra non possa conoscere declino, un patrimonio inesauribile.

Tuttavia, il mondo cambia, gli equilibri politici ed economici sono più difficili con il Regno d'Italia, sempre meno interessato ad essere protagonista sui trasporti marittimi nel Mediterraneo e soprattutto ad avere un occhio di riguardo per una famiglia non solo di Palermo, ma anche sempre meno autorevole negli affari e nel nome. Ignazio Junior e Vincenzo non hanno la stessa abnegazione del padre e del nonno e forse non si affidano alle persone giuste che potrebbero guidarli. Una serie di scandali, di scelte sbagliate e di tempi sfortunati, come le guerre mondiali, non incontrano una risposta autorevole della famiglia e la fortuna che sembrava dover splendere imperitura, si affievolisce e si estingue.

I personaggi che animano queste pagine sono assolutamente indimenticabili, a partire dalla figura triste e contrastata di Ignazio Senior e da quella emaciata e infelice di Giovanna. 

Come nel precedente romanzo, sono i sentimenti, oltre alla storia della famiglia, a essere protagonisti. Questi la fanno da padrone soprattutto nella seconda generazione raccontata da questo libro, quella dei figli di Ignazio Senior, ma più che i due discendenti è la luminosa ed elegante Franca a prendersi le luci della ribalta: moglie tradita innumerevoli volte da Ignazio Junior e punto di riferimento della vita mondana palermitana; fragile e allo stesso momento capace di nascondere dietro a un filo di perle e a un abito le insicurezze e le sofferenze; così magnetica da calamitare ovazioni, plauso, le attenzioni di artisti come D'Annunzio e Boldini e al contempo la compassione per la sua situazione familiare. E poi c'è Palermo, sullo sfondo, ma non troppo, raccontata tra bellezza e criticità.

Il romanzo resta fluente, non banale, avvincente, ma qualcosa, nella scrittura o nelle storie raccontate, per me ha funzionato appena un goccio meno rispetto a I leoni di Sicilia, probabilmente per il tono più amaro e più triste questo secondo capitolo: non solo le tensioni familiari (amori non corrisposti o traditi), non solo la fine della grandezza di una dinastia, ma anche una serie dolorosa di perdite. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 17 dicembre 2025

Miss Winter in biblioteca con il coltello ha degli elementi costruiti maldestramente

 Stavolta ho un fortissimo sospetto...

Ora vi do tutti i fatti e poi me lo dite voi che cosa sto pensando.

Un villaggio esclusivo dove trascorrere le vacanze, diretto da una fondazione che però non ha un'aria così cristallina e che organizza un Natale con delitto, proprio sulle nevi, per la precisione in mezzo alla peggiore tempesta di neve della storia del Nord dell'Inghilterra. Ovvio, è dove rimarranno intrappolate le sei persone che lavorano per la Fondazione Midwinter e i sei giocatori che per vincere un succoso premio devono risolvere il mistery game di Natale, chiamato Miss Winter in biblioteca con il coltello. Il romanzo (352 pp.) di Martin Edwards pubblicato in Italia da Newton Compton dovrebbe intessere un intrigo degno di Dieci Piccoli Indiani.


Chi sono le persone che si ritrovano a Midwinter? Sei ex lavoratori del mondo dell'editoria crime (un giallista fallito, chi faceva l'editor, chi aveva una casa editrice, chi un podcast, una ex opinionista e una ragazza del mondo della pubblicità), sei vite fallite, persone che hanno bisogno di soldi o meglio ancora una seconda possibilità, ma in cosa? Nella Fondazione? Tra quei tre membri della direzione così misteriosi e le tre persone che lavorano per loro?

Il premio potrà anche essere goloso, ma quando iniziano gli incidenti fatali, non si tratta più di risolvere piccoli enigmi o di scoprire il colpevole nel gioco, ma di trovare quello che sta agendo a Midwinter.

La struttura del libro a tre/quattro livelli di enigma è abbastanza interessante: c'è ovviamente la parte centrale del giallo, ma ci sono anche un cold case, collegato al mistero principale, dei giochi a enigma (con i quali io non sono granché brava) e, naturalmente, il gioco ideato dalla fondazione. La scrittura invece è atroce, incredibilmente ridondante e didascalica, tanto da affaticare la lettura e da farmi riflettere.

Cosa non mi torna:

  • l'eccesso di ripetitività (le stesse informazioni sono ribadite, quasi a costituire un riempitivo, non solo lungo tutto il romanzo, ma anche nella stessa pagina - davvero non se ne sono accorti né l'autore, né l'editor?);
  • la struttura dei fatti legati ai primi due omicidi è incredibilmente schematica e ripetuta identica: una persona sparisce dopo cena, la si cerca, la si trova e si commenta l'evento, prima tra i membri della Fondazione, poi i membri comunicano a colazione cosa è successo nella notte e i restanti ospiti ne discutono poi tra sé (sembra proprio un copione stabilito, con solo le parole da metterci per riempire gli spazi vuoti). Almeno nelle ultime pagine gli eventi prendono una piega diversa, sia pure molto frettolosa;
  • qualche indizio c'è, ma è inserito in modo troppo evidente (a parte il protagonista, ma forse pure più di lui, il passato di una sola delle persone a Midwinter è raccontato con una certa dovizia di particolari);
  • per essere un autore di polizieschi, che si occupa anche di scrivere critica al riguardo, sono un bel po' di errori e io mi chiedo come mai;
  • mi ha fatto molto ridere il Trova-indizi finale (che vorrebbe replicare quello di alcuni gialli del periodo d'Oro): alcuni ok, sono quelli plateali, ma gli altri dovrebbero essere indizi? Sono meno che suggestioni.
Giudizio: Penso che questo sia uno dei romanzi più brutti (ma soprattutto scritti male) che ho letto negli ultimi tempi e se riflettiamo insieme sul perché, secondo me ci viene in mente. ⭐