Ho conosciuto la scrittura di Arthur Machen lo scorso autunno quando ho letto la bellissima edizione de Il grande dio Pan de L'Ippocampo, che dell'autore comprendeva anche altri testi o brani.
ABEditore pubblica ancora, sotto il nome di Ornamenti di giada, alcuni racconti dell'autore, preceduti da una piccola introduzione e una bibliografia, per la precisione dieci piccolissimi testi (90 pagine), che mi confermano uno stile che mi piace molto, evocativo più che descrittivo, anche se alcuni scritti mi sono sembrati più riusciti di altri. Vediamo insieme i testi della raccolta.
Il roseto è il racconto che apre la raccolta e tratteggia in quattro pagine e mezza una dimensione onirica, quasi allucinatoria della protagonista. Per me è stato interessantissimo anche il richiamo a una statua di Pan nella fontana del giardino (un piccolo Easter Egg anzitempo).
Dal canneto provenivano lievi fruscii, intervallati dal grido spezzato e fiacco degli uccelli acquatici, consapevoli che l'alba non era lontana. Al centro del lago si ergeva un piedistallo scolpito, e sopra splendeva la statua candida di un giovane con un flauto doppio tra le labbra.
Sempre vaga, ma a suo modo più concreta è la vicenda che capita alla giovane protagonista del racconto I Turaniani, secondo me molto equilibrato e riuscito in quel meccanismo macheniano del dire-non dire.
Il più vago (e probabilmente quello che mi ha lasciato meno) dei racconti di questa raccolta è L'idealista, in cui l'intento di suscitare impressioni per me stavolta non riesce a disegnare nella mia fantasia qualcosa di definibile.
Stregoneria, al contrario, ci riesce perfettamente, senza neppure lo sforzo di un allusione, il contesto è sufficiente a farmi comprendere il nodo cruciale della storia e gli scopi reconditi di Miss Custance; qua l'autore è stato particolarmente abile.
La cerimonia, analogamente, suggerisce l'entità degli eventi, senza raccontarli mai e, con Stregoneria e I Turaniani, è tra i miei racconti preferiti.
Molto breve e molto vago è invece il racconto Psicologia, che sorprende con la riflessione finale a cui apre (quasi un colpo di scena), riflessione che potrebbe allargarsi e includere molte cose: cosa appare, quale giudizio ne diamo, cosa c'è davvero dietro, insospettabile. Questo tema mi è piaciuto più ancora del modo in cui è stato scritto il testo.
Tortura è uno dei brani più espliciti della raccolta, ma secondo me non meno riuscito; il colpo di scena è meno forte, un pochino più telefonato, ma l'effetto è molto interessante e anche in questo caso c'è una certa attenzione psicologica per il protagonista.
Mezza estate per quattro pagine sembra portarmi in una direzione non chiara, ma nelle ultime due devia completamente e si riscatta.
Natura e Le cose sacre hanno, secondo me, lo stesso problema de L'idealista: sembrano non condurre da alcuna parte, sono molto vaghi, evocativi, e mi hanno lasciata un po' perplessa al termine.
Lo stile dello scrittore, che avevo assaggiato ne Il grande dio Pan (e anche apprezzato), si riconferma in questa breve raccolta: sospeso fra l'allusione e il tacere la storia si tratteggia più con l'ombra che con la luce; è un chiaroscuro a volte molto preciso, che permette di intravedere esattamente quel tanto che basta perché il lettore abbia un piccolo sussulto interno, un moto a metà fra spavento e meraviglia. Altre volte, almeno per me, quanto dire e quanto tacere non è bilanciato a sufficienza e la scena finisce per essere sin troppo buia (L'idealista, Natura, Le cose sacre), ma in generale questi esercizi, queste piccole gemme, sono assolutamente di mio gradimento.
Avevo già notato anche la maestria di Machen nella descrizione di paesaggi e trovo conferma anche di questa poeticità, soprattutto all'inizio di un paio di racconti, Il roseto e Le cose sacre. Ancora una volta trovo una curiosa contrapposizione fra la precisione delle ambientazioni e i fatti della narrazione, vagheggiati, ma non raccontati.
Poi lentamente si mosse, aprì la finestra e guardò fuori. Dietro di lei, la stanza era immersa in una mistica semioscurità; sedie e tavoli fluttuavano come forme indistinte, e solo un tenue, illusorio scintillio proveniva dalle lune color talco sulle sontuose tende indiane che aveva tirato davanti alla porta. I drappi di seta gialla del letto non erano che tracce di colore, e il cuscino e le lenzuola bianche brillavano come una nuvola candida in un cielo lontano al crepuscolo.
Il cielo sopra Holborn era azzurro, e solo una piccola nuvola, metà bianca e metà dorata, fluttuava sospinta dal vento da ovest verso est. La strada si stendeva come una lunga navata nella luce piena dell'estate, e lontano, a occidente, dove le case sembravano convergere fino a toccarsi, s'innalzava, come un prezioso e misterioso tabernacolo, il tempio che custodisce le cose sacre.
A questo si aggiunge un apparato di immagini particolarmente curate, belle e guidate dal filo conduttore della mescolanza fra botanica floreale e anatomia umana; mi ripeto sempre nel lodare le grafiche, ma forse questo è il mio lavoro preferito.
Giudizio: ⭐⭐⭐












