Venere privata di Giorgio Scerbanenco, che ho letto (a onor del vero) in un'edizione usata Garzanti abbastanza bruttina (246 pagine) è il mio primo approccio al grande romanziere e giornalista ucraino-italiano che nel secondo Dopoguerra è stato uno dei grandi innovatori della narrativa italiana in generale (poiché scriveva per diversi generi, dal rosa al western) e del noir in particolare. Scerbanenco raccontava nei suoi romanzi quella Milano così iconica, produttiva e in crescita, illustrandone i suoi lati più oscuri e introducendo in quel mondo "bene" la criminalità organizzata. Scerbanenco, così come altri autori del suo calibro (Sciascia, Fruttero-Lucentini) contribuirono a spostare il filone del giallo italiano verso il noir e verso un certo impegno politico e sociale, con influenze che arrivano fino ai giorni nostri. I gialli con protagonista Duca Lamberti saranno d'ispirazione per esempio a Carlo Lucarelli, come più volte ricordato dall'autore emiliano.
Venere privata si prende il suo tempo per restituire al lettore un'atmosfera molto precisa, decadente e offuscata dal crimine, in una Milano che non è affatto "così bene".
Persino il protagonista è una figura molto grigia, un uomo di ottimi principi, che si scontra con quello che pensa la società: un medico radiato dall’albo, con una sorella in difficoltà da mantenere e che pertanto accetta un incarico molto particolare dal ricco ingegner Auseri: disintossicare il figlio dall'alcol. Lamberti capisce subito che quella dipendenza apparsa dal nulla è il sintomo di qualcosa di più grosso e quando riesce a trovare la causa scatenante, l'improbabile coppia inizia delle indagini su un crimine avvenuto un anno prima, scendendo nell'abisso della prostituzione privata, di ambienti degradati, solitudini, relazioni malate, fiumi di alcol: l'estetica di Scerbanenco è decadente, non quella di una città in fermento.
A me è piaciuta moltissimo la penna del giornalista, mi è piaciuta questa ambientazione malaticcia e triste, mi è piaciuto Lamberti, che è, sì, un uomo che si sente fallito, e anche ruvido, disilluso, in certi momenti persino impaurito, per via di quel che ha passato e per il peso delle responsabilità che si prende, ma anche fine di pensiero e capace di leggere le persone tanto bene da calamitarle. Così accade a Davide Auseri e così accade a uno dei personaggi che mi è piaciuto di più: Livia.
Per l'epoca e la società di allora, Livia è una donna controtendenza, stupendamente intelligente e curiosa, senza schemi fissi e, soprattutto, molto coraggiosa.
Il finale del romanzo mi ha sorpresa, ma non così tanto: è un mondo cattivo e Scerbanenco non lo edulcora. Nella vita vera le cose possono andare male e vanno male.
Avviso doveroso: siamo in un'Italia completamente diversa da quella di oggi e tra italiani molto diversi da quelli che siamo (si spera almeno). I valori degli anni Sessanta (1966 per la precisione) erano quelli e (per fortuna) sono estremamente distanti dai nostri. Il metro di giudizio da adottare deve tenerne conto perché si rischia di rimanere scioccati per l'utilizzo di certi termini (più che forti) e di alcuni comportamenti, se ci si dimentica che ciò che oggi è normale, in realtà è il risultato di anni di sensibilizzazione e di sforzi per i diritti sociali.
Giudizio: a me è piaciuto davvero molto per approfondimento psicologico dei personaggi e ambientazione, nebbiosa e decadente. ⭐⭐⭐⭐

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