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giovedì 15 giugno 2023

Il secondo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi: io mi fermo qua

 Come già raccontato in precedenza, ormai i primi due volumi li avevo già a casa e, con pochissima voglia, mi sono approcciata al secondo romanzo di questa saga così acclamata dal resto del mondo, Basta un caffè per essere felici. L'avevo già messo nella sfida dello Scaffale Strabordante e mi sono tolta il dente inserendolo anche in quella primaverile dei Sette libri in sette giorni.


Toshikazu Kawaguchi riparte la narrazione sei anni dopo i fatti raccontati nel primo libro. I personaggi principali sono gli stessi con una variante (per chi non ha letto il primo, ❗attenzione spoiler❗, ma non è mia la colpa): Nagare, il padrone della caffetteria in cui si può tornare indietro nel tempo; sua cugina Kazu, che lavora nel locale come cameriera ed è addetta alla cerimonia del versare il caffè dall'apposita caffettiera d'argento per permettere ai viaggiatori di tornare nel passato o recarsi nel futuro; la figlia di Nagare, Miki, che ha circa sei anni all'inizio di questo romanzo e che è orfana di madre perché la moglie di Nagare, Kei, muore di parto. C'è anche un breve affaccio sulla storia di Fumiko, una delle donne di cui era stata raccontata la storia e che aveva sentito il bisogno di affrontare "il rituale" sei anni prima. 

Per rinfrescare le idee, i romanzi trattano di storie infelici di persone che scoprono l'esistenza di questa particolare caffetteria di Tokyo in cui sedendosi a un particolare tavolino, su una particolare poltrona occupata da un fantasma, che si alza per andare in bagno una sola volta al giorno, e facendosi versare il caffè da questa particolare caffettiera, si può viaggiare nel tempo verso un giorno e un orario preciso. La meta è sempre lo stesso tavolo dello stesso locale, ma quel che sperano le persone che desiderano spostarsi nel passato o nel futuro è avere un colloquio con una persona importante della loro vita che era nel caffè al giorno e all'ora X. Per i fruitori di questa particolare cerimonia parlare con questa specifica persona non può cambiare il presente -o il futuro- (anche perché la maggior parte delle volte, troppo presi dall'emozione, stanno di morto parecchio zitti), ma di solito confidarle un non detto o compiere un'azione che non avevano mai avuto il coraggio o il tempo di fare, cambia la percezione del loro rimpianto o del loro rimorso (perché di questo si tratta, altrimenti nessuno sentirebbe il bisogno di dare una svolta al punto di mettersi a viaggiare nel tempo).

Rispetto al primo romanzo, però, ci sono alcuni piccoli cambiamenti.

Prima di tutto c'è una nuova regola, mai specificata nel primo episodio e funzionale alla trama e ai "colpi di scena" di questo secondo capitolo: solo le donne della famiglia Tokita possono servire il caffè nella cerimonia che concede di viaggiare nel tempo a partire dall'età di sette anni. Fino a questo momento avevo creduto che lo facesse Kazu perché era più brava o aveva semplicemente più "sbatta" di starci dietro, ma stavolta c'è questa specifica. Comparirà nell'ultimo capitolo un'ulteriore regola al riguardo che sarà approfondita e motivata (e serve a dare la svolta alla storia di un personaggio).

Infatti la seconda novità è che viene inquadrato leggermente di più il contesto familiare dei gestori della caffetteria: grazie ai viaggi nel passato vediamo Nagare o Kazu venti o trent'anni prima (molto di più di quanto era avvenuto nei casi affrontati nel precedente libro) e quindi scopriamo quando hanno cominciato a lavorare in quel bar e qualcosa in più sulla parentela e sula storia di Kazu.

Infine ho colto una differenza anche nel tipo di storie e di personaggi proposti. Si tratta anche stavolta di quattro storie che riguardano due amici, Gotaro e Shuichi; una madre, la professoressa di arte di Kazu, e suo figlio, Kinuyo e Yukio; due colleghi di Fumiko che erano stati fidanzati, Katsuki e Asami; e infine un'ispettore di polizia, Kiyoshi, e sua moglie Kimiko. Mi sono sembrate storie tristi certamente, ma meno devastanti e irrealistiche rispetto a quelle illustrate nello scorso romanzo. Anche le motivazioni dei loro gesti mi sono sembrate più approfondite e i personaggi in sé un filo più sfaccettati e meglio descritti. Questo miglioramento l'ho apprezzato. Una delle principali critiche che avevo mosso a Finché il caffè è caldo era stata proprio di avere personaggi affettati con l'accetta, che si identificavano solo col proprio ruolo da svolgere, ma senza un minimo di background. Per fortuna sono scomparse anche le descrizioni senza senso di abiti improbabili delle signore che popolavano il libro precedente e che avevo ferocemente contestato.

Per il resto lo stile rimane poco affine al mio gusto: è molto lento, i dialoghi stentano perché ogni battuta è intervallata dalla descrizione di cosa pensa o prova il personaggio, non c'è fluidità nei parlati e questi riempitivi mi danno l'idea di essere messi per allungare il brodo, perché i quattro capitoli potrebbero essere svolti in molto meno delle 172 pagine che occupano. Allo stesso modo la ripetizione perpetua delle regole dei viaggi nel tempo è davvero eccessiva, snervante, costringendomi a saltare a piè pari paragrafi interi, perché non avrei resistito a leggerla un'altra volta. Arrivo a comprendere la necessità di riepilogarle una volta all'inizio del romanzo perché il lettore le ha scordate (chissà quanto tempo è passato da quando ha letto il precedente volume), ma l'elenco completo con tanto di domande del personaggio a cui tocca stavolta sorbirsele è ripetuto più di quattro volte. Ebbene sì, non solo questo bignami di giurisprudenza del viaggio nel tempo è declamato a tutti e quattro i pazzi (questa volta sono tutti uomini, l'altra volta erano tutte donne -era un'altra critica che avevo fatto perché accusavo Kawaguchi di considerare solo le donne così fragili da necessitare questa terapia d'urto-) che tornano indietro o vanno avanti attraverso varchi spazio-temporali fatti di vapore di caffè, nossignori, sprazzi di regole sono anche ripassate mentalmente da quegli sfortunati che le conoscevano già da prima. Quindi il lettore rischia di sentirsele ricordare prima dal personaggio, poi da Kazu, poi di nuovo dal personaggio e ancora da Kazu e così via in un ciclo eterno.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: migliorano le storie, retroscena più accurati dei personaggi

Cosa non mi è piaciuto: ripetitivo, lento e prolisso

Giudizio: un briciolo sopra il precedente ⭐⭐

lunedì 22 maggio 2023

Due belle storie noir: Carlotto e Hammett

 Forse è il mio genere, la mia zona di comfort o semplicemente mi sono imbattuta in due autori eccezionalmente bravi partecipando alla sfida dei Sette libri in sette giorni versione primaverile, ma ho avuto la fortuna di leggere due opere ben scritte e coinvolgenti. 

Questi due testi li avevo in casa ed erano entrambi abbastanza brevi da guadagnarsi un posto nell'elenco stilato per affrontare questa sfida abbastanza impegnativa (l'ultima volta è stata proprio dura e non l'ho completata).

Tra l'altro il primo titolo dovevo affrontarlo anche per la Sfida dello scaffale strabordante, poiché si trova sulla mia libreria dal 2019.

Fu l'ultima edizione del Cesenatico Noir prima dello scoppio della pandemia e io e mia sorella assistemmo nel piccolo teatro di Cesenatico a un paio di serate in cui furono ospiti Carlo Lucarelli, Chiara Moscardelli, Ilaria Tuti e Massimo Carlotto, che raccontavano le loro ultime uscite editoriali da cui erano tratte alcune letture. Alla fine della serata c'era anche un piccolo momento di firmacopie. Mia sorella ne approfitto per farsi fare una dedica su Fiori sopra l'inferno, mentre io mi feci autografare Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane. Il brano che ne era stato tratto quella sera mi parve scritto veramente bene e devo dire che, adesso che finalmente mi sono decisa a recuperarlo, il romanzo non ha deluso le mie aspettative.

Chiaramente l'acquisto al festival romagnolo fu dettato dall'impulso del momento e ho scoperto solo successivamente la storia giudiziaria dello scrittore e che il volume che avevo scelto era il settimo e all'epoca (ma anche tuttora) ultimo libro di una saga composta da ben sette libri, che hanno per protagonista l'Alligatore, Marco Buratti. Nel romanzo che ho letto adesso, al suo fianco sono presenti altri due fuorilegge: Max la Memoria, descritto come molto grasso ma intelligentissimo e Beniamino Rossini, definito ex gangster e che porta al polso una sfilza di bracciali, uno per ogni uomo che ha ucciso.

Arrivando a saga inoltrata da tempo, più di vent'anni, dal 1995, mi sono imbattuta in un mondo già costruito e con vicende già intrecciate a quelle del passato. I protagonisti si inquadrano bene caratterialmente, ma, tranne gli accenni lasciati nel testo, non ne conosco i retroscena e ho un po' faticato a capire esattamente cosa facevano. Dalle parole che il protagonista scambia con un altro personaggio, dovrebbero essere ex galeotti che si guadagnano da vivere come detective privati un po' scalcagnati e persino più loschi di Philip Marlowe, anche se con lui condividono alcuni princìpi e il gusto per l'alcol, le sigarette e le donne. Ho idea che Carlotto volesse che un po' somigliassero ai tipi portati sullo schermo da Bogart.

"Sono un investigatore privato senza licenza. Mi occupo di indagini non autorizzate e il denaro che guadagno raramente ha una provenienza lecita."

Per di più gli ultimi tre libri dei sette che compongono la saga dell'Alligatore contengono dei crossover con un'altra serie dello stesso scrittore, quella di Giorgio Pellegrini, che sembra essere un altro criminale, meno in vista di loro e che non si è mai fatto prendere fino (credo) al romanzo precedente a questo, quando sembra che il trio di protagonisti lo abbia incastrato.

La trama di Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane riparte da qui: Pellegrini è in fuga, ma vuole tornare a essere un cittadino pulito, così si fa coinvolgere in un'operazione sotto copertura guidata da una Vicequestore del Ministero dell'Interno; per vendicarsi del trio che lo ha ostacolato convince la poliziotta a incastrare anche loro e un'ispettore di polizia di Padova che li aveva aiutati (sempre nel precedente libro immagino). I tre si ritrovano dunque a destreggiarsi tra Polizia e malavitosi di associazioni oltre confine in una giostra di scambi di posizione, soppesando le forze e le mosse per riuscire a far collimare il salvarsi la pelle col mantenere i propri punti d'onore.

L'anima di questi uomini, infatti, risponde ai loro ideali romantici di lealtà, senso di protezione verso i più deboli, quasi come dei Robin Hood che fanno la guerra ai prepotenti, ai mafiosi, agli spacciatori, ai papponi, per tutelare i poveri, le donne, gli indifesi. Sono un misto tra i tre moschettieri e i Guardiani della galassia. L'espressione cuori fuorilegge riassume bene questo concetto e anche la risposta di un loro conoscente, uno come loro, un ladro, a cui chiedono una mano sapendo che rischiano di metterlo nei guai:

"Non sarebbe dignitoso da parte mia abbandonarvi in questo momento. Siamo sempre stati fedeli a un'idea di malavita che disprezza questa gente di merda."

E il romanzo è costellato da questi piccoli episodi in cui i personaggi si attengono al loro proprio codice d'onore. Sono criminali, ma con le loro regole e i loro ideali: i perfetti protagonisti di un noir.

Un noir che, oltre ad avere protagonisti con le carte in regola, è scritto benissimo. Mi è piaciuto molto lo stile sciolto e raffinato di Carlotto. In sole duecento pagine condensa molti avvenimenti, molti ribaltamenti di situazione, alternando pure la narrazione che riguarda il trio e quella relativa a Giorgio Pellegrini. Le scene sono brevi e si susseguono in rapida successione: non lascia tempo, è denso di azione, ha un ritmo incalzante e gli stacchi malvolentieri gli occhi di dosso, così corto e saturo da bere in un colpo solo. One shot.

Questo libro mi è piaciuto proprio tanto, ma a tutti i lettori che non hanno mai iniziato la saga mi sento di consigliare di iniziarla dal volume 1 perché, se gli altri romanzi sono scritti come questo, vale sicuramente la pena di leggerli tutti. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


Tornando a Humprey Bogart, anche se non ho mai letto Il falcone maltese o gli altri tre racconti in cui compare il detective Sam Spade, che l'attore statunitense interpretò ne Il mistero del falco di John Huston, mi è bastato il racconto minore che ho letto durante questa sfida per comprendere che Dashiell Hammett doveva essere uno scrittore eccezionale. 

Mi imbattei in questo volumetto a una bancarella dell'usato e, sapendo chi era l'autore, malgrado non avessi mai avuto assaggi delle sue abilità, e dato il prezzo irrisorio, me lo portai a casa, ma ho atteso un bel pezzo prima di prenderlo in mano, dicendomi sempre che era così breve che si poteva incastrare in qualunque momento. La sfida dei Sette libri in sette giorni era l'opportunità perfetta.

Donna al buio è un racconto di media lunghezza, tra le 60 e le 70 pagine, che in così poco spazio riesce a restituire non solo le vicende, abbastanza essenziali, ma anche l'ambientazione e a tratteggiare in modo piuttosto preciso i personaggi. 

L'inizio ci scaraventa subito nel bel mezzo dell'azione: una donna in abito da sera, Luise Fisher, sta camminando sola nel buio della notte, quando cade storcendosi la caviglia. Così bussa alla prima porta che trova e le apre un energumeno dal carattere apparentemente mite, Brazil, uscito da poco di galera dopo una condanna per omicidio colposo avvenuto durante una rissa. 

Luise sta scappando dall'uomo a cui apparteneva, Kane Robson, il pezzo grosso della zona, un uomo violento e che gira in compagnia di un pennellone che gli fa da scagnozzo, Conroy. I due uomini bussano a loro volta a casa di Brazil, affittuario di Robson, per riportarsi a casa Luise, ma l'ex galeotto colpisce con un cazzotto Conroy, che cade sbattendo la testa sul camino, e immobilizza Robson. I due uomini se ne vanno, ma dopo poco inizia a circolare la notizia che Conroy sta morendo col cranio fracassato e inizia la fuga di Brazil e Luise.

Sono rimasta sbalordita dall'abilità di Hammett di descrivere con pochi tratti i fatti e le reazioni dei personaggi in maniera quasi cinematografica. Mentre leggevo visualizzavo senza sforzo ambienti e personaggi, come se la storia mi si stesse materializzando davanti. Ero completamente avvinta dall'atmosfera. Anche in questo caso, distogliere gli occhi era fuori discussione. La vicenda prende moltissimo, si finisce a parteggiare per Luise e Brazil nello spazio di pochissime pagine e non riuscivo a capire, avvicinandomi sempre più alla fine, come poteva concludersi in così poco tempo la storia. Ma il finale c'è, fulmineo, spiccio, ma completo, sebbene essenziale. In effetti la storia è proprio suddivisa nelle sue parti classiche: l'avvio della storia, la parte centrale con la fuga e la conclusione.

I personaggi sono descritti soprattutto dalle loro azioni e questo mi è piaciuto molto (e comunque non c'era lo spazio per raccontarli). Luise è decisa, coraggiosa, furba, leale. Avendo pochi mezzi è stata costretta a farsi mantenere da Robson, ma ha accettato quel ruolo per poco. Robson è il classico gangster/spaccone che si avvale dei mezzi che possiede per ottenere quel che vuole senza scrupoli. Brazil ha un'anima pulita, anche se la vita lo ha condotto per sentieri diversi. Gli altri personaggi di contorno sono ambigui, ma a loro modo anche leali con gli amici. Sono tutti personaggi classici del genere noir. Il notevole è stato dare queste caratterizzazioni un pochino più che abbozzate in meno di settanta pagine: questi personaggi sono più sfaccettati di quelli di certi romanzi in cui le pagine erano sufficienti a costruire interi mondi. In questo sta lo straordinario, rendendo evidenti subito la bravura straordinaria di Hammett.

Non mi resta che correre a recuperare Il mistero del falco, che è stato considerato uno dei migliori gialli mai scritti insieme a Il grande sonno di Raymond Chandler (quelli di Marlowe almeno li ho letti). Che dire, evidentemente il noir è il genere definitivo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐