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giovedì 16 luglio 2026

Un mistery mediocre: Strani disegni

 Mentre il mondo sta leggendo Strane case, io vi do la mia sul primo libro di Uketsu, ossia Strani disegni, pubblicato da Einaudi lo scorso anno e che io ho letto questa primavera.


Sembra da copertina e trama inquietante e quasi orrorifico, ma si tratta di un mistery, con alcuni momenti che si avvicinano al thriller.

La storia è narrata da più punti di vista: un ragazzo che scopre un blog che nasconde un segreto inquietante dietro a semplici disegni, una maestra che immagina un bambino celi qualcosa nei suoi disegni e una storia che, come un puzzle, si costituisce un pezzetto alla volta sotto agli occhi del lettore.

È un romanzo che ha fatto molto parlare di sé in positivo e in negativo (in effetti ho voluto leggerlo perché ne avevo sentito parlare malissimo e la mia curiosità si è risvegliata), ma io che ne penso?

Mi colloco abbastanza nel mezzo.

Cosa mi è piaciuto? Ho particolarmente apprezzato il gioco narrativo con cui l'autore aggancia il lettore. Funziona molto bene secondo me: Uketsu cambia spesso punto di vista e lunghezza focale, passando da focus su specifiche parti della storia, che, andando avanti, appaiono solo come piccoli dettagli in un quadro molto più ampio. Via via che apre l'inquadratura la storia cambia, la prospettiva si ribalta.

Cosa non mi è piaciuto? La scrittura è estremamente semplice e ritrovo una certa piattezza nei personaggi e soprattutto nei loro sentimenti, che a onor del vero ho constatato in praticamente tutta la narrativa giapponese in cui mi sono imbattuta. La risoluzione del mistery ha diversi punti tirati per i capelli che non vanno facilmente giù a una lettrice di gialli (non è la prima e non sarà l'ultima volta e dopo il detective Kindaichi potrei anche smetterla di meravigliarmi...)

Giudizio: da sufficienza ⭐⭐ 1/2 

Ve lo consiglio? Non è imperdibile come vogliono farvi credere, ma se volete togliervi la curiosità, sono 248 pagine che scorrono abbastanza bene

domenica 7 luglio 2024

Attenzione ai libri divulgazione quali Il pensiero Giapponese

 La cultura giapponese esercita un fascino potente su di me, probabilmente perché è così distante e diversa da quella occidentale. Mi strega, mi incuriosisce e ogni tanto leggo qualche librino (per interesse personale, principalmente sull'Ikigai) che dovrebbe aiutarmi ad addentrarmi nel mondo e nella mente dei giapponesi, ma ogni volta la sensazione è che ne intravedo i contorni, ma non ne afferro completamente la sostanza. Così è stato anche per Il pensiero giapponese - Viaggio nello stile di vita del Sol Levante (Le Yen Mai per Giunti, 303 pagine), dalla cui lettura voglio trarre una piccolissima riflessione.


La collana della Giunti Il pensiero ... (sostituire ai puntini una nazionalità) è composta da piccole "guide" ad alcuni concetti famosi dei paesi che si vogliono illustrare. Hanno grafiche molto carine e gli autori dovrebbero essere degli esperti del paese di cui parlano. Non posso parlare per gli altri volumi della raccolta, ma in questo sul Giappone qualcosa non mi ha quadrato.

Chi è l'autrice? La prima cosa che mi colpisce è che la scrittrice ha origini vietnamite, ma di fatto è europea, essendo nata, cresciuta e avendo lavorato in grandi città, quali Zurigo, Parigi, Milano. Quindi, la mia prima preoccupazione è che conosca ciò che mi spiega nel manuale solo per averlo imparato da altri.

Com'è strutturato il libro? Ci sono 15 capitoletti, ognuno incentrato su un aspetto della cultura giapponese: alcuni di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni (mi verrebbe quasi da dire "di moda", wabi sabi, kintsugi, ikigai), altri meno conosciuti. Nell'introduzione l'autrice spiega che sta compiendo un viaggio nella regione del Kansai, compresa Kyoto e a ognuno dei temi che spiega nei capitoli è collegato uno dei luoghi che ha visitato.

Come sono i contenuti? Oggettivamente, si tratta di un'infarinatura di nozioni base per ognuna delle parole, per ognuno dei concetti che il testo propone. La scrittrice cerca di trasmettere la sensazione e il senso di quella parola, di quell'idea, con molti esempi e prova anche a specificarne le sfaccettature. Nel quadro d'insieme i valori che guidano il mondo giapponese si intuiscono: la ricerca della bellezza nelle piccole cose, il cammino costante, lento, ma inesorabile verso il miglioramento, l'essere focalizzati sul prossimo, prima che su stessi, la gratitudine...Il ritratto di questo popolo lo mostra saggio e profondo, più staccato dalla materialità dell'Occidente capitalista, molto più spirituale.

Trovo che siano concetti molto nobili, che mi hanno fornito spunti di riflessione sul mio stile di vita e sull'opportunità di adottare anche lenti e punti di vista differenti e, persino, forse, di applicare alcuni degli insegnamenti anche nel mio quotidiano. Considerare come unico modo possibile di vivere quello che imporrebbe la nostra società è un modo ingenuo e limitato di pensare e sto cercando di discostarmici da anni, anche se non è così semplice, principalmente perché siamo circondati da stimoli opposti. Non è una questione di essere giudicati da chi ci circonda, ma banalmente viviamo immersi nel capitalismo, con pressioni costanti all'acquisto di beni, che tutto sommato sono superflui, ma che dovrebbero rappresentare la dotazione minima necessaria per non avere uno status da paria. Per fortuna sempre più leggiamo anche altre narrazioni e le influenze cominciano ad avere anche voci differenti e discordi. 

Tornando al libro, comunque, si nota un'altra cosa nella lettura: i concetti sono molto belli sulla carta, ma non si fa cenno del risvolto negativo che alcuni di questi portano sicuramente con sé. Abbiamo l'idea che i giapponesi siano molto esigenti e perfezionisti e queste pagine, come altre che ho letto, ne darebbero conferma. Sul lato psicologico tutto questo ha un costo: il rischio di non sentirsi all'altezza della loro società, del loro modo di vivere. Dover procedere con costanza sulla strada della perfezione fa sì anche che fallire non è una possibilità. Sappiamo anche che il Giappone ha un tasso di suicidi molto alto, ed è qualcosa con cui fare i conti. Anche l'aspetto culturale che pone al centro gli altri, mettendo sé in secondo piano ha il suo lato negativo ed è qualcosa contro cui la nostra società ha combattuto per decenni.

 In conclusione, trovo che questo manuale offra degli spunti molto interessanti e che fornisca un piccolo glossario relativamente ad alcuni dei temi giapponesi che ci affascinano tanto, ma che si tratti di una disamina abbastanza di superficie, che condensa ciascun concetto in poche pagine, senza andare in profondità e affrontarne i possibili risvolti negativi. Probabilmente per ciascuno degli argomenti trattati occorre trovare qualche monografia, possibilmente scritta da autori giapponesi o che, perlomeno, ci vivono da anni.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

venerdì 7 giugno 2024

Prima esperienza con le detective stories orientali: il detective Kindaichi

 Edito nel 1946, Il detective Kindaichi, alias I delitti di Honjin, vinse il Mystery Writers of Japan Award nel 1948. A quanto mi risulta, questo romanzo, tradotto in Italia da Sellerio (203 pagine più glossario) è il primo della serie che ha per protagonista Kosuke Kindaichi, che qui appare come un giovane, circa venticinquenne, dall'aria trasandata, ma abile osservatore.


L'autore, Kosuke Kindaichi, è noto per la sua passione per i gialli occidentali (di cui cita molti autori anche nel romanzo, in particolare Dickson Carr, a cui è stato paragonato, arrivando a definirlo la sua variante giapponese), che ha tentato di emulare anche nella propria scrittura. Ci è riuscito?

Naturalmente posso esprimermi solo per il volume che ho letto, la cui ambientazione, tuttavia è molto nipponica, seppure lo stile di scrittura e la modalità con cui Kindaichi segue le indagini (anche se un po' carenti) rimandino al giallo classico, così come la trama.

Si tratta, infatti, di un delitto della stanza chiusa, grande must del genere giallo, particolarmente nel periodo in cui la storia è scritta. Nello stesso prologo si fa riferimento a Il mistero della camera gialla di Gaston Leroux (1907), Arsen Lupin. I denti della tigre di Maurice Leblanc (1921), La canarina assassinata (1927) e La tragedia in casa Coe (1933) di S. S. Van Dine e, naturalmente, La casa stregata di Dickson Carr (1934). Io aggiungo L'assassinio di Roger Ackroyd (1926) e Il Natale di Poirot (1938) di Agatha Christie.

La storia inizia con un narratore che rievoca quanto gli è stato raccontato da il dottor F. Il caso del villaggio di Yamanodani è riportato come se fosse un racconto di terza mano. Introdotta la ricca famiglia Ichiyanagi e gli antefatti del matrimonio tra il primogenito Kenzo e la maestra di scuola Katsuko, già nel capitolo 4 giungiamo alla tragedia. Gli eventi concernenti l'omicidio sono descritti dal punto di vista dell'affezionato zio di Katsuko, Ginzo: è lui che a chiamare a investigare il suo abile conoscente, Kindaichi, che comparirà quattro capitoli più tardi. I due coniugi sono, infatti, rinvenuti nella dépendance della casa principale, dove stavano trascorrendo la prima notte di nozze. Il luogo, descritto minuziosamente, anche con l'aiuto di una mappa, risulta tuttavia difficile da inquadrare per l'immaginazione di un lettore occidentale, tra soprafinestre, ponticelli, Shoji e, soprattutto, lo  strumento musicale protagonista del mistero, il koto.

Altro protagonista della storia è l'uomo con tre dita, che si aggira intorno alla casa fin dall'inizio. Il lettore di gialli un po' avveduto indovinerà presto come si inserisce nella vicenda.

Le descrizioni paesaggistiche e degli edifici sono molte e un pochettino prolisse, a mio parere: perlomeno hanno appesantito la mia lettura, che non è risultata così scorrevole. Le indagini sono presenti, ma al lettore non sono svelati tutti gli elementi che scopre Kindaichi (come vorrebbe invece l'ottava regola del decalogo di Knox). Il detective un po' prosegue per deduzioni e un po' per intuito. La nota più dolente è probabilmente il finale, la risoluzione del mistero, per due ragioni: la prima è proprio chi è stato; la seconda è la dinamica del delitto, molto alla Detective Konan, ossia impossibile da indovinare (un po' come tutti i sistemi con cui sono risolti i misteri delle camere chiuse, del resto).

Giudizio: un po' noioso e un po' deludente ⭐⭐

lunedì 29 aprile 2024

Da "Se i gatti scomparissero dal mondo" mi aspettavo di più

 Non so se il problema sono io. Non so se è la letteratura giapponese. Non che io e la letteratura giapponese ci frequentiamo proprio così accanitamente, a dirla tutta.

Però, in effetti, tirando un bilancio, non ci capiamo. Questa è la quarta volta (e il terzo autore) che va male. Dopo L'abito di Piume di Banana Yoshimoto, dopo i primi due libri della "Saga del caffè" di Toshikazu Kawaguchi, anche il romanzo di Kawamura Genki, di cui avevo tanto ben sentito parlare, per me si è rivelato un ni.


Se i gatti scomparissero dal mondo
è un libriccino, edito da Einaudi, di 159 pagine + glossario. 

La storia inizia quando un uomo, un postino, scopre di avere pochi giorni di vita. Riceve dunque una visita inaspettata, nientemeno che dal Diavolo, che gli propone il classico patto: giorni di vita in più, in cambio di...? [Spoiler: titoli dei capitoli.]

Si tratta di un libro-riflessione sul senso della vita e delle piccole cose che ci circondano: i film, gli orologi, i cellulari... Ogni oggetto o cosa che il protagonista analizza perché potrebbe perderla diventa spunto di riflessione. Di cosa vale la pena circondarsi? Di cosa invece no? Ogni cosa ha un pro e un contro? Probabilmente sì, tranne una: naturalmente il gatto.

Il protagonista condivide, infatti, con Cavolo una storia molto tenera, che ci verrà svelata a poco a poco (oltre a dirci molto spesso che è così incredibilmente morbido).

Perché non mi è piaciuto questo libro? Fondamentalmente perché l'ho trovato banale. Almeno per me, raccontava quelli che per me sono fatti assodati o cose scontate. Non so se la sensibilità occidentale e giapponese non si incontrano, ma quel che dovrebbe essere un testo profondo, ai miei occhi è risultato solo banalotto e sdolcinato.

Inoltre, non so è la traduzione stessa il problema o se la lingua giapponese è ripetitiva, ma mi hanno terribilmente stonato i continui sostantivi preceduti da "il mio adorato".

Lo stile di scrittura in generale è molto semplice e i personaggi sono appena abbozzati. Come mi era capitato di osservare nella serie "del Caffè", si tratta più di ruoli, di stereotipi, quasi, che di personaggi (o per lo meno li percepisco così, distanti).

Perché, invece, è un ni e non un chiaro no? Anche se molte riflessioni sono state un po' blande e alcuni concetti anche un po' ovvi, per non parlare dell'andamento del libro, palesemente svelato dai titoli dei capitoli (non ho parole!), alcuni spunti di riflessione li ha forniti anche a me.

Il protagonista, per esempio, compila la classica lista delle 10 cose da fare prima di morire e questo ha generato alcune considerazioni slegate dall'andamento della trama, di cui farò comunque tesoro. Dunque qualcosa me lo ha lasciato lo stesso, pur riconfermandomi la stessa sensazione lasciatami dagli altri (pochi) libri giapponesi che ho letto: la straordinaria rivelazione di cui parlano è più vicina alla scoperta dell'acqua calda, che a una sorsata di Acqua della Vita.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

giovedì 15 giugno 2023

Il secondo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi: io mi fermo qua

 Come già raccontato in precedenza, ormai i primi due volumi li avevo già a casa e, con pochissima voglia, mi sono approcciata al secondo romanzo di questa saga così acclamata dal resto del mondo, Basta un caffè per essere felici. L'avevo già messo nella sfida dello Scaffale Strabordante e mi sono tolta il dente inserendolo anche in quella primaverile dei Sette libri in sette giorni.


Toshikazu Kawaguchi riparte la narrazione sei anni dopo i fatti raccontati nel primo libro. I personaggi principali sono gli stessi con una variante (per chi non ha letto il primo, ❗attenzione spoiler❗, ma non è mia la colpa): Nagare, il padrone della caffetteria in cui si può tornare indietro nel tempo; sua cugina Kazu, che lavora nel locale come cameriera ed è addetta alla cerimonia del versare il caffè dall'apposita caffettiera d'argento per permettere ai viaggiatori di tornare nel passato o recarsi nel futuro; la figlia di Nagare, Miki, che ha circa sei anni all'inizio di questo romanzo e che è orfana di madre perché la moglie di Nagare, Kei, muore di parto. C'è anche un breve affaccio sulla storia di Fumiko, una delle donne di cui era stata raccontata la storia e che aveva sentito il bisogno di affrontare "il rituale" sei anni prima. 

Per rinfrescare le idee, i romanzi trattano di storie infelici di persone che scoprono l'esistenza di questa particolare caffetteria di Tokyo in cui sedendosi a un particolare tavolino, su una particolare poltrona occupata da un fantasma, che si alza per andare in bagno una sola volta al giorno, e facendosi versare il caffè da questa particolare caffettiera, si può viaggiare nel tempo verso un giorno e un orario preciso. La meta è sempre lo stesso tavolo dello stesso locale, ma quel che sperano le persone che desiderano spostarsi nel passato o nel futuro è avere un colloquio con una persona importante della loro vita che era nel caffè al giorno e all'ora X. Per i fruitori di questa particolare cerimonia parlare con questa specifica persona non può cambiare il presente -o il futuro- (anche perché la maggior parte delle volte, troppo presi dall'emozione, stanno di morto parecchio zitti), ma di solito confidarle un non detto o compiere un'azione che non avevano mai avuto il coraggio o il tempo di fare, cambia la percezione del loro rimpianto o del loro rimorso (perché di questo si tratta, altrimenti nessuno sentirebbe il bisogno di dare una svolta al punto di mettersi a viaggiare nel tempo).

Rispetto al primo romanzo, però, ci sono alcuni piccoli cambiamenti.

Prima di tutto c'è una nuova regola, mai specificata nel primo episodio e funzionale alla trama e ai "colpi di scena" di questo secondo capitolo: solo le donne della famiglia Tokita possono servire il caffè nella cerimonia che concede di viaggiare nel tempo a partire dall'età di sette anni. Fino a questo momento avevo creduto che lo facesse Kazu perché era più brava o aveva semplicemente più "sbatta" di starci dietro, ma stavolta c'è questa specifica. Comparirà nell'ultimo capitolo un'ulteriore regola al riguardo che sarà approfondita e motivata (e serve a dare la svolta alla storia di un personaggio).

Infatti la seconda novità è che viene inquadrato leggermente di più il contesto familiare dei gestori della caffetteria: grazie ai viaggi nel passato vediamo Nagare o Kazu venti o trent'anni prima (molto di più di quanto era avvenuto nei casi affrontati nel precedente libro) e quindi scopriamo quando hanno cominciato a lavorare in quel bar e qualcosa in più sulla parentela e sula storia di Kazu.

Infine ho colto una differenza anche nel tipo di storie e di personaggi proposti. Si tratta anche stavolta di quattro storie che riguardano due amici, Gotaro e Shuichi; una madre, la professoressa di arte di Kazu, e suo figlio, Kinuyo e Yukio; due colleghi di Fumiko che erano stati fidanzati, Katsuki e Asami; e infine un'ispettore di polizia, Kiyoshi, e sua moglie Kimiko. Mi sono sembrate storie tristi certamente, ma meno devastanti e irrealistiche rispetto a quelle illustrate nello scorso romanzo. Anche le motivazioni dei loro gesti mi sono sembrate più approfondite e i personaggi in sé un filo più sfaccettati e meglio descritti. Questo miglioramento l'ho apprezzato. Una delle principali critiche che avevo mosso a Finché il caffè è caldo era stata proprio di avere personaggi affettati con l'accetta, che si identificavano solo col proprio ruolo da svolgere, ma senza un minimo di background. Per fortuna sono scomparse anche le descrizioni senza senso di abiti improbabili delle signore che popolavano il libro precedente e che avevo ferocemente contestato.

Per il resto lo stile rimane poco affine al mio gusto: è molto lento, i dialoghi stentano perché ogni battuta è intervallata dalla descrizione di cosa pensa o prova il personaggio, non c'è fluidità nei parlati e questi riempitivi mi danno l'idea di essere messi per allungare il brodo, perché i quattro capitoli potrebbero essere svolti in molto meno delle 172 pagine che occupano. Allo stesso modo la ripetizione perpetua delle regole dei viaggi nel tempo è davvero eccessiva, snervante, costringendomi a saltare a piè pari paragrafi interi, perché non avrei resistito a leggerla un'altra volta. Arrivo a comprendere la necessità di riepilogarle una volta all'inizio del romanzo perché il lettore le ha scordate (chissà quanto tempo è passato da quando ha letto il precedente volume), ma l'elenco completo con tanto di domande del personaggio a cui tocca stavolta sorbirsele è ripetuto più di quattro volte. Ebbene sì, non solo questo bignami di giurisprudenza del viaggio nel tempo è declamato a tutti e quattro i pazzi (questa volta sono tutti uomini, l'altra volta erano tutte donne -era un'altra critica che avevo fatto perché accusavo Kawaguchi di considerare solo le donne così fragili da necessitare questa terapia d'urto-) che tornano indietro o vanno avanti attraverso varchi spazio-temporali fatti di vapore di caffè, nossignori, sprazzi di regole sono anche ripassate mentalmente da quegli sfortunati che le conoscevano già da prima. Quindi il lettore rischia di sentirsele ricordare prima dal personaggio, poi da Kazu, poi di nuovo dal personaggio e ancora da Kazu e così via in un ciclo eterno.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: migliorano le storie, retroscena più accurati dei personaggi

Cosa non mi è piaciuto: ripetitivo, lento e prolisso

Giudizio: un briciolo sopra il precedente ⭐⭐

venerdì 13 gennaio 2023

Il primo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi

Per il Natale 2021 il mio fidanzato mi regalò, su mia richiesta, i primi due libri che raccontano le vicende di una piccola caffetteria a Tokyo. Bramavo tantissimo leggerli, ne avevo sentito parlare troppo bene. Addirittura, nell'anno in cui tra amiche avevamo deciso che il regalo per i nostri compleanni sarebbe stato un libro, avevo pensato che Finché il caffè è caldo sarebbe stato adattissimo per quella di noi che aveva una passione per Giappone e Cina.


Il primo romanzo, Finché il caffè è caldo, titolo che sintetizza la regola più importante della caffetteria, è stato un caso editoriale. L'ho letto tra settembre e novembre 2022: ci ho messo un po', sì, per un libro così corto (corto tanto che si può leggere agevolmente in 1-2 giorni). Ci ho messo molto tempo perché ne ho letto metà e poi sono stata presa da altre letture che mi intrigavano di più. L'ho interrotto così presto perché già al primo quarto c'ero rimasta male. L'avevo tanto desiderato e mi ero fatta delle aspettative leggendo la trama. Eh, già...perché la sinossi recita:

Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.
In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.
E parla di 5 regole da seguire:
1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.
Mi ero pregustata qualcosa di molto filosofico e meditativo sul senso della vita: immaginavo questi clienti, ognuno con la sua storia, sedersi al tavolino e riflettere sugli errori commessi e su come accettarli e vivere la vita con maggior consapevolezza. Nulla, assolutamente nulla, (e ho riportato integralmente la trama apposta) fa pensare che si tratti di viaggi nel tempo: non psicologici, veri e propri viaggi nel tempo. Non c'è alcuna sfilza di avventori che va a cercare la propria soluzione dei problemi. Chi va a sedersi al tavolino che fa viaggiare nel tempo sono i personaggi del romanzo: intendo dire personaggi le cui vite sono intrecciate a quelle del locale, che lo popolano abitualmente, ovvero amici, conoscenti, membri stessi dello staff, non estranei, cioè clienti nel vero senso del termine.
La prima cosa che mi viene in mente è che abbiano sbagliato a comunicare la trama di questa storia: se avessi letto di viaggi nel tempo, probabilmente non l'avrei acquistato.
Anche le copertine pastello con rami di ciliegio in fiore fanno pensare alla cultura giapponese, al senso di Ikigai, la motivazione di vivere che puoi immaginare questi personaggi ritrovino riflettendo davanti al loro caffè. Non so perché ma qualcosa di fantascientifico come i viaggi nel tempo non riesco ad associarlo al Giappone. Mi stona. Questa potrebbe essere semplice ignoranza di una cultura di cui non conosco quasi niente. Pure, di fantascientifico non c'è veramente nulla, tranne il concetto in sé di viaggio spazio-temporale, poiché, anche se il viaggio c'è davvero, il risultato è quella riflessione sul senso delle proprie esistenze che mi aspettavo, sia pure in altra forma. Ma non si tratta di contemplare il momento che ha cambiato la tua vita o ricevere l'illuminazione circa il modo di condurla d'ora in poi. Chi salta nel tempo desidera incontrare qualcuno con cui parlare, quindi compie un'azione: la missione è dire o farsi dire qualcosa che cambierà in senso di quello che il personaggio stava vivendo quando ha preso la decisione di viaggiare nel tempo.
Di fatto questi quattro personaggi, tutti femminili, hanno ciascuno un loro capitolo dove siedono davanti alla tazza di caffè magica, per affrontare il loro angosciante problema, ma in realtà le loro storie si sviluppano anche in orizzontale e si intrecciano con le storie degli altri protagonisti. Ci sono i gestori della caffetteria, marito e moglie, Nagare e Kei, e una loro parente, che lavora con loro e serve il caffè ai viaggiatori del tempo, Kazu. Ci sono l'eccentrica Hirai, la donna in carriera Fumiko, l'infermiera con un marito malato, Kotake.
I personaggi, però, non sono approfonditi, sono appena abbozzati e alcuni sono anche un po' antipatici, principalmente Kazu, che svolge il ruolo di servitrice di caffè, ma non ha un carattere definito (si limita a maltrattare i clienti). In effetti sono più ruoli da rappresentare che personaggi nel vero senso del termine. Sono descritti in quello che fanno, ma non per chi sono e poco anche in relazione a ciò che provano. Un dettaglio curioso è il frequente descrivere come sono vestite le protagoniste della storia (male), l'accozzaglia di indumenti di varie fogge e colori che indossano (solo i personaggi di sesso femminile, perché non si fa caso a cosa usano gli uomini per coprirsi).
E poi a decidere di sedersi a quel tavolino sono sempre donne: mi viene da pensare che forse è la mentalità dell'uomo giapponese che considera fragili e bisognose di ricercare conferme o smentite nel passato e nel futuro solo le donne, mentre gli uomini vanno avanti per la loro strada senza cedere a queste debolezze, perché solo così si è veri uomini che fanno il loro dovere senza vacillare. Renderebbe questa cultura vicina a quella occidentale in tal senso, ma cercherò conferme leggendo il secondo romanzo.
L'ultima cosa che mi viene da dire è: accipicchia quanto melodramma! Soprattutto l'ultima storia, che è inverosimile (ma proprio tanto) e drammatica fino al voltastomaco. Le storie non mi sono piaciute, forse un pochino di più quella dell'infermiera, ma le altre pessime. Le dinamiche sono drammatiche (e troppe per un libro solo). Ci sono lutti, malattie, abbandoni, ma trattati con un tono inappropriato, buttati lì: non li percepiamo davvero durante la lettura. Sono trattati con leggerezza dai personaggi che li dovrebbero star vivendo e dall'autore, che elenca questi dolori più che trattarli. Per me è stato un modo superficiale di gestire questi racconti, come a voler inserire un tema che punta alle viscere ma solo per attrarre lettori, senza veramente svolgerci un lavoro, che avrebbe comportato concentrarsi su una di queste storie e rivelarne le sfaccettature, permettendo di coglierla appieno. Non basta mostrare un personaggio che piange a una brutta notizia per empatizzare con lui, se l'unica cosa che leggiamo è una descrizione di fatti che si susseguono. Non sono riuscita a entrare né nelle vicende, né nei personaggi. Ancora una volta penso che sia da imputarsi a una cultura così diversa dalla nostra, in cui i sentimenti sono considerati troppo intimi per poterli esporre davvero e sono resi inaccessibili da chi li vive. Forse è anche una letteratura a cui non sono abituata. Prima di questo libro, di nipponico avevo letto solo alcuni saggi sull'Ikigai e L'abito di piume di Banana Yoshimoto, che non mi era piaciuto. 
Resta il fatto che sono rimasta molto delusa. Leggerò il secondo libro perché me lo sono fatta regalare ormai, ma non vi ripongo nessuna aspettativa- Anzi, questo sfornare altri titoli in rapida successione (quattro in sei anni, guardando le date delle pubblicazioni in Giappone) mi spinge ormai a temere che si tratti di prodotti da "vendita facile" invece che testi davvero sentiti.

Giudizio: ⭐