mercoledì 9 settembre 2026

Un romanzo riuscito, ma che non mi ha conquistata: Espiazione di McEwan

Ho conosciuto Espiazione attraverso il film del 2007 di Joe Wright, che racconta la storia straziante di una coppia separata dagli eventi e, soprattutto, da un'invenzione, un autoconvincimento per suggestione. La storia è così dolorosa che non ho voluto saperne più, non ho mai rivisto il film (fino a ieri) e non ho voluto leggere il romanzo (fino a questa primavera).

La scrittura di Ian McEwan, tuttavia, è così decantata che ho finalmente trovato il coraggio di affrontarla, di esperirla, ma non è andata benissimo, non so se per una mia necessità di allontanarmi dal triste epilogo, perché non mi è del tutto piaciuta la narrazione oppure per il punto di vista adottato per gran parte del romanzo, probabilmente un po' tutte queste cose assieme.

Ci sono state pagine in cui sono stata rapita, trasportata su una lettura veloce che non ammetteva pause. E ci sono stati capitoli in cui mi fermavo a ogni distrazione per rimandare al giorno dopo. Sono abbastanza convinta che dipendesse dal punto di vista adottato nel capitolo, ma facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.


Trama e struttura

Nella prima parte ogni capitolo racconta la storia dal punto di vista di un diverso personaggio, Briony e Cecilia, soprattutto. E intendo che seguiamo nelle scene di quel capitolo i gesti e i pensieri solo dal punto di vista del personaggio. L'autore dettaglia moltissimo le descrizioni, in particolare degli stati d'animo. A ogni chiusura di un capitolo ci tuffiamo dentro un altro mondo emotivo e penso che McEwan sia magistrale in questo. La sua scrittura è lenta, dettagliata, precisa, ma (almeno per me) se ti coinvolge la storia, non puoi smettere di leggere.

Lo stesso autore, mettendo in bocca all'editore di una rivista una critica alla scrittura di Briony, parla di una vivisezione delle sensazioni dei personaggi a discapito dell'intreccio, che è modesto al confronto.

Il romanzo inizia raccontandoci di come Briony stia organizzando un dramma teatrale per il fratello che viene da Londra a trovare la famiglia. Il primo capitolo designa la bambina come protagonista. Se vogliamo il secondo capitolo allarga il ruolo anche alla sorella, ma è comunque in secondo piano e lo sarà nella struttura stessa del romanzo.

È stato questo impatto iniziale, credo, a farmi storcere il naso. Briony è in quella fase di crescita in cui si è ancora un po' bambini, ma si vuole smettere di esserlo, si vuole entrare nel mondo dei grandi, si comprende che qualcosa sta cambiando. La fantasia di questa bambina si sposta dal creare racconti e storie per giocare alla realtà, che però non riesce ancora a scindere dall'immaginifico mondo del gioco. Il dramma del romanzo sta tutto in questo. Nella lettura non sono mai riuscita né a empatizzare con Briony, né, soprattutto, a trovarla simpatica. A me ha ricordato i personaggi di Merricat Blackwood o di Rose Aubrey, narratrici inaffidabili e per le quali ho sempre provato antipatia.

Quando la narrazione verte sulla protagonista, il romanzo perdeva per me ogni interesse, per quanto ben scritto fosse, anche lo stesso personaggio, e per quanto proprio il ruolo di Briony sia cruciale nella storia.

Al contrario, quando il punto di vista era quello di Cecilia, per età un po' più vicina a me (io sono più anziana, ma quello che prova, anche sulle decisioni da prendere per la propria vita, è più vicino nel tempo e nel contenuto a quello che ho vissuto io), o di Robbie il mio interesse era maggiore.

E mentre descrivo questo non so se partivo già con un pregiudizio, legato al film di Joe Wright, film che ho amato e per cui ho sofferto così tanto che dopo la proiezione al cinema non ho più trovato il coraggio di vederlo, tranne che per scrivere questo post.

Quello che ricordavo dal film, quando ho preso in mano il libro, è che quella fosse l'appassionata e tragica storia di un amore impossibile e questo mi interessava ritrovare nel romanzo. Avevo molto ridotto l'importanza della protagonista nella storia. (Quanto è sbagliato vedere prima il film! Ci condiziona! O, perlomeno, condiziona me). Iniziare pertanto con Briony non mi è andato a genio e i capitoli incentrati su di lei per un po' sono stati una distrazione dalla storia.

La seconda parte non è divisa in capitoli, è il racconto dal punto di vista di Robbie, la ritirata fino a Dunkirk sua e di due caporali a fine primavera del 1940. McEwan ci apre una finestra sugli orrori pratici di cosa significava marciare senza cibo, sotto i colpi dell'aviazione nemica, agli ordini pressoché inesistenti di un esercito ormai disfatto col solo vago scopo di raggiungere la costa, ritirarsi per essere forse salvati, riportati a casa.

La terza parte riprende il punto di vista di Briony: l'abnegazione, il tentativo di espiare e riparare al male fatto...troppo tardi. E lo strumento ultimo rimasto per provarci.

Temi

Ce ne sono tanti in questo romanzo così denso e la vicenda principale ne tocca alcuni, ma lascia spazio a intravedere il mondo che fa da sfondo nell'Inghilterra del 1935: un mondo in cui le donne iniziavano ad apparire più disinibite, indipendenti, "trasgressive" per la morale dell'epoca. Studiavano, lavoravano, spesso non prese sul serio: esami o diplomi che non avevano lo stesso valore di quelli degli uomini, impieghi che servivano per passare il tempo, per capriccio (retaggi che non sono ovunque scomparsi, ricordiamolo sempre).

E poi la differenza di classe, la salvaguardia delle apparenze che si condensano così bene nel personaggio dell'indolente Emily: anche gli studi dei figli della servitù sono finti, sono "osare" qualcosa che loro non spetta, portare via qualcosa ai figli delle famiglie bene più pigri o meno brillanti di loro. Ed è naturale che, quando succede qualcosa, la colpa sia addossata a chi per nascita ne poteva essere più capace che a qualcuno a cui si poteva rovinare l'immagine.

E poi la seconda e la terza parte: la guerra. Vite, quotidianità, preoccupazioni, speranze, sogni, progetti, cose che vanno bene, cose che vanno male: ogni cosa è interrotta, spazzata via dalla guerra, resa inutile, distante, ridicola a confronto del disastro che sta per abbattersi sull'Inghilterra, l'Europa, il mondo.

Di più, l'ordine costituito, composto da regole, disciplina, addestramento, gradi (militare, sanitario, lavorativo), la civiltà intera è cancellata, anzi, perde totalmente di senso logico. Esiste solo la priorità dettata dall'emeregenza di sopravvivere o far vivere e ogni altra norma valida in tempo di pace non ha più ragione di esistere.

Robbie marcia con un solo unico pensiero fisso: sopravvivere per tornare. Le parole ripetute infinitamente nella testa "Ti aspetterò, torna da me" (il film Atonement in francese è stato adattato col titolo Reviens-moi), le parole con cui Cecilia conclude ogni lettera.

Cecilia rivolge queste parole non solo a Robbie, ma in precedenza anche a Briony, quando la bambina ha incubi. Cecilia è il faro, la voce che cerca di richiamare a sé i suoi cari che si stanno perdendo nelle paludi oscure, nei meandri di menti onnubilate dall'errore, dall'incubo o dal delirio della febbre.

Giudizio sul libro: ⭐⭐⭐


Confronto libro-film

Sicuramente ho preferito il film al libro. 

Perché ho visto prima la pellicola?
Perché è Wright?
Per le sue inquadrature curate, le luci romantiche, gli ambienti pieni di dettagli, le interpretazioni insostituibili del cast, la colonna sonora di Marianelli, quel vestito verde che è già storia del costume e ogni dettaglio studiato perfettamente?
Perché gli occhi di Keira Nightley e James McAvoy in quella sala da tè mi hanno spezzato il cuore e più di una scena del film mi ha fatta piangere più di quanto qualsiasi frase del romanzo mi abbia emozionata?
Perché il finale nel film è sempre beffardo e amaro, ma l'ultima scena con cui lo conclude Wright prova ad addolcirmi il boccone?
Forse perché la prolissità dei discorsi del libro sono sostituiti dalla sinteticità delle immagini, forse perché c'è meno Briony che nel libro; è vero che si perde qualcosa in questa trasposizione, ma con McEwan è inevitabile.

Tutto quello che passa per la testa di Briony occupa nel romanzo un tempo infinito; nel film è fatto intuire, ma non è assolutamente possibile riaverlo 1:1. Non si possono comprendere carattere e psicologia del personaggio così bene come sulla carta. Dal film non si può neanche sospettare la scrittura dell'autore, non si riesce a percepire la cappa di afa che opprime la prima parte, ma è fedele al libro in ogni altro aspetto (come è il regista per quanto ho potuto constatare finora con le trasposizioni dei miei libri preferiti) e il poco che aggiunge o cambia non toglie quasi niente.
Rimane pressoché inalterata anche la struttura: il cambio dei punti di vista nella narrazione quasi thriller della prima parte, con quello di Briony che anticipa e mistifica quello di Cecilia e Robbie; la seconda parte dedicata a Robbie, ma molto accorciata ed edulcorata (anche nel rapporto con i altri due ufficiali), anche se con una spiaggia di Dunkirk drammaticamente bellissima e surreale; la terza parte sul percorso di Briony per comprendere il suo errore, meno tagliata rispetto alla parte precedente anche quella dell'ospedale dove presta servizio il personaggio.

Giudizio sul film: ⭐⭐⭐⭐1/2

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