Quando hai una pagina piccola sul Bookstagram, le prime volte che ti offrono di recensire dei libri in uscita ne resti lusingata. Dopo alcuni tentativi, tra alti e bassi, scopri che invece questo ti mette in una posizione scomoda.
Ho appena finito di leggere un libro che ho trovato scritto davvero male: voglio essere sincera nell'espressione del mio parere, ma al contempo non voglio demolire le aspettative e l'entusiasmo di un giovane che potrebbe ancora crescere in questa arte (e glielo auguro di cuore, anche perché si è posto in modo molto carino, anche se forse non molto umile).
La verità che brucia (266 pagine) è il secondo romanzo scritto da Kevin Barbagallo ed è presentato dall'autore e da Incipit23 come un thriller psicologico, genere preferito dallo scrittore. Questa passione è evidente nell'omaggio che vuole offrire al genere e nel parlare con lui. Il romanzo uscirà sabato 23 maggio.
Il protagonista è un giornalista della BBC che ha una carriera, una famiglia da Mulino Bianco e una vita da copertina, da jet set. O forse no? Questa perfezione si incrina quando Jonathan non è più l'annunciatore dei casi di cronaca, ma ci entra dentro, così invischiato da intraprendere un viaggio...ma è il protagonista o il lettore che si avventura alla ricerca di una verità difficile da accettare?
Ho chiesto all'autore a chi si ispirasse, se avesse scritto anche racconti, come si era trovato con l'editor e mi sono accorta di alcuni elementi evidenti. Questo scrittore non scrive racconti, ma ha pubblicato due libri: si tratta dunque del classico caso in cui chi non lo ha mai fatto prima si improvvisa scrittore (e dico improvvisa perché dalla sua prosa è evidente che non ha fatto corsi, altrimenti gli avrebbero dato quelle due dritte per non commettere errori ingenui).
I problemi principali sono due:
- la scrittura.
- la costruzione di un racconto verosimile.
Anche se la storia aveva degli elementi che potevano renderla interessante, con un finale molto carino, anche se non spiegato benissimo (a me è rimasto un dubbio, derivante proprio da quel saltare l'ordine logico delle deduzioni, senza soffermarsi su scoperte fondamentali, glissando proprio dove occorreva porre l'accento) e non originalissimo (cara zia Agatha, le hai già inventate tutte tu le trame) aver perso di vista cosa era importante raccontare e cosa era assolutamente necessario tagliare ha reso il racconto sproporzionato nelle sue parti.
La parte iniziale è inutilmente lunga. Aveva una sua funzione specifica, ma è scritta così male che annoia e non mi trasmette il sentimento che doveva agganciarmi: quel paradiso raccontato è distante e, appunto, descritto a parole. Non mi affeziono ai personaggi (che sono piatti, quando non contraddittori: Jonathan non ha paura di fare quel che c'è da fare, ma prende "pastiglie per l'ansia"). Nel caso specifico alcuni elementi hanno senso, ma una maggiore esperienza e conoscenza non solo del thriller, ma anche di altra parte della letteratura, avrebbe potuto consigliare all'autore una diversa persona per raccontare almeno un personaggio, se non probabilmente tutti, visti gli scopi a cui voleva arrivare. Barbagallo non sfrutta la tecnica dello show, don't tell: mi descrive azioni, pensieri, sentimenti, ma il personaggio non li vive e non mi fa mai capire l'entità di una perdita o di una preoccupazione.
La parte centrale è disordinata, i personaggi vagano, alcune domande dovrebbero essere poste subito, ma, siccome devi aspettare la fine per quelle conclusioni, chi deve farle tergiversa. Il finale è quasi una corsa e la risoluzione del mistero è uno spiegone (non un duello verbale, non un crescendo di tensione, no: i pezzetti vengono dati in ordine).
Forse non è stata pianificata una struttura prima e va bene, non sempre gli autori lo fanno, ma questo ritmo è sincopato, parte troppo piano e accelera troppo in seguito. Inoltre c'è un'intera parte che si alterna alla narrazione principale che è inutile e noiosa, la parte "romance". Potrebbe avere la sua utilità, ma ribadisco che finisce per sbilanciare tutto il narrato in quella direzione e, onestamente, mi annoia. Gli elementi per la costruzione del finale sono concentrati nell'ultimo terzo, che sembra totalmente diverso dalla precedente parte: forse qualche briciola di pane per i viandanti andava seminata prima.
C'è un altro aneddoto del passato di un personaggio che è riportato e che sembra puntare in una certa direzione, ma mi sarebbe piaciuto che si collegasse meglio al finale, che io potessi riconoscere qualche elemento che al termine della lettura mi avesse potuto far dire "Ah, vedi! L'aveva costruito apposta!". Invece l'episodio passa nel dimenticatoio, salvo per domandarsi se quello che fa il personaggio è davvero condiviso oppure no.
Un'altra cosa che è palese dalla lettura è che non è stata condotta una ricerca, anche minima, su diversi aspetti: da quelle pastiglie ottocentesche al fatto che i risultati (scientifici, informatici, di qualsivoglia natura) di un indagine possano essere disponibili in 24 ore, così come l'abitazione dove è avvenuto un crimine possa essere restituita al proprietario in ancor meno tempo. Manca una verosimiglianza negli eventi: il funzionario di polizia che ti dà la benedizione mentre gli racconti che stai prendendo una decisione pericolosa e sospetta, il seguire una pista dando per scontate certe informazioni o inferendo conclusioni in modo casuale, le risposte trovate ben confezionate in un colpo solo senza dover ricomporre un puzzle (che cosa comoda successa casualmente in questa trama direbbe il buon Caleel), perché sei arrivato in fondo, devi chiudere rapidamente (troppo rapidamente) e finisce che hai sbilanciato tutta la struttura nella parte iniziale e ti occorre un deus ex machina per venirne fuori.
In conclusione, penso che questo giovane scrittore dovrebbe allenarsi molto di più per la prossima uscita editoriale, prendendo con umiltà anche qualche lezione di scrittura e affidandosi a un editor più onesto o più capace. Questa storia si sarebbe potuta salvare (non intendo che potesse diventare un capolavoro, ma almeno diventare un racconto godibile sì), ma con un pesante lavoro di taglio e correzione dietro. Invece ho passato il tempo della lettura a sbuffare e a digitare note di pura esasperazione sul Kindle (92 note per la precisione). E dopo il secondo racconto scritto da principianti convinti di avere il diritto di arricchire il numero di pubblicazioni annue perché sì, credo che rifiuterò altre collaborazioni con questa realtà editoriale (anche se Morte in grigio chiaro era carino davvero, ma - come ho detto all'autrice - non sembrava il suo primo romanzo) e forse in genere.

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