giovedì 20 ottobre 2022
Muoversi per restare fermi: la bellezza del Colibrì
martedì 18 ottobre 2022
Estate delle saghe familiari (parte 3): gli Aubrey
lunedì 3 ottobre 2022
Il più grande successo di Joel Dicker: la verità sul caso Harry Quebert
A distanza di dieci anni dall'uscita in libreria di questo caso editoriale, in Italia edito da Bompiani, ne ho recuperata una copia usata e ho posto rimedio alla mia lacuna.
Si tratta di un romanzo di 784 pagine, divorate in circa due settimane, che è un misto tra giallo e thriller, senza, secondo me, essere davvero nessuno dei due: troppa poca suspense per essere proprio un thriller e non ha la vera struttura e il finale del giallo classico (anzi, è una di quelle conclusioni che fanno un po' arrabbiare il lettore di gialli consumato). So di non essere una risolutrice acutissima di gialli, ma mi piacerebbe sapere quanti hanno indovinato questa conclusione, poiché trovo che gli elementi cardine si scoprano solo alla fine (ma magari mi sbaglio io ed erano dipinti in grande, ma non me ne ero accorta).
Il libro verte sul caso Nola Kellergan (di solito il caso porta il nome della vittima, non del suo presunto carnefice), quindicenne scomparsa trentatré anni prima che i suoi resti fossero rinvenuti nel giardino dello scrittore di fama mondiale e maestro di vita del narratore, Harry Quebert, che per l'appunto con la defunta ha avuto una folgorante storia d'amore della durata di un'estate. Il narratore, Marcus Goldman, è a sua volta uno scrittore, che ha avuto un acclamato debutto col primo libro, ma per il secondo subisce un blocco artistico, che lo spinge a rimettersi in contatto col suo insegnante di università, che è accusato, al momento del rinvenimento del cadavere, di aver assassinato Nola. Goldman, convinto dell'innocenza del suo mentore, cerca di scavare con ogni mezzo per arrivare alla verità, tra personaggi a tratti ostili, a tratti amichevoli, che nascondono segreti da oltre trent'anni.
Devo dire che arrivavo con aspettative altissime a questa lettura, visto quanto se ne era parlato (osannandolo) e dopo la mia precedente lettura de L'enigma della camera 622, che mi era piaciuto molto.
La mia onesta impressione, invece, soprattutto all'inizio della lettura (e con inizio intendo la prima metà, anche anche) è che, forse, essendo stato scritto otto anni prima, non poteva esserci la stessa maturità. Non che si leggesse meno bene, anzi, scorre molto velocemente. Ma la mia volontà di andare spedita non era inizialmente dovuta all'intrigo che generava, bensì alla scadenza che mi ero imposta per poi passare alle letture successive.
Due i principali difetti che gli trovo, il primo più grave del secondo.
1) I personaggi al centro della vicenda sono antipatici
Nola e Harry sono poco meno che odiosi e, peggio, la loro relazione dà il voltastomaco da quanto è banalizzata alla massima potenza. Ogni frase fra i due gronda pochezza e insulsaggine. Nola è piagnucolosa e debole, quindi alcune delle azioni che fa stonano poi moltissimo con queste caratteristiche di base. E non è sfaccettata, sono proprio cose opposte incollate assieme. Forse per l'età è anche un po' sciocca e il discorso che fa a un certo punto su cosa vuole nella vita è quanto di più maschilista si possa concepire. Si potrebbe obiettare che è il personaggio e non l'autore, ma nessuna posizione successiva indica un pensiero diverso, anzi la ragazza viene idealizzata come desiderabile modello di perfezione. Harry è indeciso e salta da una decisione a quella opposta con facilità estrema. Goldman è la sua fotocopia. Entrambi un po' arroganti e saccenti. Soprattutto all'inizio il narratore è il personaggio più antipatico sulla pagina.
Va un pochino meglio coi personaggi secondari, che però in certi momenti sono stereotipati. Personaggio preferito: Robert Quinn.
2) La ripetitività
Alcuni eventi della narrazione sono ripetuti e rivissuti in più modi: raccontati a Goldman dal diretto interessato, poi la scena è raccontata in terza persona, poi gli eventi sono ri-commentati con altri. In certi momenti brani interi si ritrovano in punti diversi del romanzo. E ci credo che poi si arriva a quasi 800 pagine.
I lati positivi restano la buona scorrevolezza della prosa, ma all'inizio stenta ad appassionare appunto, e il modo con cui è congegnato l'intreccio. Molti fili restano allentati fino in fondo, ma non sono dimenticati, li si vede (molte cose sono prevedibilissime) e Dicker non li dimentica per strada. Aspetta solo la fine per tirarli tutti insieme e far tornare tutto. L'andamento lo raffigurerei davvero come un corsetto: allentato, largo in cima e poi serrato alla fine.
La parte che mi è piaciuta di più è decisamente la terza, quando saltano fuori una serie di colpi di scena che ribaltano tutte le prospettive e mettono molto sapore alla vicenda, cambiando anche completamente ritmo.
Cosa mi è piaciuto: scorrevolezza, intreccio ben congegnato
Cosa non mi è piaciuto: personaggi primari da schiaffi, ripetitivo e quasi lento in certi punti, stenta ad appassionare e resta comunque molto al di sotto delle mie aspettative
Giudizio: ⭐⭐⭐
lunedì 26 settembre 2022
Prima che tu dica "Pronto"
Mi trovavo alla stazione di Milano, nell'agosto 2014, quando decisi di acquistare questo volume di racconti per intrattenermi nel viaggio di quattro ore sull'Intercity che stavo per prendere per tornare a casa. Lo cominciai a quel tempo e, per molti motivi, lo lasciai poi da parte. Quest'estate ho finalmente ritirato fuori Prima che tu dica <<Pronto>>, ripreso da capo e terminato.
Si tratta di 32 racconti scritti da Calvino tra il 1943 e il 1984 più un esercizio di stile, il Piccolo sillabario illustrato, editi per la prima volta -salvo alcune pubblicazioni in rivista- da Mondadori nel 1993, dopo revisione della figlia dello scrittore.
- 19 racconti scritti tra il 1943 e il 1958 e raccolti sotto il nome di Apologhi e Racconti, quando lo scrittore aveva tra i venti e i trentacinque anni;
- Racconti e Dialoghi scritti tra il 1968 e il 1984 (l'anno prima della morte di Calvino) che raccoglie 13 scritti più maturi dell'autore.
Alcuni testi sono bozze di libri mai scritti e mi è sinceramente dispiaciuto non poter leggere il seguito de La collana della regina.
Ho apprezzato maggiormente i primi racconti, più fantasiosi, più velatamente sarcastici, paradossali e geniali. Ma i colpi di scena, i ribaltamenti delle prospettive e spesso anche una certa provocazione sono presenti in tutta questa produzione dai primi agli ultimi anni.
Nei racconti giovanili ricorre, come è normale, il tema della guerra e del Dopoguerra. Sono soldati i protagonisti di alcuni racconti. Nel racconto Un generale in biblioteca si fa forse riferimento alla censura cui sottoposero i libri nel periodo del fascio-nazismo. In Occhi nemici si descrive forte la paura del nazista sempre vicino ma nascosto, camuffato da cittadino qualunque e i malumori del popolo appena uscito dalla guerra.
I racconti più tardivi sono quasi più poetici e anche sperimentali in un certo senso. Le descrizioni minuziose del funzionamento del telefono o della doccia non hanno nulla del tecnicismo, sono vera poesia. Un cavo di rame o una tubatura descritti con un linguaggio così suadente, poetico e scorrevole poteva essere opera solo di Calvino. In questi due racconti si riesce anche a cogliere un mondo in cui ciò che oggi diamo per scontato è invece confort e i servizi non sono così rodati da essere erogati in modo fluido e immediato. È come affacciarsi su una finestra del tempo e scorgere uno spaccato di vita che ormai non siamo più in grado di capire: quelli che per noi sarebbero dei malfunzionamenti, per l'epoca erano dei miracoli.
Nel secondo ciclo di racconti Calvino s'immerge in bellezza, in profondità, in complessità, dando vita anche a una serie di interviste/dialoghi in cui propone alcuni spunti di riflessione: in Montezuma la provocazione che possa essere stata l'arrendevolezza del popolo vinto la causa della sovranità dell'europeo nel Nuovo Mondo; in Henry Ford il duplice punto di vista dell'accusa e della (simulata difesa) dell'industrializzazione e della catena di montaggio; in L'uomo di Neandertal la rivendicazione del primo uomo che ogni cosa scoperta ha avuto origine nel passaggio da scimmia a homo sapiens e che tutto ciò che è stato dopo non era irripetibile ma solo una conseguenza, poiché il seme di tutte le invenzioni era già stato piantato.
Cosa mi è piaciuto: amo la prosa di Calvino. Amo i suoi stravolgimenti di punti di vista. Amo la sua originalità, il suo linguaggio, le sue idee. I racconti che ho preferito sono (in ordine di preferenza): Un generale in biblioteca, Il reggimento smarrito, Solidarietà, La memoria del mondo.
Cosa non mi è piaciuto: naturalmente in una raccolta di ben 32 testi non tutti per me sono di uguale piacevolezza o interesse, ma in quel caso attribuisco la colpa non al racconto in sé, ma a me stessa: magari l'ho letto in un momento di maggiore stanchezza o di distrazione o semplicemente di umore, non adatto a coglierne pienamente la bellezza. Alcuni altri racconti li ho giudicati carini, divertenti o interessanti ma non tali da avermi rapita.
Giudizio: ⭐⭐⭐ e 1/2 come bilancio tra quegli scritti che mi hanno veramente colpita, quelli che ho trovato molto ben scritti e piacevoli e quelli che mi hanno detto meno.
Libri dagli anni '70: leprotti e bambine
Differentemente per quanto riguarda il saggio, che pure conteneva concetti a cui non ero estranea, sono rimasta sbalordita dalla distanza siderale della cultura ancora imperante nel mio paese appena 50 anni fa, negli anni in cui i miei genitori si sarebbero conosciuti e avrebbero poi deciso di allevarmi. Si tratta infatti del libro Dalla parte delle bambine della montessoriana Elena Gianini Belotti, che descrive gli stereotipi con cui si crescevano ai suoi giorni i bambini -e soprattutto le bambine- dall'ambiente familiare alla scuola, passando per la narrativa e i giochi concepiti per i bambini. Nulla di nuovo sotto il sole, apparentemente, per ciò che sappiamo oggi (quando sono andata alle scuole medie erano già gli anni 2000 e la mia professoressa di italiano era molto attenta a tutti i temi dell'uguaglianza e ci faceva leggere sull'argomento Extraterrestre alla pari, bel libro di Bianca Pitzorno, scritto comunque diciassette anni dopo il saggio della Belotti, che affrontava il modo ridicolo con cui si educavano maschi e femmine), senza dubbio illuminato e rivoluzionario per il 1973.
<<L'insegnante esorta i maschi a fare altrettanto, e ripete l'invito più volte, ma l'attesa si prolunga, il disordine continua e l'insegnante, invece di affidarsi al metodo delle conseguenze naturali e lasciare che chi non è tanto autonomo né tanto affamato da preparare il necessario da solo salti tranquillamente la colazione, ricorre alla soluzione più semplice e comoda per lei, cioè incarica una o più bambine di "andare a prendere i cestini di Claudio, Stefano e Paolo, così forse si siederanno e staremo in pace tutti quanti." In questo atteggiamento dell'insegnante c'è una sottintesa indulgenza verso i maschi: "bisogna prenderli come sono." Le bambine non si fanno pregare: hanno già avuto a casa innumerevoli esempi di come si rende la vita più facile e piacevole ai maschi della famiglia. La madre o le sorelle si fanno in quattro perché la tavola sia pronta al momento giusto, è stato loro richiesto infinite volte, per quanto recalcitranti potessero essere, di adeguarsi a questo uso ed è stato loro spiegato che solo servendo il maschio si verrà un bel giorno scelte da lui. La lode è il loro premio, l'effetto che otterrà il loro comportamento è la loro continua preoccupazione, il bisogno di essere benvolute e accettate è enorme perché sono già coscienti della loro inferiorità. Il loro imperativo è che devono piacere. L'insegnante, dal canto suo, evita di intervenire facendo lei quello che i maschi si rifiutano di fare o fanno malvolentieri, perché questo minerebbe la sua autorità, ma se la cava addossandolo alle bambine. Nessuno si scandalizza per questo. Il razzismo insito in tale comportamento passa del tutto inosservato.>>
domenica 7 agosto 2022
Estate delle saghe familiari (parte 2): La sciagura di chiamarsi Skrake
Fino a Piccoli suicidi tra amici (che è divertente esattamente come il titolo lascia supporre) non conoscevo la casa editrice Iperborea, che invece è nota agli intenditori di narrativa meno commerciale.
E in effetti non avevo esperienze di letteratura nordica, non potendo contare il deludente Lo stretto del lupo -poiché il suo autore è francese- incontrato quando cominciai a cercare gialli provenienti dalle latitudini maggiori, ma senza cominciare dai nativi Larsson o Lackberg. Approfittando di una promozione che regalava una bella shopper della casa editrice milanese mi procurai, visto l'impatto conflittuale con i thriller ambientati sopra il 55° Nord, titoli che puntassero verso la comicità o l'avventura e scelsi tre autori: Arto Paasilinna, Bjorn Larsson e Kjell Westo.
Sono stata attratta come una calamita dal titolo La sciagura di chiamarsi Skrake non appena ci ho posato sopra gli occhi. E anche dalla seconda di copertina, che prometteva personaggi memorabili e vicende fuori dall'ordinario.
La promessa è stata mantenuta.
Sebbene l'avvio sia stato veramente lento e per le prime trenta pagine non sapessi che cosa aspettarmi (temevo sarebbe stato uno di quei libri super riflessivi in cui non ci sono fatti, ma solo speculazioni sulla vita mai vissuta), dal capitolo Minnet, che è rimasto il mio preferito, finalmente il libro ha ingranato e la trama è andata raccontandosi in modo più chiaro, svelandosi a poco a poco. Il ritmo è rimasto molto lento, ma scorrevole. L'autore si è preso tutto il suo tempo per dare luogo a una storia che pare reale. È vivida, si materializza sotto gli occhi come un film. Ho apprezzato questo dettaglio, che ha consentito di rendere i personaggi sfaccettati, precisi, percepibili, quasi in 3D. Anche io sono stata molto più lenta a leggerlo, in principio perché temporeggiavo, temendo qualcosa di sconclusionato o noioso, in seguito perché ho assecondato il ritmo della vicenda, che ripercorre un lungo arco narrativo: dalle origini degli avi, dei nonni, dei bis-zii alle disavventure del protagonista, passando per i travagli dei genitori, occupando questi -insieme all'infanzia del personaggio principale- il primo "libro", mentre l'adolescenza e la vita adulta sono trattate nel secondo. Temo di averci messo lo stesso numero di giorni a leggere le prime 30 pagine e le restanti 470, ma una volta superato il primo scoglio non riuscivo a staccare gli occhi dalla lettura.
Le vicende prendono tantissimo e le scorgiamo poco per volta: magari sono inizialmente accennate e lasciate in sospeso e poi riprese, senza alla fine trascurare nessuna promessa di racconto, senza lasciare il lettore con dubbi o segreti irrisolti.
Persino il più misterioso e meno trattato personaggio della dinastia Skrake, il nonno Bruno, svela una parte del mistero che lo avvolge circa i suoi trascorsi nelle guerre proprio sul finire del romanzo. Zio Leo è tratteggiato come un grande sognatore, insegnante visionario per l'epoca in cui vive, figura dolcissima e magica. Il protagonista è meglio delineato da bambino piuttosto che da adulto e la sua storia si perde un po' nel racconto di quello dei genitori e nel cogliere l'essenza della madre Vera, ma soprattutto del padre Werner, pescatore, scrittore, lanciatore di martello, eccezionalmente raccontato. Trovo che sia la storia di quest'ultimo che intriga maggiormente. È a lui che capitano le più straordinarie situazioni, probabilmente anche per gli hobby se non insoliti, per lo meno particolari cui si dedica con trasporto; è alle sue vicende che è dato maggiormente spazio nel testo, per esplicitare bene quanto il suo "metcy", la sua sfortuna, sia profondamente radicata, quasi che il Fato abbia destinato quest'uomo solo a una serie di strabilianti e persino comici (proprio all'apice della tragedia) fallimenti, rendendolo assolutamente indimenticabile. Di conseguenza è questo il personaggio meglio descritto, quello più vivo, ed è stato inevitabile innamorarsi perdutamente non dell'uomo, ma del personaggio Werner. Sull'apice della caduta del nostro eroe e su molti altri eventi succosi (per quanto mi riguarda lo svolgersi del matrimonio tra Vera e Werner era una delle linee narrative che più mi interessavano), costantemente l'autore annuncia ma rimanda il racconto per innumerevoli pagine, adescando il lettore e trascinandolo in un senso di attesa per quel qualcosa di grosso che sappiamo sta per arrivare (o speriamo almeno che accadrà). La narrazione infatti segue un ordine cronologico di base, ma saltella anche tra i vari periodi seguendo il filo dei pensieri e della memoria del narratore protagonista.
Cosa mi è piaciuto: prosa fluida, personaggi bellissimi e costruiti magnificamente fino a percepirli in 3D (+++ Werner ❤), legami tra i personaggi appassionanti fino allo struggente, vicende curiose e stravaganti
Cosa non mi è piaciuto: la prima trentina di pagine, noiosette e lentissime
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2
venerdì 8 luglio 2022
Estate delle saghe familiari (parte 1): La vita sessuale dei nostri antenati
Giugno.
In partenza per la Sicilia metto in valigia un paio di tomi, dispiacendomi di lasciarne a casa altri due, ma realizzo che in 10 giorni sarà dura già poter terminare i primi, che tanto brevi non sono.
Decido di cominciare da un libro del 2015, acquistato alla Giunti all'ingresso di Careggi ai tempi dell'Università, probabilmente nel periodo in cui era dato alle stampe. All'epoca ne lessi poche pagine e mi parve noioso, ma provo a dargli una seconda occasione e non me ne pento.
Così inauguro la stagione delle saghe familiari sotto l'ombrellone, un must, con La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno.
La storia è divisa in nove parti, ciascuna intitolata come un'immaginaria opera d'arte che descrive la trama di quella specifica parte del racconto.
La protagonista è Ada Bertrand Ferrell, professoressa trentasettenne di letteratura greca a Bologna, ed è attraverso i suoi occhi (in alcuni momenti anche attraverso una narrazione in prima persona) che sono raccontate le vicende delle famiglie Bertrand e Ferrell. Si alternano nel romanzo la narrazione lineare e alcuni flashback nella forma di diari, lettere, giornali o racconti orali, ma sono presenti anche sogni e monologhi all'analista, senza un unico stile espositivo, rendendo la lettura interessante e piacevolissima. La scrittura di Bianca Pitzorno è scorrevole, avvincente, armoniosa, delicata. A volte ironicamente strizza l'occhio al lettore. Superate quelle prime 40 pagine sulle quali mi bloccai al primo tentativo, non riuscivo più staccarmi dalla lettura e ogni ritaglio durante la vacanza è stato usato per tornare nel racconto. Così, nonostante gli impegni del viaggio (mare, mangiate, escursioni, visite nelle città) che mi impegnavano quasi tutta la giornata, le 458 pagine sono state assorbite in una decina di giorni.
Ada si divide fra la città in cui lavora e convive col grigio e piatto Giuliano e il paese d'origine, Donora, in cui si intrecciano le storie dei suoi familiari: la cugina Lauretta, come lei orfana dalla Seconda Guerra Mondiale e allevata insieme a lei nella grande casa padronale in stile Liberty, la severa donna Ada, l'amatissimo zio Tancredi e molti altri cugini, conoscenti e antenati, qualcuno vissuto secoli addietro, come Donna Jimena, che ha dato origine alla stirpe Ferrell nel Cinquecento o la banditessa Clara Eugenia vissuta nel Settecento. Le vicende si snodano nel corso dei secoli tra misteri e segreti, come fili intrecciati dalle mani, quasi tutte femminili, di questa stirpe. Gli uomini delle due casate sono presenti nel racconto, ma funzionali alla storia, mentre reali protagoniste, osservate più da vicino nei sentimenti, ragioni e azioni, sono le antenate.Mentre le prime parti del romanzo sono infuse da una certa leggerezza borghese in cui le vicende hanno il sapore di un pettegolezzo informativo ma non dannoso, nell'ultimo terzo circa, l'atmosfera cambia totalmente e diventa più cupa, seria, le vicende sono proprio meno piacevoli e il pettegolezzo diventa maligno, a sancire davvero un passaggio nella vita di Ada, inevitabile e atteso, ma che lascia comunque la nostra protagonista impreparata. Questo cambio di direzione culmina poi in un finale che mi ha delusa, non tanto per la veloce chiusura, quanto per il fatto che questa non riserva ad Ada alcuna conclusione vera sul suo destino. Alcune risposte non spiegate del tutto si intuiscono, secondo me, soprattutto sulle questioni "Giuliano" ed "Estella". Le intuizioni possono poi essere verificate dalle parole dell'autrice su Facebook in alcuni post del 2016 intitolati "Ultimo capitolo", in cui Bianca Pitzorno immagina i personaggi di Perry Mason che, come nei romanzi, commentano il finale del giallo -in questo caso della nostra storia- fornendo le "spiegazioni mancanti". Una di queste "rivelazioni" proprio non l'avevo capita e attualmente la sto ancora rifiutando (la negherebbe anche Ada?), mentre un altro paio di interrogativi mi rimangono lì e vorrei poter avere un seguito per sapere cosa accadrà dopo. Questo è il mood con cui ho terminato la lettura, una smania incredibile di sapere "e adesso che ne è di lei?", e che mi ha spinta a cercare informazioni in rete e a imbattermi nell' "Ultimo Capitolo".
Non ho avuto modo di rintracciare tutte e sei le parti che lo compongono, ma linko qua quelle che ho letto personalmente per coloro che avessero già terminato il romanzo, ma non fossero riusciti a trovare questi addendum e, come me, fossero curiosi delle delucidazioni fornite. Poiché potrebbero non piacere del tutto, pensate bene se cliccarci sopra o meno.
! SPOILER ALERT ! (visto che ho cercato di fare una recensione No Spoiler, non vorrei rovinare l'effetto proprio ora):
In conclusione...
Cosa mi è piaciuto: la scrittura scorrevole, le storie dei personaggi, il ritmo. La storia mi ha veramente preso tantissimo e l'ho trovata scritta benissimo.
Cosa non mi è piaciuto: il finale, un po' criptico su alcuni passaggi, ma più che altro deludente per la vicenda umana della protagonista, che non ha una conclusione, a mio parere, soddisfacente.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Non fosse stato per il finale ci sarebbe scappato un altro mezzo punto in più.


