giovedì 20 ottobre 2022

Muoversi per restare fermi: la bellezza del Colibrì

Oggi parliamo del libro vincitore del Premio Strega 2020, Colibrì, di Sandro Veronesi, 368 pagine, edito dalla Nave di Teseo. 
L'ho finito domenica mattina, in tempo per andarmi a vedere la sera il film che ne è stato tratto, di Francesca Archibugi. E per essere precisi l'ho finito con un bel pianto.



È uno di quei libri di cui parlo malvolentieri, perché avrei voglia di tenermi tutte le sensazioni per me.
È un libro che mi ha fatto capire che ci sono volte in cui non si può andare avanti in contemporanea con più letture, perché ha preteso tutta la mia attenzione senza contaminazioni.
Ero entrata dentro il libro, dentro il suo umore, la sua intimità e non potevo uscirne per ritrovarmi altrove. Ci ho provato, perché l'ho iniziato quando ho visto che usciva il film e volevo tentare di leggerlo in due settimane, ma ne avevo già cominciato un altro. Ho dovuto smettere la prima lettura perché mi sembrava di farmi violenza.
Se non si è ancora capito, mi è piaciuto moltissimo.

È la storia, raccontata in terza persona, ma anche tramite lettere e messaggi whatsapp, di un oftalmologo, Marco Carrera, soprannominato dalla madre colibrì perché fino all'adolescenza era stato più piccolo di statura degli altri compagni, raggiunti poi in centimetri in seguito a un trattamento ormonale, ma comunque aggraziato e proporzionato. È la ricostruzione della sua vita intera. È la storia della sua famiglia, il matrimonio dei genitori, le storie del fratello, Giacomo, e della sorella, Irene, la storia del suo matrimonio esplosivo e del suo rapporto con sua figlia Adele, la storia delle sue amicizie, del suo vizio per il gioco d'azzardo, ma soprattutto la sua storia d'amore -infinito e impossibile- con Luisa.

Ognuna di queste vicende è, per me, raccontata in modo meraviglioso e mi sono appassionata alla storia, straziante, di ogni personaggio. Ho apprezzato ogni snodo e ogni decisione sul destino di questi personaggi, che compongono una trama sfaccettata quasi come una vita reale. La narrazione è intrecciata nel tempo e in ordine non cronologico. Ogni filone del racconto è dipanato in tempi diversi, quasi non ci siano tempo presente, passato e futuro: si mescolano uno nell'altro.
Sono stata trascina nel vortice delle storie fin da subito ed è stato totalizzante.
La prosa è bellissima. I dialoghi funzionano benissimo. Nei capitoli di massima intensità, le parole non si fermano, il discorso non è inframezzato da punti, quasi un flusso continuo di dolore che sgorga.

Per me ha avuto delle vibes alla Cambiare l'acqua ai fiori: la stessa immersione, lo stesso affezionarsi ai personaggi, lo stesso trasporto nel loro mondo e nel provare sulla pelle le loro emozioni.

Non la tirerò per le lunghe, anche perché non si può dire di più (ogni storia ha bisogno di essere svelata nel momento giusto e ogni anticipazione ulteriore sarebbe un crimine nei confronti chi non l'ha letto e ha diritto di scoprirlo poco alla volta come ho potuto fare anch'io): per me non ha avuto difetti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

martedì 18 ottobre 2022

Estate delle saghe familiari (parte 3): gli Aubrey

Vado oggi a raccontare un libro di Rebecca West che è tornato in auge negli ultimi anni grazie a una nuova edizione e alla buona pubblicità che gli ha fornito Alessandro Baricco, quando in un'intervista sostenne che se avesse dovuto portare con sé su un'isola deserta una sola opera letteraria avrebbe scelto la Saga degli Aubrey. Non avevo mai sentito nominare l'opera e l'autrice prima che mi fosse stato regalato questo libro per un compleanno, probabilmente all'epoca in cui questa edizione di Fazi Editore usciva in libreria, quattro anni fa.


Dopo averlo letto posso dire che se dovessi scegliere un solo libro da portarmi su un isola deserta, mi porterei qualcos'altro (difficile scegliere cosa, forse I tre moschettieri, più probabilmente pretenderei di aumentare il numero di opere concesse, ma sicuramente non questo).

Non fraintendiamoci, non è la cosa peggiore che abbia letto e alcuni pregi questo romanzo li ha, ma non è neppure la migliore.

Si tratta della storia di una famiglia britannica (la madre scozzese, ex virtuosa del piano, il padre irlandese, scrittore, giornalista, filosofo-politico, giocatore d'azzardo e chissà che altro) borghese che finisce però in miseria ma tenta di vivere il più dignitosamente possibile (a dire il vero la madre tenta, il padre cerca in ogni modo di fare l'opposto). Si trasferiscono nella Londra di inizio Novecento coi quattro figli: in ordine di età Cordelia, che secondo madre e sorelle non è alla loro altezza a livello musicale, le gemelle Mary e Rose, la narratrice, che al contrario avrebbero ereditato il talento della madre, e il piccolo Richard Quinn, cocco della famiglia, stucchevolmente definito come il più adorabile e talentuoso figlio mai messo al mondo. Nel corso del romanzo li seguiremo nel corso della loro crescita e formazione come individui che cercano di affermarsi (in particolare le tre sorelle nel campo della musica), in mezzo a sconvolgimenti familiari e vicende e personaggi fuori dal comune che s'intrecciano alla loro storia.

Cos'ho contro questo libro? 

I personaggi sono di un'antipatia rara. Più o meno lo sono tutti, antipatici. Si comportano spesso in modo privo di senso (a volte è colpa della scrittura, per cui in quell'ottocentesco sottacere e sottintendere cose che non si possono dire apertamente per senso morale, si finisce per non avere chiaro di cosa si parla), ma soprattutto i membri della famiglia (specie la madre e le gemelle e più in particolare la narratrice) sono supponenti e, allo stesso tempo, stolidi.
L'origine della miseria di questa famiglia è il padre, che perde in speculazioni finanziare e anche al gioco tutto quello che guadagna, facendosi allontanare da molti datori di lavoro, finché non è assunto a (non) dirigere un giornale da un misterioso signor Morpurgo, che non ha nessun motivo valido (quantomeno al lettore non è noto) per accollarsi questo individuo ritenuto da tutti geniale, ma anche autolesionista (è capriccioso nel lavoro, incostante nella produzione, fa solo quello che gli va, deve essere sostituito da altri in certe funzioni, etc). E soprattutto è chiaro che non gli importa assolutamente niente di come campi la sua famiglia: non si cura del loro tenore di vita, di fornirgli denaro per pagare affitto, bollette e viveri (per non parlare di vestiti e altro, così che moglie e figli debbano sempre vestire sciattamente e con abiti logori, se non proprio bucati). Addirittura, viscidamente, lascia che sia la moglie a trattare coi creditori, fuggendo al momento opportuno. E non pago si fa riferimento anche a suoi tradimenti.

Non bastasse un uomo così orrido, urta ancora di più il fatto che la sua famiglia lo adori.
La moglie, povera anima, sembra fuori di testa e la compiango. I figli provano in qualche rara occasione a farle vedere la realtà, quanto sia riprovevole il comportamento del padre, il suo abbandono del compito di provvedere loro, ma la donna è cieca e tenacemente attaccata all'immagine di perfezione di quest'uomo, al suo amore per lui e, forse, anche un po' al suo martirio. Nondimeno, nella sua sgangherataggine, si dimostra molto più forte dell'odioso marito: riesce in qualche modo a istruire le figlie, a farle diventare musiciste, tenta di proteggerle dal mondo esterno e dalla mancanza di avvedutezza del padre, affronta gli eventi che le sono buttati addosso, barcollando, ma restando in piedi.

Per quanto riguarda le figlie, le gemelle e soprattutto Rose sono detestabili: si sentono superiori alla sorella Cordelia e ci litigano di continuo, accusandola di non vedere il mondo coi loro stessi occhi. Ma i loro occhi hanno, per l'appunto, una visione parziale e testarda: si considerano le uniche musiciste di talento della famiglia e adorano la loro vita miseranda così com'è, venerando quel padre che antepone loro i suoi interessi e i suoi vizi. Inoltre in qualche passaggio sono descritte come emarginate. Rose in particolare non sembra una bambina completamente normale e a me ricorda tantissimo il personaggio di Mary in Abbiamo sempre vissuto nel castello.
Di contro, Cordelia, che le sorelle emarginano, sembra l'unica con del sale in zucca: è l'unica che vede la loro condizione per come è davvero, l'unica che cerca di migliorarla andando a suonare il violino in concertini per guadagnarsi qualcosa (contro la volontà della madre, cieca anche alla loro costante necessità di denaro, che continua a ritenerla incapace, nonostante alcuni l'apprezzino al punto di pagarle gli ingaggi).

Avevo aspettato che mi passasse la rabbia nei confronti di questi personaggi prima di scrivere la recensione, ma a distanza di due mesi, raccontandone le vicende, emerge subito di nuovo. Sono quasi reali da quanto sono ben descritti e hanno il merito di smuovere una reazione nel lettore, ma non sono certa che fosse quella voluta (lo era?): li avrei presi a schiaffi tutti, il marito perché ripugnante, il resto della famiglia per la loro ottusità estrema. Passo solo Cordelia, che pare l'unico essere normale.

Cosa salvo dunque?

La narrazione: è proprio ben scritto. Le vicende coinvolgono abbastanza e, malgrado i personaggi tenessero accesa la mia antipatia e malgrado il malloppo da 570 pagine, l'ho letto agevolmente e in fretta, anche per sbarazzarmi di loro il prima possibile. Non mi basta, però, per decidere di proseguire con gli altri due libri della saga: Nel cuore della notte e, incompleto, Rosamund.

Cosa mi è piaciuto: è scritto molto bene, coinvolgente

Cosa non mi è piaciuto: personaggi antipatici (i più antipatici mai letti), supponenti, stolidi

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

lunedì 3 ottobre 2022

Il più grande successo di Joel Dicker: la verità sul caso Harry Quebert

 A distanza di dieci anni dall'uscita in libreria di questo caso editoriale, in Italia edito da Bompiani, ne ho recuperata una copia usata e ho posto rimedio alla mia lacuna. 

Si tratta di un romanzo di 784 pagine, divorate in circa due settimane, che è un misto tra giallo e thriller, senza, secondo me, essere davvero nessuno dei due: troppa poca suspense per essere proprio un thriller e non ha la vera struttura e il finale del giallo classico (anzi, è una di quelle conclusioni che fanno un po' arrabbiare il lettore di gialli consumato). So di non essere una risolutrice acutissima di gialli, ma mi piacerebbe sapere quanti hanno indovinato questa conclusione, poiché trovo che gli elementi cardine si scoprano solo alla fine (ma magari mi sbaglio io ed erano dipinti in grande, ma non me ne ero accorta).

Il libro verte sul caso Nola Kellergan (di solito il caso porta il nome della vittima, non del suo presunto carnefice), quindicenne scomparsa trentatré anni prima che i suoi resti fossero rinvenuti nel giardino dello scrittore di fama mondiale e maestro di vita del narratore, Harry Quebert, che per l'appunto con la defunta ha avuto una folgorante storia d'amore della durata di un'estate. Il narratore, Marcus Goldman, è a sua volta uno scrittore, che ha avuto un acclamato debutto col primo libro, ma per il secondo subisce un blocco artistico, che lo spinge a rimettersi in contatto col suo insegnante di università, che è accusato, al momento del rinvenimento del cadavere, di aver assassinato Nola. Goldman, convinto dell'innocenza del suo mentore, cerca di scavare con ogni mezzo per arrivare alla verità, tra personaggi a tratti ostili, a tratti amichevoli, che nascondono segreti da oltre trent'anni.

Devo dire che arrivavo con aspettative altissime a questa lettura, visto quanto se ne era parlato (osannandolo) e dopo la mia precedente lettura de L'enigma della camera 622, che mi era piaciuto molto.

La mia onesta impressione, invece, soprattutto all'inizio della lettura (e con inizio intendo la prima metà, anche anche) è che, forse, essendo stato scritto otto anni prima, non poteva esserci la stessa maturità. Non che si leggesse meno bene, anzi, scorre molto velocemente. Ma la mia volontà di andare spedita non era inizialmente dovuta all'intrigo che generava, bensì alla scadenza che mi ero imposta per poi passare alle letture successive.

Due i principali difetti che gli trovo, il primo più grave del secondo.

1) I personaggi al centro della vicenda sono antipatici

Nola e Harry sono poco meno che odiosi e, peggio, la loro relazione dà il voltastomaco da quanto è banalizzata alla massima potenza. Ogni frase fra i due gronda pochezza e insulsaggine. Nola è piagnucolosa e debole, quindi alcune delle azioni che fa stonano poi moltissimo con queste caratteristiche di base. E non è sfaccettata, sono proprio cose opposte incollate assieme. Forse per l'età è anche un po' sciocca e il discorso che fa a un certo punto su cosa vuole nella vita è quanto di più maschilista si possa concepire. Si potrebbe obiettare che è il personaggio e non l'autore, ma nessuna posizione successiva indica un pensiero diverso, anzi la ragazza viene idealizzata come desiderabile modello di perfezione. Harry è indeciso e salta da una decisione a quella opposta con facilità estrema. Goldman è la sua fotocopia. Entrambi un po' arroganti e saccenti. Soprattutto all'inizio il narratore è il personaggio più antipatico sulla pagina. 

Va un pochino meglio coi personaggi secondari, che però in certi momenti sono stereotipati. Personaggio preferito: Robert Quinn.

2) La ripetitività 

Alcuni eventi della narrazione sono ripetuti e rivissuti in più modi: raccontati a Goldman dal diretto interessato, poi la scena è raccontata in terza persona, poi gli eventi sono ri-commentati con altri. In certi momenti brani interi si ritrovano in punti diversi del romanzo. E ci credo che poi si arriva a quasi 800 pagine.

I lati positivi restano la buona scorrevolezza della prosa, ma all'inizio stenta ad appassionare appunto, e il modo con cui è congegnato l'intreccio. Molti fili restano allentati fino in fondo, ma non sono dimenticati, li si vede (molte cose sono prevedibilissime) e Dicker non li dimentica per strada. Aspetta solo la fine per tirarli tutti insieme e far tornare tutto. L'andamento lo raffigurerei davvero come un corsetto: allentato, largo in cima e poi serrato alla fine.

La parte che mi è piaciuta di più è decisamente la terza, quando saltano fuori una serie di colpi di scena che ribaltano tutte le prospettive e mettono molto sapore alla vicenda, cambiando anche completamente ritmo.

Cosa mi è piaciuto: scorrevolezza, intreccio ben congegnato

Cosa non mi è piaciuto: personaggi primari da schiaffi, ripetitivo e quasi lento in certi punti, stenta ad appassionare e resta comunque molto al di sotto delle mie aspettative

Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 26 settembre 2022

Prima che tu dica "Pronto"



Mi trovavo alla stazione di Milano, nell'agosto 2014, quando decisi di acquistare questo volume di racconti per intrattenermi nel viaggio di quattro ore sull'Intercity che stavo per prendere per tornare a casa. Lo cominciai a quel tempo e, per molti motivi, lo lasciai poi da parte. Quest'estate ho finalmente ritirato fuori Prima che tu dica <<Pronto>>, ripreso da capo e terminato.

Si tratta di 32 racconti scritti da Calvino tra il 1943 e il 1984 più un esercizio di stile, il Piccolo sillabario illustrato, editi per la prima volta -salvo alcune pubblicazioni in rivista- da Mondadori nel 1993, dopo revisione della figlia dello scrittore.


I racconti sono raccolti in due gruppi:

  • 19 racconti scritti tra il 1943 e il 1958 e raccolti sotto il nome di Apologhi e Racconti, quando lo scrittore aveva tra i venti e i trentacinque anni;
  • Racconti e Dialoghi scritti tra il 1968 e il 1984 (l'anno prima della morte di Calvino) che raccoglie 13 scritti più maturi dell'autore.
La prosa di Calvino è, ancora e sempre, fluida, disinvolta, il suono delle parole piacevole, naturale nei racconti giovanili come nei più tardi. L'immaginazione dello scrittore spazia su tutto, da una marcia militare che subisce alcune complicazioni al percorso interiore di due uomini che risalgono il letto asciutto di un fiume in cerca di acqua, da una nuova modalità di selezionare i politici a un arguto gioco di prospettive tra guardie e ladri, da racconti di avventure a interviste immaginarie con personaggi significativi.
Alcuni testi sono bozze di libri mai scritti e mi è sinceramente dispiaciuto non poter leggere il seguito de La collana della regina.

Ho apprezzato maggiormente i primi racconti, più fantasiosi, più velatamente sarcastici, paradossali e geniali. Ma i colpi di scena, i ribaltamenti delle prospettive e spesso anche una certa provocazione sono presenti in tutta questa produzione dai primi agli ultimi anni.
Nei racconti giovanili ricorre, come è normale, il tema della guerra e del Dopoguerra. Sono soldati i protagonisti di alcuni racconti. Nel racconto Un generale in biblioteca si fa forse riferimento alla censura cui sottoposero i libri nel periodo del fascio-nazismo. In Occhi nemici si descrive forte la paura del nazista sempre vicino ma nascosto, camuffato da cittadino qualunque e i malumori del popolo appena uscito dalla guerra.
I racconti più tardivi sono quasi più poetici e anche sperimentali in un certo senso. Le descrizioni minuziose del funzionamento del telefono o della doccia non hanno nulla del tecnicismo, sono vera poesia. Un cavo di rame o una tubatura descritti con un linguaggio così suadente, poetico e scorrevole poteva essere opera solo di Calvino. In questi due racconti si riesce anche a cogliere un mondo in cui ciò che oggi diamo per scontato è invece confort e i servizi non sono così rodati da essere erogati in modo fluido e immediato. È come affacciarsi su una finestra del tempo e scorgere uno spaccato di vita che ormai non siamo più in grado di capire: quelli che per noi sarebbero dei malfunzionamenti, per l'epoca erano dei miracoli.
Nel secondo ciclo di racconti Calvino s'immerge in bellezza, in profondità, in complessità, dando vita anche a una serie di interviste/dialoghi in cui propone alcuni spunti di riflessione: in Montezuma la provocazione che possa essere stata l'arrendevolezza del popolo vinto la causa della sovranità dell'europeo nel Nuovo Mondo; in Henry Ford il duplice punto di vista dell'accusa e della (simulata difesa) dell'industrializzazione e della catena di montaggio; in L'uomo di Neandertal la rivendicazione del primo uomo che ogni cosa scoperta ha avuto origine nel passaggio da scimmia a homo sapiens e che tutto ciò che è stato dopo non era irripetibile ma solo una conseguenza, poiché il seme di tutte le invenzioni era già stato piantato.

Cosa mi è piaciuto: amo la prosa di Calvino. Amo i suoi stravolgimenti di punti di vista. Amo la sua originalità, il suo linguaggio, le sue idee. I racconti che ho preferito sono (in ordine di preferenza): Un generale in biblioteca, Il reggimento smarrito, Solidarietà, La memoria del mondo.

Cosa non mi è piaciuto: naturalmente in una raccolta di ben 32 testi non tutti per me sono di uguale piacevolezza o interesse, ma in quel caso attribuisco la colpa non al racconto in sé, ma a me stessa: magari l'ho letto in un momento di maggiore stanchezza o di distrazione o semplicemente di umore, non adatto a coglierne pienamente la bellezza. Alcuni altri racconti li ho giudicati carini, divertenti o interessanti ma non tali da avermi rapita.

Giudizio: ⭐⭐⭐ e 1/2 come bilancio tra quegli scritti che mi hanno veramente colpita, quelli che ho trovato molto ben scritti e piacevoli e quelli che mi hanno detto meno.

Libri dagli anni '70: leprotti e bambine

Negli ultimi 4 giorni delle ferie agostane ho avuto il tempo di dedicarmi alla lettura di due libricini (un saggio e un romanzo cult dalle 190-200 pagine ciascuno) editi entrambi a metà degli anni '70.

Per quanto riguarda il romanzo, che è stato divertentissimo, non ho avvertito tanto la distanza temporale quanto la distanza geografica: si tratta infatti de L'anno della Lepre di Arto Paasilinna del 1975, ambientato tra i meravigliosi paesaggi naturalistici finlandesi. Nel libro sono tratteggiati alcuni spaccati di vita (i pescatori, gli allevatori di vacche, etc) culturalmente e socialmente propri della Finlandia di quel tempo, ma i rapporti tra le persone sono molto moderni. Il romanzo è un racconto a episodi sulla fuga di Kaarlo Vatanen, iniziata quasi per caso e decisa subitaneamente, dalla sua vita a Helsinki. Una vita fatta di un matrimonio finito e di un lavoro che non riconosceva più come suo. l giorno che il suo collega fotografo investe un leprotto, di ritorno da un servizio fatto assieme, Vatanen scende dalla macchina e non fa più ritorno a casa e al lavoro. Parte con la lepre in braccio e gira di avventura in avventura, ognuna più originale e divertente dell'altra, per la Finlandia. Il legame affettivo tra lepre e uomo mi è piaciuto molto. Anche quando non sembra Vatenen tiene molto all'animale e lo tiene sempre presente nella mente e nel cuore e anche la bestiola manifesta segni di legame e fiducia verso il padrone-compagno di vita. Ho temuto in più punti vibes alla Io e Marley, ma il finale mi è piaciuto moltissimo. È una lettura non impegnata, sebbene con qualche spunto di riflessione sull'ambiente e la società, e consigliatissima. Si legge facilmente e in pochi giorni, molto scorrevole.

Cosa mi è piaciuto: uno dei racconti più carini letti negli ultimi tempi, piacevole e leggero; Vatenen buon personaggio; finale delizioso.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2


Differentemente per quanto riguarda il saggio, che pure conteneva concetti a cui non ero estranea, sono rimasta sbalordita dalla distanza siderale della cultura ancora imperante nel mio paese appena 50 anni fa, negli anni in cui i miei genitori si sarebbero conosciuti e avrebbero poi deciso di allevarmi. Si tratta infatti del libro Dalla parte delle bambine della montessoriana Elena Gianini Belotti, che descrive gli stereotipi con cui si crescevano ai suoi giorni i bambini -e soprattutto le bambine- dall'ambiente familiare alla scuola, passando per la narrativa e i giochi concepiti per i bambini. Nulla di nuovo sotto il sole, apparentemente, per ciò che sappiamo oggi (quando sono andata alle scuole medie erano già gli anni 2000 e la mia professoressa di italiano era molto attenta a tutti i temi dell'uguaglianza e ci faceva leggere sull'argomento Extraterrestre alla pari, bel libro di Bianca Pitzorno, scritto comunque diciassette anni dopo il saggio della Belotti, che affrontava il modo ridicolo con cui si educavano maschi e femmine), senza dubbio illuminato e rivoluzionario per il 1973.
La lettura è stata molto scorrevole, il linguaggio è semplice, divulgativo. La mia sorpresa, forse non legittima e quasi imperdonabile, è stata leggere di comportamenti retrogradi e ingiustificati (diversa durata dell'allattamento!!! differenti età di pretesa dei bisognini nel vasino!!! per non parlare naturalmente della visione conosciutissima maschietto = potere e lavoro vs femminuccia = schiava reclusa in casa) che io credevo scomparsi almeno vent'anni prima. Gli anni Settanta sono un periodo che io non ho vissuto, ma che credevo più libero e istruito dopo i moti Sessantottini e in vista delle campagne che si terranno proprio in quel decennio per i diritti civili, soprattutto femminili. Il libro si colloca in quel contesto, in quell'aria di cambiamento che caratterizzerà quegli anni, ma è artefice di innovazione e ne sta a monte: sta ancora combattendo battaglie che saranno vinte (forse e mai del tutto) solo alcuni anni dopo. È stato illuminante e arricchente rendermi conto che anticipavo erroneamente la rivoluzione educativa e la davo per assodata negli anni Novanta, solo perché quando sono stata cresciuta non mi sono stati rivolti gli stessi metodi educativi repressivi destinati al sesso femminile, anzi sono cresciuta in una famiglia e in un gruppo sociale in cui ci si attendeva che io e mia sorella saremmo state istruite fino all'Università, come mio padre e sua madre prima di lui (addirittura negli anni Quaranta) e in cui ci veniva raccomandato di diventare adulte indipendenti economicamente e psicologicamente. Eppure ancora oggi si discute dell'educazione distinta per sesso e si deve litigare con chi propina "giochi da maschi e da femmine, colori adatti o meno" e devo rendermi conto che la mia famiglia è stata una fortunata eccezione e non la norma.

Riporto un paragrafo per dare un'idea dell'interesse dell'argomento e della scrittura semplice con cui sono illustrati perfettamente i meccanismi di condizionamento della nostra società in quegli anni (e non solo) e che in questo caso riguardano l'apparecchiatura per la merenda di metà mattina:

<<L'insegnante esorta i maschi a fare altrettanto, e ripete l'invito più volte, ma l'attesa si prolunga, il disordine continua e l'insegnante, invece di affidarsi al metodo delle conseguenze naturali e lasciare che chi non è tanto autonomo né tanto affamato da preparare il necessario da solo salti tranquillamente la colazione, ricorre alla soluzione più semplice e comoda per lei, cioè incarica una o più bambine di "andare a prendere i cestini di Claudio, Stefano e Paolo, così forse si siederanno e staremo in pace tutti quanti." In questo atteggiamento dell'insegnante c'è una sottintesa indulgenza verso i maschi: "bisogna prenderli come sono." Le bambine non si fanno pregare: hanno già avuto a casa innumerevoli esempi di come si rende la vita più facile e piacevole ai maschi della famiglia. La madre o le sorelle si fanno in quattro perché la tavola sia pronta al momento giusto, è stato loro richiesto infinite volte, per quanto recalcitranti potessero essere, di adeguarsi a questo uso ed è stato loro spiegato che solo servendo il maschio si verrà un bel giorno scelte da lui. La lode è il loro premio, l'effetto che otterrà il loro comportamento è la loro continua preoccupazione, il bisogno di essere benvolute e accettate è enorme perché sono già coscienti della loro inferiorità. Il loro imperativo è che devono piacere. L'insegnante, dal canto suo, evita di intervenire facendo lei quello che i maschi si rifiutano di fare o fanno malvolentieri, perché questo minerebbe la sua autorità, ma se la cava addossandolo alle bambine. Nessuno si scandalizza per questo. Il razzismo insito in tale comportamento passa del tutto inosservato.>>

Cosa mi è piaciuto: è un saggio interessantissimo e ben scritto.

Giudizio: consigliatissimo per tutti! ⭐⭐⭐⭐

domenica 7 agosto 2022

Estate delle saghe familiari (parte 2): La sciagura di chiamarsi Skrake

Fino a Piccoli suicidi tra amici (che è divertente esattamente come il titolo lascia supporre) non conoscevo la casa editrice Iperborea, che invece è nota agli intenditori di narrativa meno commerciale.


E in effetti non avevo esperienze di letteratura nordica, non potendo contare il deludente Lo stretto del lupo -poiché il suo autore è francese- incontrato quando cominciai a cercare gialli provenienti dalle latitudini maggiori, ma senza cominciare dai nativi Larsson o Lackberg. Approfittando di una promozione che regalava una bella shopper della casa editrice milanese mi procurai, visto l'impatto conflittuale con i thriller ambientati sopra il 55° Nord, titoli che puntassero verso la comicità o l'avventura e scelsi tre autori: Arto Paasilinna, Bjorn Larsson e Kjell Westo.

Sono stata attratta come una calamita dal titolo La sciagura di chiamarsi Skrake non appena ci ho posato sopra gli occhi. E anche dalla seconda di copertina, che prometteva personaggi memorabili e vicende fuori dall'ordinario.

La promessa è stata mantenuta.




Sebbene l'avvio sia stato veramente lento e per le prime trenta pagine non sapessi che cosa aspettarmi (temevo sarebbe stato uno di quei libri super riflessivi in cui non ci sono fatti, ma solo speculazioni sulla vita mai vissuta), dal capitolo Minnet, che è rimasto il mio preferito, finalmente il libro ha ingranato e la trama è andata raccontandosi in modo più chiaro, svelandosi a poco a poco. Il ritmo è rimasto molto lento, ma scorrevole. L'autore si è preso tutto il suo tempo per dare luogo a una storia che pare reale. È vivida, si materializza sotto gli occhi come un film. Ho apprezzato questo dettaglio, che ha consentito di rendere i personaggi sfaccettati, precisi, percepibili, quasi in 3D. Anche io sono stata molto più lenta a leggerlo, in principio perché temporeggiavo, temendo qualcosa di sconclusionato o noioso, in seguito perché ho assecondato il ritmo della vicenda, che ripercorre un lungo arco narrativo: dalle origini degli avi, dei nonni, dei bis-zii alle disavventure del protagonista, passando per i travagli dei genitori, occupando questi -insieme all'infanzia del personaggio principale- il primo "libro", mentre l'adolescenza e la vita adulta sono trattate nel secondo. Temo di averci messo lo stesso numero di giorni a leggere le prime 30 pagine e le restanti 470, ma una volta superato il primo scoglio non riuscivo a staccare gli occhi dalla lettura.

Le vicende prendono tantissimo e le scorgiamo poco per volta: magari sono inizialmente accennate e lasciate in sospeso e poi riprese, senza alla fine trascurare nessuna promessa di racconto, senza lasciare il lettore con dubbi o segreti irrisolti.

Persino il più misterioso e meno trattato personaggio della dinastia Skrake, il nonno Bruno, svela una parte del mistero che lo avvolge circa i suoi trascorsi nelle guerre proprio sul finire del romanzo. Zio Leo è tratteggiato come un grande sognatore, insegnante visionario per l'epoca in cui vive, figura dolcissima e magica. Il protagonista è meglio delineato da bambino piuttosto che da adulto e la sua storia si perde un po' nel racconto di quello dei genitori e nel cogliere l'essenza della madre Vera, ma soprattutto del padre Werner, pescatore, scrittore, lanciatore di martello, eccezionalmente raccontato. Trovo che sia la storia di quest'ultimo che intriga maggiormente. È a lui che capitano le più straordinarie situazioni, probabilmente anche per gli hobby se non insoliti, per lo meno particolari cui si dedica con trasporto; è alle sue vicende che è dato maggiormente spazio nel testo, per esplicitare bene quanto il suo "metcy", la sua sfortuna, sia profondamente radicata, quasi che il Fato abbia destinato quest'uomo solo a una serie di strabilianti e persino comici (proprio all'apice della tragedia) fallimenti, rendendolo assolutamente indimenticabile. Di conseguenza è questo il personaggio meglio descritto, quello più vivo, ed è stato inevitabile innamorarsi perdutamente non dell'uomo, ma del personaggio Werner. Sull'apice della caduta del nostro eroe e su molti altri eventi succosi (per quanto mi riguarda lo svolgersi del matrimonio tra Vera e Werner era una delle linee narrative che più mi interessavano), costantemente l'autore annuncia ma rimanda il racconto per innumerevoli pagine, adescando il lettore e trascinandolo in un senso di attesa per quel qualcosa di grosso che sappiamo sta per arrivare (o speriamo almeno che accadrà). La narrazione infatti segue un ordine cronologico di base, ma saltella anche tra i vari periodi seguendo il filo dei pensieri e della memoria del narratore protagonista.

Cosa mi è piaciuto: prosa fluida, personaggi bellissimi e costruiti magnificamente fino a percepirli in 3D (+++ Werner ❤), legami tra i personaggi appassionanti fino allo struggente, vicende curiose e stravaganti

Cosa non mi è piaciuto: la prima trentina di pagine, noiosette e lentissime

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 8 luglio 2022

Estate delle saghe familiari (parte 1): La vita sessuale dei nostri antenati

 Giugno.

In partenza per la Sicilia metto in valigia un paio di tomi, dispiacendomi di lasciarne a casa altri due, ma realizzo che in 10 giorni sarà dura già poter terminare i primi, che tanto brevi non sono. 

Decido di cominciare da un libro del 2015, acquistato alla Giunti all'ingresso di Careggi ai tempi dell'Università, probabilmente nel periodo in cui era dato alle stampe. All'epoca ne lessi poche pagine e mi parve noioso, ma provo a dargli una seconda occasione e non me ne pento. 

Così inauguro la stagione delle saghe familiari sotto l'ombrellone, un must, con La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno.

La storia è divisa in nove parti, ciascuna intitolata come un'immaginaria opera d'arte che descrive la trama di quella specifica parte del racconto.

La protagonista è Ada Bertrand Ferrell, professoressa trentasettenne di letteratura greca a Bologna, ed è attraverso i suoi occhi (in alcuni momenti anche attraverso una narrazione in prima persona) che sono raccontate le vicende delle famiglie Bertrand e Ferrell. Si alternano nel romanzo la narrazione lineare e alcuni flashback nella forma di diari, lettere, giornali o racconti orali, ma sono presenti anche sogni e monologhi all'analista, senza un unico stile espositivo, rendendo la lettura interessante e piacevolissima. La scrittura di Bianca Pitzorno è scorrevole, avvincente, armoniosa, delicata. A volte ironicamente strizza l'occhio al lettore. Superate quelle prime 40 pagine sulle quali mi bloccai al primo tentativo, non riuscivo più staccarmi dalla lettura e ogni ritaglio durante la vacanza è stato usato per tornare nel racconto. Così, nonostante gli impegni del viaggio (mare, mangiate, escursioni, visite nelle città) che mi impegnavano quasi tutta la giornata, le 458 pagine sono state assorbite in una decina di giorni.

Ada si divide fra la città in cui lavora e convive col grigio e piatto Giuliano e il paese d'origine, Donora, in cui si intrecciano le storie dei suoi familiari: la cugina Lauretta, come lei orfana dalla Seconda Guerra Mondiale e allevata insieme a lei nella grande casa padronale in stile Liberty, la severa donna Ada, l'amatissimo zio Tancredi e molti altri cugini, conoscenti e antenati, qualcuno vissuto secoli addietro, come Donna Jimena, che ha dato origine alla stirpe Ferrell nel Cinquecento o la banditessa Clara Eugenia vissuta nel Settecento. Le vicende si snodano nel corso dei secoli tra misteri e segreti, come fili intrecciati dalle mani, quasi tutte femminili, di questa stirpe. Gli uomini delle due casate sono presenti nel racconto, ma funzionali alla storia, mentre reali protagoniste, osservate più da vicino nei sentimenti, ragioni e azioni, sono le antenate.

Mentre le prime parti del romanzo sono infuse da una certa leggerezza borghese in cui le vicende hanno il sapore di un pettegolezzo informativo ma non dannoso, nell'ultimo terzo circa, l'atmosfera cambia totalmente e diventa più cupa, seria, le vicende sono proprio meno piacevoli e il pettegolezzo diventa maligno, a sancire davvero un passaggio nella vita di Ada, inevitabile e atteso, ma che lascia comunque la nostra protagonista impreparata. Questo cambio di direzione culmina poi in un finale che mi ha delusa, non tanto per la veloce chiusura, quanto per il fatto che questa non riserva ad Ada alcuna conclusione vera sul suo destino. Alcune risposte non spiegate del tutto si intuiscono, secondo me, soprattutto sulle questioni "Giuliano" ed "Estella". Le intuizioni possono poi essere verificate dalle parole dell'autrice su Facebook in alcuni post del 2016 intitolati "Ultimo capitolo", in cui Bianca Pitzorno immagina i personaggi di Perry Mason che, come nei romanzi, commentano il finale del giallo -in questo caso della nostra storia- fornendo le "spiegazioni mancanti". Una di queste "rivelazioni" proprio non l'avevo capita e attualmente la sto ancora rifiutando (la negherebbe anche Ada?), mentre un altro paio di interrogativi mi rimangono lì e vorrei poter avere un seguito per sapere cosa accadrà dopo. Questo è il mood con cui ho terminato la lettura, una smania incredibile di sapere "e adesso che ne è di lei?", e che mi ha spinta a cercare informazioni in rete e a imbattermi nell' "Ultimo Capitolo".

Non ho avuto modo di rintracciare tutte e sei le parti che lo compongono, ma linko qua quelle che ho letto personalmente per coloro che avessero già terminato il romanzo, ma non fossero riusciti a trovare questi addendum e, come me, fossero curiosi delle delucidazioni fornite. Poiché potrebbero non piacere del tutto, pensate bene se cliccarci sopra o meno.

! SPOILER ALERT ! (visto che ho cercato di fare una recensione No Spoiler, non vorrei rovinare l'effetto proprio ora): 

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: la scrittura scorrevole, le storie dei personaggi, il ritmo. La storia mi ha veramente preso tantissimo e l'ho trovata scritta benissimo.

Cosa non mi è piaciuto: il finale, un po' criptico su alcuni passaggi, ma più che altro deludente per la vicenda umana della protagonista, che non ha una conclusione, a mio parere, soddisfacente.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Non fosse stato per il finale ci sarebbe scappato un altro mezzo punto in più.