mercoledì 9 aprile 2025

Vitale Federici indaga al Teatro della Pergola

 Marcello Simoni, popolarissimo giallista storico italiano, che ha all'attivo più di trenta romanzi pubblicati, oltre a molti racconti e a saggi, con Il teatro dei delitti (Newton Compton, 224 pagine) aggiunge un secondo capitolo alla saga dell'investigatore Vitale Federici. 


Come ne La taverna degli assassini (il primo, che naturalmente leggerò dopo il secondo, come tradizione vuole), l'ambientazione è il Granducato di Toscana di fine Settecento. Stavolta, però, precettore e studente, Bernardo della Vipera, (un po' come Guglielmo da Baskerville e Adso) si trovano a seguire un'indagine al teatro della Pergola, durante la rappresentazione de Le feste d'Iside.

Al primo atto dello spettacolo, un urlo interrompe la messa in scena. Dal pubblico qualcuno ha visto nel retro del palco quello che sembra un omicidio e il duo inizia le indagini per capire cos'è successo, fra botole, quinte e i corridoi labirintici del teatro della Pergola di Firenze.

La particolarità dei romanzi di Simoni è la cura maniacale per l'ambientazione e Le feste d'Iside fu veramente messo in scena il 10 febbraio 1794. Il libretto dell'opera riporta anche i nomi con gli attori, librettista, scenografo, tutti resi personaggi che l'autore fa comparire nel romanzo, affiancandoli a quelli di finzione. Anche il teatro -peraltro bellissimo e ancora in attività, tra i primi teatri all'italiana- è descritto minuziosamente e devo ammettere che, per me, gran parte del valore di questo romanzo è stato proprio nella ricostruzione storica dell'edificio, dei costumi, dell'atmosfera della serata in teatro.

La trama mistery è interessante, soprattutto per la sfumatura a confine fra reale e immaginato che a un certo punto prendono gli eventi e lo svolgimento mi è piaciuto abbastanza: si mantiene fra interrogatori, colpi di scena piuttosto frequenti e comicità. La soluzione, tuttavia, è molto più semplice di quello che il sottotitolo del romanzo (Un giallo irrisolvibile) farebbe pensare: c'è proprio la scena con l'indizio in bella mostra nello stile de La signora in giallo.

Per quanto riguarda la scrittura, è piuttosto ben scritto e mantiene un ritmo incalzante: ha capitoli brevi, ognuno terminante con un colpo di scena (come dichiarò l'autore alla presentazione a cui assistetti all'Odeon di Firenze: più all'americana che alla Umberto Eco). Si tratta dell'aspetto che ho preferito meno: un po' affettato, mi ha stancata in poco tempo.

Giudizio: complessivamente lo reputo un discreto romanzo d'intrattenimento. ⭐⭐⭐

domenica 30 marzo 2025

Le gialliste italiane si vendono bene per i motivi sbagliati: Miss Bee

 Poi mi domandano perché non leggo la narrativa mistery scritta nel mio paese...

Miss Bee è esemplificativa in questo.


Alice Basso e Alessia Gazzola sono autrici prolifiche e apprezzate nello Stivale per la loro penna e i loro costrutti polizieschi, ma mentre con la prima avevo avuto esperienza con la serie della gosthwriter, che ho già stroncato su questo blog per la protagonista odiosa, la dubbia risoluzione delle indagini mediante intuizioni e il logoro meccanismo del triangolo amoroso al centro del quale sta l'investigatrice in erba, non mi ero ancora scontrata con Gazzola.

Ho rimediato.

Se queste autrici rappresentano il meglio che la letteratura commerciale crime ha da offrire in questo paese, poveri noi.

Attirata dalle prime recensioni positive lette, dalla copertina deliziosa e dall'accostamento del genere giallo cozy (quanto mai in auge in questo momento) al romance sbarazzino alla Bridgerton (idem come per il suddetto giallo cozy e non credo che il riferimento all'ape sia casuale, anche se il periodo storico è quello di Downton Abbey), mi sono fatta regalare per Natale questo romanzo.

Le prime pagine rivelano subito una scrittura prolissa, didascalica fino alla nausea (e per me il giudizio sulla penna di Gazzola era già formato). La protagonista della serie, Beatrice Bernabò, è una ventenne borghese fiorentina trapiantata a Londra per motivi familiari e politici del padre (siamo negli anni Venti del Novecento). Secondogenita geniale ma incompresa (allo studio preferisce fare paralumi) ha una cotta per il vicino di casa, Christopher (Kit). A una delle innumerevoli cene aristocratiche indette dalla madre di Kit salta fuori il morto (cause naturali? omicidio? incidente finito male -cosa che manderebbe in bestia un lettore di gialli...lo dico così, per dire-?).

A questo punto Beatrice comincia a fare cose, fondamentalmente lagnarsi dei suoi problemi e farsi affascinare dagli uomini (e dalle donne), attività importante perché il suo metodo nel risolvere crimini si basa sostanzialmente nel chiedere agli spasimanti "Mi dite com'è andata? Grazie, gentilissimi."

Questa totale mancanza di rispetto per il lettore di gialli è il motivo principale del mio astio nei confronti del romanzo: lunghi spiegoni dei personaggi e intuizioni della detective dilettante, senza indizi, senza interrogatori che mettano alla luce incongruenze rivelate dai sospetti, senza sostanzialmente nessun talento del segugio. Peggio ancora, il lettore di gialli individua subito il più marchiano errore commesso da tutti gli investigatori, ufficiali e non, di questa storia (ed è subito Dicker), vanificando quello che forse era il tentativo di plot twist dell'autrice, anzi aspettandola proprio al varco: non considerare tutti i presenti alla cena dei sospetti e focalizzare arbitrariamente i sospetti solo su alcuni.

Il terzo motivo è il triangolo amoroso: non ne posso più di questo espediente narrativo per agganciare il malcapitato lettore alla serialità. In questo preciso caso non si tratta neppure di un triangolo, ma di un quadrato!!! E non conto la breve virata LGBTQ solo perché, per ragioni storico-sociali, non dovrebbe dare origine a un corteggiamento, altrimenti ci troveremmo di fronte a un pentagono.

I personaggi sono approfonditi pochissimo: dalla protagonista ai personaggi minori dei familiari (sorelle, padre, etc).

Bee è contraddistinta principalmente dal suo status sentimentale ed è il classico prototipo moderno di ragazza che non si arrende di fronte alla società maschilista che vuole decidere per lei, ma è un ritratto senza spessore. I due spasimanti maschili che hanno maggior spazio sono pressoché identici: all'apparenza cattivi ragazzi, sotto sotto nascondono dei buoni sentimenti. Il visconte Julian è anche il mezzo per tirare in ballo le difficoltà dell'antica nobiltà inglese di far fronte alle tenute sempre meno redditizie dopo la Grande Guerra. Il livello di approfondimento è tale (così come per qualunque altro tema sociale) che credo l'argomento compaia solo per fare riferimento a Downton Abbey.

Non è stato ancora presentato come corteggiatore ufficiale l'ispettore Archer, ma la scrittrice ci ha già cominciato a girare intorno e un lettore anche minimamente avvezzo a queste dinamiche (e io forse lo sono anche meno) annusa subito l'aria che tira (e si rende anche subito conto di quale è l'estrazione sociale dei vari membri del poligono, di quale è il vero bravo ragazzo e può indovinare fin da subito come andrà a finire).

Giudizio: visto come un mero romance sarebbe quasi passabile, ma la scrittura è comunque approssimativa e pigra, con personaggi piatti, dinamiche abbastanza trite e prevedibili; come giallo è semplicemente inqualificabile (impensabile accostarci il nome di Agatha Christie, nemmeno per la pubblicità). ⭐⭐

Il celebre scontro fra il ladro gentiluomo parigino e il segugio di Baker Street

 Maurice Leblanc ha scritto e pubblicato per il primo trentennio del Novecento numerosi racconti e romanzi con protagonista il ladro gentiluomo Arsène Lupin, tornato recentemente alla ribalta anche tra il pubblico mainstream per la serie Netflix che ha per protagonista Omar Sy e noto anche per aver ispirato a Monkey Punch Lupin III.


Non ho ancora letto opere con protagonista Lupin in solitaria, ma non ho saputo resistere al crossover in cui l'autore francese ha fatto incontrare al suo eroe noir l'investigatore per antonomasia, la creatura di Sir Arthur Conan Doyle: Sherlock Holmes...

...con un piccolo adattamento. Leblanc non ottenne il permesso di Doyle per utilizzare il suo personaggio e dovette storpiarne il nome in Herlock Sholmes, così come quello di Watson fu mutato in Wilson.

Non solo: il detective differisce anche nel comportamento e nel carattere. I suoi tratti sono estremizzati per renderli caricaturali, sembra quasi sempre sotto scacco e non brilla per acume come l'originale. Anche se non si arrende davanti al confronto col rivale parigino, le prende sonoramente e ci fa brutta figura. Al termine dei due racconti della raccolta (Feltrinelli, 272 pag) si arriva sempre al pareggio, con ciascuno dei due personaggi che ottiene un parziale successo e un parziale insuccesso, come in un patteggiamento, ma in realtà il lustro è maggiore per Lupin, che appare sempre più furbo e dalle vedute più lungimiranti.

Anche Watson risente molto della trasformazione in Wilson: diviene un personaggio comico e quasi grottesco, che lo rende il principale ma non unico elemento di divertimento della narrazione. Ho riso anche troppo e non so se più per le situazioni ridicole o per lo snaturamento del nobile dottore londinese.

Il primo racconto, La dama bionda, è più lungo e narra il primo incontro fra gentiluomini: ha una trama piuttosto strutturata, molti personaggi e più casi che si intersecano, accomunati solo dalle sparizioni di una donna misteriosa che appare ovunque Lupin abbia messo lo zampino. Mentre l'ispettore Ganimard arranca, le vittime dell'antieroe si affidano a Sholmes e il gioco ha inizio.

Il secondo racconto, La lampada ebraica, è breve e si incentra su un "furto della camera chiusa".

Lo stile di Leblanc è molto scorrevole e avvincente e la lettura costituisce un intrattenimento molto gradevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 17 febbraio 2025

Viaggio nella meravigliosa mente di Tolkien: leggere il Silmarillion

 Il professor John Ronald Reuel Tolkien, come ormai tutti sanno, ha dato vita a universi narrativi fantasy di grande complessità e organicità. Tra le sue opere più famose ci sono Lo Hobbit e Il Signore degli anelli, che anche il pubblico mainstream conosce per gli adattamenti cinematografici.


Il mondo di Arda è stato descritto nel dettaglio anche in molti altri testi del professore, modificati e riscritti tante volte nel corso della vita, senza che mai Tolkien riuscisse a farsi pubblicare in un'unica opera tutte le storie relative alla creazione del suo universo e agli scontri fra le sue divinità e i suoi popoli.

Il Silmarillion è questo: una selezione postuma (1977), a opera del figlio Christopher, delle versioni di tutti i testi coi quali Tolkien per tutta la vita immaginò e poi descrisse eventi, luoghi e persone che aveva immaginato per Arda; un puzzle di scritti in epoche diverse (pensati anche come storie a sé stanti in alcuni momenti come Beren e Luthien, Il libro dei racconti perduti, La caduta di Gondolin, I figli di Húrin), che non coincide, dunque, con un'opera narrativa pensata in un unico tempo e che riflette totalmente questa struttura.

I libri sono cinque, totalmente diversi per lunghezza e densità dei contenuti. 

Si parte da Ainulindale, la genesi di Arda: la creazione della Musica e delle divinità, i Valar, da parte di Eru o Iluvatar,. Come in altre mitologie, compare presto il dio non in grado di accettare il disegno dell'Uno, Melkor, analogo a Lucifero quale creatura potente e bellissima, ma oscura, che corrompe il mondo già al momento della creazione a cui contribuiscono tutti i Valar.

Ainulindale e il successivo Valaquenta, che descrive la creazione del mondo e di Valinor, la terra perfetta dove risiederanno i Valar, al di là del mare occidentale della Terra di Mezzo, sono i più elaborati degli scritti. Sono contenuti, ma stilisticamente curati.

Tutt'altra cosa è invece il corposo Quenta Silmarillion, il nucleo centrale e che copre il maggior numero di vicende. Gli eventi coprono due ere, dalla nascita di Elfi (i figli primogeniti di Eru) e successivamente degli Uomini, alla corruzione della perfetta armonia che ragnava a Valinor a opera di Melkor/Morgoth, passando per la creazione delle gemme chiamate Silmaril, che scateneranno la guerra fratricida fra le popolazioni elfiche, nate nella Terra di Mezzo e, alcune, migrate a Valinor e successivamente bandite. Più protagonisti degli Uomini nell'opera sono gli Elfi, origine di molti eventi e molto meno saggi di quel che ricordavo ne Il Signore degli anelli, anzi molto più passionali e, talora, oscuri.

Il nucleo dell'opera, in effetti, sono le storie delle battaglie intraprese contro Morgoth per riprendere i Silmaril. Il lettore, sia pure già introdotto alla Terra di Mezzo dalle opere più note di Tolkien, si perderà fra nomi, eventi e, persino, geografie diverse da quelle che ricordava. Dei molti capitoli presenti nel Quenta Silmarillion, alcuni, come accennato, sono più riusciti, altri meno: l'effetto stilistico è veramente disomogeneo.

Gli ultimi due libri - densissimi - sono Akallabeth, sulla storia del regno di Numenor, e Degli Anelli del Potere e della Terza Era, che racconta la genesi degli anelli di Sauron e dei fatti più vicini a quelli raccontati nelle due opere più famose del Professore.

Il Silmarillion non è un romanzo, è una teologia, una raccolta di miti, un'antologia. Si sente dalla differenza fra le varie parti, alcune più elaborate e raffinate anche nello stile, alcune evidentemente diverse dalle precedenti per stile (e dunque epoca e storia della scrittura). Alcuni brani, addirittura, sembrano in fase di lavoro, quasi appunti delle storie (così tante e varie da meritare una lunghezza anche doppia rispetto al già corposo volume) che sarebbero potute originare da quelle idee embrionali e questo si sente veramente tanto: elenchi di fatti, privi di respiro, di dialoghi, di narrazione (ma chi ha letto Il Signore degli anelli ricorderà uno stile curato e aulico). 

Ne risulta una lettura fatta di alti e bassi: alcuni pezzi scorrevoli, persino pregevoli, altri che è veramente impegnativo leggere. Nella mia esperienza da lettrice ci sono attimi di emozione e sospiri e momenti in cui avrei scagliato il volume fuori dalla finestra. Il tempo di lettura è stato molto dilatato. Mi sono interrotta anche per settimane e oltre prima di trovare il desiderio di tornare a sfogliare le pagine.

L'opera è complessa e costituisce quasi più materiale di studio e approfondimento che non narrativa, tuttavia alcune parti mi hanno presa molto e ritengo che ogni appassionato di Arda debba prima o poi passare attraverso questa lettura per godersi appieno la creatività e il genio di questo autore.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 9 febbraio 2025

Un saggio dei fondatori di Tlon per approcciarsi al meravigliarsi e dunque al filosofare

 Maura Gancitano e Andrea Colamedici sono due filosofi, fondatori della realtà Tlon, che cerca di divulgare cultura, filosofia e promuovere riflessione sulla nostra società.

Li avevo conosciuti attraverso il saggio Liberati della Brava Bambina. Otto storie per fiorire che non ho ancora mai portato su nessuna pagina o blog, perché la lettura precede la creazione di questi, ma che potrei in effetti proporre, perché gli spunti all'interno erano molto interessanti.

Ho continuato a seguire questi autori sui loro podcast pubblicati su Audible (Scuola di FilosofieLa Filosofia di Harry Potter) e da ormai molto tempo volevo leggere questo libricino di 133 pagine, Lezioni di meraviglia, che avevo finalmente acquistato allo scorso Salone del Libro.


Un po' perché inserito in una challenge, un po' perché la curiosità mi assetava, ho avuto la pessima idea di leggermelo in una sola giornata. Sono poche pagine e solo nove capitoli, ma è denso di concetti ed idee e non ho potuto che considerarlo una splendida introduzione alla filosofia, un invito a leggere la realtà con occhi diversi e portare la riflessione e gli interrogativi nelle proprie giornate. Lo trovo anche un testo che potrebbe essere fatto leggere a degli studenti delle superiori prima del triennio, del momento in cui cominceranno a studiare questa materia (forse non coglierebbero con pienezza tutto -e io nemmeno- ma sono quasi sicura che si sentirebbero incuriositi e invogliati a iniziare questo percorso).

Il filosofo e l'attività di filosofare nel testo sono presentati come scomodi: il non accontentarsi di prendere il mondo per come viene servito, già confezionato, spinge a fare domande, a volere approfondire e condanna il singolo a rifiutare la comodità e le affermazioni facili, spinge alla ricerca e a camminare, spesso perdendosi.

«Ma forse il cammino [...] non consiste nell'uscire dai labirinti ma nel capire se, dietro e dentro, si nasconda un altro labirinto dove perdersi ancora più profondamente

Il linguaggio è abbastanza divulgativo, ma i concetti introdotti sono molti e ogni capitolo dovrebbe essere assimilato con il dovuto tempo. Mi propongo io stessa di riprendere alcune parti con tempistiche più calme, ma raccomando caldamente a chiunque di cimentarsi a leggerlo, anche (e forse soprattutto) se digiuni di filosofia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

Finalmente ho letto Il castello di Otranto

 Non so perché non lo avessi letto al liceo, quando si comincia a studiare il romanzo e ti spiegano che il primo romanzo storico è Ivanhoe (1819) di Walter Scott - che lessi allora con grande piacere - e il primo romanzo gotico è proprio Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole.

Non ne avevo neppure una copia in casa, finché non ho trovato la promozione Newton Compton di quest'estate e ne ho acquistata una che aveva una copertina molto graziosa e suggestiva.


Si tratta di un libriccino di circa cento pagine, che si legge in un pomeriggio autunnale, magari quando fuori piove.

Eppure, in così poche pagine, sono condensati gli stilemi di un genere che sarà fiorente e approfondito negli anni successivi alla sua pubblicazione: ci sono gli elementi soprannaturali, bizzarri e inquietanti, come giganti in armatura e parti di questa che si muovono di vita propria; ci sono maledizioni di famiglia, leggende; ci sono donne vessate e vergini sventurate; infine ci sono storie intrecciate e dalle coincidenze inverosimili, come in molti altri romanzi del periodo, a prescindere dal genere.

La trama ruota intorno a una profezia che aleggia intorno al casato di Manfredi, Principe di Otranto e che pare manifestare i suoi effetti il giorno delle nozze di suo figlio Corrado, amatissimo dall'uomo, quando eventi soprannaturali sconvolgono la cerimonia, con ripercussioni sulle vite dell'altra figlia, Matilda, della moglie, della promessa sposa di Corrado e di un giovane, che giunge al castello come guidato dal destino.

A oggi la scrittura di quest'opera potrebbe apparire un po' datata, almeno per gli espedienti narrativi, i valori, la caratterizzazione abbastanza povera dei personaggi, ma non per ritmo e struttura, quasi da thriller, che avrebbero da insegnare molto a certi scritti moderni.

Io mi sono molto divertita a leggere le trovate, originalissime per l'epoca, di Walpole e l'ho trovata una lettura piacevole, oltre che doverosa per la valenza storica che possiede.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Quando NON si deve scegliere il libro dalla coperina: Amore e segreti al Pumpkin Spice Café

"Una persona poteva sopportare solo un certo numero di effusioni interrotte, prima di perdere la testa."

Anche il lettore.

Anche.

Il.

Lettore.

Personalmente l'unica buona ragione che posso indicare per leggere Amore e segreti al Pumpkin Spice Café di Laurie Gilmore (288 pagine, Newton Compton) è il bisogno di tornare a immergersi nelle atmosfere di Una mamma per amica dopo aver finito il rewatch stagionale.


Dream Harbor è infatti la riproduzione su carta della cittadina di Lorelai e Rori, con tanto di feste a tema a cui tutti partecipano con entusiasmo (tranne il contadino imbronciato che nel libro si chiama Logan, ma che pare proprio Luke) e di sindaco impiccione che sembra Taylor.

Logan ha alle spalle un blocco sentimentale quando fa una consegna di zucche alla nuova proprietaria del Pumpkin Spice Cafè - e nipote della prima-, Jeanie, appena arrivata da Boston con un trauma diverso e voglia di ricominciare da capo.

È amore a prima vista (io l'avrei chiamata attrazione, ma per tutto il romanzo mi sembra si confondano le due cose), peccato che i due ci mettano un po' a risolvere i propri dubbi, peraltro forzati a mio giudizio e necessari solo ad allungare in modo noioso e ripetitivo la parte in cui gli eroi si dibattono fra gli ostacoli (tutti nella loro testa) che li separano.

❗ PARAGRAFO SPOILER : I nostri Logan e Jeanie si piacciono dal primo incontro, ma immaginano motivi assurdi per cui non dirselo oppure (siccome capiscono in fretta che è reciproco) decidono di stare insieme, nascondendo la propria relazione. Cosa?! Ma gli statunitensi stabiliscono così a tavolino che stanno insieme, senza essere usciti a cena, essersi chiesti che idee, valori, hobby hanno? Questa coppia non si parla! L'attrazione è meramente fisica: passano subito a baciarsi, interrompendosi mentre cresce la passione perché non vogliono correre se poi il rapporto non dovesse andare oltre. E questo meccanismo si ripete assurdamente più volte. Ma, scusate, fermatevi cinque minuti; andate a cena in qualche paese vicino, uscite tre o quattro volte, chiaritevi a voce cosa vorreste l'una dall'altro e poi decidete se stare insieme o no. Ha senso solo per me questo? Leggere la frase "lei era perfetta per lui" nel contesto in cui è inserita (ma anche avulsa dal contesto) è semplicemente ridicola: Laurie, mi stai dicendo che si stabilisce a letto se qualcuno è adatto a noi?

È un romanzo dalla scrittura semplice, ma dalla struttura e soprattutto dal ritmo carenti (gli manca proprio qualcosa di concreto per far funzionare il rapporto - o mancato tale - fra i due personaggi). Addirittura concentra tutte le scene spicy in un punto, di seguito, come fossero state l'elemento che doveva esserci (e in quel preciso numero) per accontentare il lettore, ma "ehi, non c'è più tempo, buttiamocele tutte ora".

Sono introdotti molti personaggi (tutti ruoli da svolgere, eh, protagonisti compresi e coppie che saranno protagoniste dei prossimi racconti), allo scopo di lanciare una serie che vedrà altri tre romanzi, che sicuramente, non leggerò, anche se avessero copertine più belle di questa.

Giudizio: ⭐ (una seconda ⭐ per la copertina)

La casa disabitata: prova di una neogiallista

 Il romanzo La casa disabitata, pubblicato nel 1875, è un incrocio di generi letterari della scrittrice irlandese Charlotte Riddell, pubblicato in Italia da ABEditore (232 pagine) in un'edizione esteticamente intrigante e curata.


Perché un incrocio? Perché parte come racconto gotico, con una casa infestata da un fantasma, e vira verso il giallo, con un improvvisato detective che cerca di svelare il mistero di River Hall.

Premettiamo subito questo: il genere mistery è ancora agli albori nell'anno di pubblicazione di questa storia. Poe è morto da meno di venticinque anni e Wilkie Collins pubblica La donna in bianco nel 1859 e La pietra di luna nel 1968, romanzi anch'essi ancora ibridi, senza la classica struttura del giallo per come lo conosceremo nell' "Età d'oro". Visto dunque da un punto di vista di questo genere letterario, il romanzo può essere un po' deludente e ritengo sia più soddisfacente considerarlo un romanzo gotico. In questa veste il finale potrebbe lasciare comunque delle perplessità nel lettore, ma si perdona l'autrice con più facilità.

La storia è raccontata dal protagonista della storia, uno dei dipendenti dello studio di avvocati Craven, che si ritrova tra i clienti la giovanissima ereditiera Helena Elmsdale, assistita da un personaggio leggendario (e che da solo merita la lettura del romanzo), la zia Miss Blake. La fanciulla, già orfana di madre, si ritrova a ereditare la bellissima casa che aveva costruito suo padre alla morte di quest'ultimo, in circostanze sospette.

Dal momento di quella morte, tuttavia, nessuno riuscirà mai più ad abitare River Hall a lungo. Sarà Patterson, tuttavia, a voler far luce sul perché la comoda dimora desti tanti problemi a chi vi abita, anche per amore della bella Helena (molto vittoriano, no?).

La scrittura e l'atmosfera del romanzo a me sono piaciuti e l'ho letto tutto d'un fiato, ma sono rimasta tremendamente delusa dal finale: in primis, non me l'aspettavo, perché credevo che il racconto fosse andato in un'altra direzione; inoltre, ci sono proprio elementi che non tornano e sono stati dimenticati dall'autrice. Tuttavia, il libro si legge volentieri, regalando atmosfere piacevoli.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Il glicine rampicante è la raccolta di racconti gotici femministi di ABEditore

 L'autrice americana Charlotte Perkins Gilman scrisse a cavallo fra XIX e XX secolo, dedicandosi a temi principalmente femministi, come l'indipendenza economica (e non) delle donne, la depressione post-partum, il divorzio, ma anche, successivamente, l'eutanasia.

Nella raccolta di ABEditore (146 pagine) è stata fatta una selezione di racconti ammantati di gotico, ma, in realtà, tutti con una sfumatura di denuncia sociale.


Il racconto che apre e battezza la raccolta è Il glicine rampicante, una storia di fantasmi molto classica, quasi Dickensiana, se non si nota che il dramma riguarda una ragazza il cui destino viene deciso dal padre. Altrettanto si può dire de La porta incustodita e La torre dei Clifford, apparentemente solo gotici, mentre ho trovato estremamente classico e senza note di femminismo La sedia a dondolo.

Tramite, invece, è un racconto brevissimo che non ha niente di soprannaturale, ma poche pagine bastano per restituire un grande senso di inquietudine. Si parla sempre della condizione della donna, sposata e costretta a posticipare ogni suo desiderio, autoconvincendosi che sia giusto così.

Se fossi un uomo è un racconto particolarissimo, specialmente considerando il periodo in cui è stato scritto, in cui una moglie si ritrova nei panni del marito ed entrambi si influenzano e scoprono nuovi modi di pensare.

Particolare è anche Quando ero una strega, che analizza cosa accadrebbe se i desideri di una donna fossero esauditi.

Mi sono piaciuti abbastanza questi racconti, ma la più straordinaria storia della raccolta è La carta da parati gialla. Questo è anche il racconto più famoso dell'autrice e quello che mi è piaciuto di più in assoluto, avendolo trovato straordinariamente ben riuscito ed efficace nello scopo che si era prefissa Perkins Gilman (spiegatoci in una breve nota alla fine).

In tutti questi scritti la componente psicologica è sempre presente ed è forse la cosa che mi è piaciuta di più nella scrittura, che ho trovato molto moderna per il periodo in cui ha vissuto l'autrice (1860-1935).

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4


lunedì 6 gennaio 2025

La prima delusione di Emmons Gialli Tedeschi: Biscotti, omicidi e profumo di mandorle

 Della linea Gialli Tedeschi della Emmons avevo già letto con discreta soddisfazione il primo libro della serie di detective Ernestine e Anton, Omicidio al Grand Hotel.

Complice la copertina e la trama natalizia ho ritenuto perfetto per il periodo Biscotti, omicidi e profumo di mandorle (324 pagine, ricette comprese), primo giallo della serie sulla pasticcera Annemie Engel, dell'autrice Elke Pistor, che Emmons pubblicherà in Italia.


La sessantenne signora Engel è una pasticcera che fa vita ritirata da anni, producendo dolci che il fratello vende ai mercatini, finché questi non è coinvolto in un incidente e sospettato anche di averlo provocato. Annemie non ha un bel rapporto col fratello, ma sa che è innocente e vuole provarlo: il tentativo scardinerà tutte le abitudini dietro cui si era recintata negli anni.

Devo dire che non mi aspettavo moltissimo, ma ci sono rimasta comunque piuttosto male. Dalla sinossi sembra più un dramma (magari toccante, eh, con Annemie che scopre di pensato per una vita cose sbagliate del fratello) che un giallo e c'è un motivo: del mistery non ha praticamente niente.

Il ritmo è piuttosto lento e manca una struttura ordinata: Miss Engel si aggira fra persone e bancarelle del mercatino di Natale senza un piano d'azione, trascinata dagli eventi e dai sentimenti. Non sono lasciati al lettore indizi, tranne uno, apparentemente risolutivo (ma a ben guardare nemmeno era un indizio di colpevolezza).

Gli interrogatori sembrano casuali chiacchere fra conoscenti e la novella detective non si convince se non dopo un bel po' a compiere i doveri per i quali è stata creata su carta. Il lettore è condotto verso la conoscenza dei rapporti umani che intreccia la protagonista, che passa il tempo a farsi nuovi amici, a dubitare di loro e a riscoprire un nuovo modo di essere sé stessa. Questa parte è comunque ripetitiva (andare avanti mi annoiava proprio) e, per il mio gusto, un po' melensa, oltre a indispettirmi come lettrice di gialli perché non avermi dato quel che stavo cercando.

Giudizio: questa lettura ponte fra 2024 e 2025 è bocciata ⭐⭐


venerdì 3 gennaio 2025

Strenna natalizia per Benjamin Stevenson: Tutti hanno dei segreti a Natale

 Avendo molto apprezzato Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno (2022) per la formulazione da giallo classico, l'umorismo e anche una discreta costruzione, ero interessata a proseguire la lettura dei romanzi di Benjamin Stevenson, pubblicati in Italia da Feltrinelli.

Non ho fatto in tempo a leggere Tutti su questo treno sono sospetti, uscito meno di un anno fa, a febbraio, che ecco venire pubblicato anche il giallo di Natale dell'autore: Tutti hanno dei segreti a Natale (224 pagine), strutturato come un calendario dell'avvento, con 24 capitoli, ciascuno contenente un indizio, più la risoluzione finale. Stevenson ci prende un po' in giro sul fatto che si tratti di un vero giallo di Natale (non aspettiamoci le fredde atmosfere inglesi di Agatha Christie): siamo in Australia, è caldissimo e, a parte i regali e la parola in sé, il concetto è presto esaurito.


A questo punto devo specificare una cosa: non ci sono spoiler sul secondo libro, ma sul primo è inevitabile, sebbene indiretto. Poiché nell'esordio tutta la famiglia Cunningham era sospettabile per gli omicidi, se il lettore si approccia al primo dopo aver letto uno qualsiasi dei romanzi successivi, qualunque personaggio ancora in gioco nei sequel non è né morto, né ha ucciso nessuno nel primo. Chiunque voglia leggere qualcosa di questa serie, dunque, per me deve leggere prima Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, almeno se non desidera sciuparsi la lettura. A conferma della mia tesi, in questo episodio di Natale appaiono in scena almeno due personaggi del primo romanzo e altri sono citati.

Stavolta l'eroe dei due romanzi precedenti, Ernest Cunningham, ha ormai acquisito una certa fama come detective ed è chiamato a soccorrere proprio una vecchia conoscenza del primo libro, implicata in un delitto che riguarda trucchi di magia e associazioni di beneficenza.

Rispetto alla prima storia, ho trovato i personaggi meno caratterizzati e più confondibili, ma è rimasta invariata la scrittura brillante, con frequenti colpi di scena e molto umorismo. Per quanto riguarda la struttura, invece, ritengo che risenta della necessità di spezzare la narrazione in 24 caselle, dovendo fornire per ciascuna un indizio. Il ritmo rimane molto vivace con questo espediente e il libro si fa leggere volentieri (costando quasi fatica doversi interrompere dopo poche pagine al giorno), ma la storia in realtà procede molto meno. Le scene sono poche, tutto sommato, e non succede quasi niente, manca movimento e il giallo ne risulta molto statico (anche perché uno degli omicidi è già avvenuto all'avvio del racconto, fuori campo).

Tuttavia mi sono goduta l'esperienza della lettura e l'ho trovato gradevole. Anche questa volta non sono riuscita a indovinare l'assassino, perciò ci riproverò con Tutti su questo treno sono sospetti.

Giudizio: ⭐⭐⭐


giovedì 26 dicembre 2024

Il regalo più dolce dello scrittore: fiabe per i propri figli

 Una delle cose più dolci che mai un lettore potrà leggere nella propria vita sono le lettere che Tolkien scrisse ai suoi figli nei panni di Babbo Natale tra il 1920 e il 1943 e che ho letto nel pomeriggio di ieri: Bompiani, Lettere da Babbo Natale, 192 pagine, illustrate con le immagini delle lettere e i disegni acclusi.


Questi scritti sono anche un indizio dell'autore che era John R. R. Tolkien: solo per rendere felici i propri bambini (quattro, John, Michael, Christopher, Priscilla), lo scrittore inglese ha creato un piccolo mondo polare con la sua fisicità precisa, quasi più tangibile che immaginabile e con una lore di personaggi ed eventi organica.

Il creatore di Arda non si è semplicemente limitato a mettere in una casa al Polo Nord Babbo Natale e quattro elfi, ma ha creato una piccola saga che ha per protagonisti Babbo Natale e Grande Orso Polare, che si muovono fra altri personaggi (altri orsi, come i nipoti di Orso Bianco, Paksu e Valkotukka, elfi, goblin, gnomi...) più o meno fissi e che ogni anno vivono avventure quasi sempre ricche e ben sviluppate, dalle goffaggini dell'Orso Polare alle battaglie contro i goblin, che probabilmente piacevano ai figli dello scrittore, poiché le fa ricomparire spesso.

Nelle lettere ogni personaggio scrive addirittura con la sua propria grafia, curatissima: Babbo Natale scrive con lettere tremolanti e, talora, istoriate, Orso Polare in stampatello e modifica la scrittura nel corso degli anni, l'Elfo Ilberth in modo minuto. I goblin, addirittura, hanno un loro proprio alfabeto e dunque in questo micro-universo ci sono più lingue: l'inglese, l'Arktik, i graffiti goblin.

I disegni sono spettacolari: non solo sono dettagliatissimi e ben fatti, ma pieni di colori, vivacità e movimento.

Giudizio: sicuramente il miglior regalo di Natale per un lettore è leggersi questo libro ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 novembre 2024

Via col vento: l'abilità di Margaret Mitchell per i personaggi

 A ottantotto anni dall'uscita del capolavoro di Margaret Mitchell, che altro si potrebbe dire che non sia già stato detto su Via col vento?

Nulla, penso.


Anche per chi non ha letto il libro, è dura che non si sia mai trovato di fronte la storica trasposizione cinematografica da oltre tre ore (che occorrono per intero e che non pesano affatto, secondo me) del 1939 con Vivien Leigh, Clark Gable e Olivia de Havilland.

Che questo romanzone (l'ho scelto nell'edizione BUR, con la traduzione degli Anni Trenta, 1008 pagine) sia un grande affresco storico della Guerra Civile americana del 1861-1865 e di cosa erano gli Stati Uniti (soprattutto del Sud) negli anni subito precedenti e poi in quelli successivi, si sa.

Che la storia abbia per protagonista Scarlett (se non prendiamo la versione tradotta da Salvatore-Piceni, che avevo io) O'Hara, capricciosa e testarda figlia di un coltivatore irlandese di cotone della Georgia, che si vede costretta ad affrontare la guerra, le sue privazioni, il rischio di perdere la sua tenuta, lo sappiamo.

E conosciamo anche la sua travolgente passione per il romantico e poco pratico Ashley Wilkes, che sposa la dolce e remissiva Melania Hamilton e non lei, che pure si vota ad amarlo per sempre; ci è noto anche il burrascoso rapporto con l'irriverente e diretto Rhett Butler.

Questa recensione potrebbe avere allora un solo senso di esistere: provare a spiegare cosa mi ha fatto innamorare di Rossella O'Hara - e non solo di lei, poiché trovo che i personaggi di Via col vento siano tra i più belli e complessi che abbia mai conosciuto.

Sì, Mitchell è stata talentuosa anche nel costruire il contesto storico: con quell'introduzione iniziale, un solo pomeriggio che sembra non finire mai, getta le basi di cos'era uno stato del Sud USA nel 1960, per mostrarti tutte le cause e gli effetti della guerra imminente. Lungamente poi si occupa di raccontarci le fasi della guerra, spostando la storia e il focus su Atlanta, per tornare nel dopoguerra prima a mostrarci lo stato delle devastate campagne e poi di nuovo in una città occupata e in ricostruzione, con i rivolgimenti portati dai nordisti. Il punto di vista, specialmente per quanto riguarda gli schiavi, sembra essere quello dei sudisti (e io non ho i mezzi per valutare storicamente questi aspetti, anche se proverò ad approfondire).

Ma è sui personaggi, secondo me, che l'autrice ha fatto la differenza, scrivendone di alcuni destinati a essere immortali: nessuno dei quattro personaggi principali è infatti solo caratterizzabile con gli aggettivi che gli ho posto accanto. Ero già innamorata della Rossella cinematografica, così forte (e a posteriori posso dire, anche molto vicina al suo corrispettivo su carta, così come tutto il film di Victor Fleming è aderente -a tratti passo per passo- al romanzo), ma la sua costruzione è davvero perfetta.

Fin dalle prime pagine, in cui deve solo scegliere l'abito da indossare (scena in tutto identica a quella della pellicola), notiamo il carattere di Rossella: è concentrata su di sé e su quello che può ottenere in ogni circostanza, anche se vorrebbe somigliare alla madre, più buona, disinteressata, come ci si aspettava allora "femminile". A questa madre, molto spirituale, Rossella è subito contrapposta come materiale e pratica e "maschile", somigliante piuttosto a Gerald. Con un carattere -per l'epoca- da uomo, odiata dalle altre donne, che la vedono troppo civettuola, è subito delineata come l'unica che potrà avere la tempra di risollevare Tara, al momento opportuno.

Rossella è anche egoista e ipocrita. Ad Atlanta piange la guerra e per tutte le circostanze che fanno restare lontana dai divertimenti. Vorrebbe essere meritevole dell'approvazione della madre e, invece, solo leggermente spinta dai modi e dai discordi di Butler, non si fa scrupoli su costumi o valori. 

Rossella sarebbe intelligente, ne dà spesso prova, ma è anche leggera e superficiale e ogni pensiero complesso tende ad accantonarlo perché l'annoia e, successivamente, perché l'addolora. Adoro la sua espressione "Non posso pensarci ora": questo suo porsi il problema per come lei vuole risolverlo, senza angustiarsi con altre possibilità finché non si verificano. Passa gran parte del suo tempo a farsi film in cui le cose accadono secondo il proprio desiderio, che allo stesso tempo è il suo più grande successo e la sua più grande sconfitta e per lo stesso motivo: convincendosi che le cose stiano come lei pensa o vuole, non comprenderà mai, ad esempio, Ashley o Rhett o anche la sorella, perché piega fatti e persone al suo costrutto mentale. Al contempo, però, solo così ha potuto non scoraggiarsi mai e costruire il proprio impero.

Rossella finisce per sembrare costantemente cattiva con le sue azioni, pur covando grande generosità e - qualche volta - senso della giustizia. Incredibilmente, a conoscerla per quel che è più di quanto lei stessa non immagini è l'odiata Melania, altro personaggio meraviglioso, a tratti persino più di Rossella e persino più di lei controcorrente. Melania è infatti così pura e coerente con sé stessa e con i suoi ideali, che pur se dolcissima e rispettosa delle convenzioni - a differenza di Rossella - non esita a seguire prima il suo cuore e i suoi sentimenti, laddove la società vedrebbe una contraddizione, ma non lei, che finisce per guidare la sua piccola comunità senza volerlo, solo per la sua intrinseca forza e il suo senso di lealtà e di dovere. Melania affronta per i suoi ideali prove più grandi di lei, fisicamente fragilissima, ma moralmente granitica e ciecamente devotissima a Rossella, sua rivale senza averlo mai saputo. Il rapporto tra le due, fatto di attriti e obbligata sopportazione all'apparenza, in realtà è stupendo: entrambe sono presenti l'una per l'altra, compiendo istintivamente sempre la cosa giusta, pur contro la loro stessa natura.

Quanto ai due uomini del quartetto, Ashley è forse il più spiegabile, anche se inafferrabile per tutto il romanzo, almeno agli occhi di Rossella. Non agli occhi di sua moglie e del capitano Butler, però. Quest'ultimo rispetta quest'uomo del sud e, soprattutto, sua moglie, l'unica persona genuina e coraggiosa che si sia mai trovato di fronte, ma non lo capisce o, perlomeno, non ne condivide gli ideali romantici, che lo rendono schiavo suo malgrado. Butler è pragmatico e franco, come Rossella, più di lei, anzi, poiché da uomo non teme di andare contro le convenzioni sociali e politiche. Come un pirata, si diverte a farsene beffe, pronto a deridere tutto e tutti e ad approfittarsi delle circostanze, nascondendo, invece, anch'egli, valori che antepone persino al suo interesse. Non è possibile non innamorarsi di lui, terribile, cinico, ma anche realista e, anche lui, persino giusto quando ritiene che sia il caso. Rhett è simile a Rossella per molti aspetti, anche se solo lui se ne rende conto, probabilmente perché la ragazza, invece, è costantemente impegnata a convincersi di poter essere esattamente l'opposto. Per tutto il romanzo, con riferimenti non solo a Rossella, ma anche alle storie dei suoi parenti e conoscenti, è sempre presente la riflessione sulla somiglianza e diversità di marito e moglie come chiave di felicità coniugale e il dramma della primogenita O'Hara è proprio quello di negare questo assioma o, quantomeno, di non riconoscere sé stessa o gli uomini che la circondano per ciò che sono.

Riguardo allo stile di scrittura, devo dire che il libro è stato scorrevolissimo. Non si avverte la sua mole, non è una lettura minimamente ostica, neppure nelle descrizioni della guerra, che ho trovato avvincenti e interessanti. La miseria delle perdite e delle ristrettezze sono emozionanti; la descrizione delle privazioni di Tara e delle altre tenute provocano rabbia e, in generale, tutta la parte storica è molto coinvolgente e istruttiva (non so fino a che punto, come detto, quanto di parte).

Malgrado conoscessi già bene il film, avevo assoluto bisogno di scoprire come finiva la storia, tanto che le ultime 400 pagine del libro le ho lette nella stessa giornata. Mi ha sorpresa non poco scoprire quanto il film sia pedissequo: ogni cosa presente nella trasposizione è tal quale al libro (compreso il colore dei vestiti di Rossella!) e ben poco è stato tagliato (qualche personaggio sì, ma non molti, sebbene alcuni molto importanti e interessanti da scoprire).

Non posso che consigliare a chiunque non abbia mai letto il romanzo di recuperarlo: è un dramma universale, con grandi personaggi e scorci ben scritti (e sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest'anno e in generale negli anni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐