domenica 5 marzo 2023

Un Alexandre Dumas storico: I Borgia

 Alexandre Dumas padre ha scritto alcune delle opere più belle che io abbia mai letto. I tre moschettieri hanno segnato non solo i miei gusti letterari, ma hanno anche rafforzato in me gli ideali di amicizia, lealtà, onore e coraggio. Il Conte di Montecristo è, per me, una delle epopee più belle mai concepite. Quando mi è capitato, ho dunque cercato di recuperare anche altre opere, pur essendo lontana dall'aver collezionato tutto quello che l'autore ha scritto (e forse è anche impossibile).


Questo febbraio mi sono cimentata nella lettura de I Borgia, il racconto delle trame diaboliche della famiglia più potente di Roma e d'Europa tra il 1492 e il 1503, cioè negli undici anni in cui Rodrigo Borgia è stato papa col nome di Alessandro VI. In quegli anni il papa e i suoi figli, in particolare Cesare e Lucrezia, avrebbero fatto il bello e il cattivo tempo nella politica della penisola italiana, attraverso guerre, espropriazioni, intrighi e i matrimoni di Lucrezia, che duravano fintanto che quello specifico marito favoriva i piani di Rodrigo e del Valentino.

La ricostruzione si basa su documenti storiograficamente affidabili, che Dumas cita in parte, ma probabilmente specula molto, laddove non si può fare altro che immaginare, sulle leggende che aleggiavano intorno al nome di quella famiglia. Misteriosi veleni in polvere e liquidi, morti sospette, sparizioni misteriose e, soprattutto, incesti tra padre e figlia e tra sorella e fratelli, così gelosi l'uno dell'altro che Cesare avrebbe fatto assassinare il duca di Gandia, il sangue del suo sangue. Il Valentino è ritratto con l'aura di terrore che ispirava: furbo e manipolatore, pronto a tradire nemici e amici pur di ottenere i suoi obiettivi. Alessandro VI è altrettanto egoista, disposto a infangare i valori della cristianità per la gloria e il potere della propria casata. Lucrezia è maliziosa e scaltra.

Lo stile di Dumas è sempre scorrevole e avvincente, tranne che nell'elenco delle dotazioni militari degli eserciti schierati. Quasi metà del romanzo è dedicato alla discesa di Carlo VIII in Italia, nei primi tre anni del papato, mentre quasi niente è scritto su Lucrezia, a eccezione dei legami che il padre e il fratello le intrecceranno per proprio tornaconto. Nonostante questo, la donna è dipinta come manipolatrice delle sorti come i suoi parenti uomini. Maria Bellonci le rese maggiore giustizia con la biografia che le dedicò nel 1939, contestando anche le accuse di incesto, che non hanno mai avuto prove storiche.

Giudizio: anche se scritto con la scorrevolezza dei romanzi di cappa e spada, il libro mi è parso molto sbilanciato, sia nei tempi del racconto, sia nel ricamo intorno alle leggende nere che circondano i personaggi ⭐⭐ 1/2

Le spy stories di Agatha Christie: L'uomo vestito di marrone

 La regina del giallo nel corso degli anni si è cimentata spesso anche col genere dello spionaggio. Ho colto la sfida dello Scaffale Strabordante per smaltire uno dei volumi del genere spy, che avevo acquistato dalla collana dedicata ad Agatha Christie, uscita in edicola per Mondadori nel 2021.


L'uomo vestito di marrone
è un breve romanzo che mi ha molto sorpresa: inizia in modo tranquillo, con la protagonista che rimane orfana del padre, illustre antropologo, e che si trasferisce a Londra a cercare fortuna e, soprattutto, avventure. La giovane Ann è molto intraprendente e, quando si ritrova a essere testimone involontaria di una strana morte, si getta senza indugio sulla pista che la porterà a bordo di una nave diretta in Sud Africa per indagare su un misterioso furto di diamanti.

Ho adorato la protagonista, coraggiosa al limite dell'incosciente, enormemente decisa a fare di testa propria e a seguire il proprio istinto: è un bel personaggio, forte, impavida e testarda. Sente di avere ragione e prosegue imperterrita sulla propria strada, a dispetto dei pericoli e anche di chi tenta di darle a bere storie. Mi sono piaciuti anche gli altri personaggi, ambigui fino alla fine, come deve essere in un giallo, per imbrogliarci adeguatamente su chi nasconde cosa. Ma soprattutto mi sono piaciute le vicende: anche se alcuni schemi si ripetono nel romanzo, non ci sono mai fasi di stallo, succede sempre qualcosa e il lettore non resta senza colpi di scena. Mi sono piuttosto divertita ed è stata una lettura scorrevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Due letture crime: A sangue freddo e Laëtitia (o la fine degli uomini)

 Questo 2023 si è aperto all'insegna del genere crime: mi sono iscritta a un gruppo di lettura a tema, che come due primi titoli ha proposto A sangue freddo, il celebre romanzo-verità di Truman Capote (che mia sorella, tra l'altro, aveva appena terminato) e Laëtitia o la fine degli uomini di Ivan Jablonka, cattedratico parigino che insegna storia contemporanea.


❤ Il mio primo contatto con A sangue freddo, in realtà, è stato il film del 2005 di Bennett Miller. L'ho rivisto per l'occasione, dopo aver concluso la lettura del romanzo, dato che non ricordavo nient'altro che l'interpretazione di Philip Seymour Hoffman, che gli valse l'Oscar nel 2006, edizione per cui la pellicola fu candidata anche come miglio film, regia, sceneggiatura e per l'interpretazione di Catherine Keener nei panni della scrittrice e amica di Capote, Harper Lee.

Sono rimasta sorpresa e incantata dalla scrittura di Capote. Il racconto della vicenda è asciutto, ma estremamente particolareggiato. La prosa in alcuni momenti è quasi poetica, ma sempre comunque molto semplice e scorrevole. Capote affronta tutto, compresi dettagli che il lettore potrebbe dubitare abbiano attinenza con la storia, come i casi di cui lo sceriffo si era occupato prima di quello della famiglia Cutter. Ogni informazione su cui Capote è riuscito a mettere le mani sembra essere stata inserita, come a dare il quadro più completo possibile dell'ambiente che circonda tutti i personaggi. Per il genere, questo romanzo segna una svolta: è il primo libro-verità, come lo definisce l'autore, o romanzo-reportage su fatti di cronaca.

Il romanzo si articola in quattro parti, di cui tutta la prima (Gli ultimi a vederli vivi) ricostruisce l'ultima giornata di vita dei quattro membri della famiglia Cutter, restituendo loro gli abiti, le azioni, le preoccupazioni e le speranze che potevano averli animati e che sono state stroncate prematuramente quella mattina di novembre del 1959. La lettura di questa parte, sapendo cosa li stava attendendo, è stata molto dolorosa. Come dice l'autore, sembravano le ultime persone a cui poteva capitare: un bravo padre di famiglia, agricoltore che si impegnava attivamente nella comunità locale e della sua fede, uomo integerrimo; due figli giovanissimi, Nancy e Kenyon, che si stavano affacciando alla vita, impegnati a loro volta. La signora Cutter, che soffriva di depressione, è stata tratteggiata con grandissima delicatezza e con un'attenzione per la patologia mentale non comune per il 1965. Ma Capote alterna al racconto delle vicende dei Cutter la ricostruzione delle stesse ore dei due assassini, che si preparavano a quello che immaginavano sarebbe stato il colpo della vita. Nelle altre sezioni seguiamo invece l'investigazione, che porterà a catturare i due malviventi, anche in questo caso alternata alla ricostruzione del viaggio in Messico e poi in giro per gli States dei due sbandati; il processo, la lunga incarcerazione e la loro impiccagione. Grazie alle interviste che Truman Capote condusse presso i due assassini, che nel romanzo sono accennate appena, con un piccolo riferimento al giornalista che aveva il permesso di visitarli, lo scrittore riesce ad approfondire non solo le motivazioni del delitto, ma anche il carattere e il background di Perry Smith e Richard Hickock.

Dal film, che avevo completamente dimenticato, si comprende bene la natura dell'ossessione che Capote sviluppò per i due condannati, soprattutto per Smith, che aveva conosciuto un'infanzia di violenza e abbandono. Il film ha come cardine proprio il lavoro di approfondimento e ricostruzione che svolse il celebre autore di Colazione da Tiffany, così coinvolgente ed estenuante da turbare lo scrittore, che non terminerà più un'altra opera.

Nel romanzo, invece, il narratore non si percepisce, resta onnisciente, ma nascosto. L'immane compito di ricostruire non è affrontato in prima persona: c'è e si percepisce, ma solo dalla mole di dettagli e dal fatto che sono riportati stralci di dichiarazioni di alcuni personaggi. Lo scrittore resta super partes e sembra non dare giudizi sulle vicende, ma non ci risparmia niente, con la sua oggettività, del dramma umano di tutte le persone coinvolte nella vicenda: le vittime, la comunità, i detective e le loro famiglie, avvocati, giurati, giudici e persino gli assassini. Il primo paragrafo, che descrive la cittadina di Holcomb, annuncia proprio cosa sta per succedere:

Al momento neppure un'anima di Holcomb, villaggio immerso nel sonno, li udì: quattro colpi di fucile che, a conti fatti, posero fine a sei vite umane.

Giudizio: ricostruzione accurata della vicenda, che mi ha fatto piangere calde lacrime per la famiglia Cutter e che ha tentato di contestualizzare ogni aspetto dell'efferato quadruplice delitto. ⭐⭐⭐⭐

❤ Laëtitia (o la fine degli uomini) è stato un'altra dolorosa discesa nelle miserie umane.

Anche questa è stata una ricostruzione molto accurata, scavata a fondo in questo caso di cronaca, che è diventato caso di stato, poi si è duplicato, essendosi originato un altro crimine, diverso da quello di origine. Esattamente come un'idra, a ogni nuova svolta nelle indagini, sbucava una nuova testa.

Il delitto in sé sarebbe stato semplice, orrendo, ma semplice: una ragazza appena maggiorenne, Laëtitia Perrais, che viene rapita, uccisa e fatta a pezzi da un ex galeotto, già con diverse condanne alle spalle e una escalation di violenza, che era pronta ad abbattersi alla prima occasione sulla prima donna che gli si fosse avvicinata. Gli inquirenti, tra l'altro, fermano l'uomo già il giorno dopo, ma è troppo tardi: si è già disfatto del cadavere e non intende rivelare dove, perché senza corpo, le accuse sarebbero state vaghe e deboli. Saranno le forze dell'ordine, con un dispiegamento di mezzi mai visto, a ritrovarla. L'assassino, però, doveva essere sorvegliato, poiché era stato rilasciato dal carcere, ma con obblighi di controlli, che non rispettava e nessuno faceva rispettare. Questo e la violenza del crimine porta Sarkozy a strumentalizzare la vicenda per la sua campagna di inasprimento delle pene contro chi commette reati sessuali o recidiva. Pochi mesi dopo la morte e il ritrovamento di Laëtitia, verrà a galla un altro orrore: il padre affidatario di Laëtitia molestava la sua gemella, Jessica. 

Questi i fatti, nudi e crudi, ma Jablonka ha dichiarato che l'intento del libro era storico-sociologico: non il mero racconto della morte di Laëtitia, ma la restituzione di un quadro più complesso: la vita della ragazza, da quando è nata agli ultimi istanti prima della morte, passando per le delicate vicende della sua infanzia. Portate via ai propri genitori perché incapaci di provvedere loro, Laëtitia e Jessica passeranno attraverso servizi sociali e affidi, generando i traumi e le risposte che condizioneranno le loro vite. La ricostruzione sociologica e, anche, politica vuole raccontare i perché e i come da una parte Laëtitia potesse diventare preda e dall'altra come l'assassino abbia potuto colpire. È quasi uno scavo nelle viscere della società francese, ed è stato molto interessante.

Anche in questo caso, i capitoli che trattano il racconto dei fatti di cronaca, le indagini, l'infanzia delle gemelle si alternano alle riflessioni sulla magistratura, la politica, i sistemi carcerari e di sorveglianza, ma non in ordine cronologico. Questo ha comportato un ripetizione di alcuni episodi, con conseguente difficoltà a seguire, soprattutto alla fine. Terminato di trattare le vicende, Jablonka si è dilungato molto e spesso si è vantato della sua bravura nel convincere gli interlocutori ad aprirsi, dei suoi nobili intenti di non voler sfruttare Laëtitia, ma di volerle dare dignità. In questo senso il narratore si è molto sentito, è stato spesso presente nel raccontarsi nei suoi rapporti con le parti in causa e l'ho trovato in certi discorsi anche ruffiano, infiocchettando le vittime al punto di uscire dal suo originale intento. Jablonka ha un'ottima prosa, molto scorrevole e colta, con anche sfoggio di termini eruditi, al limite della forzatura. Il libro è scritto benissimo, ma non riesce a essere emozionante come lo era stato Capote.

Giudizio: ottima ricostruzione, stile scorrevole e riflessioni di grande interesse ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 21 febbraio 2023

Ritorno al giallo classico: Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno

Era bastato il titolo (e dunque il concetto portante, un'intera famiglia omicida) a catturare la mia attenzione e mio padre mi ha resa molto contenta quando me lo ha regaato per Natale. Ho finito rapidamente tutte le letture lasciate a metà e mi sono fiondata tra le sue pagine. Cominciando a sfogliarlo e leggendo l'introduzione, la mia curiosità è stata ulteriormente stuzzicata: la primissima pagina del romanzo riporta il giuramento del Detection Club, cioè la società di giallisti degli Anni Trenta, Ronald Knox, G.K. Chesterton, Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Henry Wade, Anthony Berkeley, Gladys Mitchell, John Dickson Carr, accomunati da alcuni ideali di scrittura.

Giurate che i vostri detective indagheranno sui crimini che si troveranno davanti con lealtà e schiettezza, affidandosi all'ingegno di cui li avete dotati e senza mai fare ricorso a Rivelazioni Divine, Sesto Senso Femminile, Macumbe, Raggiri, Coincidenze o Atti Divini?

La seconda pagina invita il lettore a piegare la pagina nell'angolo in alto a destra per poter richiamare il Decalogo del giallo perfetto di Ronald Knox, perché il narratore dichiara che si atterràè alle stesse regole: 

  1. Il colpevole deve essere presentato all'inizio della storia, ma non potrà essere un personaggio ai cui pensieri il lettore abbia accesso;
  2. È escluso a monte ogni forma di intervento soprannaturale o occulto;
  3. Non sono ammessi più di una stanza o di un passaggio segreto;
  4. Non sono ammessi veleni sconosciuti o altri mezzi che richiedano una lunga spiegazione scientifica alla fine;
  5. Nota dell'autore: rimossa (perché è diventata un'affermazione politically uncorrect) Io sono contraria alla cancel culture, quindi non farò finta che certi scrittori dell'epoca potessero essere razzisti o che semplicemente volessero mettere un freno alla moda di mettere personaggi asiatici in tutti i romanzi in uscita, quindi: Nessun cinese dovrebbe figurare nella storia;
  6. Nessun avvenimento casuale sarà mai d'aiuto al detective, né a lui saranno concesse intuizioni inspiegate che si rivelino corrette;
  7. Il detective non può essere il colpevole;
  8. Il detective non dovrebbe usare indizi che non sono stati presentati al lettore per risolvere il caso;
  9. L'amico ottuso del detective, il "Watson" della situazione, sarà tenuto a rivelare tutti i pensieri che gli passano per la testa; la sua intelligenza dovrà essere appena appena inferiore a quella del lettore medio;
  10. I gemelli e i doppi in genere non potranno comparire sulla scena senza previa e adeguata preparazione.


Non ho piegato la pagina, ma in compenso ho preso appunti su foglietti volanti durante tutta la lettura, ma sono stati tentativi vani. L'introduzione annuncia subito l'intenzione di restituire un'atmosfera da giallo classico: una baita di montagna, naturalmente bloccata dalla neve, in cui si riunisce una famiglia piena di segreti e con cui il protagonista e narratore è in conflitto. E ci saranno degli omicidi, molti omicidi, per la gioia del fruitore di gialli. Per la precisione nell'introduzione il narratore elenca tutte le pagine in cui morirà qualcuno. Oltre agli omicidi, non mancheranno neppure i colpi di scena.

Questo libro è una vera chicca. È un gioco che mira a riproporre gli elementi del giallo classico, anche con i suoi cliché, ma svecchiati in una costruzione narrativa moderna, composta di flashback e di flashforward (qualcuno un po' birboncello). Il romanzo ammiccante al lettore, in un'apertura permanente della quarta parete. Questo giocare col lettore apertamente, in una giocosa sfida in cui si dichiara più volte di non ricorrere a imbrogli e di descrivere in modo trasparente tutti gli elementi del mistero, è chiaramente un inganno: esattamente come in Detective Conan o nei gialli della Christie, gli elementi sono in bella vista ma non li collegherai mai nel modo giusto, perché i meccanismi della risoluzione sono arditi come nei gialli classici.

Ho adorato i personaggi e come si è sviluppata la trama. Ho divorato le pagine, non potevo aspettare di sapere come terminava e se ero riuscita (chiaro che no, tranne un particolare non importante per la risoluzione finale) a indovinare qualcosa. È davvero un giallo dalla struttura classica e anche dalle spiegazioni ardite, ma non lunghe e complesse, altrimenti contravverrebbe alla quarta regola di Knox.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

venerdì 13 gennaio 2023

Il primo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi

Per il Natale 2021 il mio fidanzato mi regalò, su mia richiesta, i primi due libri che raccontano le vicende di una piccola caffetteria a Tokyo. Bramavo tantissimo leggerli, ne avevo sentito parlare troppo bene. Addirittura, nell'anno in cui tra amiche avevamo deciso che il regalo per i nostri compleanni sarebbe stato un libro, avevo pensato che Finché il caffè è caldo sarebbe stato adattissimo per quella di noi che aveva una passione per Giappone e Cina.


Il primo romanzo, Finché il caffè è caldo, titolo che sintetizza la regola più importante della caffetteria, è stato un caso editoriale. L'ho letto tra settembre e novembre 2022: ci ho messo un po', sì, per un libro così corto (corto tanto che si può leggere agevolmente in 1-2 giorni). Ci ho messo molto tempo perché ne ho letto metà e poi sono stata presa da altre letture che mi intrigavano di più. L'ho interrotto così presto perché già al primo quarto c'ero rimasta male. L'avevo tanto desiderato e mi ero fatta delle aspettative leggendo la trama. Eh, già...perché la sinossi recita:

Un tavolino, un caffè, una scelta. Basta solo questo per essere felici.
In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kotake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutti scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.
E parla di 5 regole da seguire:
1. Sei in una caffetteria speciale. C’è un unico tavolino e aspetta solo te.
2. Siediti e attendi che il caffè ti venga servito.
3. Tieniti pronto a rivivere un momento importante della tua vita.
4. Mentre lo fai ricordati di gustare il caffè a piccoli sorsi.
5. Non dimenticarti la regola fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.
Mi ero pregustata qualcosa di molto filosofico e meditativo sul senso della vita: immaginavo questi clienti, ognuno con la sua storia, sedersi al tavolino e riflettere sugli errori commessi e su come accettarli e vivere la vita con maggior consapevolezza. Nulla, assolutamente nulla, (e ho riportato integralmente la trama apposta) fa pensare che si tratti di viaggi nel tempo: non psicologici, veri e propri viaggi nel tempo. Non c'è alcuna sfilza di avventori che va a cercare la propria soluzione dei problemi. Chi va a sedersi al tavolino che fa viaggiare nel tempo sono i personaggi del romanzo: intendo dire personaggi le cui vite sono intrecciate a quelle del locale, che lo popolano abitualmente, ovvero amici, conoscenti, membri stessi dello staff, non estranei, cioè clienti nel vero senso del termine.
La prima cosa che mi viene in mente è che abbiano sbagliato a comunicare la trama di questa storia: se avessi letto di viaggi nel tempo, probabilmente non l'avrei acquistato.
Anche le copertine pastello con rami di ciliegio in fiore fanno pensare alla cultura giapponese, al senso di Ikigai, la motivazione di vivere che puoi immaginare questi personaggi ritrovino riflettendo davanti al loro caffè. Non so perché ma qualcosa di fantascientifico come i viaggi nel tempo non riesco ad associarlo al Giappone. Mi stona. Questa potrebbe essere semplice ignoranza di una cultura di cui non conosco quasi niente. Pure, di fantascientifico non c'è veramente nulla, tranne il concetto in sé di viaggio spazio-temporale, poiché, anche se il viaggio c'è davvero, il risultato è quella riflessione sul senso delle proprie esistenze che mi aspettavo, sia pure in altra forma. Ma non si tratta di contemplare il momento che ha cambiato la tua vita o ricevere l'illuminazione circa il modo di condurla d'ora in poi. Chi salta nel tempo desidera incontrare qualcuno con cui parlare, quindi compie un'azione: la missione è dire o farsi dire qualcosa che cambierà in senso di quello che il personaggio stava vivendo quando ha preso la decisione di viaggiare nel tempo.
Di fatto questi quattro personaggi, tutti femminili, hanno ciascuno un loro capitolo dove siedono davanti alla tazza di caffè magica, per affrontare il loro angosciante problema, ma in realtà le loro storie si sviluppano anche in orizzontale e si intrecciano con le storie degli altri protagonisti. Ci sono i gestori della caffetteria, marito e moglie, Nagare e Kei, e una loro parente, che lavora con loro e serve il caffè ai viaggiatori del tempo, Kazu. Ci sono l'eccentrica Hirai, la donna in carriera Fumiko, l'infermiera con un marito malato, Kotake.
I personaggi, però, non sono approfonditi, sono appena abbozzati e alcuni sono anche un po' antipatici, principalmente Kazu, che svolge il ruolo di servitrice di caffè, ma non ha un carattere definito (si limita a maltrattare i clienti). In effetti sono più ruoli da rappresentare che personaggi nel vero senso del termine. Sono descritti in quello che fanno, ma non per chi sono e poco anche in relazione a ciò che provano. Un dettaglio curioso è il frequente descrivere come sono vestite le protagoniste della storia (male), l'accozzaglia di indumenti di varie fogge e colori che indossano (solo i personaggi di sesso femminile, perché non si fa caso a cosa usano gli uomini per coprirsi).
E poi a decidere di sedersi a quel tavolino sono sempre donne: mi viene da pensare che forse è la mentalità dell'uomo giapponese che considera fragili e bisognose di ricercare conferme o smentite nel passato e nel futuro solo le donne, mentre gli uomini vanno avanti per la loro strada senza cedere a queste debolezze, perché solo così si è veri uomini che fanno il loro dovere senza vacillare. Renderebbe questa cultura vicina a quella occidentale in tal senso, ma cercherò conferme leggendo il secondo romanzo.
L'ultima cosa che mi viene da dire è: accipicchia quanto melodramma! Soprattutto l'ultima storia, che è inverosimile (ma proprio tanto) e drammatica fino al voltastomaco. Le storie non mi sono piaciute, forse un pochino di più quella dell'infermiera, ma le altre pessime. Le dinamiche sono drammatiche (e troppe per un libro solo). Ci sono lutti, malattie, abbandoni, ma trattati con un tono inappropriato, buttati lì: non li percepiamo davvero durante la lettura. Sono trattati con leggerezza dai personaggi che li dovrebbero star vivendo e dall'autore, che elenca questi dolori più che trattarli. Per me è stato un modo superficiale di gestire questi racconti, come a voler inserire un tema che punta alle viscere ma solo per attrarre lettori, senza veramente svolgerci un lavoro, che avrebbe comportato concentrarsi su una di queste storie e rivelarne le sfaccettature, permettendo di coglierla appieno. Non basta mostrare un personaggio che piange a una brutta notizia per empatizzare con lui, se l'unica cosa che leggiamo è una descrizione di fatti che si susseguono. Non sono riuscita a entrare né nelle vicende, né nei personaggi. Ancora una volta penso che sia da imputarsi a una cultura così diversa dalla nostra, in cui i sentimenti sono considerati troppo intimi per poterli esporre davvero e sono resi inaccessibili da chi li vive. Forse è anche una letteratura a cui non sono abituata. Prima di questo libro, di nipponico avevo letto solo alcuni saggi sull'Ikigai e L'abito di piume di Banana Yoshimoto, che non mi era piaciuto. 
Resta il fatto che sono rimasta molto delusa. Leggerò il secondo libro perché me lo sono fatta regalare ormai, ma non vi ripongo nessuna aspettativa- Anzi, questo sfornare altri titoli in rapida successione (quattro in sei anni, guardando le date delle pubblicazioni in Giappone) mi spinge ormai a temere che si tratti di prodotti da "vendita facile" invece che testi davvero sentiti.

Giudizio: ⭐

Il primo giallo con protagonista Clara Simon: I delitti della salina

 Quest'estate era uscito Il complotto dei Calafati, del cagliaritano Francesco Abate, di cui ancora non avevo letto nulla, che mi ispirava per ambientazione e per il fatto di avere come protagonista una giovane investigatrice donna. Essendo una vergine pignola ho deciso di comprarmi (per portare a casa lo zainetto che Einaudi regalava con l'acquisto due titoli - poi non sapevo scegliere e ne ho comprati tre, tutti messi nella Sfida dello Scaffale Strabordante di quest'anno, ma fa lo stesso-) il primo titolo di questa saga: I delitti della salina. A dicembre finalmente me lo sono letta, per la Guforeadathonitalia.


Inizio Novecento, Cagliari. Clara Simon è la figlia di un capitano sardo disperso da cinque anni in Vietnam? e di una donna cinese che lavorava nei mercati di tessuti della città, morta subito dopo la nascita della figlia. Appartiene alla classe aristocratica, in quanto nipote di uno dei più importanti armatori della città, ma per le origini miste non è benvoluta e lo è ancora meno perché vuole diventare giornalista investigativa (la prima in Italia) per il quotidiano più importante di Cagliari, l'Unità. Non solo, con le sue inchieste sta cercando di sovvertire l'ordine costituito, schierandosi dalla parte dei lavoratori vessati da quegli stessi aristocratici con cui condividerebbe l'estrazione sociale, ma che la rifiutano. E infatti è stata degradata da poco a correttrice di bozze, quando cominciano a scomparire alcuni bambini che lavorano al mercato portando i cesti sulla testa, i cosiddetti picciocus de crobi, e quei lavoratori che aveva aiutato in passato le chiedono di scoprire la verità. Ad aiutarla saranno il suo amico d'infanzia, Ugo, e il tenente dei carabinieri Rodolfo, entrambi innamorati di lei.

La storia non sarebbe così spiacevole a leggersi (è piuttosto scorrevole), se non fosse che dovrebbe trattarsi di un giallo e invece non lo è nemmeno lontanamente. Se fosse venduto come "Le avventure di Clara Simon" non ci sarebbe niente da obiettare, ma non si può spacciare per una detective story. A metà libro ci sono due morti, ma ancora non si è avviata un'indagine. A due terzi del libro siamo a due morti e un attentato. Nelle ultime pagine si accumulano gli eventi che porteranno alla risoluzione del caso, ma ci si arriva solo perché è introdotto un personaggio che funge da deus ex machina (letteralmente "oh, sono capitato qui per sbaglio, vi porto dai cattivi io"), non per le deduzioni dei detectives, che sono tre, ma così impegnati a corteggiarsi da non trovare il tempo di svolgere un indagine (nel senso classico del termine, ovvero non "mi odia, deve essere stato lui"). Non c'è un indizio che sia uno sul colpevole, che poteva essere chiunque, visto che le sue motivazioni sono svelate solo alla fine. Se Abate lo riscrivesse mettendo un altro tizio o un'altra tizia qualunque sulla scena, non dovrebbe cambiare di una virgola le pagine precedenti.

Ho trovato eccessivo questo odio riversato come un fiume in piena sulla protagonista (giustificato solo dal razzismo, perché nasce a monte dell'essere diventata una figura scomoda dentro la stampa), che mi ha ricordato lo stesso astio che incontrava Petra Delicado nella sua prima indagine, Riti di morte (primo e ultimo libro che ho letto sull'investigatrice spagnola, il peggior libro in cui mi sia capitato di imbattermi nella vita, mentre di Alice Giménez Bartlett ho adorato invece Exit). Trattandosi di un primo libro di una saga, inoltre, dedica molto più tempo all'introduzione dei personaggi che si incontreranno negli episodi successivi (cercando di renderti simpatici i buoni e odiosi i cattivi), che all'intreccio. Ma questa non è una grande giustificazione. Il romanzo è autoconclusivo per quel che riguarda la serie di delitti (che per essere pignoli non sono neanche veri), ma ha un finale aperto, proprio troncato di netto (anche troppo detto tra noi), che non ho trovato così efficace: ha lasciato così tanto a desiderare il resto, che quanto è lasciato in sospeso non suscita abbastanza curiosità per comprare il secondo libro.

Giudizio: pessimo, non è un giallo, solo intrattenimento fine a sé stesso ⭐

domenica 8 gennaio 2023

I libri della Piccola Farmacia Letteraria

 Tra settembre e l'inizio di questo 2023 (il secondo capitolo è stato il mio libro ponte 2022-2023, seguendo la tradizione di concludere e finire l'anno con qualcosina di lieve, come tra 2021 e 2022, quando stavo leggendo Teresa Papavero e lo scheletro nell'intercapedine, altro giallo umoristico, ma molto più riuscito di quello di cui tratto oggi) mi sono letta i due libri di Elena Molini, la libraia che a Firenze ha aperto un negozio in cui ogni libro è accompagnato dal suo bugiardino: l'idea è che i libri siano terapeutici e che, dunque, i clienti trovino in libreria i rimedi per il proprio "male di vivere".

Sono venuta a sapere della libreria proprio perché una mia amica, che abita in città, ha trovato su quegli scaffali alcuni regali per la nostra compagnia, quando nel 2021 ci venne l'idea, per i nostri compleanni, di regalarci reciprocamente un libro. Così mi è toccata una copia di Quel che si vede da qui, prossimamente in lettura e su questi schermi. Poi tra le offerte di Amazon trovai a pochi euro Piccola Libreria con Delitto, che scoprii essere il sequel di La Piccola Farmacia Letteraria, che era disponibile per l'appunto su Kindle Unlimited quando mi ero iscritta al mese di abbonamento gratuito. Al modico prezzo per cui li ho avuti, sono libri che possono essere letti con leggera godibilità.


Partiamo dall'inizio, La Piccola Farmacia Letteraria, è il racconto un po' romanzato di come sia nata la libreria in via di Ripoli, romanzato sia nella trama, sia nella protagonista, che si chiama Blu Rocchini, ma non è dato sapere a quale livello di autobiografia corrisponda alla scrittrice, che però di certo consiglia gli stessi libri nella fiction e nella realtà, a giudicare dal libro che mi è stato regalato. Spero poco su tutto il resto, perché Blu è un personaggio perfettino e incoerente, che alterna la disorganizzazione alla pianificazione, la pretesa sciattezza alla frivolezza di mettersi in ghingheri scegliendo gli abiti che le stanno meglio. A volte la scrittrice la fa muovere come un personaggio di un anime (non un manga, c'è proprio l'animazione), che è qualcosa di spiacevole. La storia, però, è abbastanza carina: Blu, trentenne fiorentina, convive con le sue tre amiche del cuore (Carolina, Rachele e Giulia) e prova ad aprire una libreria nella parte sud d Firenze, che però stenta ad avviarsi, finché alcuni incontri non le danno alcune idee per farla decollare e non la mettono sulle tracce di un misterioso sconosciuto. 

La lettura è molto leggera, ma non riesco a scindere nel mio giudizio il fatto di averci trovato scritto, per la prima volta nella mia vita, un "piuttosto che" disgiuntivo. Una volta per tutte, non è il modo corretto di usarlo. Non lo è. Non è che esistono entrambe le forme, entrambi i significati: usarlo in modo disgiuntivo è scorretto e crea confusione. Chiuso. Vedere l'Accademia della Crusca per dubbi.

Giudizio: questo errore madornale e assolutamente imperdonabile di copiare una moda milanese nello scritto e l'antipatia del personaggio mi spingono su un giudizio basso ⭐⭐

Ma se non t'era piaciuto il primo, Giulia, perché hai perseverato col secondo? Perché ho comprato prima il titolo che m'attirava (da amante del giallo) e poi, visto che avevo l'opportunità gratuitamente, li ho letti in ordine cronologico. E ormai i miei quasi tre euro non li potevo gettare così. Col sequel, Piccola Libreria con Delitto, è andata un pochino meglio, probabilmente perché ha virato sul giallo e l'intreccio è discreto: la libreria di Blu si è ormai avviata con tanto successo che ora la giovane imprenditrice sta iniziando con l'amica Carolina degli incontri di biblioterapia. Una mattina però la chiama disperata la sua amica Rachele, chiusa a chiave dentro l'abitazione del fidanzato, agonizzante vicino a lei con un coltello piantato nel fianco. Blu si improvvisa detective e, naturalmente, risolverà meglio della polizia il mistero, pur essendo coinvolta affettivamente, cosa sempre raccomandata nelle inchieste. Il ritmo però ci guadagna, il piglio è più dinamico e meno ripetitivo che nel precedente romanzo. Invero, il colpevole è introdotto direttamente col movente, che si collega facilmente al significato di un messaggio che tutti i lettori capiranno al primo colpo (ma la detective in erba no), si lascia sfuggire un'affermazione che palesemente lo dichiara colpevole e, quindi, ai tre quarti del libro il lettore medio scopre l'assassino. Però la storia è gradevole. Come nel libro precedente, abbiamo la solita protagonista-narratrice antipatica, che a questo giro si mette anche a raccontarti completamente fuori contesto l'architettura delle Oblate e le statue di Boboli, così, per farti sapere che le conosce. Non bastava continuare a dimostrare di aver letto più libri di chiunque altro. La narratrice si lamenta anche di chi utilizza inglesismi come business, ma poche pagine dopo utilizza, anche stavolta senza senso, parole come "crush" e "appetizer". Il linguaggio, in questo come nel primo, è estremamente informale, quindi talvolta scade nel volgare. Nell'edizione in mio possesso ci sono anche diversi refusi, cosa che rende illegale vendere questi libri al prezzo pieno delle nuove uscite.

Giudizio: migliore del primo, ma non brilla per simpatia del personaggio primario, lettura adatta a chi cerca qualcosina di leggero ⭐⭐⭐

sabato 7 gennaio 2023

Libri crime del 2022

Un'altra delle mie passioni, nata abbastanza precocemente se consideriamo che a tredici anni ho letto il mio primo libro sul mostro di Firenze, reperito tra i volumi di mio padre in garage, è la criminologia. Forse è un'evoluzione della mia passione per i gialli, anche questa onnipresente (la vedete la bambina di quarta elementare che si guarda in pausa pranzo gli episodi de La signora in giallo?). La mia serie tv preferita di sempre è Criminal Minds, ascolto nel tempo libero podcast sui serial killer e così via. Quest'anno mi sono letta un libro che volevo approfondire da tempo: la storia vera del primo profiler a diventare famoso.


Mindhunter
: questo libro è uno dei must sulla narrativa di genere, interessantissimo in quanto scritto nientemeno che da John Douglas, insieme a Mark Olshaker. Douglas è stato uno dei primi profiler della storia dell'FBI e uno dei fondatori della Investigative Support Unit. Questi primi profiler realizzarono una serie di interviste ad alcuni noti serial killer, allo scopo di comprendere il funzionamento della loro mente, proprio per perfezionare la studio del comportamento. Tutte queste interviste, gli aneddoti e i racconti dei casi sono illustrati in questo libro ricchissimo e scritto in un linguaggio divulgativo, tra cui la volta in cui, con Roy Hazelwood, partecipò al programma The secret identity of Jack the Ripper per fornire un profilo dello Squartatore di Whitechapel. Insieme a Robert Ressler, Ann e Alan Burgess scrisse il Crime Classification Manual, perché affiancasse il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (il DSM) nelle indagini sui criminali. Sulla figura di Douglas hanno basato il personaggio di Jack Crawford del Silenzio degli innocenti. Anche i fondatori dell'Unità Analisi Compotamentale della serie tv Criminal Minds, chiaramente ispirata alla vera unità di profiler di Douglas, si basano sulla leggendaria figura del newyorkese.

Giudizio: veramente interessante e coinvolgente; a tutti gli interessati alla criminologia lo consiglio fortemente ⭐⭐⭐⭐

 Zodiac: veloce rassegna (80 pagine, tra cui una decina di appendici fotografiche) dei fatti di cronaca relativi al caso, ancora aperto e irrisolto, del famigerato Killer dello Zodiaco, che uccise almeno 5 persone (quelle accertate, ma si dibatte che possa averne uccise fino a 37) nella California degli anni '70, tra San Francisco e Los Angeles. Ho recuperato il volume dopo averne sentito l'audiolibro su Audible alcuni mesi fa, anche per tenerlo in casa da consultazione.

Giudizio: non applicabile

I libri di Agatha Christie che ho letto nel 2022

 Una certezza nella mia vita è che ogni anno ci sarà sempre un giallo di Agatha Christie da leggere o, almeno, rileggere. Di seguito i titoli di quest'anno.


Due mesi dopo (Poirot, gennaio) Da bambine io e mia sorella abbiamo visto e rivisto (registrato su vhs) infinite volte l'episodio della serie tv di Poirot col cagnolino Bob (stagione 6, episodio 4, Testimone silenzioso) perché adoravamo il Fox Terrier coprotagonista. In effetti sia nel libro sia nel film, è il cane della signora Emily Arundell, morta in circostanze apparentemente normali, a confermare a Poirot che i presentimenti che l'anziana donna aveva, ma non aveva voluto esprimergli chiaramente per lettera (nel romanzo) o a voce (nel film), non erano infondati.

Libro ed episodio stavolta sono molto diversi tra loro: in tv è adottato un espediente che rende meno indaginoso l'ingresso di Poirot nell'indagine. Nel libro, infatti, il nostro belga riceve con un ritardo di due mesi la lettera della signora Arundell, in cui gli chiede di indagare sui suoi (non dichiarati) sospetti riguardo ai suoi familiari. L'incarico risulta di fatto postumo e per Poirot non è semplice iniziare l'indagine, giustificandola ai parenti della defunta (molto diversi da quelli rappresentati nel telefilm). Al contrario, nell'adattamento uno dei nipoti della signora Arundell, Charles, è amico di Hastings e i nostri detectives sono già sulla scena del crimine, invitati a vedere una gara nautica, quando avviene il primo incidente (e poi l'omicidio) della ricca anziana signora.

Devo dire che la messa in scena è superiore al romanzo, perché agevola molto lo scorrimento della storia e la comprensione del comportamento dei personaggi. Inoltre ricrea un atmosfera veramente piacevole, che forse mi è così cara per motivi nostalgici. Il cane ha un ruolo più importante nell'episodio tv e sembra più consapevole di star comunicando un messaggio, oltre ad avere un legame affettivo con Poirot maggiore che nel libro, dove era soprattutto Hastings ad affezionarsi.

Il libro è comunque molto piacevole, una volta superato l'impasse delle presentazioni iniziali.

Giudizio: ⭐⭐⭐

L'ultima seduta spiritica (raccolta, marzo) Venti racconti, alcuni dei quali avevo letto in altre raccolte, come La bambola della sarta, abbastanza agghiacciante, e L'ultima seduta e alcuni con protagonisti gli investigatori più famosi, Poirot e Miss Marple. In questa raccolta hanno modo di emergere alcuni temi soprannaturali, che sempre hanno stuzzicato la fantasia della nostra scrittrice. In particolare le sedute spiritiche trovano spesso spazio nella narrativa della Christie, come nell'appena citato Due mesi dopo o ne Un messaggio dagli spiriti. Spesso i personaggi e le storie della Christie sfiorano lo spiritismo e le credenze, come anche in Un cavallo per la straga, e i racconti di questa raccolta toccano molti temi che torneranno in altre opere.

C'è l'egittologia, di moda tra il finire dell'Ottocento e l'inizio del Secolo Breve, che in questo volume trova Poirot a indagare su misteriose morti avvenute dopo l'apertura di una tomba a Giza. Naturalmente l'Egitto farà da sfondo anche al più celebre Poirot sul Nilo. E l'Oriente in Generale tornerà nei romanzi e nei racconti della scrittrice. Ci sono gli zingari, che saranno presenti anche in Nella mia fine è il mio principio. Ci sono sette, manipolazioni, fantasmi, insomma un po' di tutto. Alcuni racconti sono più riusciti, altri meno, ma in generale scorre molto bene ed è di piacevole intrattenimento.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Destinazione ignota (spy story, settembre) Romanzetto di spionaggio senza infamia e senza lode che ho letto per la Sfida dello Scaffale Strabordante: un pochino annoia (è vero che non mi piace troppo il genere), ma nei dialoghi e nel finale è piacevole. La signora Hilary Craven vuole suicidarsi dopo la morte della figlia Brenda e dopo essere stata lasciata dal marito per un'altra donna. Ha lasciato l'Inghilterra per fuggire dai suoi problemi, ma i suoi fantasmi l'hanno seguita anche a Casablanca. Proprio quando sta per decidersi, bussa alla sua porta un uomo dei servizi segreti inglesi, che la coinvolge in una missione di spionaggio molto pericolosa. La verità è che per gran parte del romanzo sono descritti gli spostamenti di Hilary dentro e fuori dal Marocco e quindi per lo più annoia.

Giudizio: ⭐⭐

La strage degli innocenti (rilettura, Poirot, novembre) Sì, anche se lo avevo già letto solo nel dicembre 2021, mi è tornata voglia di riprenderlo in mano dopo aver rivisto l'adattamento con David Suchet (episodio tre della dodicesima stagione) in occasione di Halloween, per la quale trovo la sequenza iniziale adattissima. Il titolo originale dell'opera è infatti Halloween party, poiché il delitto da cui prende le mosse l'indagine ha luogo proprio durante una festa a tema per bambini dagli undici anni in poi. Una delle invitate, la tredicenne Joyce Reynolds, durante i preparativi per la festa racconta alla scrittrice Ariadne Oliver e agli altri astanti di aver assistito a un delitto anni prima. Nessuno sembra crederle, perché ha nomea di bugiarda, ma poco dopo è ritrovata morta affogata, spingendo la signora Oliver a chiedere aiuto al suo amico Poirot.

Il romanzo non è in realtà uno dei migliori né della serie di Poirot, ne della Christie in generale, perché trovo che sia un po' ripetitivo (e di conseguenza noiosetto), in particolare quando durante le indagini ripetono costantemente la teoria dello squilibrato con manie perverse, incapace di contenersi. Mi piace molto però il ritorno del sovrintendente Spence (quello che in Fermate il boia chiede aiuto a Poirot perché ritiene di aver arrestato il colpevole sbagliato) a cui stavolta è il nostro belga a rivolgersi per avere informazioni. Nell'adattamento, peraltro, non compaiono i personaggi del sovrintendente, di sua sorella, del medico, mentre sono introdotti quelli di Frances ed Edmund Drake; inoltre alcuni aspetti e il ruolo di almeno un personaggio è completamente rivoluzionato (addentrarmi oltre mi sembrerebbe spoiler, quindi leggete il libro e vedete il film!) L'adattamento, tra l'altro, ha un cast eccellente come sempre e fornisce ottime interpretazioni oltre a un'atmosfera perfetta per le storie del mistero.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 2 gennaio 2023

Un'intensa storia di passioni e solitudini: Quando la notte

 Il libro di cui vado a parlare è uscito nel 2009 e io avevo visto qualche anno fa il film omonimo, uscito nel 2011 e diretto proprio dalla scrittrice, Cristina Comencini. Mi era piaciuto e, quando mi sono imbattuta a una bancarella dell'usato in una copia di Quando la notte, l'ho acquistato, ma l'ho letto solo questo dicembre nella Guforeadathonitalia e per smaltire uno dei miei libri dello Scaffale Strabordante.

Il libro alterna le narrazioni, inizialmente di capitolo in capitolo, poi di rigo in rigo, dei due protagonisti, Manfred (che nel film sarà interpretato dal mio attore italiano preferito, Filippo Timi) e Marina (che avrà il volto di Claudia Pandolfi). Manfred è un orso, un uomo solitario sulla quarantina, cresciuto col padre e i tre fratelli. Fa la guida in montagna e ha un passato difficile e doloroso alle spalle. Marina è una giovane donna, da poco diventata madre, che per ordine del pediatra porta a trascorrere un mese di vacanza in montagna. Ma il marito la raggiungerà solo al termine del periodo stabilito, per portarli poi al mare e così la donna si ritrova ad affrontare da sola le notti insonni e la vivacità dei due anni. La sua storia si intreccia con quella di Manfred perché prende l'appartamento sopra casa dell'uomo, facente parte di un'unica proprietà. Due incidenti faranno in modo di legarli uno all'altra per sempre.

Inizialmente devo dire che non mi stavano piacendo i personaggi: Manfred misogino, Marina debole. Ma più vanno avanti le pagine, e vanno avanti speditamente perché scritte con una prosa semplice e scorrevole, più si entra nei personaggi, che ci mostrano più sfumature del loro essere. La tensione tra Manfred e Marina cresce costantemente e non lascia il lettore nemmeno sul finale.

Giudizio: Appassiona molto, alla fine mi è piaciuto ⭐⭐⭐⭐

martedì 27 dicembre 2022

Natale con i fantasmi: una raccolta di racconti moderni ma non troppo

 Usciti un anno fa, questi otto moderni racconti per lo più hanno un'ambientazione vittoriana, quasi gotica e li ho letti per la maratona di lettura di questo dicembre, la Guforeadathon italiana, che si tiene ormai da qualche anno durante le vacanze natalizie e pasquali.

Uno studio in bianco e nero di Bridget Collins: un uomo prende in affitto una casa, rimasto colpito dall'aspetto straordinario della dimora e del giardino, ma a un prezzo molto accomodante...

L'inquilina di casa Thwaite di Imogen Hermes Gowar: una donna in fuga dal marito, insieme al proprio figlio, trova rifugio in una casa appartenuta al padre dove nella notte si avverte un'altra presenza.

I cantori delle anguille di Natasha Pulley: questo racconto mette in scena i personaggi che la scrittrice ha creato per L'orologiaio di Filigree Street, tra cui Mori, che ha poteri di chiaroveggenza, ma si accorge che c'è un luogo di cui non riesce a vedere le trame future, così vi si reca insieme ad altri personaggi de L'orologiao.

Lily Wilt. Ovvero, del giglio appassito di Jess Kidd: al fotografo commemorativo, Walter Pemble, capita di prestare servizio all'esposizione di una giovane donna bellissima e inattaccabile dai segni della morte.

La sedia di Chillingham di Laura Purcell: un incidente di cavallo costringe Evelyn su una sedia a rotelle appartenuta al padre del futuro sposo della sorella, morto in circostanze misteriose.

Sempreverdi di Natale di Andrew Michael Hurley: un uomo in punto di morte si presenta a chiedere l'aiuto di un uomo di fede, perché vuol farsi perdonare le cattive azioni con cui aveva ripagato una coppia di brave persone che lo avevano soccorso un tempo.

Isolamento di Kiran Millwood Hargrave: nella famiglia Blake è usanza che le puerpere trascorrano in isolamento i primi nove giorni post-partum, ma una strega minaccia l'incolumità del figlio della nuova neo-mamma.

Mostro di Elizabeth Macneal: Victor Crisp, fresco sposo e studioso di paleontologia, sta cercando di compiere una scoperta che possa elevarlo agli onori della Royal Society.


Mi sono piaciuti? Alcuni di più, altri meno, ma sono scritti bene e riescono a essere sinistri ed efficaci. Quelli che meno ho apprezzato sono proprio quelli più moderni, Sempreverdi di Natale, che comunque è molto forte e mi ha fatto abbastanza effetto, e I cantori delle anguille, quest'ultimo anche per via dei personaggi, che avendo già delle dinamiche avviate in un'opera precedente, che non ho letto, mi ha fatto sentire un po' esclusa. Il mio preferito è quello forse più classico, dal finale più scontato, ma ugualmente subdolo, La sedia di Chillingham. Mi ha molto colpito per la tematica della depressione post-partum anche Isolamento, mi è proprio piaciuto e l'ho trovato estremamente crudele.

Giudizio: nel compenso una buona raccolta di racconti che intrattengono senza noia, con alti e bassi ⭐⭐⭐

Uno dei libri più divertenti dell'anno: Loch Down Abbey

Durante il ponte ho terminato la lettura di un giallo uscito a maggio, che aveva subito colpito la mia attenzione per titolo e trama: Loch Down Abbey di Beth Cowan-Erskine.


Il titolo naturalmente richiama con un gioco di parole sia il lockdown che abbiamo vissuto due anni fa, sia la celebre serie tv Downton Abbey, romance in costume su una famiglia aristocratica inglese. E la trama infatti è un misto delle due cose in chiave parodica. Appena letta la seconda di copertina 

Scozia, anni Trenta. Una misteriosa epidemia si sta diffondendo in tutto il paese, ma il nobile casato degli Inverkillen, residente a Loch Down Abbey, è molto più preoccupato dell’esaurimento delle scorte di carta igienica e di chi baderà ai bambini, ora che la Tata ha purtroppo lasciato questa vita, causando non pochi disagi. Quando lord Inverkillen viene trovato morto, dopo aver condotto un affare disastroso per vendere la sua distilleria di whisky (pessimo, tra l’altro), la polizia dichiara che si è trattato di un incidente, ma la signora MacBain, la governante, non ne è convinta. Dal momento che nessuno può entrare o uscire dalla tenuta a causa dell’epidemia, i residenti sono gli unici sospettati. Tuttavia la morte del lord è solo l’inizio dei problemi: la situazione finanziaria è disperata, la servitù si ammala, lasciando gli Inverkillen a se stessi. Orrore! (Doversi rifare i letti.) Mentre i nobili sono impegnati a non fare assolutamente NIENTE, la signora MacBain scopre invece una serie sconcertante di segreti, bugie e tradimenti.
Loch Down Abbey è una giocosa parodia della tradizione britannica di ritrarre nobiltà e domestici, con matrimoni da pianificare, pasti elaborati da servire (indossando la mascherina, ovviamente), titoli nobiliari per cui litigare, figli illegittimi, morti su cui indagare e molto altro ancora.

ho desiderato acquistare il libro, ma ho atteso che me lo regalassero per il mio compleanno e ho iniziato a leggerlo a fine novembre.

Tolte le prime pagine, che occorrono per presentare il nutrito gruppo di familiari che popolano la casa (e prendere confidenza coi molti nomi), appena il libro entra nel cuore della vicenda, scorre via piacevolmente. Verso la fine facevo molta fatica a staccarmi dalle pagine. Unico neo: il ripetersi di alcuni schemi (la carenza di personale, gli inconvenienti che questo comporta, le richieste alla famiglia di abbassare il tenore di vita, etc), ma sono così divertenti che si può perdonare.

Più che un giallo è una commedia, molto divertente e piacevole, che gioca con tutti gli stereotipi della nobiltà, esasperandoli, rendendo gli Inverkillen così improbabili e odiosi da essere simpatici. Protagonisti della storia sono in realtà la signora MacBain, costretta a gestire non solo i capricciosi aristocratici, ma anche la penuria di domestici, decimati dalla Malperniciosa, la malattia dal nome improbabile (altro riferimento scherzoso all'attuale pandemia) che sta sconvolgendo il paese ancora più della Spagnola, e Fergus, il figlio cadetto, l'unico membro della famiglia che dimostra buon senso e che tenta di salvarla dalla rovina a cui cerca di condannarsi da sola.

Cosa mi è piaciuto: trama, british humor, atmosfera, personaggi; romanzo davvero divertente

Cosa non mi è piaciuto: non è un vero giallo, ripetitivo in certi punti

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Piacevole intrattenimento

giovedì 1 dicembre 2022

Primo capitolo della saga Uno di noi...sta mentendo!

 Un thriller con protagonisti e per un pubblico di adolescenti/giovani adulti: cinque ragazzi in punizione in un'aula di scuola, ma uno di loro non ne uscirà vivo. Lo spunto da cui tutto parte è semplicissimo e intrigante da impazzire: il classico delitto a porte chiuse dove l'assassino poteva essere solo una delle persone presenti al momento della morte.

La copertina si è stinta in una settimana 😢

Questi cinque ragazzi si conoscono tra di sé, almeno di vista, non è difficile in una scuola. Ma soprattutto chi muore aveva materiale scottante sulle altre quattro persone nell'aula in cui Simon si sente male. Materiale così scottante da far saltare il segreto di ognuno di quei quattro studenti, un segreto che mette in discussione la loro stessa immagine: cos'hanno da nascondere la studentessa modello Browyn, il campione di football Cooper, la reginetta del ballo Addy o il ribelle Nate? 

Questi adolescenti, infatti, al resto dei compagni di scuola appaiono come stereotipi, hanno un loro ruolo preciso: la ragazza che andrà a Yale, il futuro campione sportivo che prenderà così una borsa per il college, la bellissima col ragazzo, pure lui, giocatore di baseball e l'emarginato che si mette nei guai. Un po' ci tengono a questo posto che si sono ricavati nel mondo e un po' gli è scomodo. Fa molto piacere vedere che avranno un'evoluzione nel corso della vicenda. Ma chi di loro ha ucciso Simon? Di chi ti puoi fidare per scoprirlo?

A un certo punto il lettore ci arriva, la soluzione diventa ovvia, perlomeno in una sua parte: chi è stato. Ma non importa, questo non toglie il piacere di una lettura leggera, avvincente, che vorresti divorare per arrivare alla fine. I personaggi piacciono, fanno affezionare, si finisce a tifare per loro e per le loro love stories. A me è piaciuta particolarmente Addy. E non vedo l'ora di leggere il seguito!

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐