lunedì 13 novembre 2023

Il fantasma dell'Opera di Gaston Leroux

Il famoso fantasma dell'Opéra Garnier di Parigi, di cui tutti parlano e che aleggia tra i corridoi e le quinte del teatro, è il mostro che ha ispirato lungamente la fantasia di lettori e cineasti.


Nella storia di Gaston Leroux, che inizialmente uscì a puntate, il teatro dell'Opéra è infestato da presenze ed eventi oscuri e misteriosi: si vocifera che ci sia un fantasma mascherato, una presenza sinistra che fa capitare brutte sciagure e che infastidisce i direttori del teatro. Inoltre pare che di punto in bianco la giovane cantante Christine sia diventata la cantante più talentuosa dell'entourage, ma che si comporti anche in modo strano e di questo si accorge il giovane visconte Raul Chagny, amico di antica data della ragazza. C'entra il fantasma con le talentuose doti di Christine e con i periodi in cui scompare? Cosa c'è dietro al mistero del fantasma?

Il mostro è connotato quasi sempre negativamente, siamo messi in guardia dalla sua malvagità. Tuttavia in alcuni momenti emerge anche il senso di solitudine e di ingiustizia che subisce questo personaggio e il suo disperato bisogno di essere amato, come ognuno di noi.

"Avevo soltanto bisogno di essere amato per diventare buono!"

Ma l'amore del mostro per Christine è giusto? La lascia libere di scegliere o è frutto di inganno e costrizione? Possiamo chiederci se lei lo amerebbe se non fosse mostruoso, ma anche se la sua mostruosità (e la conseguente ripulsa) dipendono effettivamente dalla malformazione fisica oppure dal decadimento morale.

Nel 1925 Lon Chaney ideò il trucco più iconico del mostro, che interpretò lui stesso. Nel più recente musical del 2004, invece, l'aspetto è molto più addolcito e Gerard Butler indossa solo metà maschera a nascondere le sue deformità. Nel testo di Leroux l'aspetto è ancora più orrorifico, ma solo Christine potrà vederlo. 

Narrato da più punti di vista (terza persona, punto di vista dei direttori -siparietto comico del libro-, taccuini del Persiano), la storia del Fantasma mi è piaciuta, ma lo stile di scrittura, che si serve spesso del racconto che riassume vicende già trascorse al lettore, limitando dialoghi e scene d'azione, salvo che nell'ultima parte, non mi ha totalmente soddisfatta. Come stile è certamente tipico del periodo Ottocentesco, però è anche vero che altri autori del periodo sono stati più talentuosi nella scrittura.

Leroux ribadisce più volte che la sua ricostruzione si appoggia su fonti e su fatti realmente accaduti e descrive anche particolari che si dovrebbero ancora vedere all'Opéra.

Tuttavia rimane un libro carico di fascino, romantico e assolutamente da leggere una volta nella vita.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

domenica 12 novembre 2023

Il volto del male raccontati da Stefano Nazzi

 La narrazione di Nazzi la conosciamo bene per il podcast Indagini e il giornalista lavora nel campo della cronaca nera da anni.

Ho sempre apprezzato il suo modo di raccontare la "Nera", senza sensazionalismi, senza fare pornografia dell'orrore e forse può farlo anche grazie alla serietà del quotidiano per cui lavora, il Post, per il quale ha sempre dimostrato la sua stima.

Quest'anno Stefano Nazzi ha pubblicato anche un libro, Il volto del male, che tratta di famosi casi di cronaca italiana (come quello di Ludwig o ancora quelli delle Bestie di Satana o del Circeo, ma anche quelli di Bilancia e di Chiavenna) e di casi meno famosi (personalmente non conoscevo quello del Mostro di Foligno o, quello che più di tutti mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene, quello della coppia dell'acido).


Alcuni casi mi erano già noti per averli ascoltati dalla voce di Nazzi oppure da altri podcast, come Nero come il sangue di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, e programmi televisivi, sempre di Lucarelli.

In totale sono dieci storie che raccontano gli eventi principali dei fatti e delle indagini e cercano di ravvisare i possibili motivi e i retroscena che hanno spinto i criminali a compiere quei gesti. In effetti è un viaggio nel Male e non solo per le storie tristi dei protagonisti, vittime e carnefici, che lo sono diventati perché nel loro passato eventi traumatici li avevano segnati o solamente si era insediato un seme nefasto. In molti casi miseria o violenze o disturbi mentali fanno parte del vissuto dei colpevoli, ma non è sempre così, come nel caso di Chiavenna.

In molti di questi casi la scelta delle vittime è del tutto casuale, priva di movente, dettata semplicemente da circostanze favorevoli o da fugaci impressioni o impulsi casuali. Addirittura, nel caso degli attacchi con l'acido, una delle vittime non era neppure quella designata dagli aguzzini, bensì uno scambio di persona. Questo aspetto mi ha messo i brividi e fa comprendere come chiunque di noi aveva la stessa probabilità delle vittime di trovarsi sulla strada del mostro.

In presenza o meno di una parvenza di movente, sono strazianti anche le storie delle famiglie o dei sopravvissuti, come quelle di Stefano Savi e Pietro Barbini, di Donatella Colasanti o del signor Tollis, che ha cercato il figlio per sei anni ai concerti metal di tutta Europa.

Dieci storie strazianti, ma necessarie per ricordare le vittime e i loro cari e per non essere disinformati: conoscere e approfondire questi casi significa anche conoscere la nostra società e, a volte, può metterci in guardia davanti ai segnali del pericolo.

Giudizio: stile di scrittura piacevole e scorrevole, storie interessanti e dolorose ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 settembre 2023

L'estate in cui fiorirono le fragole: un po' troppo melenso

 Ebbene, sono di parte: non mi piacciono né le storie melense, né i romance, così non c'è da stupirsi che appena ho terminato questa lettura, L'estate in cui fiorirono le fragole di Anna Bonacina (Sperling & Kupfer, 274 pagine), mi sono fiondata a leggere storie di assassini.


Copertina e trama riportata sulla sovraccoperta mi avevano fatto sperare in una storia ambientata in un paesino pittoresco, popolato di personaggi eccentrici e di avvenimenti sorprendenti e queste aspettative sono state soddisfatte pienamente: mi sono piaciuti i personaggi, anche se sono abbastanza tagliati con l'accetta, mi sono piaciute le loro vicende, mi è piaciuto Tigliobianco. Non mi è piaciuta tutta la parte della storia d'amore dei due protagonisti: cliché puro, melensaggine da capogiro, frasi trite e ritrite e soprattutto, ma che valori ha questa protagonista/scrittrice?

Priscilla è infatti una scrittrice famosissima di romanzi harmony ferita dalla vita sentimentale che incontra il famoso "Blocco" della pagina bianca e parte per un paesino sperduto per trovare la concentrazione. A parte lo stereotipo della mamma che cerca di trovarle per forza uno spasimante (come se fosse un presupposto necessario e sufficiente per essere realizzati), la descrizione del chirurgo plastico è agghiacciante. Cesare è il classico dongiovanni che non vuole legami e questa caratteristica è restituita come se fosse un aspetto positivo (segue momento di incredulità), salvo poi trovare la scrittrice la donna della sua vita per motivi non definiti e legarsi in modo stabile per qualche ragione ancora meno comprensibile visto che fino a quel momento era sempre fuggito di fronte al profilarsi di un fidanzamento. Il corteggiamento e il fraintendimento con conseguente riparazione tipici di queste storie sono abbastanza scontati e non vedevo l'ora di superare quei capitoli durante la lettura.

Invece le storie di Tigliobianco, paese natale di Cesare e in cui va a rifugiarsi Priscilla, sono graziose, anche se non proprio originalissime: ci sono le anziane che si fanno la guerra da decenni, le pettegole, diversi bambini e adolescenti variamente simpatici, vecchie chiuse in casa, clochard che girano con misteriosi carrelli, ma soprattutto una ricetta scomparsa di una torta alle fragole che fa da pernio per la vicenda.

La scrittura è spesso colloquiale, molto semplice, scorrevole. I personaggi sono abbastanza rigidi, a parte Priscilla e Cesare che oscillano fra diverse inclinazioni del loro carattere: essere assertiva, essere passiva; voler essere una farfalla che svolazza fra molti fiori, desiderare un legame stabile.

Giudizio: complessivamente si legge in modo scorrevole, ma resta un po' pissero e detestabile (almeno per me) nella sua parte melensa ⭐⭐⭐

giovedì 21 settembre 2023

Il lato giallo di Bradbury: Assassino, torna da me!

 Dalla biblioteca di mio nonno, alcuni anni fa, è emersa una raccolta di racconti selezionati da Alfred Hitchcock e intitolata Alfred Hitchcock presenta racconti per le ore piccole.

La sfida che l'eccentrico regista, mio idolo indiscusso nel campo cinematografico, lanciava a editore e lettore - in un'introduzione scritta con il consueto humor - era di riuscire a leggere l'intero malloppo nell'arco di una nottata. Diciannove racconti, due romanzi brevi e uno lungo (oltre seicento pagine) con l'apposita scaletta degli orari di lettura dalle 23.00 alle 05.38 del mattino successivo, addirittura con riportata l'ora esatta con cui tenere il passo in cima alla pagina:

<<...se per caso voi non riuscite a leggere queste pagine secondo l'orario di lettura che a pagina 11 vi suggerisco, per l'amor di Dio, seguite il mio consiglio: chiudete il libro e andate dal dottore. Di corsa.>>

Oltre al divertimento prodotto dal gioco di rispettare i tempi, in questa antologia ci sono molti meritevoli racconti, ma uno in particolare divenne, al termine della lettura, la mia nuova ossessione.


Si tratta di The whole town's sleeping di Ray Bradbury (nella traduzione che avevo a casa si titolava La città dorme, ma nel nuovo volume è stato tradotto Tutta la città dorme, più letteralmente), autore che mi trovavo a leggere per la prima volta in quel momento, senza mai aver affrontato il ben più celebre Fahrenheit 451, cosa che tuttora non ho ancora fatto.

Come raccontato dall'editore americano Hard Case Crime nella prefazione per la raccolta Assassino, torna da me!, portata in Italia da Mondadori, il racconto, pubblicato su McCall’s Magazine nel 1950 ebbe così tanto successo (è rimasto uno dei più noti di Bradbury) da spingere quattro anni più tardi Frederic Dannay del celebre Ellery Queen’s Mistery Magazine (la leggendaria rivista di settore che tuttora pubblica racconti polizieschi dal 1941) a commissionargli un seguito.

Questo seguito, A mezzanotte nel mese di giugno, è stato recentemente pubblicato nella raccolta già menzionata, Assassino, torna da me!, in occasione nel 2020 del centenario della nascita dello scrittore americano.

In precedenza lo stesso editore aveva curato una prima antologia chiamata Omicidi d'annata, che differiva per la selezione di racconti. Le due raccolte sono comunque accomunate dal genere di produzione. Infatti Bradbury non era solo un noto scrittore di fantascienza, ma la sua produzione è vastissima, poiché, come lui stesso dichiarava, per migliorare lo stile era solito scrivere un racconto a settimana e questi racconti spaziavano dal fantastico al weird, dalla fantascienza al poliziesco.

In Assassino, torna da me! (che ho letto come primo libro della nuova Sfida dello Scaffale Strabordante 2023-2024) ci sono prevalentemente racconti di genere poliziesco, ma alcuni spaziano verso il noir o l'hard boiled, incentrandosi su storie di gangster. Altri sono comunque affini alla fantascienza, includendo androidi dotati di intelligenza artificiale tra i personaggi. Altri ancora virano sul weird (e sono infatti presenti nel mio Halloween, raccolta di racconti e romanzi weird di cui avevo parlato in precedenza) o sulla storia da brividi, tra cui il mio preferito, il riuscitissimo Il piccolo assassino. L'autore stesso nella postfazione di Omicidi d'annata, che anche in questa nuova veste segue i racconti (per ovvie ragioni, data la scomparsa avvenuta nel 2012), lo riconosce come suo migliore in ogni campo.

Tutti i racconti sono interessanti, originali, freschi e scritti veramente benissimo. Pochi hanno un'evoluzione scontata: il colpo di scena è sempre dietro l'angolo.

Personalmente ho trovato superiori:

  • Tutta la città dorme (e vorrei dire, naturalmente!). L'ho riletto almeno per la quarta volta e mi lascia sempre strabiliata per com'è descritta la fuga di questa ragazza nel cuore della notte. Il suo finale-non finale lascia immaginare il lettore e quando ho scoperto che ne esisteva un seguito, ho dovuto precipitarmi su questa raccolta. Forse per via delle mie aspettative, non proprio modeste, ho però trovato A mezzanotte nel mese di giugno non del tutto soddisfacente.
  • Il piccolo assassino è un capolavoro da brividi, con ogni colpo di scena più inquietante del precedente.
  • La donna che urla è quasi un racconto per ragazzi e somiglia a La donna nel baule. Mi sono entrambi piaciuti molto col loro approccio morbido sono ideali come apertura della raccolta.
  • “Non sono scemo, io!“ è proprio poliziesco nel senso puro e anche se avevo subodorato il colpo di scena, non di meno mi è piaciuto tantissimo.
  • Dove tutto finisce è anch'esso impostato come detective stories, che me lo ha fatto apprezzare, e ha un'atmosfera molto cupa.
  • Così morì Riabouchinska è più psicologico, sebbene ci sia un detective che indaga su un omicidio misterioso.
  • La città dove nessuno scendeva è un racconto piccolo, ma geniale.
  • Marionette S.p.A. è il mio preferito della serie dei robot intelligenti e mi piacciono molto i colpi di scena che presenta.
Gli altri racconti non sono meno belli, tranne forse i due in stile gangster, scritti comunque superbamente, avvincenti e scorrevoli.

Giudizio: credo che raramente una raccolta possa avere una tale costanza nel livello di scrittura
⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 4 settembre 2023

L'invincibile estate di Liliana Rivera Garza: il ricordo della sorella

Appena sei mesi dopo aver letto lo straziante Laetitia, ovvero la fine degli uomini, nel gruppo di lettura crime Mari Criminali, col quale sto affrontando questo filone letterario, mi sono (e ci siamo) imbattuta in un libro molto simile, una nuova uscita editoriale del 2023: L'invincibile estate di Liliana.


A Città del Messico, il 16 luglio 1990, Liliana Rivera Garza fu assassinata da un suo ex fidanzato, un uomo possessivo e geloso, che mal tollerava la vita condotta dalla sua ex ragazza nel mondo universitario della metropoli.

Un femminicidio.

Oltre trent'anni dopo, la sorella Cristina smuove i ricordi e gli eventi: chiede che l'inchiesta sia riaperta, rompe l'argine del dolore che ammutolisce lei e i suoi genitori e ricostruisce con infinito amore chi era Liliana, cosa le piaceva, cosa l'animava, come amava vestirsi, quali passioni condivideva e con chi.

Come in Laetitia l'obiettivo è ridare corpo e tridimensionalità alla vittima, farla rivivere attraverso le testimonianze dei suoi amici e parenti e tramite le lettere e i biglietti che scriveva in continuazione.

Le somiglianze tra i due libri sono di intenti, le differenze stanno sostanzialmente in due punti:

  • la voce narrante non è di uno sconosciuto che si approccia dall'esterno al mondo della donna uccisa, bensì quello di una delle persone a questa più stretta, la sorella;
  • l'ordine del racconto è profondamente diverso.
Ivan Jablonka è metodico e piuttosto ordinato: su due binari paralleli corrono due distinte ricostruzioni, da un lato il caso di cronaca, dall'altro la vita di Laetitia.
Cristina Rivera Garza è più caotica: il racconto va dove la conduce il cuore, ma da metà romanzo in poi comincia a seguire un ordine cronologico anche lei, almeno per gli ultimi mesi della vita di Liliana: le uscite con gli amici, le frequentazioni, gli studi di architettura, in cui riversava tanta passione, l'ombra del suo passato che incombeva su di lei senza lasciarle totale libertà di movimento.

Il Messico e il suo machismo. Anche un episodio di Criminal Minds (1x19) si incentra su questo aspetto culturale della nazione: ogni vero uomo deve dimostrarsi tale nel senso più retrogrado del termine e ogni donna deve sottometterglisi.
Malgrado le vedute abbastanza aperte dei genitori, che fanno studiare le figlie all'università negli anni Ottanta, Liliana cresce in un paese abbastanza piccolo e si lega a un ragazzo al liceo. Con alti e bassi prosegue con lui una relazione che non si interrompe del tutto neanche quando la ragazza si trasferisce a Città del Messico per studiare architettura. Il legame, però, si sfibra. Liliana conosce un mondo fatto di libertà e indipendenza, conosce amiche e amici nuovi, ragazzi giovani che, a loro volta, studiano, appartengono al suo mondo, mentre Angel è rimasto al paese a lavorare. Pur con difficoltà, Liliana si smarca da questo rapporto che le tarpa le ali e questo segna la sua fine.
La mentalità da padrone del giovane uomo non accetta che Liliana abbia una vita dopo di lui. Paragonandosi a un dio, come ogni assassino nei femminicidi, decide di togliergliela.

Lo stile è scorrevole, ma al contempo nostalgico e trapela tutta la sofferenza e il rammarico di questa sorella che ha perso l'essere amato: un'assenza con cui ha convissuto tutta la vita.

Mi sono piaciuti molto alcuni passi in cui Cristina, citando anche No visible bruises della giornalista americana Rachel Louise Snyder, spiega i meccanismi con cui si instaura la violenza e il circolo vizioso che rende difficile per la vittima svicolarsi dal giogo che la immobilizza. 
Solo per fare un esempio: per quale ragione una donna che sa di essere picchiata o minacciata non si allontana, non fugge, non grida aiuto? Questa è un'accusa che viene spesso rivolta alle vittime dei femminicidi e delle violenze. Anche Liliana si era tenuta Angel non del tutto distante, malgrado volesse lasciarlo o addirittura lo avesse fatto. Snyder paragona l'uomo abusante a una fiera pericolosa e imprevedibile.
"Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l'orso. Restano perché con il tempo sono riuscite a sviluppare alcune strategie capaci di calmare, a volte con successo, il partner furioso: pregano, supplicano, promettono, adulano, dimostrano pubblicamente il proprio affetto per l'aggressore e gli si dimostrano alleate perfino contro le persone - come la polizia o gli avvocati o gli amici o la famiglia - che potrebbero salvare loro la vita. Le donne maltrattate restano perché vedono l'orso che si avvicina. E vogliono vivere."
Un'altra riflessione importante - questo libro ne contiene molte e andrebbe davvero letto e questa analisi-recensione non riuscirà a esaurire gli spunti che fornisce, ma d'altronde l'intento è di incuriosire affinché altri, dopo di me, possano decidere di intraprendere questo "studio" - è quella del senso di colpa dei familiari. La colpa di quanto successo a Liliana finisce, in un paese maschilista come il Messico (e, aggiungerei, come l'Italia), per ricadere sui genitori della ragazza e, più o meno indirettamente, anche sulla stessa vittima.
"Più soli che mai in una città feroce che ci è piombata addosso con le potenti fauci del machismo: se non l'aveste lasciata andare a Città del Messico, se fosse rimasta a casa, se non le aveste dato tanta libertà, se le aveste insegnato a distinguere tra un brav'uomo e uno pessimo."
Ci sono molti altri temi affrontati in questo volume: il senso di colpa di chi resta nel continuare a vivere o, peggio, a godersi la vita; le difficoltà di ottenere giustizia, di far riaprire un caso, di tenere aperte delle indagini in un paese in cui il femminicidio è riconosciuto solo nel 2012 e, dunque, negli anni Novanta non esistevano neppure i termini per definire quanto accaduto; i segnali che possono esserci stati, oppure no, negli ultimi mesi - e non solo - della vita di Liliana; e molto altro.

Un libro interessante e potente, un grande messaggio d'amore e un atto di denuncia:
"Lo buttiamo giù il patriarcato."

domenica 6 agosto 2023

La trilogia degli Evangelisti di Fred Vargas: rimpiangiamo il commissario Adamsberg?

 Ahiaiai, cara Fred Vargas, cosa mi hai combinato!

Da grandissima fan della serie del commissario Adamsberg, sul quale ho letto tutto quello che Einaudi ha pubblicato in Italia, mi sono decisa a recuperare la trilogia dedicata ai cosiddetti Tre evangelisti.

I personaggi di San Marco (Marc Vandoosler), San Matteo (Mathias Delamarre), San Luca (Lucien Davernois) e dello stravagante zio di Marc, Armand Vandoosler, sono introdotti nel primo romanzo, Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Peccato che poi abbiano corso il rischio di scomparire completamente! Ma andiamo con ordine.


Tutti e tre i romanzi hanno un elemento di avvio assolutamente intrigante e uno svolgimento, però, un po' tentennante. Il guaio è che Fred Vargas sembra essersi dimenticata per la strada cosa aveva progettato inizialmente per i personaggi ed è la critica principale che pongo alla trilogia.

❶ Chi è morto alzi la mano è sicuramente il migliore dei tre e quello in cui ciascun personaggio dell'originaria quaterna ha una dignità maggiore: sono meglio descritti e ognuno di loro concorre a risolvere l'omicidio. Anche l'avvio è il più convincente: l'ex cantante di opera Sophia trova all'improvviso una mattina nel suo giardino un albero. Si tratta di un albero adulto, che non ha piantato né lei, né il marito, né il giardiniere.

Il caso vuole che nella casa vicina vengano ad abitare i tre evangelisti, più zio Vandoosler, che è il responsabile del soprannome di quelli che in realtà sono tre storici. Marc studia il medioevo, Mathias la preistoria e Lucien è un esperto della Grande Guerra. Armand Vandoosler, invece, è un ex poliziotto, congedato per via dei suoi metodi poco ortodossi: sarà lui a "condurre" le indagini di questo primo romanzo.

Non è un giallo eccellente: il colpevole si riesce a individuare piuttosto facilmente, ma è ugualmente piuttosto piacevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Un po' più il là sulla destra: in questo libro arrivano i problemi. Non tanto per la trama, anche se dopo l'avvio dell'intrigo, le indagini non sono molto accattivanti (ma sul colpevole mi sono imbrogliata stavolta), ma soprattutto per gli Evangelisti. A parte il protagonista del trio, Marc, (e una piccola particina di Mathias sul finale, che è probabilmente l'evangelista più ammaliante con la sua saggezza, il suo silenzio e le sue abitudini anticonvenzionali), gli altri spariscono. Non trovano più spazio, salvo spiegare a Marc come si fa la valigia, il nevrotico Lucien e soprattutto, tranne una telefonata di un minuto, zio Vandoosler che, malgrado fosse stato il mattatore del libro precedente, non lo ritroverà più. A sostituirlo nel ruolo e nello spazio è un nuovo personaggio, Louis Kehlweiler, padre tedesco, madre francese, ex pezzo grosso del Ministero dell'Interno. Gli agganci che dunque aveva Armand Vandoosler sono sostituiti e allargati. Il nuovo protagonista, però, oltre a non essere superiore in simpatia al quartetto, diventa l'unico punto di vista narrativo.

È Kehlweiler che, supervisionando tutte le panchine della città, scopre presso una di esse, nascosto tra gli escrementi di un cane, l'osso di un alluce umano. Kehlweiler suppone che ci sia un cadavere a cui manca un alluce. Dove sarà mai questo cadavere? Nel paese della sua ex compagna...ma questa è un'altra storia...

Giudizio: sebbene non del tutto spiacevole, ho passato il tempo a contare quante pagine mancavano alla ricomparsa di almeno uno degli evangelisti ⭐⭐

Io sono il tenebroso rivede, invece, il ritorno -in parte- degli evangelisti. Una cara amica di Kehlweiler, Marthe, già introdotta nel romanzo centrale, si ritrova alla porta il ragazzino che aveva sottratto alla solitudine della sua misera infanzia. Ormai è adulto e sembra essere diventato il serial killer che tutta Parigi sta cercando, ma si dichiara innocente.

In questa indagine i tre evangelisti tornano ad avere ciascuno una parte nella storia, sebbene inferiore a quella di cui godevano nel primo romanzo. Armand Vandoosler, poverino, resta invece relegato al ruolo di baby-sitter. Kehlweiler mantiene la parte del leone nelle indagini, nelle quali anche stavolta il colpevole si può identificare, poiché Vargas compie lo stesso procedimento in tutti e tre i libri.

Giudizio: Un po' meglio del secondo ⭐⭐⭐

Prova di thriller per Valerio Massimo Manfredi: Palladion

 È uno strano mix quello che mette in atto Valerio Massimo Manfredi in Palladion.


Inizia come romanzo storico, raccontando gli eventi del 179 a.c., quando un grande pericolo stava minacciando Roma. Prosegue poi nel 1071 all'interno di un monastero bizantino nel Lazio, all'interno del quale un copista scopre un segreto che riguardava quell'antica vicenda romana.

Tracciate queste basi, Manfredi ambienta la storia a degli imprecisati (per poter inventare dei capi di governo a suo gusto) "giorni nostri". L'autore introduce dunque una grande quantità di personaggi, alcuni dei quali non rivedremo mai, alcuni che invece ricompariranno per piccole o medie parti, e imposta l'intera vicenda come un thriller.

Il fulcro è questo: alcune statue raffiguranti Atena vengono rinvenute a Lavinium e nello stesso periodo vengono anche ritrovati un monumento funebre e delle statue di due guerrieri. Tutte queste scoperte sono collegate tra loro e alla storia raccontata all'inizio del romanzo. Tra i simulacri di Atena, uno non è forse il leggendario Palladio in grado di proteggere qualunque città che lo possieda?

All'inizio della mia lettura ho storto un po' il naso: lo stile narrativo non mi piaceva, sebbene Manfredi disponga di un lessico molto ampio e descriva con grande precisione e accuratezza luoghi e personaggi, vergando anche alcune frasi di poetica bellezza.

Proseguendo, però, l'intreccio mi ha abbastanza presa ed è congegnato veramente molto bene. Tutto alla fine si incastra e bene, anche se il movente dei "cattivi" è un po' fantasioso e tratteggiato un po' rapidamente. A essere del tutto onesta qualche domanda rimane in sospeso e non sono riuscita a togliermi tutti i dubbi.

Quel che mi ha stonato di più, in ogni caso, sono state le scoperte archeologiche: tutti e tre i ritrovamenti collegati alla stessa vicenda sono avvenuti a brevissima (o addirittura nulla) distanza tra loro, il che è a dir poco incredibile. Manfredi avrebbe potuto semplicemente effettuare dei salti temporali maggiori di quelli già comunque presenti, rendendo il tutto più credibile.

Concludendo, ho apprezzato la storia thriller e alcuni personaggi, malgrado alcune cosette tirate per i capelli e lasciate anche senza spiegazione. Per me lascia un po' a desiderare anche lo stile, soggetto ad alti e bassi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

venerdì 4 agosto 2023

Helter Skelter di Vincent Bugliosi: nell'abisso del male

"Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro."

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Questo è successo quando ho compiuto una full-immersion nel caso giudiziario de casi Tate e LaBianca, raccontati nientepopodimeno che dal Pubblico Ministero del processo a Manson e alla sua Family, ovvero Vincent Bugliosi. Ho letto oltre metà del libro una domenica pomeriggio, per poi risognarmi tutto il processo tutta la notte.


La storia è celebre e macabra: la notte dell' 8 agosto 1969 alcuni membri della cosiddetta Famiglia entrarono nella villa di Cielo Drive a Los Angeles, dove si trovavano l'attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, da cui aspettava da otto mesi un figlio, insieme con alcuni suoi conoscenti, Jay Sebring, Abigail Folger e Wojciech Frykowski, e massacrarono i presenti a coltellate. Inoltre, prima di entrare nell'abitazione, si imbatterono nel giovane Steven Parent, che se ne stava andando, dopo essere passato dal custode per cercare di vendergli una radio, uccidendolo con quattro colpi di arma da fuoco. La notte successiva toccò ai coniugi Leno e Rosmary LaBianca a essere trucidati nella loro casa a Waverly Drive.

La prima notte Charles Manson inviò i suoi sicari, mentre il 9 agosto si recò personalmente sul luogo del delitto, partecipandovi, legando i coniugi nella loro casa. I due delitti, nella mente dell'uomo, dovevano dare avvio all'Helter Skelter, secondo lui addirittura profetizzato dalle canzoni dei Beatles, ovvero una rivolta delle persone nere contro quelle bianche in una guerra che avrebbe nociuto a tutti, tranne che a lui e ai suoi seguaci, che lui avrebbe scortato nel deserto mentre si consumava la guerra da lui scatenata; al termine della guerra le persone nere, che Manson, del tutto razzista, riteneva inferiori, non sarebbero state in grado di "governare il mondo" e dunque si sarebbero rivolte a lui e ai suoi seguaci, ormai divenuti una moltitudine, per prendere il comando. In buona sostanza: il delirio di un pazzo, basato su idee estrapolate anche da Sc1ent0l0gy e dall'Apocalisse. Il difficile, per l'accusa, fu dimostrarlo. 

Nelle prime due parti del libro il narratore è anonimo e ricostruisce tutte le vicende legate ai due fatti di cronaca. Dalla terza parte all'ottava parte, invece, Bugliosi si palesa e racconta in prima persona l'andamento delle sue indagine e poi del processo, compresa l'analisi degli errori principali dei detective nelle fasi di avvio delle indagini e di tutte le difficoltà incontrate a cercare di provare le sue due tesi accusatorie:

  1. Charles Manson era il mandante degli omicidi (in realtà neanche solo di questi) per il suo strampalato movente;
  2. i sicari erano assoggettati al dominio di Manson, che li manipolava, ma erano, a loro volta, sadici e disposti a uccidere al comando del loro leader perché naturalmente predisposti all'omicidio.
Gli esecutori, raccontando a testimoni, gran giurì e giurati i loro crimini, riuscirono ad agghiacciare gli auditori per il loro sadismo e l'assenza di rimorso: davvero mostruosi! Manson fu proprio molto bravo in questo: riconoscere e scegliere i soggetti che "gli servivano". Fu a suo modo un profiler, capiva le persone che gli stavano davanti e quali leve usare, tranne, per fortuna, in un caso.
Il principale testimone dell'accusa fu infatti Linda Kasabian, una degli ex membri della Famiglia, a questa unitasi da pochi mesi quando si recò a Cielo Drive quel fatidico 8 agosto senza partecipare agli omicidi, poiché rifiutava di attuare gli ordini di Manson.

Il potere che Manson ha sviluppato sul gruppo di persone che lo avevano seguito, fondando la comunità di Spahn Ranch, è descritto molto bene nel testo. Mi ha turbata, ma fino a un certo punto. Ci sono stati tanti casi in cui intere comunità (come quelle dei suicidi di massa) o nazioni (penso alle dittature) hanno seguito un pazzo svitato, perché sono state "corrotte" a poco a poco, capendo dove era arrivato il marcio solo quando ormai il potere di quella persona era eccessivamente radicato. Di fatto è anche il circolo vizioso che si instaura nelle violenze domestiche.

La cosa che mi ha fatto rimanere più male però, in questa vicenda, è stata la difficoltà delle forze dell'ordine a orientarsi nei casi, a collegarli, ignorando le piste perché non erano concordi alla loro idea precostituita: insomma, l'incredibile serie di errori che hanno commesso nelle indagini, segno evidente che semplici agenti, ma anche ispettori non erano formati in criminologia e nelle tecniche di interrogatorio (e forse nemmeno in molti aspetti basici).

Anche per questo ho trovato il lavoro di Bugliosi veramente incredibile, accurato e scrupoloso. Anche se forse si gloria un pochino da solo nel racconto, aver provato sia il mandato di Manson (col suo movente pazzoide, così contaminato da tante idee diverse che sembra fintissimo), sia la volontà degli esecutori di uccidere a prescindere da lui sembra miracoloso. Forse non ci sarebbe mai riuscito se così tanti membri della Famiglia non avessero spiattellato "la qualunque", non avessero commesso così tanti errori e non avessero avuto atteggiamenti così tanto sospetti. Di fatto sono riusciti a commettere più errori di quelli di cui i detective non si erano accorti: tolti quelli, ne restavano ancora abbastanza!

Questo saggio è un viaggio nell'abisso. Ho proceduto con grande lentezza nella prima parte, perché era troppo orribile da leggere e ho dovuto porre più di un filtro nella lettura per tutelare il mio benessere. Al contempo è una disamina del Male e della natura della mente umana, assolutamente indispensabile per leggere e capire il nostro mondo (di ieri e di oggi).
A livello di scrittura è scorrevole, soprattutto per l'interesse generato dai fatti, anche se qualche volta ci sono alcuni dati che si ripetono (forse dovuto alla collaborazione di Bugliosi con lo scrittore Curt Gentry oppure per rafforzare nella memoria del lettore alcuni punti, utili a navigare in un mare di nomi e informazioni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 12 luglio 2023

Secondo capitolo della saga Uno di noi...è il prossimo!

Si torna sul luogo del delitto! Nella cittadina in cui oltre un anno prima è morto Simon Kellher i protagonisti del precedente thriller si sono diplomati, ma ogni tanto riappaiono nella trama, poiché legati ai nuovi personaggi di questo romanzo, ancora young adult e ancora legato a una applicazione che spopola nel liceo. Qualcuno che cova vecchi rancori rimette in piedi il progetto di Simon: svelare scomode verità, a meno che nel gioco non si preferisca rischiare un obbligo. Ci scappa il morto anche stavolta? Eh, certo! Sennò Karen McManus cosa si è scomodata a fare?


I nuovi protagonisti sono tre ragazzi, di cui conosciamo già almeno Maeve, in quanto sorella di Bronwyn. Gli altri sono Knox e Phoebe, che conoscono la prima per ragioni diverse. Frequentano il penultimo anno di liceo, cercano di capire il loro posto nel mondo, si scontrano coi genitori o i familiari e con i loro problemi, come tutti i ragazzi di quell'età, finché si trovano invischiati di nuovo nel torbido gioco di uno sconosciuto, su cui naturalmente si butteranno ad indagare.

La prima quarantina di pagine di questo secondo thriller è stata abbastanza noiosa. Era importante introdurre i nuovi personaggi e le loro relazioni, anche con i vecchi personaggi (il fan service abbonda, va detto), ma l'autrice l'ha tirata per le lunghe, il che si è fatto sentire. In generale anche la trama non è brillante come quella del primo capitolo. Questo si giovava di due fattori vincenti: il delitto a porte chiuse e il fatto che non sapessimo quanto nascondevano i quattro presenti. Ognuno di loro poteva aver ucciso Simon. 
Questo episodio presenta un minor numero di segreti nascosti e si configura maggiormente come romance e come giallo, piuttosto che come thriller. Il livello di tensione non raggiunge mai picchi e, quindi, si è anche meno trascinati nella lettura. Il finale devo dire che mi ha anche abbastanza sconvolto per il livello di durezza.
Molta attenzione è stata dedicata alla ricerca di cosa i ragazzi desiderano fare nella vita, al fatto che spesso a quell'età (quando devono scegliere il proprio futuro) sono confusi, intimoriti anche, vorrebbero prendere delle strade che i genitori non hanno mai nemmeno valutati; si sentono estranei al modo di pensare di questi adulti, che si sforzano di incasellarli in idee precise, ma troppo limitate per loro. Questa riflessione tra le righe mi è piaciuta, anche se non serviva all'andamento della storia mistery.

In ogni caso, superato lo scoglio iniziale, è stata una lettura piacevole, sicuramente leggera e adattissima all'estate, magari sotto l'ombrellone.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 3 luglio 2023

Abeditore e Coppola editore: esperienze di letture crime indipendenti

 Da circa tre anni il mio pellegrinaggio annuale a Cesenatico mi conduce presso la libreria indipendente 27, che presenta un catalogo ricco e originale, oltre a essere bellissima e ad avere un'elegantissima mascotte baffuta color tartaruga.

L'anno scorso ci ho comprato due interessanti volumetti, entrambi incentrati su casi di cronaca vecchi di secoli, che mi sono letta durante la maratona estiva 7 libri in 7 giorni hello summer.

Si tratta di un compendio di tutte le informazioni principali del caso di Jack lo Squartatore di Coppola Editore e della cronaca del caso della Marchesa di Brinvilliers, uno dei "Crimes celebres" di Dumas padre, di Abeditore.

Approfitto dei due libricini per dire qualcosa sulle due case editrici in questione, caratterizzate entrambe da una veste grafica di un certo livello.

L'avvelenatrice è invece il resoconto di cronaca e giudiziario che Dumas pubblicò nel 1841. Questo curatissimo libriccino di appena 110 pagine, appartiene alla collezione Piccoli Mondi di Abeditore, che si caratterizza in tutte le sue collane per l'attenzione ai dettagli e alla cura maniacale dell'estetica del libro. Piccoli Mondi è composta interamente di micro-volumi, sempre con le pagine interne color avorio Fabriano e una spessa copertina Tintoretto della Fedrigoni, come tutti i libri della casa editrice, illustrata (nella terza è presente il ritratto di Alexandre Dumas, sulla quarta la raffigurazione di una pagina di giornale che annuncia la scoperta dei delitti e che riporta anche l'immagine della Marchesa di Brinvillier). Della stessa collana ho già puntato un altro paio di titoli (L'altra metà delle fiabe e La storia segreta di una contessa irlandese) e avevo già letto Il testamento di Magdalen Blair.

Venendo alla storia, questa mi era già nota, poiché l'avevo ascoltata nel podcast Nero come l'anima, raccontata da Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Si tratta della ricostruzione mediante documenti dell'epoca dei delitti perpetrati da Marie Magdalen d'Aubray, sposata Brinvillier. La donna aveva per amante Santa Croce, che divenne abile a fabbricare veleni, che vendeva a chiunque volesse sbarazzarsi di persone scomode, compresa la d'Aubray. Poiché conosciamo i suoi delitti, naturalmente fu scoperta. Dumas ripercorre la scoperta dei misfatti, l'arresto della donna, i suoi interrogatori e la sua tortura, il processo e infine la sua morte. È un resoconto interessante e scritto in modo piuttosto avvincente, soprattutto nella prima parte, salvo poi arrugginirsi un po' nei dettagli conclusivi, decisamente sovrabbondanti. Colpisce comunque molto la figura della Marchesa, che si contraddistingue per una forza d'animo incredibile, soprattutto per l'epoca, e per l'efferatezza senza scrupoli che la portò a eliminare, con una gran faccia di bronzo, il padre e i fratelli e una serie di vittime incidentali, necessarie al raggiungimento dei suoi scopi.

Per quel che riguarda Gli omicidi di Jack lo Squartatore, si tratta di una ricostruzione della collana Le biglie di Coppola Editore, la casa editrice indipendente che si autodefinisce "terrona", in quanto fondata a Trapani nel 1984, ma con sede a Napoli dalla morte del fondatore, Salvatore Coppola. Contraddistingue le sue uscite editoriali per l'utilizzo di carta riciclata, inchiostri non inquinanti e una certa attenzione agli autori della propria zona e a certe tematiche antimafia: la storica collana I pizzini della legalità era costituita infatti da block notes che raccontavano crimini di mafia. Dal 2021 pubblica anche classici, ma restando originale nei formati, sia curatissimi dal punto di vista estetico, sia insoliti, come i piccolissimi I fiammiferi. La collana Le biglie ha le copertine in grande formato e illustrate come un quadro; hanno colori vividi e design moderni quelle di Biplane, mentre quelle de I bouquet hanno pattern ripetuti floreali o geometrici.
Il volume che ho acquistato si compone di quattro parti, oltre alla prefazione della redattrice Stefania Aniceto e a un capitoletto conclusivo.
Ciascuna sezione è dedicata a esaminare tutte le vittime, le prove documentali sulle caratteristiche degli omicidi e delle presunte comunicazioni con la polizia, i detective che si occuparono del caso e, infine, la lista dei sospetti.
Il libro non pretende di fornire risposte, che, di fatto, non ci sono mai state, anche se Patricia Cornwell, la scrittrice, dedicò molto tempo a studiare il caso e dette la sua versione dei fatti in Ritratto di un assassino e i profiler John Douglas e Roy Hazelwood stilarono un rapporto sul profilo psicologico del serial killer alla fine degli anni Ottanta.

In conclusione si è trattato di due titoli interessanti, di studio, in una veste grafica molto bella. Intendo approfondire prossimamente la conoscenza di questo lato dell'editoria, magari scoprendo altre collane oltre a queste già attenzionate.

martedì 20 giugno 2023

Erri De Luca racconta la storia di Mosè

 Fu un acquisto molto impulsivo, dettato solo dal fatto che E disse era l'ultimo libro di Erri De Luca uscito in libreria e catalizzò la mia attenzione.


In effetti l'argomento non è proprio di mio interesse, però la scelta è stata comunque ripagata e la lettura è stata piacevole. Ho colto l'occasione della Sfida dei sette libri in sette giorni di questa primavera per incastrarne il recupero, rimandato dal 2011.

Non riprendevo in mano un De Luca da tempo. Appena ho scorso gli occhi sulle prime frasi mi è sembrato di tornare a respirare un'aria familiare. Ho sempre amato le sue parole, il modo in cui scrive, come suonano dolci le sue frasi. Alcune citazioni le ripeto ogni tanto nella mente. La prosa di De Luca è unica, riconoscibile fra milioni di altri autori. Si fa poesia, sceglie un lessico preciso, soave.

E disse è una biografia a suo modo, un fatto di cronaca e al tempo stesso una leggenda. È la storia di Mosè dal momento in cui sale sul Sinai con alcuni flashback e flashforward a completare la visione d'insieme. Di fatto la narrazione si incentra sull'episodio dell'annuncio dei Dieci Comandamenti.

Mosè, descritto come il primo scalatore della storia, scende dal Sinai ed è rinvenuto mezzo morto dai compagni. Suo fratello si prende cura di lui, ma ha perduto la memoria di chi è e di quanto è stato. È dunque attraverso le parole del fratello che ripercorriamo in poche scene il passato dell'uomo. Attraverso le visioni di Mosè si scorge appena la sua morte a quarant'anni di distanza. 

Mosè è affetto da amnesia perché l'esperienza che ha vissuto, l'incontro con la divinità, è troppo più grande del suo essere uomo. Solo la memoria dell'inizio della conversazione col suo dio gli permetterà di trasmettere il messaggio e di uscire dalla trance a cui era stato confinato dal trauma di quanto vissuto. Sarà Mosè a declamare i Comandamenti, ma qualcosa di molto più potente a scolpirli nella roccia del monte Sinai e a comunicarli attraverso lo spirito al popolo di Israele che ha seguito Mosè fuori dall'Egitto.

De Luca ha studiato l'ebraico antico e ha tradotto alcuni libri della Bibbia, pertanto è perfetto conoscitore della materia. Mi è piaciuto moltissimo scoprire una traduzione dei Comandamenti diversa e ragionata rispetto a quella che abitualmente si sente ripetere e che mi fu insegnata da bambina. De Luca spiega i Comandamenti come un linguista ed è davvero interessante. Era stato stimolante anche sentire la versione di Benigni sulla Rai e qua torna, per esempio, la stessa spiegazione del Sesto Comandamento, profondamente diverso dal testo più conosciuto.

Ho apprezzato, inoltre, la lettura misantropa di alcuni passaggi, storicamente volti in modo opposto, raccontati con la delicatezza e la passione che già altre volte avevo conosciuto nell'autore.

Tutto sommato è stata una lettura piacevole per lo stile e particolarmente interessante, oltre che istruttiva. Il testo, inoltre, è tanto breve che dargli un'occasione è quasi mandatorio.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 15 giugno 2023

Il secondo libro della "Saga del Caffè" di Toshikazu Kawaguchi: io mi fermo qua

 Come già raccontato in precedenza, ormai i primi due volumi li avevo già a casa e, con pochissima voglia, mi sono approcciata al secondo romanzo di questa saga così acclamata dal resto del mondo, Basta un caffè per essere felici. L'avevo già messo nella sfida dello Scaffale Strabordante e mi sono tolta il dente inserendolo anche in quella primaverile dei Sette libri in sette giorni.


Toshikazu Kawaguchi riparte la narrazione sei anni dopo i fatti raccontati nel primo libro. I personaggi principali sono gli stessi con una variante (per chi non ha letto il primo, ❗attenzione spoiler❗, ma non è mia la colpa): Nagare, il padrone della caffetteria in cui si può tornare indietro nel tempo; sua cugina Kazu, che lavora nel locale come cameriera ed è addetta alla cerimonia del versare il caffè dall'apposita caffettiera d'argento per permettere ai viaggiatori di tornare nel passato o recarsi nel futuro; la figlia di Nagare, Miki, che ha circa sei anni all'inizio di questo romanzo e che è orfana di madre perché la moglie di Nagare, Kei, muore di parto. C'è anche un breve affaccio sulla storia di Fumiko, una delle donne di cui era stata raccontata la storia e che aveva sentito il bisogno di affrontare "il rituale" sei anni prima. 

Per rinfrescare le idee, i romanzi trattano di storie infelici di persone che scoprono l'esistenza di questa particolare caffetteria di Tokyo in cui sedendosi a un particolare tavolino, su una particolare poltrona occupata da un fantasma, che si alza per andare in bagno una sola volta al giorno, e facendosi versare il caffè da questa particolare caffettiera, si può viaggiare nel tempo verso un giorno e un orario preciso. La meta è sempre lo stesso tavolo dello stesso locale, ma quel che sperano le persone che desiderano spostarsi nel passato o nel futuro è avere un colloquio con una persona importante della loro vita che era nel caffè al giorno e all'ora X. Per i fruitori di questa particolare cerimonia parlare con questa specifica persona non può cambiare il presente -o il futuro- (anche perché la maggior parte delle volte, troppo presi dall'emozione, stanno di morto parecchio zitti), ma di solito confidarle un non detto o compiere un'azione che non avevano mai avuto il coraggio o il tempo di fare, cambia la percezione del loro rimpianto o del loro rimorso (perché di questo si tratta, altrimenti nessuno sentirebbe il bisogno di dare una svolta al punto di mettersi a viaggiare nel tempo).

Rispetto al primo romanzo, però, ci sono alcuni piccoli cambiamenti.

Prima di tutto c'è una nuova regola, mai specificata nel primo episodio e funzionale alla trama e ai "colpi di scena" di questo secondo capitolo: solo le donne della famiglia Tokita possono servire il caffè nella cerimonia che concede di viaggiare nel tempo a partire dall'età di sette anni. Fino a questo momento avevo creduto che lo facesse Kazu perché era più brava o aveva semplicemente più "sbatta" di starci dietro, ma stavolta c'è questa specifica. Comparirà nell'ultimo capitolo un'ulteriore regola al riguardo che sarà approfondita e motivata (e serve a dare la svolta alla storia di un personaggio).

Infatti la seconda novità è che viene inquadrato leggermente di più il contesto familiare dei gestori della caffetteria: grazie ai viaggi nel passato vediamo Nagare o Kazu venti o trent'anni prima (molto di più di quanto era avvenuto nei casi affrontati nel precedente libro) e quindi scopriamo quando hanno cominciato a lavorare in quel bar e qualcosa in più sulla parentela e sula storia di Kazu.

Infine ho colto una differenza anche nel tipo di storie e di personaggi proposti. Si tratta anche stavolta di quattro storie che riguardano due amici, Gotaro e Shuichi; una madre, la professoressa di arte di Kazu, e suo figlio, Kinuyo e Yukio; due colleghi di Fumiko che erano stati fidanzati, Katsuki e Asami; e infine un'ispettore di polizia, Kiyoshi, e sua moglie Kimiko. Mi sono sembrate storie tristi certamente, ma meno devastanti e irrealistiche rispetto a quelle illustrate nello scorso romanzo. Anche le motivazioni dei loro gesti mi sono sembrate più approfondite e i personaggi in sé un filo più sfaccettati e meglio descritti. Questo miglioramento l'ho apprezzato. Una delle principali critiche che avevo mosso a Finché il caffè è caldo era stata proprio di avere personaggi affettati con l'accetta, che si identificavano solo col proprio ruolo da svolgere, ma senza un minimo di background. Per fortuna sono scomparse anche le descrizioni senza senso di abiti improbabili delle signore che popolavano il libro precedente e che avevo ferocemente contestato.

Per il resto lo stile rimane poco affine al mio gusto: è molto lento, i dialoghi stentano perché ogni battuta è intervallata dalla descrizione di cosa pensa o prova il personaggio, non c'è fluidità nei parlati e questi riempitivi mi danno l'idea di essere messi per allungare il brodo, perché i quattro capitoli potrebbero essere svolti in molto meno delle 172 pagine che occupano. Allo stesso modo la ripetizione perpetua delle regole dei viaggi nel tempo è davvero eccessiva, snervante, costringendomi a saltare a piè pari paragrafi interi, perché non avrei resistito a leggerla un'altra volta. Arrivo a comprendere la necessità di riepilogarle una volta all'inizio del romanzo perché il lettore le ha scordate (chissà quanto tempo è passato da quando ha letto il precedente volume), ma l'elenco completo con tanto di domande del personaggio a cui tocca stavolta sorbirsele è ripetuto più di quattro volte. Ebbene sì, non solo questo bignami di giurisprudenza del viaggio nel tempo è declamato a tutti e quattro i pazzi (questa volta sono tutti uomini, l'altra volta erano tutte donne -era un'altra critica che avevo fatto perché accusavo Kawaguchi di considerare solo le donne così fragili da necessitare questa terapia d'urto-) che tornano indietro o vanno avanti attraverso varchi spazio-temporali fatti di vapore di caffè, nossignori, sprazzi di regole sono anche ripassate mentalmente da quegli sfortunati che le conoscevano già da prima. Quindi il lettore rischia di sentirsele ricordare prima dal personaggio, poi da Kazu, poi di nuovo dal personaggio e ancora da Kazu e così via in un ciclo eterno.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: migliorano le storie, retroscena più accurati dei personaggi

Cosa non mi è piaciuto: ripetitivo, lento e prolisso

Giudizio: un briciolo sopra il precedente ⭐⭐

lunedì 22 maggio 2023

Due belle storie noir: Carlotto e Hammett

 Forse è il mio genere, la mia zona di comfort o semplicemente mi sono imbattuta in due autori eccezionalmente bravi partecipando alla sfida dei Sette libri in sette giorni versione primaverile, ma ho avuto la fortuna di leggere due opere ben scritte e coinvolgenti. 

Questi due testi li avevo in casa ed erano entrambi abbastanza brevi da guadagnarsi un posto nell'elenco stilato per affrontare questa sfida abbastanza impegnativa (l'ultima volta è stata proprio dura e non l'ho completata).

Tra l'altro il primo titolo dovevo affrontarlo anche per la Sfida dello scaffale strabordante, poiché si trova sulla mia libreria dal 2019.

Fu l'ultima edizione del Cesenatico Noir prima dello scoppio della pandemia e io e mia sorella assistemmo nel piccolo teatro di Cesenatico a un paio di serate in cui furono ospiti Carlo Lucarelli, Chiara Moscardelli, Ilaria Tuti e Massimo Carlotto, che raccontavano le loro ultime uscite editoriali da cui erano tratte alcune letture. Alla fine della serata c'era anche un piccolo momento di firmacopie. Mia sorella ne approfitto per farsi fare una dedica su Fiori sopra l'inferno, mentre io mi feci autografare Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane. Il brano che ne era stato tratto quella sera mi parve scritto veramente bene e devo dire che, adesso che finalmente mi sono decisa a recuperarlo, il romanzo non ha deluso le mie aspettative.

Chiaramente l'acquisto al festival romagnolo fu dettato dall'impulso del momento e ho scoperto solo successivamente la storia giudiziaria dello scrittore e che il volume che avevo scelto era il settimo e all'epoca (ma anche tuttora) ultimo libro di una saga composta da ben sette libri, che hanno per protagonista l'Alligatore, Marco Buratti. Nel romanzo che ho letto adesso, al suo fianco sono presenti altri due fuorilegge: Max la Memoria, descritto come molto grasso ma intelligentissimo e Beniamino Rossini, definito ex gangster e che porta al polso una sfilza di bracciali, uno per ogni uomo che ha ucciso.

Arrivando a saga inoltrata da tempo, più di vent'anni, dal 1995, mi sono imbattuta in un mondo già costruito e con vicende già intrecciate a quelle del passato. I protagonisti si inquadrano bene caratterialmente, ma, tranne gli accenni lasciati nel testo, non ne conosco i retroscena e ho un po' faticato a capire esattamente cosa facevano. Dalle parole che il protagonista scambia con un altro personaggio, dovrebbero essere ex galeotti che si guadagnano da vivere come detective privati un po' scalcagnati e persino più loschi di Philip Marlowe, anche se con lui condividono alcuni princìpi e il gusto per l'alcol, le sigarette e le donne. Ho idea che Carlotto volesse che un po' somigliassero ai tipi portati sullo schermo da Bogart.

"Sono un investigatore privato senza licenza. Mi occupo di indagini non autorizzate e il denaro che guadagno raramente ha una provenienza lecita."

Per di più gli ultimi tre libri dei sette che compongono la saga dell'Alligatore contengono dei crossover con un'altra serie dello stesso scrittore, quella di Giorgio Pellegrini, che sembra essere un altro criminale, meno in vista di loro e che non si è mai fatto prendere fino (credo) al romanzo precedente a questo, quando sembra che il trio di protagonisti lo abbia incastrato.

La trama di Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane riparte da qui: Pellegrini è in fuga, ma vuole tornare a essere un cittadino pulito, così si fa coinvolgere in un'operazione sotto copertura guidata da una Vicequestore del Ministero dell'Interno; per vendicarsi del trio che lo ha ostacolato convince la poliziotta a incastrare anche loro e un'ispettore di polizia di Padova che li aveva aiutati (sempre nel precedente libro immagino). I tre si ritrovano dunque a destreggiarsi tra Polizia e malavitosi di associazioni oltre confine in una giostra di scambi di posizione, soppesando le forze e le mosse per riuscire a far collimare il salvarsi la pelle col mantenere i propri punti d'onore.

L'anima di questi uomini, infatti, risponde ai loro ideali romantici di lealtà, senso di protezione verso i più deboli, quasi come dei Robin Hood che fanno la guerra ai prepotenti, ai mafiosi, agli spacciatori, ai papponi, per tutelare i poveri, le donne, gli indifesi. Sono un misto tra i tre moschettieri e i Guardiani della galassia. L'espressione cuori fuorilegge riassume bene questo concetto e anche la risposta di un loro conoscente, uno come loro, un ladro, a cui chiedono una mano sapendo che rischiano di metterlo nei guai:

"Non sarebbe dignitoso da parte mia abbandonarvi in questo momento. Siamo sempre stati fedeli a un'idea di malavita che disprezza questa gente di merda."

E il romanzo è costellato da questi piccoli episodi in cui i personaggi si attengono al loro proprio codice d'onore. Sono criminali, ma con le loro regole e i loro ideali: i perfetti protagonisti di un noir.

Un noir che, oltre ad avere protagonisti con le carte in regola, è scritto benissimo. Mi è piaciuto molto lo stile sciolto e raffinato di Carlotto. In sole duecento pagine condensa molti avvenimenti, molti ribaltamenti di situazione, alternando pure la narrazione che riguarda il trio e quella relativa a Giorgio Pellegrini. Le scene sono brevi e si susseguono in rapida successione: non lascia tempo, è denso di azione, ha un ritmo incalzante e gli stacchi malvolentieri gli occhi di dosso, così corto e saturo da bere in un colpo solo. One shot.

Questo libro mi è piaciuto proprio tanto, ma a tutti i lettori che non hanno mai iniziato la saga mi sento di consigliare di iniziarla dal volume 1 perché, se gli altri romanzi sono scritti come questo, vale sicuramente la pena di leggerli tutti. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


Tornando a Humprey Bogart, anche se non ho mai letto Il falcone maltese o gli altri tre racconti in cui compare il detective Sam Spade, che l'attore statunitense interpretò ne Il mistero del falco di John Huston, mi è bastato il racconto minore che ho letto durante questa sfida per comprendere che Dashiell Hammett doveva essere uno scrittore eccezionale. 

Mi imbattei in questo volumetto a una bancarella dell'usato e, sapendo chi era l'autore, malgrado non avessi mai avuto assaggi delle sue abilità, e dato il prezzo irrisorio, me lo portai a casa, ma ho atteso un bel pezzo prima di prenderlo in mano, dicendomi sempre che era così breve che si poteva incastrare in qualunque momento. La sfida dei Sette libri in sette giorni era l'opportunità perfetta.

Donna al buio è un racconto di media lunghezza, tra le 60 e le 70 pagine, che in così poco spazio riesce a restituire non solo le vicende, abbastanza essenziali, ma anche l'ambientazione e a tratteggiare in modo piuttosto preciso i personaggi. 

L'inizio ci scaraventa subito nel bel mezzo dell'azione: una donna in abito da sera, Luise Fisher, sta camminando sola nel buio della notte, quando cade storcendosi la caviglia. Così bussa alla prima porta che trova e le apre un energumeno dal carattere apparentemente mite, Brazil, uscito da poco di galera dopo una condanna per omicidio colposo avvenuto durante una rissa. 

Luise sta scappando dall'uomo a cui apparteneva, Kane Robson, il pezzo grosso della zona, un uomo violento e che gira in compagnia di un pennellone che gli fa da scagnozzo, Conroy. I due uomini bussano a loro volta a casa di Brazil, affittuario di Robson, per riportarsi a casa Luise, ma l'ex galeotto colpisce con un cazzotto Conroy, che cade sbattendo la testa sul camino, e immobilizza Robson. I due uomini se ne vanno, ma dopo poco inizia a circolare la notizia che Conroy sta morendo col cranio fracassato e inizia la fuga di Brazil e Luise.

Sono rimasta sbalordita dall'abilità di Hammett di descrivere con pochi tratti i fatti e le reazioni dei personaggi in maniera quasi cinematografica. Mentre leggevo visualizzavo senza sforzo ambienti e personaggi, come se la storia mi si stesse materializzando davanti. Ero completamente avvinta dall'atmosfera. Anche in questo caso, distogliere gli occhi era fuori discussione. La vicenda prende moltissimo, si finisce a parteggiare per Luise e Brazil nello spazio di pochissime pagine e non riuscivo a capire, avvicinandomi sempre più alla fine, come poteva concludersi in così poco tempo la storia. Ma il finale c'è, fulmineo, spiccio, ma completo, sebbene essenziale. In effetti la storia è proprio suddivisa nelle sue parti classiche: l'avvio della storia, la parte centrale con la fuga e la conclusione.

I personaggi sono descritti soprattutto dalle loro azioni e questo mi è piaciuto molto (e comunque non c'era lo spazio per raccontarli). Luise è decisa, coraggiosa, furba, leale. Avendo pochi mezzi è stata costretta a farsi mantenere da Robson, ma ha accettato quel ruolo per poco. Robson è il classico gangster/spaccone che si avvale dei mezzi che possiede per ottenere quel che vuole senza scrupoli. Brazil ha un'anima pulita, anche se la vita lo ha condotto per sentieri diversi. Gli altri personaggi di contorno sono ambigui, ma a loro modo anche leali con gli amici. Sono tutti personaggi classici del genere noir. Il notevole è stato dare queste caratterizzazioni un pochino più che abbozzate in meno di settanta pagine: questi personaggi sono più sfaccettati di quelli di certi romanzi in cui le pagine erano sufficienti a costruire interi mondi. In questo sta lo straordinario, rendendo evidenti subito la bravura straordinaria di Hammett.

Non mi resta che correre a recuperare Il mistero del falco, che è stato considerato uno dei migliori gialli mai scritti insieme a Il grande sonno di Raymond Chandler (quelli di Marlowe almeno li ho letti). Che dire, evidentemente il noir è il genere definitivo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐