domenica 9 febbraio 2025

La casa disabitata: prova di una neogiallista

 Il romanzo La casa disabitata, pubblicato nel 1875, è un incrocio di generi letterari della scrittrice irlandese Charlotte Riddell, pubblicato in Italia da ABEditore (232 pagine) in un'edizione esteticamente intrigante e curata.


Perché un incrocio? Perché parte come racconto gotico, con una casa infestata da un fantasma, e vira verso il giallo, con un improvvisato detective che cerca di svelare il mistero di River Hall.

Premettiamo subito questo: il genere mistery è ancora agli albori nell'anno di pubblicazione di questa storia. Poe è morto da meno di venticinque anni e Wilkie Collins pubblica La donna in bianco nel 1859 e La pietra di luna nel 1968, romanzi anch'essi ancora ibridi, senza la classica struttura del giallo per come lo conosceremo nell' "Età d'oro". Visto dunque da un punto di vista di questo genere letterario, il romanzo può essere un po' deludente e ritengo sia più soddisfacente considerarlo un romanzo gotico. In questa veste il finale potrebbe lasciare comunque delle perplessità nel lettore, ma si perdona l'autrice con più facilità.

La storia è raccontata dal protagonista della storia, uno dei dipendenti dello studio di avvocati Craven, che si ritrova tra i clienti la giovanissima ereditiera Helena Elmsdale, assistita da un personaggio leggendario (e che da solo merita la lettura del romanzo), la zia Miss Blake. La fanciulla, già orfana di madre, si ritrova a ereditare la bellissima casa che aveva costruito suo padre alla morte di quest'ultimo, in circostanze sospette.

Dal momento di quella morte, tuttavia, nessuno riuscirà mai più ad abitare River Hall a lungo. Sarà Patterson, tuttavia, a voler far luce sul perché la comoda dimora desti tanti problemi a chi vi abita, anche per amore della bella Helena (molto vittoriano, no?).

La scrittura e l'atmosfera del romanzo a me sono piaciuti e l'ho letto tutto d'un fiato, ma sono rimasta tremendamente delusa dal finale: in primis, non me l'aspettavo, perché credevo che il racconto fosse andato in un'altra direzione; inoltre, ci sono proprio elementi che non tornano e sono stati dimenticati dall'autrice. Tuttavia, il libro si legge volentieri, regalando atmosfere piacevoli.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Il glicine rampicante è la raccolta di racconti gotici femministi di ABEditore

 L'autrice americana Charlotte Perkins Gilman scrisse a cavallo fra XIX e XX secolo, dedicandosi a temi principalmente femministi, come l'indipendenza economica (e non) delle donne, la depressione post-partum, il divorzio, ma anche, successivamente, l'eutanasia.

Nella raccolta di ABEditore (146 pagine) è stata fatta una selezione di racconti ammantati di gotico, ma, in realtà, tutti con una sfumatura di denuncia sociale.


Il racconto che apre e battezza la raccolta è Il glicine rampicante, una storia di fantasmi molto classica, quasi Dickensiana, se non si nota che il dramma riguarda una ragazza il cui destino viene deciso dal padre. Altrettanto si può dire de La porta incustodita e La torre dei Clifford, apparentemente solo gotici, mentre ho trovato estremamente classico e senza note di femminismo La sedia a dondolo.

Tramite, invece, è un racconto brevissimo che non ha niente di soprannaturale, ma poche pagine bastano per restituire un grande senso di inquietudine. Si parla sempre della condizione della donna, sposata e costretta a posticipare ogni suo desiderio, autoconvincendosi che sia giusto così.

Se fossi un uomo è un racconto particolarissimo, specialmente considerando il periodo in cui è stato scritto, in cui una moglie si ritrova nei panni del marito ed entrambi si influenzano e scoprono nuovi modi di pensare.

Particolare è anche Quando ero una strega, che analizza cosa accadrebbe se i desideri di una donna fossero esauditi.

Mi sono piaciuti abbastanza questi racconti, ma la più straordinaria storia della raccolta è La carta da parati gialla. Questo è anche il racconto più famoso dell'autrice e quello che mi è piaciuto di più in assoluto, avendolo trovato straordinariamente ben riuscito ed efficace nello scopo che si era prefissa Perkins Gilman (spiegatoci in una breve nota alla fine).

In tutti questi scritti la componente psicologica è sempre presente ed è forse la cosa che mi è piaciuta di più nella scrittura, che ho trovato molto moderna per il periodo in cui ha vissuto l'autrice (1860-1935).

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4


lunedì 6 gennaio 2025

La prima delusione di Emmons Gialli Tedeschi: Biscotti, omicidi e profumo di mandorle

 Della linea Gialli Tedeschi della Emmons avevo già letto con discreta soddisfazione il primo libro della serie di detective Ernestine e Anton, Omicidio al Grand Hotel.

Complice la copertina e la trama natalizia ho ritenuto perfetto per il periodo Biscotti, omicidi e profumo di mandorle (324 pagine, ricette comprese), primo giallo della serie sulla pasticcera Annemie Engel, dell'autrice Elke Pistor, che Emmons pubblicherà in Italia.


La sessantenne signora Engel è una pasticcera che fa vita ritirata da anni, producendo dolci che il fratello vende ai mercatini, finché questi non è coinvolto in un incidente e sospettato anche di averlo provocato. Annemie non ha un bel rapporto col fratello, ma sa che è innocente e vuole provarlo: il tentativo scardinerà tutte le abitudini dietro cui si era recintata negli anni.

Devo dire che non mi aspettavo moltissimo, ma ci sono rimasta comunque piuttosto male. Dalla sinossi sembra più un dramma (magari toccante, eh, con Annemie che scopre di pensato per una vita cose sbagliate del fratello) che un giallo e c'è un motivo: del mistery non ha praticamente niente.

Il ritmo è piuttosto lento e manca una struttura ordinata: Miss Engel si aggira fra persone e bancarelle del mercatino di Natale senza un piano d'azione, trascinata dagli eventi e dai sentimenti. Non sono lasciati al lettore indizi, tranne uno, apparentemente risolutivo (ma a ben guardare nemmeno era un indizio di colpevolezza).

Gli interrogatori sembrano casuali chiacchere fra conoscenti e la novella detective non si convince se non dopo un bel po' a compiere i doveri per i quali è stata creata su carta. Il lettore è condotto verso la conoscenza dei rapporti umani che intreccia la protagonista, che passa il tempo a farsi nuovi amici, a dubitare di loro e a riscoprire un nuovo modo di essere sé stessa. Questa parte è comunque ripetitiva (andare avanti mi annoiava proprio) e, per il mio gusto, un po' melensa, oltre a indispettirmi come lettrice di gialli perché non avermi dato quel che stavo cercando.

Giudizio: questa lettura ponte fra 2024 e 2025 è bocciata ⭐⭐


venerdì 3 gennaio 2025

Strenna natalizia per Benjamin Stevenson: Tutti hanno dei segreti a Natale

 Avendo molto apprezzato Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno (2022) per la formulazione da giallo classico, l'umorismo e anche una discreta costruzione, ero interessata a proseguire la lettura dei romanzi di Benjamin Stevenson, pubblicati in Italia da Feltrinelli.

Non ho fatto in tempo a leggere Tutti su questo treno sono sospetti, uscito meno di un anno fa, a febbraio, che ecco venire pubblicato anche il giallo di Natale dell'autore: Tutti hanno dei segreti a Natale (224 pagine), strutturato come un calendario dell'avvento, con 24 capitoli, ciascuno contenente un indizio, più la risoluzione finale. Stevenson ci prende un po' in giro sul fatto che si tratti di un vero giallo di Natale (non aspettiamoci le fredde atmosfere inglesi di Agatha Christie): siamo in Australia, è caldissimo e, a parte i regali e la parola in sé, il concetto è presto esaurito.


A questo punto devo specificare una cosa: non ci sono spoiler sul secondo libro, ma sul primo è inevitabile, sebbene indiretto. Poiché nell'esordio tutta la famiglia Cunningham era sospettabile per gli omicidi, se il lettore si approccia al primo dopo aver letto uno qualsiasi dei romanzi successivi, qualunque personaggio ancora in gioco nei sequel non è né morto, né ha ucciso nessuno nel primo. Chiunque voglia leggere qualcosa di questa serie, dunque, per me deve leggere prima Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, almeno se non desidera sciuparsi la lettura. A conferma della mia tesi, in questo episodio di Natale appaiono in scena almeno due personaggi del primo romanzo e altri sono citati.

Stavolta l'eroe dei due romanzi precedenti, Ernest Cunningham, ha ormai acquisito una certa fama come detective ed è chiamato a soccorrere proprio una vecchia conoscenza del primo libro, implicata in un delitto che riguarda trucchi di magia e associazioni di beneficenza.

Rispetto alla prima storia, ho trovato i personaggi meno caratterizzati e più confondibili, ma è rimasta invariata la scrittura brillante, con frequenti colpi di scena e molto umorismo. Per quanto riguarda la struttura, invece, ritengo che risenta della necessità di spezzare la narrazione in 24 caselle, dovendo fornire per ciascuna un indizio. Il ritmo rimane molto vivace con questo espediente e il libro si fa leggere volentieri (costando quasi fatica doversi interrompere dopo poche pagine al giorno), ma la storia in realtà procede molto meno. Le scene sono poche, tutto sommato, e non succede quasi niente, manca movimento e il giallo ne risulta molto statico (anche perché uno degli omicidi è già avvenuto all'avvio del racconto, fuori campo).

Tuttavia mi sono goduta l'esperienza della lettura e l'ho trovato gradevole. Anche questa volta non sono riuscita a indovinare l'assassino, perciò ci riproverò con Tutti su questo treno sono sospetti.

Giudizio: ⭐⭐⭐


giovedì 26 dicembre 2024

Il regalo più dolce dello scrittore: fiabe per i propri figli

 Una delle cose più dolci che mai un lettore potrà leggere nella propria vita sono le lettere che Tolkien scrisse ai suoi figli nei panni di Babbo Natale tra il 1920 e il 1943 e che ho letto nel pomeriggio di ieri: Bompiani, Lettere da Babbo Natale, 192 pagine, illustrate con le immagini delle lettere e i disegni acclusi.


Questi scritti sono anche un indizio dell'autore che era John R. R. Tolkien: solo per rendere felici i propri bambini (quattro, John, Michael, Christopher, Priscilla), lo scrittore inglese ha creato un piccolo mondo polare con la sua fisicità precisa, quasi più tangibile che immaginabile e con una lore di personaggi ed eventi organica.

Il creatore di Arda non si è semplicemente limitato a mettere in una casa al Polo Nord Babbo Natale e quattro elfi, ma ha creato una piccola saga che ha per protagonisti Babbo Natale e Grande Orso Polare, che si muovono fra altri personaggi (altri orsi, come i nipoti di Orso Bianco, Paksu e Valkotukka, elfi, goblin, gnomi...) più o meno fissi e che ogni anno vivono avventure quasi sempre ricche e ben sviluppate, dalle goffaggini dell'Orso Polare alle battaglie contro i goblin, che probabilmente piacevano ai figli dello scrittore, poiché le fa ricomparire spesso.

Nelle lettere ogni personaggio scrive addirittura con la sua propria grafia, curatissima: Babbo Natale scrive con lettere tremolanti e, talora, istoriate, Orso Polare in stampatello e modifica la scrittura nel corso degli anni, l'Elfo Ilberth in modo minuto. I goblin, addirittura, hanno un loro proprio alfabeto e dunque in questo micro-universo ci sono più lingue: l'inglese, l'Arktik, i graffiti goblin.

I disegni sono spettacolari: non solo sono dettagliatissimi e ben fatti, ma pieni di colori, vivacità e movimento.

Giudizio: sicuramente il miglior regalo di Natale per un lettore è leggersi questo libro ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 novembre 2024

Via col vento: l'abilità di Margaret Mitchell per i personaggi

 A ottantotto anni dall'uscita del capolavoro di Margaret Mitchell, che altro si potrebbe dire che non sia già stato detto su Via col vento?

Nulla, penso.


Anche per chi non ha letto il libro, è dura che non si sia mai trovato di fronte la storica trasposizione cinematografica da oltre tre ore (che occorrono per intero e che non pesano affatto, secondo me) del 1939 con Vivien Leigh, Clark Gable e Olivia de Havilland.

Che questo romanzone (l'ho scelto nell'edizione BUR, con la traduzione degli Anni Trenta, 1008 pagine) sia un grande affresco storico della Guerra Civile americana del 1861-1865 e di cosa erano gli Stati Uniti (soprattutto del Sud) negli anni subito precedenti e poi in quelli successivi, si sa.

Che la storia abbia per protagonista Scarlett (se non prendiamo la versione tradotta da Salvatore-Piceni, che avevo io) O'Hara, capricciosa e testarda figlia di un coltivatore irlandese di cotone della Georgia, che si vede costretta ad affrontare la guerra, le sue privazioni, il rischio di perdere la sua tenuta, lo sappiamo.

E conosciamo anche la sua travolgente passione per il romantico e poco pratico Ashley Wilkes, che sposa la dolce e remissiva Melania Hamilton e non lei, che pure si vota ad amarlo per sempre; ci è noto anche il burrascoso rapporto con l'irriverente e diretto Rhett Butler.

Questa recensione potrebbe avere allora un solo senso di esistere: provare a spiegare cosa mi ha fatto innamorare di Rossella O'Hara - e non solo di lei, poiché trovo che i personaggi di Via col vento siano tra i più belli e complessi che abbia mai conosciuto.

Sì, Mitchell è stata talentuosa anche nel costruire il contesto storico: con quell'introduzione iniziale, un solo pomeriggio che sembra non finire mai, getta le basi di cos'era uno stato del Sud USA nel 1960, per mostrarti tutte le cause e gli effetti della guerra imminente. Lungamente poi si occupa di raccontarci le fasi della guerra, spostando la storia e il focus su Atlanta, per tornare nel dopoguerra prima a mostrarci lo stato delle devastate campagne e poi di nuovo in una città occupata e in ricostruzione, con i rivolgimenti portati dai nordisti. Il punto di vista, specialmente per quanto riguarda gli schiavi, sembra essere quello dei sudisti (e io non ho i mezzi per valutare storicamente questi aspetti, anche se proverò ad approfondire).

Ma è sui personaggi, secondo me, che l'autrice ha fatto la differenza, scrivendone di alcuni destinati a essere immortali: nessuno dei quattro personaggi principali è infatti solo caratterizzabile con gli aggettivi che gli ho posto accanto. Ero già innamorata della Rossella cinematografica, così forte (e a posteriori posso dire, anche molto vicina al suo corrispettivo su carta, così come tutto il film di Victor Fleming è aderente -a tratti passo per passo- al romanzo), ma la sua costruzione è davvero perfetta.

Fin dalle prime pagine, in cui deve solo scegliere l'abito da indossare (scena in tutto identica a quella della pellicola), notiamo il carattere di Rossella: è concentrata su di sé e su quello che può ottenere in ogni circostanza, anche se vorrebbe somigliare alla madre, più buona, disinteressata, come ci si aspettava allora "femminile". A questa madre, molto spirituale, Rossella è subito contrapposta come materiale e pratica e "maschile", somigliante piuttosto a Gerald. Con un carattere -per l'epoca- da uomo, odiata dalle altre donne, che la vedono troppo civettuola, è subito delineata come l'unica che potrà avere la tempra di risollevare Tara, al momento opportuno.

Rossella è anche egoista e ipocrita. Ad Atlanta piange la guerra e per tutte le circostanze che fanno restare lontana dai divertimenti. Vorrebbe essere meritevole dell'approvazione della madre e, invece, solo leggermente spinta dai modi e dai discordi di Butler, non si fa scrupoli su costumi o valori. 

Rossella sarebbe intelligente, ne dà spesso prova, ma è anche leggera e superficiale e ogni pensiero complesso tende ad accantonarlo perché l'annoia e, successivamente, perché l'addolora. Adoro la sua espressione "Non posso pensarci ora": questo suo porsi il problema per come lei vuole risolverlo, senza angustiarsi con altre possibilità finché non si verificano. Passa gran parte del suo tempo a farsi film in cui le cose accadono secondo il proprio desiderio, che allo stesso tempo è il suo più grande successo e la sua più grande sconfitta e per lo stesso motivo: convincendosi che le cose stiano come lei pensa o vuole, non comprenderà mai, ad esempio, Ashley o Rhett o anche la sorella, perché piega fatti e persone al suo costrutto mentale. Al contempo, però, solo così ha potuto non scoraggiarsi mai e costruire il proprio impero.

Rossella finisce per sembrare costantemente cattiva con le sue azioni, pur covando grande generosità e - qualche volta - senso della giustizia. Incredibilmente, a conoscerla per quel che è più di quanto lei stessa non immagini è l'odiata Melania, altro personaggio meraviglioso, a tratti persino più di Rossella e persino più di lei controcorrente. Melania è infatti così pura e coerente con sé stessa e con i suoi ideali, che pur se dolcissima e rispettosa delle convenzioni - a differenza di Rossella - non esita a seguire prima il suo cuore e i suoi sentimenti, laddove la società vedrebbe una contraddizione, ma non lei, che finisce per guidare la sua piccola comunità senza volerlo, solo per la sua intrinseca forza e il suo senso di lealtà e di dovere. Melania affronta per i suoi ideali prove più grandi di lei, fisicamente fragilissima, ma moralmente granitica e ciecamente devotissima a Rossella, sua rivale senza averlo mai saputo. Il rapporto tra le due, fatto di attriti e obbligata sopportazione all'apparenza, in realtà è stupendo: entrambe sono presenti l'una per l'altra, compiendo istintivamente sempre la cosa giusta, pur contro la loro stessa natura.

Quanto ai due uomini del quartetto, Ashley è forse il più spiegabile, anche se inafferrabile per tutto il romanzo, almeno agli occhi di Rossella. Non agli occhi di sua moglie e del capitano Butler, però. Quest'ultimo rispetta quest'uomo del sud e, soprattutto, sua moglie, l'unica persona genuina e coraggiosa che si sia mai trovato di fronte, ma non lo capisce o, perlomeno, non ne condivide gli ideali romantici, che lo rendono schiavo suo malgrado. Butler è pragmatico e franco, come Rossella, più di lei, anzi, poiché da uomo non teme di andare contro le convenzioni sociali e politiche. Come un pirata, si diverte a farsene beffe, pronto a deridere tutto e tutti e ad approfittarsi delle circostanze, nascondendo, invece, anch'egli, valori che antepone persino al suo interesse. Non è possibile non innamorarsi di lui, terribile, cinico, ma anche realista e, anche lui, persino giusto quando ritiene che sia il caso. Rhett è simile a Rossella per molti aspetti, anche se solo lui se ne rende conto, probabilmente perché la ragazza, invece, è costantemente impegnata a convincersi di poter essere esattamente l'opposto. Per tutto il romanzo, con riferimenti non solo a Rossella, ma anche alle storie dei suoi parenti e conoscenti, è sempre presente la riflessione sulla somiglianza e diversità di marito e moglie come chiave di felicità coniugale e il dramma della primogenita O'Hara è proprio quello di negare questo assioma o, quantomeno, di non riconoscere sé stessa o gli uomini che la circondano per ciò che sono.

Riguardo allo stile di scrittura, devo dire che il libro è stato scorrevolissimo. Non si avverte la sua mole, non è una lettura minimamente ostica, neppure nelle descrizioni della guerra, che ho trovato avvincenti e interessanti. La miseria delle perdite e delle ristrettezze sono emozionanti; la descrizione delle privazioni di Tara e delle altre tenute provocano rabbia e, in generale, tutta la parte storica è molto coinvolgente e istruttiva (non so fino a che punto, come detto, quanto di parte).

Malgrado conoscessi già bene il film, avevo assoluto bisogno di scoprire come finiva la storia, tanto che le ultime 400 pagine del libro le ho lette nella stessa giornata. Mi ha sorpresa non poco scoprire quanto il film sia pedissequo: ogni cosa presente nella trasposizione è tal quale al libro (compreso il colore dei vestiti di Rossella!) e ben poco è stato tagliato (qualche personaggio sì, ma non molti, sebbene alcuni molto importanti e interessanti da scoprire).

Non posso che consigliare a chiunque non abbia mai letto il romanzo di recuperarlo: è un dramma universale, con grandi personaggi e scorci ben scritti (e sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest'anno e in generale negli anni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


martedì 15 ottobre 2024

Il book club americano che legge Jane Austen

 Jane Austen book club è un romanzo (rosa, se devo trovargli una classificazione) del 2004, pubblicato in Italia da Neri Pozza (299 pagine), della scrittrice Karen Joy Fowler. Nel 2007 ne è stato ricavato un film diretto da Robin Swicord e con Emily Blunt, Maria Bello, Kathy Baker, Amy Brenneman, Hugh Dancy e Maggie Grace (la Shannon di Lost).


Jocelyn è una donna indipendente, che non si è mai sposata e che ama organizzare tutto, compreso le vite degli altri. Per questo, quando la sua decennale amica Sylvia viene lasciata dal marito dopo un lungo matrimonio, decide, per distrarla e sostenerla, di fondare un club del libro, durante il quale rileggere i sei romanzi di Jane Austen. Gli altri membri sono la figlia di Sylvia, Allegra, che ama l'adrenalina e le ragazze; l'insegnante d francese Prudie; l'attempata e po' noiosa Bernadette, che però nasconde un passato avventuroso; l'aitante Grigg, che ama la fantascienza, ma è aperto a tutta la letteratura.
Ogni mese i sei leggono uno dei libri della scrittrice inglese e la Fowler ne approfitta per approfondire la storia di uno dei lettori del club. Nei primi due capitoli questo accade con una serie di flashback durante la discussione mensile a casa di Jocelyn e, poi, di Sylvia. Successivamente le storie si mescolano in modo più naturale e i commenti sui romanzi Austeniani sono ridotti ai minimi termini.
I personaggi sono abbastanza gradevoli: non troppo sfaccettati e complessi, ma con qualche guizzo, riservato soprattutto a quelli più giovani. Ho infatti preferito le storie di Grigg, Allegra e, soprattutto, di Prudie, che ha proprio la vicenda più interessante.
La cosa che mi ha lasciato più perplessa, tuttavia, è lo stile. La narrazione è in prima persona plurale. Oltre a non essermici mai imbattuta prima, ho dovuto rileggere il Prologo due volte prima di rendermi conto che nessuno di sei parlava di sé stesso in prima persona, bensì ciascuno dei personaggi svolge azioni che sono descritte con la terza persona. Insomma, sono rimasta subito confusa dal fatto che il narratore fosse tutti e nessuno.
Inoltre le battute non sempre risultavano comprensibilissime e qualche passaggio non sembrava del tutto lineari.

Giudizio: alcune storie carine, ma scritto in modo un po' strano ⭐⭐1/2

giovedì 10 ottobre 2024

Perdersi fra le vite passate con Jack London

 Consigliatomi tanti anni fa e poi sempre rimandato, ho finalmente recuperato Il vagabondo delle stelle di Jack London (Adelphi, 383 pagine), che si caratterizza per una trama e una struttura abbastanza peculiari.


Il protagonista è Darrell Standing, che ci introduce subito alla triste vita che ha condotto nella prigione di San Quentin, dove, per una sorta di complotto ai suoi danni, finisce in cella di isolamento, dove trascorrerà molti molti mesi. Durante tale periodo, scopre di potersi isolare a tal punto dalla sua condizione da poter raggiungere un altro livello di coscienza.

Darrell ci spiega che era già predisposto, ma di fatto, durante quelle che definisce "piccole morti", riesce a rivivere le vite passate. Dopo i primi capitoli introduttivi, London alterna un capitolo in cui descrive le sevizie che subisce in prigione e un capitolo in cui racconta la storia di una delle reincarnazioni, da un conte francese e i suoi intrighi, al bambino che attraversa gli USA verso il west in una carovana di pionieri, dal marinaio inglese che nel Seicento vive avventure in terre straniere, all'uomo che vive ai tempi e nei luoghi di Gesù, fino al naufrago su un'isola deserta.

Le parti in cui il protagonista è in prigione mi sono piaciute, tutto sommato, di più, ma quasi fin da subito le ho trovate ricche di ripetizioni nei concetti e nelle espressioni. Mi è piaciuta la descrizione della condizione di carcerato che London compie, quasi una denuncia, sebbene non sia in grado di verificare la verosimiglianza di questo tipo di racconto.

Al contrario, le parti "slegate" che raccontano le storie degli "altri" Darrell Standing in generale non mi sono piaciute granché, con parti riuscite più o meno, secondo almeno il mio gusto: per esempio ho preferito l'avventura del nobile spadaccino Sainte-Maure e quella del naufrago Daniel Foss. Tuttavia, la maggior parte di questi racconti presenta, per me, due problemi. Da una parte, sono enumerati molti elementi, molti avvenimenti, direi troppi, per la trentina di pagine, più o meno, in cui si sviluppa la narrazione (una scrittura più moderna avrebbe focalizzato l'attenzione su un momento più circoscritto ed esordito in medias res). Dall'altra, forse per questa stessa ragione, non mi sono riuscita a immergere negli avvenimenti: non si è mai instaurata quella sospensione dell'incredulità che permette di godersi la lettura. Si percepisce costantemente, anche per qualche esternazione rivolta in modo diretto al lettore, che si tratta di un romanzo e il flusso è conseguentemente interrotto.

Sui personaggi va aggiunto che Darrell e i suoi alter-ego sono sempre rappresentati come personaggi dalle abilità straordinarie e dai pochi o inesistenti difetti, a eccezione di Jesse Fancher, perché è un bambino. Gli altri personaggi di contorno, invece, si dividono in buoni o cattivi, con pochissime sfumature nel mezzo.

In conclusione, ho trovato la scrittura quasi sempre prolissa e ripetitiva, a tratti noiosa, i personaggi poco caratterizzati e credibili e non sono riuscita a godermi le storie né delle vite passate, né dello stesso Standing. Tuttavia ho apprezzato l'idea alla base e la struttura impostata dall'autore.

Giudizio: per l'originalità della struttura e della storia ⭐⭐⭐

Primo capitolo della serie di Flavia de Luce: il delitto nel campo dei cetrioli

 Alan Bradley è un autore contemporaneo canadese, ma la serie di Flavia de Luce, a cui ha dato vita dagli anni Duemiladieci e che comprende dieci romanzi (editi in Italia da Sellerio), è ambientata nell'Inghilterra del 1950.


Flavia è una bambina di undici anni, orfana di madre e molto originale. Vive con il padre e le due sorelle, Ophelia e Daphne, nella dimora di Buckshaw, aiutati dal tuttofare Dogger e dalla cuoca, la signora Mullet. Flavia, quando non è impegnata in una guerriglia all'ultimo dispetto con le sorelle, coltiva la sua passione per la chimica e, dal primo romanzo (Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, 421 pagine), anche per le indagini.

Ci si ritrova invischiata per la prima volta in modo involontario, quando uno sconosciuto (o quasi) esala l'ultimo respiro proprio nel campo di cetrioli di Buckshaw, pronunciando la parola "Vale". Il mistero sembra coinvolgere il passato del padre di Flavia, un uomo tutto d'un pezzo, dedito alla filatelia. In che modo? Bisogna leggere la storia, sennò si rischiano spoiler...

All'inizio della lettura non provavo grande simpatia per la protagonista (mi ricordava Merricat di Shirley Jackson o Rose de La famiglia Aubrey), ma presto mi sono resa conto che aveva molte più similitudini con Edith Crawley di Downton Abbey: anche Flavia vive in una famiglia nobiliare e antica, attaccata alle vecchie tradizioni e, forse, non troppo pronta ad adeguarsi ai tempi che cambiano. Flavia, invece, è la pecora nera: troppo sbarazzina e pratica per stare attenta alle buone maniere a cui tanto tengono le due sorelle, ma anche estremamente intelligente; è semplicemente diversa dalla sua famiglia, quasi una Matilda fra gli Wormwood, anche se non cattivi (non così tanto), né gretti. Alla fine del libro mi ero affezionata notevolmente alla ragazza.

Per quanto riguarda il giallo in sé, non sono rimasta proprio soddisfattissima. Ha avuto uno spazio inferiore nella storia, rispetto ai rapporti familiari di Flavia, ma soprattutto mancava di un elemento fondamentale: non c'erano quasi sospettati per il delitto. Se posso accettare lo spazio limitato, considerando che il primo capitolo di una saga serve sempre a introdurre i personaggi, mi è dispiaciuto, però, non avere molti indiziati su cui puntare il dito nelle indagini, molto incentrate sul padre della protagonista (che si concede anche uno spiegone lunghissimo, che non ho apprezzato).

Tutto questo ha limitato il mio gradimento nella lettura? In realtà, no. La scrittura è scorrevole, piacevolissima, con l'elemento dello humor molto presente. Mi è piaciuto come sono stati descritti i personaggi e le loro relazioni, ma anche gli eventi. Il villaggio di Bishop's Lacey (e dintorni) promette di fornire un bel campionario di umanità (un po' alla Cabot Cove, se vogliamo). In effetti sono proprio gli elementi cozy di questo romanzo che me lo hanno reso così piacevole, facendomi sorvolare sulle manchevolezze già elencate e desiderare di leggere i prossimi nove libri.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐


sabato 28 settembre 2024

I casi dell'Ordine della Ghirlanda I: Il caso dei sessantasei secondi

 C'è una fermata sulla linea metropolitana che a Londra collega Marylebone e Aylesbury che non dovrebbe esistere. Eppure il treno che parte ogni mezzanotte da Marylebone vi compie una sosta di 66 secondi, tutte le notti. A questa storia si intreccia quella di un altro mistero che coinvolge uno dei più stretti e importanti collaboratori di Sua Maestà la Regina Vittoria.


Qui entrano in scena Lucy Blackstone l'organizzatrice, Candice King la chimica, Mei Li Bradford l'esperta di arti marziali e Kaja Bandhura, giornalista con la passione degli archivi: questo è il primo caso per le quattro ragazze dell'Ordine della Ghirlanda, serie ideata da Tommaso Percivale e pubblicato da Mondadori. Il caso dei sessantasei secondi ha 179 pagine; anche se è letteratura per ragazzi (che adoro) va benissimo anche per gli adulti e si legge in uno o due giorni. Il secondo volume di questa serie, Il caso del villaggio scomparso, è sempre uscito nel 2019 e mi piacerebbe recuperarlo.

All'inizio e per buona parte del racconto, in realtà, le nuerose linee narrative che partivano ma sembravano perdersi dopo un solo capitolo mi stavano un po' confondendo e, persino, infastidendo, ma per fortuna dal capito 10 o 11 le linee cominciano a riunirsi e la storia prende un buon avvio, concludendosi in modo davvero degno. 

La scrittura è davvero buona e i personaggi resi simpatici e accattivanti, anche se, senza dubbio, ci sarà tempo nei prossimi volumi per approfondire la conoscenza delle quattro eroine.

Riguardo la trama, l'intreccio è interessante e divertente; è curioso che i "cattivi" siano mostrati nel corso della narrazione. Di fatto, la storia aderisce molto di più al genere avventura che a quello mistery, poiché non è lasciato al lettore il compito di indagare, ma gli eventi sono semplicemente descritti per come avvengono, senza indizi da cui trarre deduzioni.

Giudizio: nel complesso è gradevole e intrattiene ⭐⭐⭐ 1/2

Il capolavoro che colpevolmente non avevo ancora letto: Uomini e topi

Uomini e topi è un libro straordinario (colpevolmente il primo che leggo di John Steinbeck) e nessuna parola che potrò usare per descriverlo sarà originale, nuova o sufficiente a rendere l'idea. Mi limiterò dunque a parlarne brevissimamente.


Steinbeck era già piuttosto noto quando nel 1937 scrisse quest'opera. Si tratta di un testo piuttosto breve (139 pagine, Bompiani), ma scritto così magistralmente da condensarci dentro molto: dell'amicizia, della vicinanza e capacità di comprensione degli uomini, dei loro sogni, ma anche della paura che ognuno ha dell'altro, che genera solitudine.

La struttura è in sei capitoli, che in realtà sono praticamente sei atti teatrali, con una scena fissa, descritta in dettaglio all'inizio del capitolo, in cui entrano ed escono i personaggi. Gli avvenimenti stessi o avvengono in scena o sono raccontati dai personaggi, ma più raramente.

La storia è abbastanza lineare: due uomini si recano in una fattoria come lavoratori stagionali. Diversissimi fra loro e legati da tempo, George è un uomo sveglio e cerca di provvedere meglio che può a Lennie, che invece è forte, ma con la mente di un bambino. Sperano di guadagnare abbastanza per raggiugere il loro obiettivo, ma i problemi sono sempre dietro l'angolo.

Questo libro mi ha travolta, l'ho letto in un solo pomeriggio e mi ha emozionata fino alle lacrime. Non potete esimervi dal leggerlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 2 settembre 2024

Sua Maestà la Regina indaga II: Un problema da tre cani

 Il secondo capitolo della sbarazzina serie di Sophia Bennett, in cui Queen Elizabeth II indaga, proprio come una spigliata Jessica Fletcher, si intitola Un problema da tre cani (Mondadori, 456 pagine), omaggiando scherzosamente Sherlock Holmes con le sue "tre pipe".

A differenza del primo romanzo, che era ambientato al castello di Windsor, questo secondo mistery vede protagonista nientemeno che Buckingham Palace.


I misteri, invero, iniziano con un giro di biglietti anonimi rivolti ad alcuni membri del personale di palazzo e con uno dei quadri preferiti della Regina, che ricompare in una mostra dopo molti anni dalla sua scomparsa. La regina e l'assistente del Segretario Privato, Rozie Oshodi, la brillante capitana al corrente dell'inclinazione di Elizabeth II per le indagini, hanno già iniziato a muovere i passi necessari per comprendere cosa si cela dietro a tutto ciò, quando una delle persone minacciate è trovata morta.

L'investigazione in questo romanzo è molto avvincente e, rispetto a Il nodo Windsor, coinvolge maggiormente la Regina, che si divide la scena con Rozie al 50%. Ho trovato questo cambiamento molto gradito, poiché su questo fronte la precedente lettura mi aveva molto deluso. Mi aspettavo di trovare in questa serie una maggiore presenza in azione della sovrana e questo secondo capitolo mi ha accontentata.

Del resto i primi volumi sono sempre un po' introduttivi in una serie e non abbiamo così bisogno di conoscere Elisabetta II quanto un personaggio fresco di penna come Rozie. Tuttavia, c'è spazio anche per lei e per approfondire il suo lato più umano (famiglia e relazioni) laddove nel primo libro era stato curato soprattutto l'aspetto professionale.

La lettura è stata sicuramente piacevole, ricca di humor, e ha mantenuto costante il mio desiderio di andare avanti per scoprire come proseguiva. Anche questo è un miglioramento: le necessarie presentazioni dei personaggi, che sempre occupano tanto spazio negli esordi, avevano reso molto meno fluido Il nodo Windsor. Ormai mi sono affezionata ai personaggi e li trovo piuttosto ben caratterizzati. La conoscenza si fa più approfondita anche con il Segretario Privato, infatti, o col povero detective di Scotland Yard che deve costantemente essere raggirato dalle due detective in incognito.

Non sono, invece, soddisfatta di come si è conclusa l'indagine: l'autrice è giunta alla fine anche troppo rapidamente, pur avendo gettato le premesse della risoluzione con anticipo intempestivo, così da averla trascinata a lungo e da averci privato dei colpi di scena. Ritengo, infine, che almeno un paio di linee narrative siano rimaste irrisolte. C'è forse da ritenere che proseguiranno nel prossimo capitolo? Intendo leggerlo presto e scoprirlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

Primo capitolo della trilogia di Holly Jackson: Come uccidono le brave ragazze

 Il thriller young-adult e britannico Come uccidono le brave ragazze di Holly Jackson (Rizzoli, 464 pagine) è stata una fresca sorpresa.


La formula del romanzo è accattivante fin dalle prime pagine, a partire dalla veste grafica. L'idea non è delle più originali (una civile, una studentessa per la precisione, che indaga su un cold case), ma la messa in pratica è molto stuzzicante: Pippa è una liceale (o comunque gli inglesi chiamino le ragazze di 17 anni che stanno per superare gli studi prima dell'università) ha deciso di fare la sua "tesina" su un caso di omicidio (sparizione?)-suicidio risalente a cinque anni prima, quando la problematica ma bellissima Andie Bell scompare nel nulla e pochi giorni dopo il suo fidanzato Sal Singh è trovato morto nel bosco, non prima di aver inviato per sms una confessione dell'omicidio di Andie, il cui corpo non sarà mai trovato.

Nel presente, tuttavia, Pip non crede alla colpevolezza di un ragazzo meraviglioso come Sal e decide di offrire il suo aiuto al fratello di lui, Ravi, per scoprire come andarono veramente le cose allora. Come nel più classico dei thriller, Pip si trova invischiata nelle indagini, in situazioni di pericolo e in una rete di sospetti che coinvolge anche persone molto vicine a lei.

Devo dire che non mi aspettavo il modo in cui è finito il romanzo (io mi ero fatta traviare fin dall'inizio da un elemento che non si rivelerà minimamente importante e non ho cambiato idea quasi fino alla fine). 

Il personaggio di Pippa è abbastanza simpatico: una tipa impacciata che parla tantissimo, ma anche molto determinata. Ha una chiara visione della giustizia e un interesse per la criminologia (ambito verso cui tende anche per il lavoro che vorrebbe svolgere nella vita); forse è un po' troppo paladina senza macchia, ma rispecchia pienamente i modelli che vorremmo e che vogliono le generazioni più giovani, dunque (visto anche il target) ci va benissimo così. La sua spalla è il fratello più grande dell'accusato dell'omicidio della "ragazza perfetta": si porta dietro ferite profonde, problematiche "ambientali", ma sappiamo anche perfettamente dove andrà a parare il rapporto fra i due personaggi. Non è questo uno dei motivi per cui leggiamo questa narrativa?

A tratti mi ha ricordato Uno di noi sta mentendo, almeno per l'età dei protagonisti, l'intreccio del romance con il thriller e per il fatto che sono dei ragazzini a trasformarsi in detective in erba. La struttura del racconto e il tipo di crimine, invece, sono completamente diversi.

Altri personaggi, alcuni dei quali sospettati, ruotano poi intorno a Pip e sono caratterizzati in modo abbastanza leggero e abbozzato, ancora più della protagonista e di Ravi. Tra questi personaggi la sua famiglia super-inclusiva, tra cui un componente che ci farà soffrire abbastanza tra le pagine.

Il libro ha una buona narrativa, molto scorrevole, complici anche i capitoli brevissimi: non puoi non continuarne a chiedere "ancora uno" durante la lettura.Le pagine non sono pochissime, ma volano via e lette sotto l'ombrellone sono il massimo per una lettura d'intrattenimento leggera, ma coinvolgente e godibile.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4