venerdì 11 aprile 2025

I gialli-romance li scrivono meglio oltre oceano: Delitto al ballo

 Delitto al ballo di Julia Seales è un romanzo giallo con sfumature romance (Piemme, 384 pag), che omaggia e prende in giro al tempo stesso Orgoglio e pregiudizio.


L'ambientazione è un paesino a tratti fiabesco (con rane bioluminescenti, paludi risucchianti e probabilmente altre creature...) nell'Inghilterra del periodo Regency. La protagonista è la primogenita di una famiglia che si può sovrapporre ai Bennett, con due figlie in meno: il padre è un uomo tranquillo (ma burlone) che ha avuto solo femmine, le quali perderanno tutto a favore di un cugino paterno, di pessimi aspetto e modi, se non si sposeranno, ragion per cui trovare marito alle figlie maggiori è il solo scopo nella vita della signora Steele. Familiare, vero?

Beatrice Steele, però, è interessata al true crime, che segue sui giornali, da nascondere accuratamente perché non si addice a una signorina della buona società, che nel paese di Swampshire è disciplinata scrupolosamente da un'apposita Guida alle buone maniere per dame.

Al ballo organizzato dai nobili Ashbrook, tuttavia, ci sarà l'occasione per Beatrice per mettersi alla prova, insieme al tenebroso detective londinese Vivek Drake.

La caratteristica principale di questo libro è il registro comico a cui si attiene costantemente: i personaggi si prendono sul serio, ma i loro comportamenti sono ridicoli, caricaturali (e il contrasto funziona benissimo). Non è un vero libro romance, perché l'attrazione tra i due investigatori è fatta intendere (malamente, se vogliamo dirla tutta, ossia descritta come un fuoco che entrambi provano quando si toccano e poco altro); la componente mistery è già più presente, ma soprattutto si tratta di un romanzo di intrattenimento. I personaggi riescono avere, nella caricatura, anche una discreta caratterizzazione e l'ambientazione è molto gradevole (e un pelo ironica, come tutto il resto), col maniero decadente, la notte tempestosa che costringe gli ospiti a rimanere isolati. Mi ha fatto ridere e ho adorato il modo in cui è descritta la minore delle sorelle Steel, esempio anche di come un mistero viene accennato e fatto comprendere, senza didascalie inutili.

Riguardo la componente mistery, l'indagine è condotta in stile classico, l'atmosfera è quella del delitto in un cerchio ristretto di persone in un luogo misterioso e, secondo me, si può giocare abbastanza alla pari con i detective, arrivando anche a trovare il colpevole, anche se non sono riuscita a risolvere tutti i misteri.

Giudizio: gradevolissimo intrattenimento ⭐⭐⭐ 1/2


mercoledì 9 aprile 2025

Non vorrei mai smettere di leggere i racconti di Italo Calvino

 Potrei sbilanciarmi e affermarlo, senza troppa paura di dire qualcosa di esageratamente grosso, grave, una spacconata: forse Italo Calvino è il mio autore preferito.

Tutto, di questo scrittore, ancora non ho letto, ma ha una penna davvero magica. L'uso icastico che fa delle parole, la loro scelta così precisa, né fuori luogo, né superflua, mi lascia sempre a bocca aperta. Leggere i suoi racconti o i suoi romanzi è lasciarsi trasportare nella scena che descrive, varcare la porta di un'altra dimensione.

Calvino è fluido e immaginifico: descrive situazioni, ordinarie o meno, dalla fabbrica alla guerra, con un linguaggio che supera la prosa e spesso è vera poesia.

Una fortuna inaspettata per me è stata trovare nella libreria di mio padre una copia (presumo di mio nonno) de I racconti pubblicati da Einaudi nel 1958. Questa raccolta contiene moltissimo del lavoro di Calvino, quasi tutti i racconti scritti fra il 1945 e il 1958, che insieme a Prima che tu dica "Pronto" (Mondadori, 1993, 269 pagine), che contiene altri trentatré racconti, stavolta scritti fra il 1943 e il 1984, costituisce un discreto corpus di partenza. Tuttavia mi mancano ancora le raccolte Le città invisibili, Le cosmicomiche, Ti con zero, Sotto il sole giaguaro e altri racconti, presenti in altre pubblicazioni: per esempio la raccolta intitolata Amori difficili è presente dentro a I racconti di Einaudi, ma è poi stata ripubblicata a parte nel 1970 dalla stessa casa editrice e contiene altri quattro nuovi racconti (L'avventura di un banditoL'avventura di un fotografo, L'avventura di uno sciatore e L'avventura di un automobilista).


Ma che cosa contiene questa corposa antologia di 495 pagine?

Contiene cinquantadue racconti divisi in quattro libri, intitolati Gli idilli difficili, Le memorie difficili, Gli amori difficili, appunto, e La vita difficile, ognuno dei quali contiene un numero diverso di racconti.

Gli idilli difficili presenta trentadue racconti, composti fra il 1945 e il 1958, compresi dieci racconti con protagonista Marcovaldo, lo sfortunato operaio protagonista dell'omonima raccolta che uscirà col doppio dei racconti nel 1963, sempre per Einaudi.

La maggior parte di questi scritti tratta di avventure partigiane o comunque ambientate nella guerra o nel dopoguerra, spesso in contesti di scarsità di risorse e, probabilmente, è la mia sezione preferita. I racconti che ho preferito in questo "libro" sono Paura sul sentiero, Paese infido, La gallina di reparto e Furto in pasticceria.

Più incentrato sul Dopoguerra e sulla vita operaia sono tutti i racconti di Marcovaldo, La gallina di reparto e tutta la sezione Le memorie difficili, che è anche quella che mi è piaciuta meno, anche se contiene il racconto L'uomo nei gerbidi che ha una scrittura particolarmente delicata e immaginifica, con stupende descrizioni di paesaggi.

La, purtroppo incompleta, come accennato parte denominata Gli amori difficili contiene storie molto divertenti, alcune leggere, altre degne di suscitare riflessioni e, soprattutto, contiene un racconto che è un capolavoro per simmetria e per la facilità con cui riesce a evocare sentimenti, sensazioni che conosciamo per aver vissuto, ma che solo Calvino riesce a descrivere con poche parole e meno di quattro pagine: L'avventura di due sposi.

L'ultimo libro, La vita difficile, contiene tre racconti un po' più lunghi: La formica argentina, amaro e divertente, La speculazione edilizia, sinceramente per me quello meno riuscito dell'intera raccolta, e La nuvola di smog, anche questo amaro, ma che mi è piaciuto moltissimo. Il primo e l'ultimo di questi racconti sono stati inseriti ne Gli amori difficili pubblicato nel 1970.

Giudizio: complessivamente una raccolta che tutti dovrebbero leggere per conoscere la scrittura di Calvino, come cambia nel corso del tempo, come approccia temi diversi e a lui molto cari. Alcuni racconti naturalmente mi sono piaciuti di più e altri di meno, ma non avrei mai voluto terminarla. ⭐⭐⭐⭐ ½

Come Barbero, innamorata della straziante storia di amore de Il Maestro e Margherita

 Il Maestro e Margherita è il più noto e tormentato (scritto, bruciato, riscritto e poi pubblicato postumo nel 1967) dei romanzi di Bulgakov: mi sono convinta a leggerlo dopo averne sentito parlare (con molti spoiler) da Alessandro Barbero, che lo considera (almeno nelle interviste) il suo libro e la sua storia d'amore preferita. L'ho letto nell'edizione Einaudi (386 pagine).

[...] non può essere, i manoscritti non bruciano.


La storia è un intreccio di fatti che accadono a personaggi diversi: è un romanzo corale e ha una struttura straordinariamente moderna, cosa che mi ha colpito moltissimo.

Il primo libro si incentra sul personaggio del Diavolo, Woland, che compare a Mosca e compie una serie di mascalzonate, divertenti solo per il lettore, ai danni degli abitanti, assieme ai suoi accompagnatori, uno più eccentrico e cattivo dell'altro: Korov'ev, Azazzello, il gatto gigante Behemoth e Hella.

Il secondo libro (che mi è piaciuto di più) racconta invece le vicende di Margherita, l'amante del personaggio introdotto nel capitolo tredici (forse il più bello del libro), il misterioso e maledetto Maestro, che racconta la loro storia d'amore. La storia dei due, nella seconda parte, si intreccia a quella della diabolica gang, ma in realtà tutte le storie dei molti personaggi si intrecciano fra loro.

A queste linee narrative si aggiungono anche, frammisti agli altri, ma senza un ordine o una divisione precisa, i capitoli che costituiscono la storia romanzata di Ponzio Pilato, da un punto di vista inedito.

Questa parte è spesso stata considerata letterariamente la più interessante, ma io ho preferito quelle incentrate su Margherita, personaggio romantico e determinato, pronto per amore a qualunque cosa.

Di che cosa dunque aveva bisogno quella donna? Di che cosa dunque aveva bisogno quella donna nei cui occhi ardeva un incomprensibile focherello? Di che cosa dunque aveva bisogno quella strega, lievemente strabica da un occhio, che in quella primavera si era adornata di mimose? Non lo so, lo ignoro. Evidentemente essa diceva la verità, aveva bisogno di lui, del Maestro, e non d'una palazzina gotica, né di un giardino particolare, né di quattrini. Essa lo amava, diceva la verità.

Il Maestro è meno in primo piano della sua amante, ma è drammatico e struggente nei momenti in cui compare.

Si mise il berretto in testa [...]- Me l'ha cucito con le sue mani - aggiunse con fare misterioso.

I più originali personaggi, tuttavia, sono Behemoth, Korov'ev e Azazzello, non solo per il loro aspetto bizzarro, ma soprattutto per le uscite sopra le righe e inaspettate.

Ho spesso visto accostare a romanzo il realismo magico, ma non ce ne ho ravvisato le caratteristiche: gli interventi magici compiuti da Woland o dai suoi diabolici aiutanti sconvolgono Mosca e sono vissuti dalle vittime come eventi straordinari e inspiegabili. Sono rimasta anche un po' perplessa di fronte alla satanica potenza magica: in certe circostanze il Diavolo appare onnipotente, in altre il gruppo sembra dover ricorrere al raggiro del prossimo per ottenere qualcosa. Semplici esigenze narrative o voglia dei personaggi di divertirsi?

La scrittura è molto fluida e il libro scorre benissimo, regalando al contempo struggimento e divertimento. Non mancano, inoltre, spunti di riflessione sociali, anche sulla vita del periodo in Russia, a volte descritta mediante metafore. Sono quindi possibili più livelli di lettura, il che rende quest'opera complessa e completa.

Giudizio: si tratta di un'opera bellissima e particolare, non omogenea per struttura e contenuti, ma ciascuno può trovare qualcosa da amare all'interno di queste pagine che hanno comunque una prosa bellissima e intensa. La parte incentrata sui due amanti per me è un capolavoro, ma nel complesso sono leggermente più tiepida, solo per un minore interesse sugli altri temi ⭐⭐⭐⭐ 1/2

L'ospite di Dracula non mi ha convinta

 L'irlandese Bram Stoker (1847 – 1912) è noto principalmente per aver scritto Dracula nel 1897. Altre opere dell'autore sono meno note e, forse, c'è un motivo.

Tempo fa lessi nell'edizione Nero Press La tana del serpente bianco (The Lair of the White Worm, 1911) e rimasi abbastanza perplessa, in particolare dopo aver letto il finale e aver appurato che l'edizione era integrale e senza tagli.


Questa volta mi sono cimentata nella lettura della raccolta che prende il nome da L'ospite di Dracula: racconto ispirato a scritti di Sheridan Le Fanu e che avrebbe potuto essere il primo capitolo del romanzo che poi rese celebre Stoker. La storia, tuttavia prende fino a un certo punto: il focus è più sull'ambiente, sulla descrizione degli eventi atmosferici che non sugli accadimenti, che assumono un senso totalmente diverso solo con il plot twist delle ultime righe.

I racconti compresi all'interno sono quattro e, oltre al primo, sono presenti La Squaw, Il funerale dei topi e La casa del giudice, per un totale di appena cento o centoventi pagine (possiedo la raccolta in due edizioni: una recente della Newton Compton e la vintage 100 pagine 1000 lire).

La Squaw è un racconto brevissimo sulla vendetta, che assume tinte piuttosto crude e macabre, anche se era facile intuirne il finale.

Il funerale dei topi racconta una fuga da un ambiente squallido e di pericolo ed è il racconto che ho trovato più noioso e meno riuscito.

La casa del giudice è invece il classico racconto della casa infestata e, sinceramente, il racconto che ho preferito dei quattro, con un finale anche piuttosto inaspettato.

Devo ammettere con dispiacere che non ho trovato la lettura avvincente, a eccezione dell'ultimo racconto, che presenta una discreta suspense. Le atmosfere sono grottesche e orrorifiche, ma mi hanno confermato l'impressione tiepida sugli altri scritti di Stoker che mi ero fatta leggendo La tana del serpente bianco.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

Vitale Federici indaga al Teatro della Pergola

 Marcello Simoni, popolarissimo giallista storico italiano, che ha all'attivo più di trenta romanzi pubblicati, oltre a molti racconti e a saggi, con Il teatro dei delitti (Newton Compton, 224 pagine) aggiunge un secondo capitolo alla saga dell'investigatore Vitale Federici. 


Come ne La taverna degli assassini (il primo, che naturalmente leggerò dopo il secondo, come tradizione vuole), l'ambientazione è il Granducato di Toscana di fine Settecento. Stavolta, però, precettore e studente, Bernardo della Vipera, (un po' come Guglielmo da Baskerville e Adso) si trovano a seguire un'indagine al teatro della Pergola, durante la rappresentazione de Le feste d'Iside.

Al primo atto dello spettacolo, un urlo interrompe la messa in scena. Dal pubblico qualcuno ha visto nel retro del palco quello che sembra un omicidio e il duo inizia le indagini per capire cos'è successo, fra botole, quinte e i corridoi labirintici del teatro della Pergola di Firenze.

La particolarità dei romanzi di Simoni è la cura maniacale per l'ambientazione e Le feste d'Iside fu veramente messo in scena il 10 febbraio 1794. Il libretto dell'opera riporta anche i nomi con gli attori, librettista, scenografo, tutti resi personaggi che l'autore fa comparire nel romanzo, affiancandoli a quelli di finzione. Anche il teatro -peraltro bellissimo e ancora in attività, tra i primi teatri all'italiana- è descritto minuziosamente e devo ammettere che, per me, gran parte del valore di questo romanzo è stato proprio nella ricostruzione storica dell'edificio, dei costumi, dell'atmosfera della serata in teatro.

La trama mistery è interessante, soprattutto per la sfumatura a confine fra reale e immaginato che a un certo punto prendono gli eventi e lo svolgimento mi è piaciuto abbastanza: si mantiene fra interrogatori, colpi di scena piuttosto frequenti e comicità. La soluzione, tuttavia, è molto più semplice di quello che il sottotitolo del romanzo (Un giallo irrisolvibile) farebbe pensare: c'è proprio la scena con l'indizio in bella mostra nello stile de La signora in giallo.

Per quanto riguarda la scrittura, è piuttosto ben scritto e mantiene un ritmo incalzante: ha capitoli brevi, ognuno terminante con un colpo di scena (come dichiarò l'autore alla presentazione a cui assistetti all'Odeon di Firenze: più all'americana che alla Umberto Eco). Si tratta dell'aspetto che ho preferito meno: un po' affettato, mi ha stancata in poco tempo.

Giudizio: complessivamente lo reputo un discreto romanzo d'intrattenimento. ⭐⭐⭐

domenica 30 marzo 2025

Le gialliste italiane si vendono bene per i motivi sbagliati: Miss Bee

 Poi mi domandano perché non leggo la narrativa mistery scritta nel mio paese...

Miss Bee è esemplificativa in questo.


Alice Basso e Alessia Gazzola sono autrici prolifiche e apprezzate nello Stivale per la loro penna e i loro costrutti polizieschi, ma mentre con la prima avevo avuto esperienza con la serie della gosthwriter, che ho già stroncato su questo blog per la protagonista odiosa, la dubbia risoluzione delle indagini mediante intuizioni e il logoro meccanismo del triangolo amoroso al centro del quale sta l'investigatrice in erba, non mi ero ancora scontrata con Gazzola.

Ho rimediato.

Se queste autrici rappresentano il meglio che la letteratura commerciale crime ha da offrire in questo paese, poveri noi.

Attirata dalle prime recensioni positive lette, dalla copertina deliziosa e dall'accostamento del genere giallo cozy (quanto mai in auge in questo momento) al romance sbarazzino alla Bridgerton (idem come per il suddetto giallo cozy e non credo che il riferimento all'ape sia casuale, anche se il periodo storico è quello di Downton Abbey), mi sono fatta regalare per Natale questo romanzo.

Le prime pagine rivelano subito una scrittura prolissa, didascalica fino alla nausea (e per me il giudizio sulla penna di Gazzola era già formato). La protagonista della serie, Beatrice Bernabò, è una ventenne borghese fiorentina trapiantata a Londra per motivi familiari e politici del padre (siamo negli anni Venti del Novecento). Secondogenita geniale ma incompresa (allo studio preferisce fare paralumi) ha una cotta per il vicino di casa, Christopher (Kit). A una delle innumerevoli cene aristocratiche indette dalla madre di Kit salta fuori il morto (cause naturali? omicidio? incidente finito male -cosa che manderebbe in bestia un lettore di gialli...lo dico così, per dire-?).

A questo punto Beatrice comincia a fare cose, fondamentalmente lagnarsi dei suoi problemi e farsi affascinare dagli uomini (e dalle donne), attività importante perché il suo metodo nel risolvere crimini si basa sostanzialmente nel chiedere agli spasimanti "Mi dite com'è andata? Grazie, gentilissimi."

Questa totale mancanza di rispetto per il lettore di gialli è il motivo principale del mio astio nei confronti del romanzo: lunghi spiegoni dei personaggi e intuizioni della detective dilettante, senza indizi, senza interrogatori che mettano alla luce incongruenze rivelate dai sospetti, senza sostanzialmente nessun talento del segugio. Peggio ancora, il lettore di gialli individua subito il più marchiano errore commesso da tutti gli investigatori, ufficiali e non, di questa storia (ed è subito Dicker), vanificando quello che forse era il tentativo di plot twist dell'autrice, anzi aspettandola proprio al varco: non considerare tutti i presenti alla cena dei sospetti e focalizzare arbitrariamente i sospetti solo su alcuni.

Il terzo motivo è il triangolo amoroso: non ne posso più di questo espediente narrativo per agganciare il malcapitato lettore alla serialità. In questo preciso caso non si tratta neppure di un triangolo, ma di un quadrato!!! E non conto la breve virata LGBTQ solo perché, per ragioni storico-sociali, non dovrebbe dare origine a un corteggiamento, altrimenti ci troveremmo di fronte a un pentagono.

I personaggi sono approfonditi pochissimo: dalla protagonista ai personaggi minori dei familiari (sorelle, padre, etc).

Bee è contraddistinta principalmente dal suo status sentimentale ed è il classico prototipo moderno di ragazza che non si arrende di fronte alla società maschilista che vuole decidere per lei, ma è un ritratto senza spessore. I due spasimanti maschili che hanno maggior spazio sono pressoché identici: all'apparenza cattivi ragazzi, sotto sotto nascondono dei buoni sentimenti. Il visconte Julian è anche il mezzo per tirare in ballo le difficoltà dell'antica nobiltà inglese di far fronte alle tenute sempre meno redditizie dopo la Grande Guerra. Il livello di approfondimento è tale (così come per qualunque altro tema sociale) che credo l'argomento compaia solo per fare riferimento a Downton Abbey.

Non è stato ancora presentato come corteggiatore ufficiale l'ispettore Archer, ma la scrittrice ci ha già cominciato a girare intorno e un lettore anche minimamente avvezzo a queste dinamiche (e io forse lo sono anche meno) annusa subito l'aria che tira (e si rende anche subito conto di quale è l'estrazione sociale dei vari membri del poligono, di quale è il vero bravo ragazzo e può indovinare fin da subito come andrà a finire).

Giudizio: visto come un mero romance sarebbe quasi passabile, ma la scrittura è comunque approssimativa e pigra, con personaggi piatti, dinamiche abbastanza trite e prevedibili; come giallo è semplicemente inqualificabile (impensabile accostarci il nome di Agatha Christie, nemmeno per la pubblicità). ⭐⭐

Il celebre scontro fra il ladro gentiluomo parigino e il segugio di Baker Street

 Maurice Leblanc ha scritto e pubblicato per il primo trentennio del Novecento numerosi racconti e romanzi con protagonista il ladro gentiluomo Arsène Lupin, tornato recentemente alla ribalta anche tra il pubblico mainstream per la serie Netflix che ha per protagonista Omar Sy e noto anche per aver ispirato a Monkey Punch Lupin III.


Non ho ancora letto opere con protagonista Lupin in solitaria, ma non ho saputo resistere al crossover in cui l'autore francese ha fatto incontrare al suo eroe noir l'investigatore per antonomasia, la creatura di Sir Arthur Conan Doyle: Sherlock Holmes...

...con un piccolo adattamento. Leblanc non ottenne il permesso di Doyle per utilizzare il suo personaggio e dovette storpiarne il nome in Herlock Sholmes, così come quello di Watson fu mutato in Wilson.

Non solo: il detective differisce anche nel comportamento e nel carattere. I suoi tratti sono estremizzati per renderli caricaturali, sembra quasi sempre sotto scacco e non brilla per acume come l'originale. Anche se non si arrende davanti al confronto col rivale parigino, le prende sonoramente e ci fa brutta figura. Al termine dei due racconti della raccolta (Feltrinelli, 272 pag) si arriva sempre al pareggio, con ciascuno dei due personaggi che ottiene un parziale successo e un parziale insuccesso, come in un patteggiamento, ma in realtà il lustro è maggiore per Lupin, che appare sempre più furbo e dalle vedute più lungimiranti.

Anche Watson risente molto della trasformazione in Wilson: diviene un personaggio comico e quasi grottesco, che lo rende il principale ma non unico elemento di divertimento della narrazione. Ho riso anche troppo e non so se più per le situazioni ridicole o per lo snaturamento del nobile dottore londinese.

Il primo racconto, La dama bionda, è più lungo e narra il primo incontro fra gentiluomini: ha una trama piuttosto strutturata, molti personaggi e più casi che si intersecano, accomunati solo dalle sparizioni di una donna misteriosa che appare ovunque Lupin abbia messo lo zampino. Mentre l'ispettore Ganimard arranca, le vittime dell'antieroe si affidano a Sholmes e il gioco ha inizio.

Il secondo racconto, La lampada ebraica, è breve e si incentra su un "furto della camera chiusa".

Lo stile di Leblanc è molto scorrevole e avvincente e la lettura costituisce un intrattenimento molto gradevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 17 febbraio 2025

Viaggio nella meravigliosa mente di Tolkien: leggere il Silmarillion

 Il professor John Ronald Reuel Tolkien, come ormai tutti sanno, ha dato vita a universi narrativi fantasy di grande complessità e organicità. Tra le sue opere più famose ci sono Lo Hobbit e Il Signore degli anelli, che anche il pubblico mainstream conosce per gli adattamenti cinematografici.


Il mondo di Arda è stato descritto nel dettaglio anche in molti altri testi del professore, modificati e riscritti tante volte nel corso della vita, senza che mai Tolkien riuscisse a farsi pubblicare in un'unica opera tutte le storie relative alla creazione del suo universo e agli scontri fra le sue divinità e i suoi popoli.

Il Silmarillion è questo: una selezione postuma (1977), a opera del figlio Christopher, delle versioni di tutti i testi coi quali Tolkien per tutta la vita immaginò e poi descrisse eventi, luoghi e persone che aveva immaginato per Arda; un puzzle di scritti in epoche diverse (pensati anche come storie a sé stanti in alcuni momenti come Beren e Luthien, Il libro dei racconti perduti, La caduta di Gondolin, I figli di Húrin), che non coincide, dunque, con un'opera narrativa pensata in un unico tempo e che riflette totalmente questa struttura.

I libri sono cinque, totalmente diversi per lunghezza e densità dei contenuti. 

Si parte da Ainulindale, la genesi di Arda: la creazione della Musica e delle divinità, i Valar, da parte di Eru o Iluvatar,. Come in altre mitologie, compare presto il dio non in grado di accettare il disegno dell'Uno, Melkor, analogo a Lucifero quale creatura potente e bellissima, ma oscura, che corrompe il mondo già al momento della creazione a cui contribuiscono tutti i Valar.

Ainulindale e il successivo Valaquenta, che descrive la creazione del mondo e di Valinor, la terra perfetta dove risiederanno i Valar, al di là del mare occidentale della Terra di Mezzo, sono i più elaborati degli scritti. Sono contenuti, ma stilisticamente curati.

Tutt'altra cosa è invece il corposo Quenta Silmarillion, il nucleo centrale e che copre il maggior numero di vicende. Gli eventi coprono due ere, dalla nascita di Elfi (i figli primogeniti di Eru) e successivamente degli Uomini, alla corruzione della perfetta armonia che ragnava a Valinor a opera di Melkor/Morgoth, passando per la creazione delle gemme chiamate Silmaril, che scateneranno la guerra fratricida fra le popolazioni elfiche, nate nella Terra di Mezzo e, alcune, migrate a Valinor e successivamente bandite. Più protagonisti degli Uomini nell'opera sono gli Elfi, origine di molti eventi e molto meno saggi di quel che ricordavo ne Il Signore degli anelli, anzi molto più passionali e, talora, oscuri.

Il nucleo dell'opera, in effetti, sono le storie delle battaglie intraprese contro Morgoth per riprendere i Silmaril. Il lettore, sia pure già introdotto alla Terra di Mezzo dalle opere più note di Tolkien, si perderà fra nomi, eventi e, persino, geografie diverse da quelle che ricordava. Dei molti capitoli presenti nel Quenta Silmarillion, alcuni, come accennato, sono più riusciti, altri meno: l'effetto stilistico è veramente disomogeneo.

Gli ultimi due libri - densissimi - sono Akallabeth, sulla storia del regno di Numenor, e Degli Anelli del Potere e della Terza Era, che racconta la genesi degli anelli di Sauron e dei fatti più vicini a quelli raccontati nelle due opere più famose del Professore.

Il Silmarillion non è un romanzo, è una teologia, una raccolta di miti, un'antologia. Si sente dalla differenza fra le varie parti, alcune più elaborate e raffinate anche nello stile, alcune evidentemente diverse dalle precedenti per stile (e dunque epoca e storia della scrittura). Alcuni brani, addirittura, sembrano in fase di lavoro, quasi appunti delle storie (così tante e varie da meritare una lunghezza anche doppia rispetto al già corposo volume) che sarebbero potute originare da quelle idee embrionali e questo si sente veramente tanto: elenchi di fatti, privi di respiro, di dialoghi, di narrazione (ma chi ha letto Il Signore degli anelli ricorderà uno stile curato e aulico). 

Ne risulta una lettura fatta di alti e bassi: alcuni pezzi scorrevoli, persino pregevoli, altri che è veramente impegnativo leggere. Nella mia esperienza da lettrice ci sono attimi di emozione e sospiri e momenti in cui avrei scagliato il volume fuori dalla finestra. Il tempo di lettura è stato molto dilatato. Mi sono interrotta anche per settimane e oltre prima di trovare il desiderio di tornare a sfogliare le pagine.

L'opera è complessa e costituisce quasi più materiale di studio e approfondimento che non narrativa, tuttavia alcune parti mi hanno presa molto e ritengo che ogni appassionato di Arda debba prima o poi passare attraverso questa lettura per godersi appieno la creatività e il genio di questo autore.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 9 febbraio 2025

Un saggio dei fondatori di Tlon per approcciarsi al meravigliarsi e dunque al filosofare

 Maura Gancitano e Andrea Colamedici sono due filosofi, fondatori della realtà Tlon, che cerca di divulgare cultura, filosofia e promuovere riflessione sulla nostra società.

Li avevo conosciuti attraverso il saggio Liberati della Brava Bambina. Otto storie per fiorire che non ho ancora mai portato su nessuna pagina o blog, perché la lettura precede la creazione di questi, ma che potrei in effetti proporre, perché gli spunti all'interno erano molto interessanti.

Ho continuato a seguire questi autori sui loro podcast pubblicati su Audible (Scuola di FilosofieLa Filosofia di Harry Potter) e da ormai molto tempo volevo leggere questo libricino di 133 pagine, Lezioni di meraviglia, che avevo finalmente acquistato allo scorso Salone del Libro.


Un po' perché inserito in una challenge, un po' perché la curiosità mi assetava, ho avuto la pessima idea di leggermelo in una sola giornata. Sono poche pagine e solo nove capitoli, ma è denso di concetti ed idee e non ho potuto che considerarlo una splendida introduzione alla filosofia, un invito a leggere la realtà con occhi diversi e portare la riflessione e gli interrogativi nelle proprie giornate. Lo trovo anche un testo che potrebbe essere fatto leggere a degli studenti delle superiori prima del triennio, del momento in cui cominceranno a studiare questa materia (forse non coglierebbero con pienezza tutto -e io nemmeno- ma sono quasi sicura che si sentirebbero incuriositi e invogliati a iniziare questo percorso).

Il filosofo e l'attività di filosofare nel testo sono presentati come scomodi: il non accontentarsi di prendere il mondo per come viene servito, già confezionato, spinge a fare domande, a volere approfondire e condanna il singolo a rifiutare la comodità e le affermazioni facili, spinge alla ricerca e a camminare, spesso perdendosi.

«Ma forse il cammino [...] non consiste nell'uscire dai labirinti ma nel capire se, dietro e dentro, si nasconda un altro labirinto dove perdersi ancora più profondamente

Il linguaggio è abbastanza divulgativo, ma i concetti introdotti sono molti e ogni capitolo dovrebbe essere assimilato con il dovuto tempo. Mi propongo io stessa di riprendere alcune parti con tempistiche più calme, ma raccomando caldamente a chiunque di cimentarsi a leggerlo, anche (e forse soprattutto) se digiuni di filosofia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

Finalmente ho letto Il castello di Otranto

 Non so perché non lo avessi letto al liceo, quando si comincia a studiare il romanzo e ti spiegano che il primo romanzo storico è Ivanhoe (1819) di Walter Scott - che lessi allora con grande piacere - e il primo romanzo gotico è proprio Il castello di Otranto (1764) di Horace Walpole.

Non ne avevo neppure una copia in casa, finché non ho trovato la promozione Newton Compton di quest'estate e ne ho acquistata una che aveva una copertina molto graziosa e suggestiva.


Si tratta di un libriccino di circa cento pagine, che si legge in un pomeriggio autunnale, magari quando fuori piove.

Eppure, in così poche pagine, sono condensati gli stilemi di un genere che sarà fiorente e approfondito negli anni successivi alla sua pubblicazione: ci sono gli elementi soprannaturali, bizzarri e inquietanti, come giganti in armatura e parti di questa che si muovono di vita propria; ci sono maledizioni di famiglia, leggende; ci sono donne vessate e vergini sventurate; infine ci sono storie intrecciate e dalle coincidenze inverosimili, come in molti altri romanzi del periodo, a prescindere dal genere.

La trama ruota intorno a una profezia che aleggia intorno al casato di Manfredi, Principe di Otranto e che pare manifestare i suoi effetti il giorno delle nozze di suo figlio Corrado, amatissimo dall'uomo, quando eventi soprannaturali sconvolgono la cerimonia, con ripercussioni sulle vite dell'altra figlia, Matilda, della moglie, della promessa sposa di Corrado e di un giovane, che giunge al castello come guidato dal destino.

A oggi la scrittura di quest'opera potrebbe apparire un po' datata, almeno per gli espedienti narrativi, i valori, la caratterizzazione abbastanza povera dei personaggi, ma non per ritmo e struttura, quasi da thriller, che avrebbero da insegnare molto a certi scritti moderni.

Io mi sono molto divertita a leggere le trovate, originalissime per l'epoca, di Walpole e l'ho trovata una lettura piacevole, oltre che doverosa per la valenza storica che possiede.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Quando NON si deve scegliere il libro dalla coperina: Amore e segreti al Pumpkin Spice Café

"Una persona poteva sopportare solo un certo numero di effusioni interrotte, prima di perdere la testa."

Anche il lettore.

Anche.

Il.

Lettore.

Personalmente l'unica buona ragione che posso indicare per leggere Amore e segreti al Pumpkin Spice Café di Laurie Gilmore (288 pagine, Newton Compton) è il bisogno di tornare a immergersi nelle atmosfere di Una mamma per amica dopo aver finito il rewatch stagionale.


Dream Harbor è infatti la riproduzione su carta della cittadina di Lorelai e Rori, con tanto di feste a tema a cui tutti partecipano con entusiasmo (tranne il contadino imbronciato che nel libro si chiama Logan, ma che pare proprio Luke) e di sindaco impiccione che sembra Taylor.

Logan ha alle spalle un blocco sentimentale quando fa una consegna di zucche alla nuova proprietaria del Pumpkin Spice Cafè - e nipote della prima-, Jeanie, appena arrivata da Boston con un trauma diverso e voglia di ricominciare da capo.

È amore a prima vista (io l'avrei chiamata attrazione, ma per tutto il romanzo mi sembra si confondano le due cose), peccato che i due ci mettano un po' a risolvere i propri dubbi, peraltro forzati a mio giudizio e necessari solo ad allungare in modo noioso e ripetitivo la parte in cui gli eroi si dibattono fra gli ostacoli (tutti nella loro testa) che li separano.

❗ PARAGRAFO SPOILER : I nostri Logan e Jeanie si piacciono dal primo incontro, ma immaginano motivi assurdi per cui non dirselo oppure (siccome capiscono in fretta che è reciproco) decidono di stare insieme, nascondendo la propria relazione. Cosa?! Ma gli statunitensi stabiliscono così a tavolino che stanno insieme, senza essere usciti a cena, essersi chiesti che idee, valori, hobby hanno? Questa coppia non si parla! L'attrazione è meramente fisica: passano subito a baciarsi, interrompendosi mentre cresce la passione perché non vogliono correre se poi il rapporto non dovesse andare oltre. E questo meccanismo si ripete assurdamente più volte. Ma, scusate, fermatevi cinque minuti; andate a cena in qualche paese vicino, uscite tre o quattro volte, chiaritevi a voce cosa vorreste l'una dall'altro e poi decidete se stare insieme o no. Ha senso solo per me questo? Leggere la frase "lei era perfetta per lui" nel contesto in cui è inserita (ma anche avulsa dal contesto) è semplicemente ridicola: Laurie, mi stai dicendo che si stabilisce a letto se qualcuno è adatto a noi?

È un romanzo dalla scrittura semplice, ma dalla struttura e soprattutto dal ritmo carenti (gli manca proprio qualcosa di concreto per far funzionare il rapporto - o mancato tale - fra i due personaggi). Addirittura concentra tutte le scene spicy in un punto, di seguito, come fossero state l'elemento che doveva esserci (e in quel preciso numero) per accontentare il lettore, ma "ehi, non c'è più tempo, buttiamocele tutte ora".

Sono introdotti molti personaggi (tutti ruoli da svolgere, eh, protagonisti compresi e coppie che saranno protagoniste dei prossimi racconti), allo scopo di lanciare una serie che vedrà altri tre romanzi, che sicuramente, non leggerò, anche se avessero copertine più belle di questa.

Giudizio: ⭐ (una seconda ⭐ per la copertina)

La casa disabitata: prova di una neogiallista

 Il romanzo La casa disabitata, pubblicato nel 1875, è un incrocio di generi letterari della scrittrice irlandese Charlotte Riddell, pubblicato in Italia da ABEditore (232 pagine) in un'edizione esteticamente intrigante e curata.


Perché un incrocio? Perché parte come racconto gotico, con una casa infestata da un fantasma, e vira verso il giallo, con un improvvisato detective che cerca di svelare il mistero di River Hall.

Premettiamo subito questo: il genere mistery è ancora agli albori nell'anno di pubblicazione di questa storia. Poe è morto da meno di venticinque anni e Wilkie Collins pubblica La donna in bianco nel 1859 e La pietra di luna nel 1968, romanzi anch'essi ancora ibridi, senza la classica struttura del giallo per come lo conosceremo nell' "Età d'oro". Visto dunque da un punto di vista di questo genere letterario, il romanzo può essere un po' deludente e ritengo sia più soddisfacente considerarlo un romanzo gotico. In questa veste il finale potrebbe lasciare comunque delle perplessità nel lettore, ma si perdona l'autrice con più facilità.

La storia è raccontata dal protagonista della storia, uno dei dipendenti dello studio di avvocati Craven, che si ritrova tra i clienti la giovanissima ereditiera Helena Elmsdale, assistita da un personaggio leggendario (e che da solo merita la lettura del romanzo), la zia Miss Blake. La fanciulla, già orfana di madre, si ritrova a ereditare la bellissima casa che aveva costruito suo padre alla morte di quest'ultimo, in circostanze sospette.

Dal momento di quella morte, tuttavia, nessuno riuscirà mai più ad abitare River Hall a lungo. Sarà Patterson, tuttavia, a voler far luce sul perché la comoda dimora desti tanti problemi a chi vi abita, anche per amore della bella Helena (molto vittoriano, no?).

La scrittura e l'atmosfera del romanzo a me sono piaciuti e l'ho letto tutto d'un fiato, ma sono rimasta tremendamente delusa dal finale: in primis, non me l'aspettavo, perché credevo che il racconto fosse andato in un'altra direzione; inoltre, ci sono proprio elementi che non tornano e sono stati dimenticati dall'autrice. Tuttavia, il libro si legge volentieri, regalando atmosfere piacevoli.

Giudizio: ⭐⭐⭐

Il glicine rampicante è la raccolta di racconti gotici femministi di ABEditore

 L'autrice americana Charlotte Perkins Gilman scrisse a cavallo fra XIX e XX secolo, dedicandosi a temi principalmente femministi, come l'indipendenza economica (e non) delle donne, la depressione post-partum, il divorzio, ma anche, successivamente, l'eutanasia.

Nella raccolta di ABEditore (146 pagine) è stata fatta una selezione di racconti ammantati di gotico, ma, in realtà, tutti con una sfumatura di denuncia sociale.


Il racconto che apre e battezza la raccolta è Il glicine rampicante, una storia di fantasmi molto classica, quasi Dickensiana, se non si nota che il dramma riguarda una ragazza il cui destino viene deciso dal padre. Altrettanto si può dire de La porta incustodita e La torre dei Clifford, apparentemente solo gotici, mentre ho trovato estremamente classico e senza note di femminismo La sedia a dondolo.

Tramite, invece, è un racconto brevissimo che non ha niente di soprannaturale, ma poche pagine bastano per restituire un grande senso di inquietudine. Si parla sempre della condizione della donna, sposata e costretta a posticipare ogni suo desiderio, autoconvincendosi che sia giusto così.

Se fossi un uomo è un racconto particolarissimo, specialmente considerando il periodo in cui è stato scritto, in cui una moglie si ritrova nei panni del marito ed entrambi si influenzano e scoprono nuovi modi di pensare.

Particolare è anche Quando ero una strega, che analizza cosa accadrebbe se i desideri di una donna fossero esauditi.

Mi sono piaciuti abbastanza questi racconti, ma la più straordinaria storia della raccolta è La carta da parati gialla. Questo è anche il racconto più famoso dell'autrice e quello che mi è piaciuto di più in assoluto, avendolo trovato straordinariamente ben riuscito ed efficace nello scopo che si era prefissa Perkins Gilman (spiegatoci in una breve nota alla fine).

In tutti questi scritti la componente psicologica è sempre presente ed è forse la cosa che mi è piaciuta di più nella scrittura, che ho trovato molto moderna per il periodo in cui ha vissuto l'autrice (1860-1935).

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4