sabato 25 novembre 2023

Il primo libro della trilogia di Fairy Oak: il segreto delle Gemelle

Non disdegno mai la letteratura per l'infanzia e per ragazzi, che solitamente riempie gli occhi di mondi incantati, ambientazioni immaginifiche e buoni sentimenti, che sono poi il motivo primario che mi spinge a ricercarla: leggere testi in cui nobili valori sono insegnati ai giovani protagonisti in formazione mi fa sentire confortata, al sicuro, serena. Così mi sono tuffata contenta in questa saga scritta dalla nostrana Elisabetta Gnone, creatrice di universi fiabeschi come quello di W.I.T.C.H. Come questo fumetto, anche la saga di Fairy Oak ha conosciuto ampio successo e non solo in Italia.


Vaniglia e Pervinca Periwinkle sono due gemelle che abitano con la loro mamma Dalia, il loro papà Cicero e loro zia, la celebre Strega della Luce, Lalla Tomelilla, in un villaggio dove vivono in pace abitanti magici e non magici: Fairy Oak.

La storia è raccontata dalla fata-tata, Felì, diminutivo del reale nome Sefelicetusaraidirmelovorrai (leggere i nomi completi delle fate è uno dei piaceri di questa lettura e questo è particolarmente simpatico perché si declina a seconda di chi parla). Questa fata è assunta nella famiglia Periwinkle prima della nascita delle gemelle, perché le vigili e le protegga. Suo compito di baby sitter è anche di scoprire se le ragazze dimostrano segni di magia e di relazionarlo ogni sera alla sua datrice di lavoro, Tomelilla, da cui eventualmente potrebbero ereditare i poteri magici.

In meno di trecento pagine (nella mia edizione Salani 279) siamo catapultati nel mondo allegro di Fairy Oak, con i suoi caratteristici abitanti e i loro usi. Questo primo libro introduce i personaggi e il contesto in cui si ambienteranno i due successivi capitoli, ma non è privo di un po' di azione (a dirla tutta sul finale mi ha anche emozionata). Non tutto, infatti, scorre tranquillo fra lezioni, feste di compleanno, innamoramenti e ripicche a Fairy Oak: un oscuro pericolo incombe e coinvolgerà tutto il villaggio.

Le gemelle sono proprio come il giorno e la notte e su questa caratterizzazione degli opposti si gioca tutto. Tuttavia nessuna delle due incontra la mia simpatia: in quanto bambine, prima di tutto, sono leggere e disobbedienti (il che sarebbe a loro favore, se non fossi un'adulta e dunque non riuscissi a immedesimarmici).

Vaniglia, detta Babù, è gentile, ma impacciata e tende leggermente verso il vittimismo, che è quanto mi dispiace del personaggio. Apprezzo invece la sua mania nei confronti degli oggetti, che me la rende vicina.

Pervinca invece non mi piace proprio: per differenziarla dalla femminile Vaniglia (proprio uno Yin), la descrivono più spavalda e maschile (Yang), anche un po' scontrosa.

Come già detto, questa differenza grossolana occorre alla trama, però avrei preferito se la loro caratterizzazione le avesse differenziate senza ricadere proprio in questo contrasto bianco-nero quasi taoista. Anche gli altri personaggi sono abbastanza poco sfaccettati, ma forse ancora non si è entrati nel vivo della storia. Felì tende a essere perfettina, è un modello di fedeltà e responsabilità. Ho avuto più simpatia per Cicero, per Tomelilla e per il Mago del Buio Duff, il cui nipote ho trovato, invece, abbastanza scialbo e privo di una vera caratterizzazione (ma appunto, forse è solo presto).

La scrittura di questo libro è scorrevolissima e piacevole. Il linguaggio incontra il mondo fatato e se ne fa portatore. Sono molto curiosa di leggere il prossimo volume e inizierò presto!

Giudizio: piacevole, una serena lettura ⭐⭐⭐⭐

giovedì 23 novembre 2023

Il primo libro di Stefano Tura e il suo sequel a distanza di vent'anni

 Da qualche anno seguo le edizioni di Cesenatico Noir, festival della località romagnola che ospita gli interventi di autori che presentano i loro libri gialli, thriller e noir e molto altro. Il direttore artistico e presentatore del festival è il giornalista bolognese Stefano Tura, che è stato per anni corrispondente dall'estero di testate giornalistiche importanti e della Rai.

Nel corso del festival è possibile acquistare e farsi autografare i libri degli autori e molte librerie di Cesenatico partecipano comunque alla manifestazione mettendo a disposizione copie già firmate: è con una di queste copie che ho conosciuto la scrittura di Stefano Tura.

Ho scelto il suo romanzo d'esordio, Il killer delle ballerine, scritto ben 22 anni fa, nell'edizione che conteneva anche il breve sequel scritto nel 2020, L'ultimo ballo. Trovavo interessante poter osservare l'evolversi della scrittura di uno scrittore a circa 20 anni di distanza.


Sono rimasta dunque molto delusa da quanto ho trovato leggendo: lo stesso Tura, al termine del primo romanzo, ammette che non ha modificato nulla nella riedizione del testo, anche se avrebbe potuto migliorarlo.

Nella riviera romagnola all'apice del suo lustro, tra cubiste bellissime di discoteche scintillanti, si aggira qualcuno che toglie la vita ad alcune di loro. Si tratta di omicidi terribili, crudi, raccontati con dovizia di particolari (pure troppo per i miei gusti). Il giornalista Luca Rambaldi si aggira anch'egli sulle scene dei delitti e ottiene il permesso di intervistare l'uomo che era già stato arrestato per quegli omicidi, che però non si sono mai fermati.

Cosa non funziona in questo thriller? 

Non mi piace la scrittura, soprattutto i dialoghi, che sembrano sempre un po' finti e banali.

Questo è il principale problema, ma la struttura non è migliore: il protagonista "fa cose", il killer gli fa minacce che palesemente non attuerà mai perché l'autore l'ha rivestito di una plot harmor spessissima. Più volte ha l'occasione di acciuffarlo, ma Luca gli scappa in modo quasi imbarazzante. Inoltre il killer compie un rapimento che non ha alcun senso e che non gli porta alcun giovamento. Mi è piaciuto così poco che quando ho letto L'ultimo ballo, a distanza di due mesi, nemmeno ricordavo il finale.

Il sequel è molto breve e, dunque, c'è poco margine per giudicare, ma lo stile non sembra cambiato drasticamente e la storia lascia abbastanza a desiderare (l'assurdità del movente è imbarazzante).

Nel sequel si ripetono le stesse dinamiche, compreso il finale, che prevede il colpevole sproloquiare e raccontare la storia della sua vita e le sue ragioni per il tempo necessario a far arrivare la cavalleria. Già. Spoiler: le dinamiche sono precisamente identiche nei due finali e i personaggi non si salvano da soli nessuna delle due volte. 

I personaggi sono gli stessi del primo libro, ma è davvero deprimente vedere quale storia Tura ha scelto per i vent'anni che hanno trascorso fuori dalle pagine. Sono storie triste e per due di loro quasi uguali. Il personaggio di Luca, che era stato l'incredibile eroe del primo libro ha un destino non solo avvilente, ma anche tirato via: non ha lo spazio necessario per chiudere il suo ciclo parlando con gli altri personaggi. Peggio ancora Carmen, che ha un numero di parole pronunciate pari a quelle di una comparsa e non viene spesa nemmeno una parola per la sua situazione alla fine del libro.

I delitti sono solo due, con vittime molto diverse l'una dall'altra, così che non si capisce perché dovrebbero collegarli insieme e perché dovrebbero ricordare ai protagonisti immediatamente i crimini di 20 anni prima. Il passato in cui è ambientato il primo romanzo è rievocato in tono nostalgico.

Un'altra cosa che non mi ha soddisfatta è che in entrambe le storie le forze dell'ordine sono sempre rappresentate in modo negativo, senza appello: è tutto troppo generalizzato, con i cattivi che appaiono cattivissimi e i buoni troppo maltrattati.

Se devo trovare un solo aspetto positivo, soprattutto nel sequel, è l'accento positivo LGBTQ+, anche se buttato un po' lì, come ogni cosa di questo racconto.

Giudizio: banali, scritti male, struttura e moventi poco curati, crudi ⭐

sabato 18 novembre 2023

Country Zombie Apocalypse: un racconto lungo tra horror e grottesco

 Quando mi è stato proposto di leggere Country Zombie Apocalypse ho pensato che un racconto incentrato su degli zombie sarebbe stato decisamente fuori dai miei schemi, quindi ho subito accettato.

E ho fatto bene.


Filippo Santaniello è uno sceneggiatore che ha lavorato con registi italiani e stranieri e ha riscosso successo col film The Slider. Recentemente si è anche cimentato nella scrittura di racconti horror trash che costituiscono una piccola saga ambientata tra le colline umbre ed edita da Delos Digital.

In Country Zombie Apocalypse i protagonisti sono un giovane adolescente, Alessandro, e i suoi nonni: vivono in una cascina in campagna e hanno appena messo su un'attività. A causa di un'epidemia in corso, è stato infatti sviluppato un vaccino, che causa però la morte degli immunizzati e la loro resurrezione in forma di affamati zombie. Poiché Al è il solo a possedere una vasta cultura cinematografica e fumettistica in materia di zombie, è anche l'unico a cui potersi rivolgersi in caso di attacco da parte dei redivivi. Lui e nonno Iginio, vegliardo avvinazzato, ma tostissimo, costituiscono il braccio armato (la loro vestizione finale da eroi con "gli attrezzi del mestiere" è divertentissima), mentre la nonna Clotilde è la centralinista che risponde da casa alle richieste di soccorso.

Adoro che gli "attrezzi" e i metodi che servono a eliminare gli zombie e a "rimetterli a posto" siano tratti dal contesto di vita di Al e famiglia.

"Aggrovigliati alle maglie del retino ci sono ancora ciuffi di capelli strappati, incrostazioni organiche sui rebbi arrugginiti del forcone e sangue rappreso sulle lame del troncarami".

La storia è molto divertente e gira in chiave ironica gli elementi delle storie di zombie, compreso il classico attacco della moltitudine di morti viventi. Molte scene sono grottesche, ma la violenza splatter,  in realtà, si volge con genialità in commedia.

La scrittura mi è piaciuta molto: oltre a essere scorrevole, è lessicalmente curata e immaginifica. Il racconto si dipana nella mente come una pellicola ed è impossibile staccare gli occhi dalla lettura. I personaggi sono simpatici e ben descritti e i dialoghi funzionano molto bene. Un'ora di lettura di puro divertimento.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 13 novembre 2023

Il fantasma dell'Opera di Gaston Leroux

Il famoso fantasma dell'Opéra Garnier di Parigi, di cui tutti parlano e che aleggia tra i corridoi e le quinte del teatro, è il mostro che ha ispirato lungamente la fantasia di lettori e cineasti.


Nella storia di Gaston Leroux, che inizialmente uscì a puntate, il teatro dell'Opéra è infestato da presenze ed eventi oscuri e misteriosi: si vocifera che ci sia un fantasma mascherato, una presenza sinistra che fa capitare brutte sciagure e che infastidisce i direttori del teatro. Inoltre pare che di punto in bianco la giovane cantante Christine sia diventata la cantante più talentuosa dell'entourage, ma che si comporti anche in modo strano e di questo si accorge il giovane visconte Raul Chagny, amico di antica data della ragazza. C'entra il fantasma con le talentuose doti di Christine e con i periodi in cui scompare? Cosa c'è dietro al mistero del fantasma?

Il mostro è connotato quasi sempre negativamente, siamo messi in guardia dalla sua malvagità. Tuttavia in alcuni momenti emerge anche il senso di solitudine e di ingiustizia che subisce questo personaggio e il suo disperato bisogno di essere amato, come ognuno di noi.

"Avevo soltanto bisogno di essere amato per diventare buono!"

Ma l'amore del mostro per Christine è giusto? La lascia libere di scegliere o è frutto di inganno e costrizione? Possiamo chiederci se lei lo amerebbe se non fosse mostruoso, ma anche se la sua mostruosità (e la conseguente ripulsa) dipendono effettivamente dalla malformazione fisica oppure dal decadimento morale.

Nel 1925 Lon Chaney ideò il trucco più iconico del mostro, che interpretò lui stesso. Nel più recente musical del 2004, invece, l'aspetto è molto più addolcito e Gerard Butler indossa solo metà maschera a nascondere le sue deformità. Nel testo di Leroux l'aspetto è ancora più orrorifico, ma solo Christine potrà vederlo. 

Narrato da più punti di vista (terza persona, punto di vista dei direttori -siparietto comico del libro-, taccuini del Persiano), la storia del Fantasma mi è piaciuta, ma lo stile di scrittura, che si serve spesso del racconto che riassume vicende già trascorse al lettore, limitando dialoghi e scene d'azione, salvo che nell'ultima parte, non mi ha totalmente soddisfatta. Come stile è certamente tipico del periodo Ottocentesco, però è anche vero che altri autori del periodo sono stati più talentuosi nella scrittura.

Leroux ribadisce più volte che la sua ricostruzione si appoggia su fonti e su fatti realmente accaduti e descrive anche particolari che si dovrebbero ancora vedere all'Opéra.

Tuttavia rimane un libro carico di fascino, romantico e assolutamente da leggere una volta nella vita.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

domenica 12 novembre 2023

Il volto del male raccontati da Stefano Nazzi

 La narrazione di Nazzi la conosciamo bene per il podcast Indagini e il giornalista lavora nel campo della cronaca nera da anni.

Ho sempre apprezzato il suo modo di raccontare la "Nera", senza sensazionalismi, senza fare pornografia dell'orrore e forse può farlo anche grazie alla serietà del quotidiano per cui lavora, il Post, per il quale ha sempre dimostrato la sua stima.

Quest'anno Stefano Nazzi ha pubblicato anche un libro, Il volto del male, che tratta di famosi casi di cronaca italiana (come quello di Ludwig o ancora quelli delle Bestie di Satana o del Circeo, ma anche quelli di Bilancia e di Chiavenna) e di casi meno famosi (personalmente non conoscevo quello del Mostro di Foligno o, quello che più di tutti mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene, quello della coppia dell'acido).


Alcuni casi mi erano già noti per averli ascoltati dalla voce di Nazzi oppure da altri podcast, come Nero come il sangue di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, e programmi televisivi, sempre di Lucarelli.

In totale sono dieci storie che raccontano gli eventi principali dei fatti e delle indagini e cercano di ravvisare i possibili motivi e i retroscena che hanno spinto i criminali a compiere quei gesti. In effetti è un viaggio nel Male e non solo per le storie tristi dei protagonisti, vittime e carnefici, che lo sono diventati perché nel loro passato eventi traumatici li avevano segnati o solamente si era insediato un seme nefasto. In molti casi miseria o violenze o disturbi mentali fanno parte del vissuto dei colpevoli, ma non è sempre così, come nel caso di Chiavenna.

In molti di questi casi la scelta delle vittime è del tutto casuale, priva di movente, dettata semplicemente da circostanze favorevoli o da fugaci impressioni o impulsi casuali. Addirittura, nel caso degli attacchi con l'acido, una delle vittime non era neppure quella designata dagli aguzzini, bensì uno scambio di persona. Questo aspetto mi ha messo i brividi e fa comprendere come chiunque di noi aveva la stessa probabilità delle vittime di trovarsi sulla strada del mostro.

In presenza o meno di una parvenza di movente, sono strazianti anche le storie delle famiglie o dei sopravvissuti, come quelle di Stefano Savi e Pietro Barbini, di Donatella Colasanti o del signor Tollis, che ha cercato il figlio per sei anni ai concerti metal di tutta Europa.

Dieci storie strazianti, ma necessarie per ricordare le vittime e i loro cari e per non essere disinformati: conoscere e approfondire questi casi significa anche conoscere la nostra società e, a volte, può metterci in guardia davanti ai segnali del pericolo.

Giudizio: stile di scrittura piacevole e scorrevole, storie interessanti e dolorose ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 settembre 2023

L'estate in cui fiorirono le fragole: un po' troppo melenso

 Ebbene, sono di parte: non mi piacciono né le storie melense, né i romance, così non c'è da stupirsi che appena ho terminato questa lettura, L'estate in cui fiorirono le fragole di Anna Bonacina (Sperling & Kupfer, 274 pagine), mi sono fiondata a leggere storie di assassini.


Copertina e trama riportata sulla sovraccoperta mi avevano fatto sperare in una storia ambientata in un paesino pittoresco, popolato di personaggi eccentrici e di avvenimenti sorprendenti e queste aspettative sono state soddisfatte pienamente: mi sono piaciuti i personaggi, anche se sono abbastanza tagliati con l'accetta, mi sono piaciute le loro vicende, mi è piaciuto Tigliobianco. Non mi è piaciuta tutta la parte della storia d'amore dei due protagonisti: cliché puro, melensaggine da capogiro, frasi trite e ritrite e soprattutto, ma che valori ha questa protagonista/scrittrice?

Priscilla è infatti una scrittrice famosissima di romanzi harmony ferita dalla vita sentimentale che incontra il famoso "Blocco" della pagina bianca e parte per un paesino sperduto per trovare la concentrazione. A parte lo stereotipo della mamma che cerca di trovarle per forza uno spasimante (come se fosse un presupposto necessario e sufficiente per essere realizzati), la descrizione del chirurgo plastico è agghiacciante. Cesare è il classico dongiovanni che non vuole legami e questa caratteristica è restituita come se fosse un aspetto positivo (segue momento di incredulità), salvo poi trovare la scrittrice la donna della sua vita per motivi non definiti e legarsi in modo stabile per qualche ragione ancora meno comprensibile visto che fino a quel momento era sempre fuggito di fronte al profilarsi di un fidanzamento. Il corteggiamento e il fraintendimento con conseguente riparazione tipici di queste storie sono abbastanza scontati e non vedevo l'ora di superare quei capitoli durante la lettura.

Invece le storie di Tigliobianco, paese natale di Cesare e in cui va a rifugiarsi Priscilla, sono graziose, anche se non proprio originalissime: ci sono le anziane che si fanno la guerra da decenni, le pettegole, diversi bambini e adolescenti variamente simpatici, vecchie chiuse in casa, clochard che girano con misteriosi carrelli, ma soprattutto una ricetta scomparsa di una torta alle fragole che fa da pernio per la vicenda.

La scrittura è spesso colloquiale, molto semplice, scorrevole. I personaggi sono abbastanza rigidi, a parte Priscilla e Cesare che oscillano fra diverse inclinazioni del loro carattere: essere assertiva, essere passiva; voler essere una farfalla che svolazza fra molti fiori, desiderare un legame stabile.

Giudizio: complessivamente si legge in modo scorrevole, ma resta un po' pissero e detestabile (almeno per me) nella sua parte melensa ⭐⭐⭐

giovedì 21 settembre 2023

Il lato giallo di Bradbury: Assassino, torna da me!

 Dalla biblioteca di mio nonno, alcuni anni fa, è emersa una raccolta di racconti selezionati da Alfred Hitchcock e intitolata Alfred Hitchcock presenta racconti per le ore piccole.

La sfida che l'eccentrico regista, mio idolo indiscusso nel campo cinematografico, lanciava a editore e lettore - in un'introduzione scritta con il consueto humor - era di riuscire a leggere l'intero malloppo nell'arco di una nottata. Diciannove racconti, due romanzi brevi e uno lungo (oltre seicento pagine) con l'apposita scaletta degli orari di lettura dalle 23.00 alle 05.38 del mattino successivo, addirittura con riportata l'ora esatta con cui tenere il passo in cima alla pagina:

<<...se per caso voi non riuscite a leggere queste pagine secondo l'orario di lettura che a pagina 11 vi suggerisco, per l'amor di Dio, seguite il mio consiglio: chiudete il libro e andate dal dottore. Di corsa.>>

Oltre al divertimento prodotto dal gioco di rispettare i tempi, in questa antologia ci sono molti meritevoli racconti, ma uno in particolare divenne, al termine della lettura, la mia nuova ossessione.


Si tratta di The whole town's sleeping di Ray Bradbury (nella traduzione che avevo a casa si titolava La città dorme, ma nel nuovo volume è stato tradotto Tutta la città dorme, più letteralmente), autore che mi trovavo a leggere per la prima volta in quel momento, senza mai aver affrontato il ben più celebre Fahrenheit 451, cosa che tuttora non ho ancora fatto.

Come raccontato dall'editore americano Hard Case Crime nella prefazione per la raccolta Assassino, torna da me!, portata in Italia da Mondadori, il racconto, pubblicato su McCall’s Magazine nel 1950 ebbe così tanto successo (è rimasto uno dei più noti di Bradbury) da spingere quattro anni più tardi Frederic Dannay del celebre Ellery Queen’s Mistery Magazine (la leggendaria rivista di settore che tuttora pubblica racconti polizieschi dal 1941) a commissionargli un seguito.

Questo seguito, A mezzanotte nel mese di giugno, è stato recentemente pubblicato nella raccolta già menzionata, Assassino, torna da me!, in occasione nel 2020 del centenario della nascita dello scrittore americano.

In precedenza lo stesso editore aveva curato una prima antologia chiamata Omicidi d'annata, che differiva per la selezione di racconti. Le due raccolte sono comunque accomunate dal genere di produzione. Infatti Bradbury non era solo un noto scrittore di fantascienza, ma la sua produzione è vastissima, poiché, come lui stesso dichiarava, per migliorare lo stile era solito scrivere un racconto a settimana e questi racconti spaziavano dal fantastico al weird, dalla fantascienza al poliziesco.

In Assassino, torna da me! (che ho letto come primo libro della nuova Sfida dello Scaffale Strabordante 2023-2024) ci sono prevalentemente racconti di genere poliziesco, ma alcuni spaziano verso il noir o l'hard boiled, incentrandosi su storie di gangster. Altri sono comunque affini alla fantascienza, includendo androidi dotati di intelligenza artificiale tra i personaggi. Altri ancora virano sul weird (e sono infatti presenti nel mio Halloween, raccolta di racconti e romanzi weird di cui avevo parlato in precedenza) o sulla storia da brividi, tra cui il mio preferito, il riuscitissimo Il piccolo assassino. L'autore stesso nella postfazione di Omicidi d'annata, che anche in questa nuova veste segue i racconti (per ovvie ragioni, data la scomparsa avvenuta nel 2012), lo riconosce come suo migliore in ogni campo.

Tutti i racconti sono interessanti, originali, freschi e scritti veramente benissimo. Pochi hanno un'evoluzione scontata: il colpo di scena è sempre dietro l'angolo.

Personalmente ho trovato superiori:

  • Tutta la città dorme (e vorrei dire, naturalmente!). L'ho riletto almeno per la quarta volta e mi lascia sempre strabiliata per com'è descritta la fuga di questa ragazza nel cuore della notte. Il suo finale-non finale lascia immaginare il lettore e quando ho scoperto che ne esisteva un seguito, ho dovuto precipitarmi su questa raccolta. Forse per via delle mie aspettative, non proprio modeste, ho però trovato A mezzanotte nel mese di giugno non del tutto soddisfacente.
  • Il piccolo assassino è un capolavoro da brividi, con ogni colpo di scena più inquietante del precedente.
  • La donna che urla è quasi un racconto per ragazzi e somiglia a La donna nel baule. Mi sono entrambi piaciuti molto col loro approccio morbido sono ideali come apertura della raccolta.
  • “Non sono scemo, io!“ è proprio poliziesco nel senso puro e anche se avevo subodorato il colpo di scena, non di meno mi è piaciuto tantissimo.
  • Dove tutto finisce è anch'esso impostato come detective stories, che me lo ha fatto apprezzare, e ha un'atmosfera molto cupa.
  • Così morì Riabouchinska è più psicologico, sebbene ci sia un detective che indaga su un omicidio misterioso.
  • La città dove nessuno scendeva è un racconto piccolo, ma geniale.
  • Marionette S.p.A. è il mio preferito della serie dei robot intelligenti e mi piacciono molto i colpi di scena che presenta.
Gli altri racconti non sono meno belli, tranne forse i due in stile gangster, scritti comunque superbamente, avvincenti e scorrevoli.

Giudizio: credo che raramente una raccolta possa avere una tale costanza nel livello di scrittura
⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 4 settembre 2023

L'invincibile estate di Liliana Rivera Garza: il ricordo della sorella

Appena sei mesi dopo aver letto lo straziante Laetitia, ovvero la fine degli uomini, nel gruppo di lettura crime Mari Criminali, col quale sto affrontando questo filone letterario, mi sono (e ci siamo) imbattuta in un libro molto simile, una nuova uscita editoriale del 2023: L'invincibile estate di Liliana.


A Città del Messico, il 16 luglio 1990, Liliana Rivera Garza fu assassinata da un suo ex fidanzato, un uomo possessivo e geloso, che mal tollerava la vita condotta dalla sua ex ragazza nel mondo universitario della metropoli.

Un femminicidio.

Oltre trent'anni dopo, la sorella Cristina smuove i ricordi e gli eventi: chiede che l'inchiesta sia riaperta, rompe l'argine del dolore che ammutolisce lei e i suoi genitori e ricostruisce con infinito amore chi era Liliana, cosa le piaceva, cosa l'animava, come amava vestirsi, quali passioni condivideva e con chi.

Come in Laetitia l'obiettivo è ridare corpo e tridimensionalità alla vittima, farla rivivere attraverso le testimonianze dei suoi amici e parenti e tramite le lettere e i biglietti che scriveva in continuazione.

Le somiglianze tra i due libri sono di intenti, le differenze stanno sostanzialmente in due punti:

  • la voce narrante non è di uno sconosciuto che si approccia dall'esterno al mondo della donna uccisa, bensì quello di una delle persone a questa più stretta, la sorella;
  • l'ordine del racconto è profondamente diverso.
Ivan Jablonka è metodico e piuttosto ordinato: su due binari paralleli corrono due distinte ricostruzioni, da un lato il caso di cronaca, dall'altro la vita di Laetitia.
Cristina Rivera Garza è più caotica: il racconto va dove la conduce il cuore, ma da metà romanzo in poi comincia a seguire un ordine cronologico anche lei, almeno per gli ultimi mesi della vita di Liliana: le uscite con gli amici, le frequentazioni, gli studi di architettura, in cui riversava tanta passione, l'ombra del suo passato che incombeva su di lei senza lasciarle totale libertà di movimento.

Il Messico e il suo machismo. Anche un episodio di Criminal Minds (1x19) si incentra su questo aspetto culturale della nazione: ogni vero uomo deve dimostrarsi tale nel senso più retrogrado del termine e ogni donna deve sottometterglisi.
Malgrado le vedute abbastanza aperte dei genitori, che fanno studiare le figlie all'università negli anni Ottanta, Liliana cresce in un paese abbastanza piccolo e si lega a un ragazzo al liceo. Con alti e bassi prosegue con lui una relazione che non si interrompe del tutto neanche quando la ragazza si trasferisce a Città del Messico per studiare architettura. Il legame, però, si sfibra. Liliana conosce un mondo fatto di libertà e indipendenza, conosce amiche e amici nuovi, ragazzi giovani che, a loro volta, studiano, appartengono al suo mondo, mentre Angel è rimasto al paese a lavorare. Pur con difficoltà, Liliana si smarca da questo rapporto che le tarpa le ali e questo segna la sua fine.
La mentalità da padrone del giovane uomo non accetta che Liliana abbia una vita dopo di lui. Paragonandosi a un dio, come ogni assassino nei femminicidi, decide di togliergliela.

Lo stile è scorrevole, ma al contempo nostalgico e trapela tutta la sofferenza e il rammarico di questa sorella che ha perso l'essere amato: un'assenza con cui ha convissuto tutta la vita.

Mi sono piaciuti molto alcuni passi in cui Cristina, citando anche No visible bruises della giornalista americana Rachel Louise Snyder, spiega i meccanismi con cui si instaura la violenza e il circolo vizioso che rende difficile per la vittima svicolarsi dal giogo che la immobilizza. 
Solo per fare un esempio: per quale ragione una donna che sa di essere picchiata o minacciata non si allontana, non fugge, non grida aiuto? Questa è un'accusa che viene spesso rivolta alle vittime dei femminicidi e delle violenze. Anche Liliana si era tenuta Angel non del tutto distante, malgrado volesse lasciarlo o addirittura lo avesse fatto. Snyder paragona l'uomo abusante a una fiera pericolosa e imprevedibile.
"Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l'orso. Restano perché con il tempo sono riuscite a sviluppare alcune strategie capaci di calmare, a volte con successo, il partner furioso: pregano, supplicano, promettono, adulano, dimostrano pubblicamente il proprio affetto per l'aggressore e gli si dimostrano alleate perfino contro le persone - come la polizia o gli avvocati o gli amici o la famiglia - che potrebbero salvare loro la vita. Le donne maltrattate restano perché vedono l'orso che si avvicina. E vogliono vivere."
Un'altra riflessione importante - questo libro ne contiene molte e andrebbe davvero letto e questa analisi-recensione non riuscirà a esaurire gli spunti che fornisce, ma d'altronde l'intento è di incuriosire affinché altri, dopo di me, possano decidere di intraprendere questo "studio" - è quella del senso di colpa dei familiari. La colpa di quanto successo a Liliana finisce, in un paese maschilista come il Messico (e, aggiungerei, come l'Italia), per ricadere sui genitori della ragazza e, più o meno indirettamente, anche sulla stessa vittima.
"Più soli che mai in una città feroce che ci è piombata addosso con le potenti fauci del machismo: se non l'aveste lasciata andare a Città del Messico, se fosse rimasta a casa, se non le aveste dato tanta libertà, se le aveste insegnato a distinguere tra un brav'uomo e uno pessimo."
Ci sono molti altri temi affrontati in questo volume: il senso di colpa di chi resta nel continuare a vivere o, peggio, a godersi la vita; le difficoltà di ottenere giustizia, di far riaprire un caso, di tenere aperte delle indagini in un paese in cui il femminicidio è riconosciuto solo nel 2012 e, dunque, negli anni Novanta non esistevano neppure i termini per definire quanto accaduto; i segnali che possono esserci stati, oppure no, negli ultimi mesi - e non solo - della vita di Liliana; e molto altro.

Un libro interessante e potente, un grande messaggio d'amore e un atto di denuncia:
"Lo buttiamo giù il patriarcato."

domenica 6 agosto 2023

La trilogia degli Evangelisti di Fred Vargas: rimpiangiamo il commissario Adamsberg?

 Ahiaiai, cara Fred Vargas, cosa mi hai combinato!

Da grandissima fan della serie del commissario Adamsberg, sul quale ho letto tutto quello che Einaudi ha pubblicato in Italia, mi sono decisa a recuperare la trilogia dedicata ai cosiddetti Tre evangelisti.

I personaggi di San Marco (Marc Vandoosler), San Matteo (Mathias Delamarre), San Luca (Lucien Davernois) e dello stravagante zio di Marc, Armand Vandoosler, sono introdotti nel primo romanzo, Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Peccato che poi abbiano corso il rischio di scomparire completamente! Ma andiamo con ordine.


Tutti e tre i romanzi hanno un elemento di avvio assolutamente intrigante e uno svolgimento, però, un po' tentennante. Il guaio è che Fred Vargas sembra essersi dimenticata per la strada cosa aveva progettato inizialmente per i personaggi ed è la critica principale che pongo alla trilogia.

❶ Chi è morto alzi la mano è sicuramente il migliore dei tre e quello in cui ciascun personaggio dell'originaria quaterna ha una dignità maggiore: sono meglio descritti e ognuno di loro concorre a risolvere l'omicidio. Anche l'avvio è il più convincente: l'ex cantante di opera Sophia trova all'improvviso una mattina nel suo giardino un albero. Si tratta di un albero adulto, che non ha piantato né lei, né il marito, né il giardiniere.

Il caso vuole che nella casa vicina vengano ad abitare i tre evangelisti, più zio Vandoosler, che è il responsabile del soprannome di quelli che in realtà sono tre storici. Marc studia il medioevo, Mathias la preistoria e Lucien è un esperto della Grande Guerra. Armand Vandoosler, invece, è un ex poliziotto, congedato per via dei suoi metodi poco ortodossi: sarà lui a "condurre" le indagini di questo primo romanzo.

Non è un giallo eccellente: il colpevole si riesce a individuare piuttosto facilmente, ma è ugualmente piuttosto piacevole.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Un po' più il là sulla destra: in questo libro arrivano i problemi. Non tanto per la trama, anche se dopo l'avvio dell'intrigo, le indagini non sono molto accattivanti (ma sul colpevole mi sono imbrogliata stavolta), ma soprattutto per gli Evangelisti. A parte il protagonista del trio, Marc, (e una piccola particina di Mathias sul finale, che è probabilmente l'evangelista più ammaliante con la sua saggezza, il suo silenzio e le sue abitudini anticonvenzionali), gli altri spariscono. Non trovano più spazio, salvo spiegare a Marc come si fa la valigia, il nevrotico Lucien e soprattutto, tranne una telefonata di un minuto, zio Vandoosler che, malgrado fosse stato il mattatore del libro precedente, non lo ritroverà più. A sostituirlo nel ruolo e nello spazio è un nuovo personaggio, Louis Kehlweiler, padre tedesco, madre francese, ex pezzo grosso del Ministero dell'Interno. Gli agganci che dunque aveva Armand Vandoosler sono sostituiti e allargati. Il nuovo protagonista, però, oltre a non essere superiore in simpatia al quartetto, diventa l'unico punto di vista narrativo.

È Kehlweiler che, supervisionando tutte le panchine della città, scopre presso una di esse, nascosto tra gli escrementi di un cane, l'osso di un alluce umano. Kehlweiler suppone che ci sia un cadavere a cui manca un alluce. Dove sarà mai questo cadavere? Nel paese della sua ex compagna...ma questa è un'altra storia...

Giudizio: sebbene non del tutto spiacevole, ho passato il tempo a contare quante pagine mancavano alla ricomparsa di almeno uno degli evangelisti ⭐⭐

Io sono il tenebroso rivede, invece, il ritorno -in parte- degli evangelisti. Una cara amica di Kehlweiler, Marthe, già introdotta nel romanzo centrale, si ritrova alla porta il ragazzino che aveva sottratto alla solitudine della sua misera infanzia. Ormai è adulto e sembra essere diventato il serial killer che tutta Parigi sta cercando, ma si dichiara innocente.

In questa indagine i tre evangelisti tornano ad avere ciascuno una parte nella storia, sebbene inferiore a quella di cui godevano nel primo romanzo. Armand Vandoosler, poverino, resta invece relegato al ruolo di baby-sitter. Kehlweiler mantiene la parte del leone nelle indagini, nelle quali anche stavolta il colpevole si può identificare, poiché Vargas compie lo stesso procedimento in tutti e tre i libri.

Giudizio: Un po' meglio del secondo ⭐⭐⭐

Prova di thriller per Valerio Massimo Manfredi: Palladion

 È uno strano mix quello che mette in atto Valerio Massimo Manfredi in Palladion.


Inizia come romanzo storico, raccontando gli eventi del 179 a.c., quando un grande pericolo stava minacciando Roma. Prosegue poi nel 1071 all'interno di un monastero bizantino nel Lazio, all'interno del quale un copista scopre un segreto che riguardava quell'antica vicenda romana.

Tracciate queste basi, Manfredi ambienta la storia a degli imprecisati (per poter inventare dei capi di governo a suo gusto) "giorni nostri". L'autore introduce dunque una grande quantità di personaggi, alcuni dei quali non rivedremo mai, alcuni che invece ricompariranno per piccole o medie parti, e imposta l'intera vicenda come un thriller.

Il fulcro è questo: alcune statue raffiguranti Atena vengono rinvenute a Lavinium e nello stesso periodo vengono anche ritrovati un monumento funebre e delle statue di due guerrieri. Tutte queste scoperte sono collegate tra loro e alla storia raccontata all'inizio del romanzo. Tra i simulacri di Atena, uno non è forse il leggendario Palladio in grado di proteggere qualunque città che lo possieda?

All'inizio della mia lettura ho storto un po' il naso: lo stile narrativo non mi piaceva, sebbene Manfredi disponga di un lessico molto ampio e descriva con grande precisione e accuratezza luoghi e personaggi, vergando anche alcune frasi di poetica bellezza.

Proseguendo, però, l'intreccio mi ha abbastanza presa ed è congegnato veramente molto bene. Tutto alla fine si incastra e bene, anche se il movente dei "cattivi" è un po' fantasioso e tratteggiato un po' rapidamente. A essere del tutto onesta qualche domanda rimane in sospeso e non sono riuscita a togliermi tutti i dubbi.

Quel che mi ha stonato di più, in ogni caso, sono state le scoperte archeologiche: tutti e tre i ritrovamenti collegati alla stessa vicenda sono avvenuti a brevissima (o addirittura nulla) distanza tra loro, il che è a dir poco incredibile. Manfredi avrebbe potuto semplicemente effettuare dei salti temporali maggiori di quelli già comunque presenti, rendendo il tutto più credibile.

Concludendo, ho apprezzato la storia thriller e alcuni personaggi, malgrado alcune cosette tirate per i capelli e lasciate anche senza spiegazione. Per me lascia un po' a desiderare anche lo stile, soggetto ad alti e bassi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

venerdì 4 agosto 2023

Helter Skelter di Vincent Bugliosi: nell'abisso del male

"Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro."

Friedrich Wilhelm Nietzsche

Questo è successo quando ho compiuto una full-immersion nel caso giudiziario de casi Tate e LaBianca, raccontati nientepopodimeno che dal Pubblico Ministero del processo a Manson e alla sua Family, ovvero Vincent Bugliosi. Ho letto oltre metà del libro una domenica pomeriggio, per poi risognarmi tutto il processo tutta la notte.


La storia è celebre e macabra: la notte dell' 8 agosto 1969 alcuni membri della cosiddetta Famiglia entrarono nella villa di Cielo Drive a Los Angeles, dove si trovavano l'attrice Sharon Tate, moglie del regista Roman Polansky, da cui aspettava da otto mesi un figlio, insieme con alcuni suoi conoscenti, Jay Sebring, Abigail Folger e Wojciech Frykowski, e massacrarono i presenti a coltellate. Inoltre, prima di entrare nell'abitazione, si imbatterono nel giovane Steven Parent, che se ne stava andando, dopo essere passato dal custode per cercare di vendergli una radio, uccidendolo con quattro colpi di arma da fuoco. La notte successiva toccò ai coniugi Leno e Rosmary LaBianca a essere trucidati nella loro casa a Waverly Drive.

La prima notte Charles Manson inviò i suoi sicari, mentre il 9 agosto si recò personalmente sul luogo del delitto, partecipandovi, legando i coniugi nella loro casa. I due delitti, nella mente dell'uomo, dovevano dare avvio all'Helter Skelter, secondo lui addirittura profetizzato dalle canzoni dei Beatles, ovvero una rivolta delle persone nere contro quelle bianche in una guerra che avrebbe nociuto a tutti, tranne che a lui e ai suoi seguaci, che lui avrebbe scortato nel deserto mentre si consumava la guerra da lui scatenata; al termine della guerra le persone nere, che Manson, del tutto razzista, riteneva inferiori, non sarebbero state in grado di "governare il mondo" e dunque si sarebbero rivolte a lui e ai suoi seguaci, ormai divenuti una moltitudine, per prendere il comando. In buona sostanza: il delirio di un pazzo, basato su idee estrapolate anche da Sc1ent0l0gy e dall'Apocalisse. Il difficile, per l'accusa, fu dimostrarlo. 

Nelle prime due parti del libro il narratore è anonimo e ricostruisce tutte le vicende legate ai due fatti di cronaca. Dalla terza parte all'ottava parte, invece, Bugliosi si palesa e racconta in prima persona l'andamento delle sue indagine e poi del processo, compresa l'analisi degli errori principali dei detective nelle fasi di avvio delle indagini e di tutte le difficoltà incontrate a cercare di provare le sue due tesi accusatorie:

  1. Charles Manson era il mandante degli omicidi (in realtà neanche solo di questi) per il suo strampalato movente;
  2. i sicari erano assoggettati al dominio di Manson, che li manipolava, ma erano, a loro volta, sadici e disposti a uccidere al comando del loro leader perché naturalmente predisposti all'omicidio.
Gli esecutori, raccontando a testimoni, gran giurì e giurati i loro crimini, riuscirono ad agghiacciare gli auditori per il loro sadismo e l'assenza di rimorso: davvero mostruosi! Manson fu proprio molto bravo in questo: riconoscere e scegliere i soggetti che "gli servivano". Fu a suo modo un profiler, capiva le persone che gli stavano davanti e quali leve usare, tranne, per fortuna, in un caso.
Il principale testimone dell'accusa fu infatti Linda Kasabian, una degli ex membri della Famiglia, a questa unitasi da pochi mesi quando si recò a Cielo Drive quel fatidico 8 agosto senza partecipare agli omicidi, poiché rifiutava di attuare gli ordini di Manson.

Il potere che Manson ha sviluppato sul gruppo di persone che lo avevano seguito, fondando la comunità di Spahn Ranch, è descritto molto bene nel testo. Mi ha turbata, ma fino a un certo punto. Ci sono stati tanti casi in cui intere comunità (come quelle dei suicidi di massa) o nazioni (penso alle dittature) hanno seguito un pazzo svitato, perché sono state "corrotte" a poco a poco, capendo dove era arrivato il marcio solo quando ormai il potere di quella persona era eccessivamente radicato. Di fatto è anche il circolo vizioso che si instaura nelle violenze domestiche.

La cosa che mi ha fatto rimanere più male però, in questa vicenda, è stata la difficoltà delle forze dell'ordine a orientarsi nei casi, a collegarli, ignorando le piste perché non erano concordi alla loro idea precostituita: insomma, l'incredibile serie di errori che hanno commesso nelle indagini, segno evidente che semplici agenti, ma anche ispettori non erano formati in criminologia e nelle tecniche di interrogatorio (e forse nemmeno in molti aspetti basici).

Anche per questo ho trovato il lavoro di Bugliosi veramente incredibile, accurato e scrupoloso. Anche se forse si gloria un pochino da solo nel racconto, aver provato sia il mandato di Manson (col suo movente pazzoide, così contaminato da tante idee diverse che sembra fintissimo), sia la volontà degli esecutori di uccidere a prescindere da lui sembra miracoloso. Forse non ci sarebbe mai riuscito se così tanti membri della Famiglia non avessero spiattellato "la qualunque", non avessero commesso così tanti errori e non avessero avuto atteggiamenti così tanto sospetti. Di fatto sono riusciti a commettere più errori di quelli di cui i detective non si erano accorti: tolti quelli, ne restavano ancora abbastanza!

Questo saggio è un viaggio nell'abisso. Ho proceduto con grande lentezza nella prima parte, perché era troppo orribile da leggere e ho dovuto porre più di un filtro nella lettura per tutelare il mio benessere. Al contempo è una disamina del Male e della natura della mente umana, assolutamente indispensabile per leggere e capire il nostro mondo (di ieri e di oggi).
A livello di scrittura è scorrevole, soprattutto per l'interesse generato dai fatti, anche se qualche volta ci sono alcuni dati che si ripetono (forse dovuto alla collaborazione di Bugliosi con lo scrittore Curt Gentry oppure per rafforzare nella memoria del lettore alcuni punti, utili a navigare in un mare di nomi e informazioni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 12 luglio 2023

Secondo capitolo della saga Uno di noi...è il prossimo!

Si torna sul luogo del delitto! Nella cittadina in cui oltre un anno prima è morto Simon Kellher i protagonisti del precedente thriller si sono diplomati, ma ogni tanto riappaiono nella trama, poiché legati ai nuovi personaggi di questo romanzo, ancora young adult e ancora legato a una applicazione che spopola nel liceo. Qualcuno che cova vecchi rancori rimette in piedi il progetto di Simon: svelare scomode verità, a meno che nel gioco non si preferisca rischiare un obbligo. Ci scappa il morto anche stavolta? Eh, certo! Sennò Karen McManus cosa si è scomodata a fare?


I nuovi protagonisti sono tre ragazzi, di cui conosciamo già almeno Maeve, in quanto sorella di Bronwyn. Gli altri sono Knox e Phoebe, che conoscono la prima per ragioni diverse. Frequentano il penultimo anno di liceo, cercano di capire il loro posto nel mondo, si scontrano coi genitori o i familiari e con i loro problemi, come tutti i ragazzi di quell'età, finché si trovano invischiati di nuovo nel torbido gioco di uno sconosciuto, su cui naturalmente si butteranno ad indagare.

La prima quarantina di pagine di questo secondo thriller è stata abbastanza noiosa. Era importante introdurre i nuovi personaggi e le loro relazioni, anche con i vecchi personaggi (il fan service abbonda, va detto), ma l'autrice l'ha tirata per le lunghe, il che si è fatto sentire. In generale anche la trama non è brillante come quella del primo capitolo. Questo si giovava di due fattori vincenti: il delitto a porte chiuse e il fatto che non sapessimo quanto nascondevano i quattro presenti. Ognuno di loro poteva aver ucciso Simon. 
Questo episodio presenta un minor numero di segreti nascosti e si configura maggiormente come romance e come giallo, piuttosto che come thriller. Il livello di tensione non raggiunge mai picchi e, quindi, si è anche meno trascinati nella lettura. Il finale devo dire che mi ha anche abbastanza sconvolto per il livello di durezza.
Molta attenzione è stata dedicata alla ricerca di cosa i ragazzi desiderano fare nella vita, al fatto che spesso a quell'età (quando devono scegliere il proprio futuro) sono confusi, intimoriti anche, vorrebbero prendere delle strade che i genitori non hanno mai nemmeno valutati; si sentono estranei al modo di pensare di questi adulti, che si sforzano di incasellarli in idee precise, ma troppo limitate per loro. Questa riflessione tra le righe mi è piaciuta, anche se non serviva all'andamento della storia mistery.

In ogni caso, superato lo scoglio iniziale, è stata una lettura piacevole, sicuramente leggera e adattissima all'estate, magari sotto l'ombrellone.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 3 luglio 2023

Abeditore e Coppola editore: esperienze di letture crime indipendenti

 Da circa tre anni il mio pellegrinaggio annuale a Cesenatico mi conduce presso la libreria indipendente 27, che presenta un catalogo ricco e originale, oltre a essere bellissima e ad avere un'elegantissima mascotte baffuta color tartaruga.

L'anno scorso ci ho comprato due interessanti volumetti, entrambi incentrati su casi di cronaca vecchi di secoli, che mi sono letta durante la maratona estiva 7 libri in 7 giorni hello summer.

Si tratta di un compendio di tutte le informazioni principali del caso di Jack lo Squartatore di Coppola Editore e della cronaca del caso della Marchesa di Brinvilliers, uno dei "Crimes celebres" di Dumas padre, di Abeditore.

Approfitto dei due libricini per dire qualcosa sulle due case editrici in questione, caratterizzate entrambe da una veste grafica di un certo livello.

L'avvelenatrice è invece il resoconto di cronaca e giudiziario che Dumas pubblicò nel 1841. Questo curatissimo libriccino di appena 110 pagine, appartiene alla collezione Piccoli Mondi di Abeditore, che si caratterizza in tutte le sue collane per l'attenzione ai dettagli e alla cura maniacale dell'estetica del libro. Piccoli Mondi è composta interamente di micro-volumi, sempre con le pagine interne color avorio Fabriano e una spessa copertina Tintoretto della Fedrigoni, come tutti i libri della casa editrice, illustrata (nella terza è presente il ritratto di Alexandre Dumas, sulla quarta la raffigurazione di una pagina di giornale che annuncia la scoperta dei delitti e che riporta anche l'immagine della Marchesa di Brinvillier). Della stessa collana ho già puntato un altro paio di titoli (L'altra metà delle fiabe e La storia segreta di una contessa irlandese) e avevo già letto Il testamento di Magdalen Blair.

Venendo alla storia, questa mi era già nota, poiché l'avevo ascoltata nel podcast Nero come l'anima, raccontata da Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Si tratta della ricostruzione mediante documenti dell'epoca dei delitti perpetrati da Marie Magdalen d'Aubray, sposata Brinvillier. La donna aveva per amante Santa Croce, che divenne abile a fabbricare veleni, che vendeva a chiunque volesse sbarazzarsi di persone scomode, compresa la d'Aubray. Poiché conosciamo i suoi delitti, naturalmente fu scoperta. Dumas ripercorre la scoperta dei misfatti, l'arresto della donna, i suoi interrogatori e la sua tortura, il processo e infine la sua morte. È un resoconto interessante e scritto in modo piuttosto avvincente, soprattutto nella prima parte, salvo poi arrugginirsi un po' nei dettagli conclusivi, decisamente sovrabbondanti. Colpisce comunque molto la figura della Marchesa, che si contraddistingue per una forza d'animo incredibile, soprattutto per l'epoca, e per l'efferatezza senza scrupoli che la portò a eliminare, con una gran faccia di bronzo, il padre e i fratelli e una serie di vittime incidentali, necessarie al raggiungimento dei suoi scopi.

Per quel che riguarda Gli omicidi di Jack lo Squartatore, si tratta di una ricostruzione della collana Le biglie di Coppola Editore, la casa editrice indipendente che si autodefinisce "terrona", in quanto fondata a Trapani nel 1984, ma con sede a Napoli dalla morte del fondatore, Salvatore Coppola. Contraddistingue le sue uscite editoriali per l'utilizzo di carta riciclata, inchiostri non inquinanti e una certa attenzione agli autori della propria zona e a certe tematiche antimafia: la storica collana I pizzini della legalità era costituita infatti da block notes che raccontavano crimini di mafia. Dal 2021 pubblica anche classici, ma restando originale nei formati, sia curatissimi dal punto di vista estetico, sia insoliti, come i piccolissimi I fiammiferi. La collana Le biglie ha le copertine in grande formato e illustrate come un quadro; hanno colori vividi e design moderni quelle di Biplane, mentre quelle de I bouquet hanno pattern ripetuti floreali o geometrici.
Il volume che ho acquistato si compone di quattro parti, oltre alla prefazione della redattrice Stefania Aniceto e a un capitoletto conclusivo.
Ciascuna sezione è dedicata a esaminare tutte le vittime, le prove documentali sulle caratteristiche degli omicidi e delle presunte comunicazioni con la polizia, i detective che si occuparono del caso e, infine, la lista dei sospetti.
Il libro non pretende di fornire risposte, che, di fatto, non ci sono mai state, anche se Patricia Cornwell, la scrittrice, dedicò molto tempo a studiare il caso e dette la sua versione dei fatti in Ritratto di un assassino e i profiler John Douglas e Roy Hazelwood stilarono un rapporto sul profilo psicologico del serial killer alla fine degli anni Ottanta.

In conclusione si è trattato di due titoli interessanti, di studio, in una veste grafica molto bella. Intendo approfondire prossimamente la conoscenza di questo lato dell'editoria, magari scoprendo altre collane oltre a queste già attenzionate.