martedì 19 marzo 2024

Approfondendo Italo Calvino: le Lezioni Americane e Calvino Pop

Uscendo dalle letture dei racconti e dei romanzi, ho cercato di addentrarmi nella scrittura e nella personalità di Calvino attraverso due libriccini di taglio differente.

Le Lezioni Americane sono una serie di conferenze che l'autore avrebbe dovuto tenere tra il 1985 e il 1986 ad Harvard. Calvino mori, però, il 19 settembre di quell'anno accademico che doveva vederlo negli USA.

Secondo la figlia, che scrive la prefazione di questa raccolta dei manoscritti preparatori, l'autore aveva pensato a materiale per otto lezioni, anche se le tradizionali Charles Eliot Norton Poetry Lectures sono sei. Nel volume edito da Mondadori, in realtà, ci sono cinque conferenze pronte e una lezione provvisoria, ma completa, che doveva essere intitolata Consistency ed essere probabilmente la prima, seguita da Molteplicità. In realtà le cinque conferenze definitive, sarebbero state:

  1. Leggerezza (a questo riguardo, smontiamo una bufala: la famosa frase sulla leggerezza, attribuita a Calvino, non è dell'autore e non è in questi testi)
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità.
L'ultima bozza, praticamente completa, è pubblicata in Appendice, intitolata Cominciare e finire, revisionando, infatti, una serie di incipit e conclusioni di romanzi famosi.

Compiendo un excursus della letteratura (prima che scrittore, lettore accanito, dai miti greci e Ovidio a Flaubert e Dickinson) e della filosofia, portando, quindi, esempi a sostegno delle proprie tesi, Calvino elenca una serie di caratteristiche che vorrebbe venissero preservate e portate avanti nella letteratura del nuovo millennio. 

In effetti, è l'esposizione della sua idea di letteratura, che queste caratteristiche rendono estremamente moderna.

Oltre a esempi letterari, Calvino ci mette del suo e racconta la genesi delle sue opere o spiega perché più spesso ha scritto racconti che romanzi, nell'urgenza di dare spazio e vita a più punti di vista, più storie diverse. Creatore fin da bambino, ci svela anche un aneddoto che mi è piaciuto tantissimo: prima ancora di saper leggere, Calvino creava dialoghi immaginari e storie fantastiche sui fumetti pubblicati sul celebre Corriere dei Piccoli, all'epoca tradotti dall'americano, eliminando i balloons e inserendo alcune righe inventate ad arte.

Giudizio: filosofico, ma interessante ⭐⭐⭐


Calvino Pop
, invece, è un libricino di Progredit Editore, scritto da Trifone Gargano e illustrato da Carlo Volsa. In sei capitoli, sono trattati diversi aspetti meno conosciuti della carriera di Italo Calvino: curatore di un'antologia scolastica, cronista sportivo (a suo modo), compositore di testi per canzoni.

Una cosa molto carina, secondo me, è stata anche l'aver inserito, oltre a spezzoni di articoli e citazioni, i QR code che rimandano a canzoni o altro materiale extra.

Il libro è piccolissimo (meno di cento pagine) e alcuni argomenti sono a volte ripetuti (questo un poco mi è sembrato un riempitivo), ma è stato delizioso per conoscere tutta una serie di aspetti, per me, inediti dello scrittore italiano.

Giudizio: una chicca ⭐⭐⭐⭐

sabato 9 marzo 2024

Rileggere Il buio oltre la siepe vent'anni dopo

 Alle scuole medie ho avuto una professoressa di italiano molto attenta ai temi dell'uguaglianza e della pace e questa sensibilità è stata trasferita nel programma scolastico. Mi pare che quella lezione settimanale si chiamasse narrativa e, se al primo anno verteva sulla mitologia greca, al terzo anno, addirittura, proponeva un saggio piuttosto impegnativo per dei tredicenni, Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahr Ben Jelloun; nel mezzo c'è stato Il buio oltre la siepe (1960), che per temi si eleva molto, pur possedendo la scorrevolezza di un testo narrativo.

Queste due caratteristiche le ho ritrovate, come le ricordavo, anche oggi. Ai tempi si trattò di una versione ridotta, che possiedo ancora e che conservo con grande affetto, perché quella lettura mi piacque moltissimo. Ventuno anni dopo, con la storia che era molto sfumata nel mio ricordo, ma con quelle impressioni ancora ben vive nella mia mente, ne ho ripreso la lettura, stavolta su un'edizione integrale Feltrinelli, regalo di mia sorella.


Quella targa nella foto mi è piaciuta appena l'ho vista, per il gioco di parole che opera col titolo di questo libro. Il titolo in italiano, infatti, è interamente opera dei traduttori e fa riferimento al pregiudizio che i due piccoli Finch nutrono per il loro vicino di casa, ma il titolo originale è To kill a mockingbird, frase che viene ripresa più volte nel romanzo, riferendosi a personaggi e situazioni diverse, e con più significati.

"Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è un peccato uccidere un merlo. [...] I merli non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio di niente, cinguettano soltanto. Per questo è un peccato uccidere un merlo."

Si è trattato, in parte, di una riscoperta, proprio in virtù di certe parti che avevo scordato; in parte è stato un riconsolidare qualcosa. Per esempio ricordavo piuttosto bene sia il processo, sia la parte finale, dunque le due parti più dure del romanzo.

La storia, che valse il premio Pulitzer alla scrittrice americana Harper Lee, amica e collaboratrice di Truman Capote, è narrata dal punto di vista dei figli dell'avvocato Atticus Finch, in particolare della secondogenita Scout. Orfani di madre, tirati su dal padre, che cerca di educarli secondo i suoi principi, e dalla domestica di colore, Calpurnia, Scout e Jem trascorrono gli inverni a scuola e le estati a cercare di scoprire chi è il misterioso vicino di casa che non sono mai riusciti a vedere, finché un caso di cronaca non fa capolino nella loro vita, mettendola un po' in subbuglio.

Atticus Finch, il cui ritratto in negativo, ossia ricavato dalle testimonianze della figlia, restituisce uno dei personaggi della letteratura più sensibili, retti, coraggiosi e compositi mai scritti, è l'avvocato che difenderà una persona di colore dall'accusa di violenza carnale ai danni di una ragazza di poverissima classe sociale. La costruzione della vicenda e delle motivazioni delle parti in gioco, che ruotano attorno al fatto e al processo, è magistrale: avvalendosi del punto di vista, semplice e ingenuo, di una bambina, la descrizione del contesto sociale e delle ripercussioni di quanto accade è elementare e chiaro. Scout, naturalmente, non comprende bene ogni sfaccettatura della vicenda ed è proprio l'emergere delle sue domande e delle risposte, che si dà o che riceve, che ci permettono di entrare nel merito e di sviscerare ogni lato del problema in modo efficace e approfondito.

Ne risulta un lavoro che, da una parte espone dei problemi sociali dagli opposti punti di vista, dall'altra ha il tono leggero di un bambino che si pone questi problemi per la prima volta, con sguardo smaliziato. L'interiorizzazione da parte di Scout di quello che sente dire intorno a lei, da parte di adulti e bambini, ci restituisce un contraddittorio, che evidenzia le ipocrisie e le idee più retrograde, ma anche quelle più nobili. Ci sono molti personaggi (e ben caratterizzati) ne Il buio oltre la siepe, ognuno in grado di arricchire la storia del proprio punto di vista.

Il romanzo, inoltre, non affronta solo la storia di Tim Robbins, che qui personifica i giovani afroamericani che, davvero, furono ingiustamente accusati nel caso degli Scottsboro Boys nel 1931. Jem, per esempio, è protagonista di un altro momento della storia non meno toccante e bello; anche Scout alle prese con la scuola rappresenta una situazione molto interessante.

Dunque non solo il tema del razzismo, anche se questo occupa chiaramente tanto spazio, è affrontato in questo romanzo; la famiglia protagonista e i loro amici più vicini sono progressisti e hanno idee molto simili alle nostre; naturalmente, però, il resto delle persone che li circondano non lo sono affatto e questo condiziona quello che succede, ma anche le idee di Scout, spugna, come tutti i bambini, delle espressioni che sente dire. Fortunatamente il suo ristretto nucleo familiare e lo scontrarsi con evidenze diverse la spingono a riflettere e a maturare opinioni via via più strutturate. Non solo stereotipi di etnia compaiono in questo contesto, ma anche di classe. di genere e il pregiudizio e le idee preconcette in generale.

La scrittura è davvero efficace e affronta in profondità temi complessi, senza perdere di vista la piacevolezza del racconto, che si legge in modo veramente scorrevole.

Adesso mi rimane solo da vedere il film, adattamento del 1962, appena due anni dopo l'uscita del libro. Il film, diretto da Robert Mulligan, fu candidato a otto premi Oscar e il ruolo di Atticus valse il premio di migliore attore a Gregory Peck (un po' troppo bello, forse, per interpretare l'avvocato, per come lo leggiamo nell'originale, ma del resto Peck vestì anche i panni di Achab). Gli altri due premi che la pellicola vinse furono la sceneggiatura e la scenografia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 6 marzo 2024

La pietra di Luna di Wilkie Collins è uno dei migliori romanzi gialli della storia?

 Per anni, affiancato a L'assassinio di Roger Acroyd e altri romanzi della Christie, ho trovato La pietra di Luna in tutte le classifiche dei migliori gialli di sempre.


Il bicentenario della nascita dell'autore, Wilkie Collins, ha portato con sé la nuova edizione di Fazi di tre romanzi dell'inglese: La donna in bianco, Senza nome e, per l'appunto, La pietra di Luna. Le copertine mi piacevano molto e ho acquistato il primo e il terzo. Arrivata alla lettura, mi sono, però, accorta di almeno un problema in questa edizione: l'assenza di un sommario. Inoltre, almeno ne La pietra di Luna non c'è una bella prefazione che racconti un po' della genesi del libro, del contesto, dello scrittore, etc. Ci sono due introduzioni alle edizioni, direttamente scritte dallo stesso Collins, e basta.

Il romanzo è uscito, come molti dell'epoca, a puntate, su All the Year Round e ha visto la pubblicazione definitiva nel 1868. Collins e l'amico Charles Dickens (col quale collaborava) si ritrovarono interessati a un nuovo fenomeno dell'epoca: l'avvento del detective in borghese. Entrambi ispirati al caso molto controverso dell'omicidio di Road Hill House, un caso di cronaca orribile, che mise in difficoltà anche il grande ispettore dell'epoca, Jonathan Whicher, scrivono due romanzi in merito. Alla figura di Witcher si ispirano, rispettivamente, Charles Dickens per l'ispettore Bucket di Casa Desolata (1852-53) e Collins per l'ispettore Cuff; non ho ancora letto Casa Desolata, ma almeno Collins si ispira anche ad alcuni elemento del caso vero e proprio, come ciò che succede intorno a una certa camicia da notte e a cosa combina l'ispettore in questione. Vista la precocità delle opere - La donna in bianco è del 1859 - e lo specializzarsi in questo genere di narrativa, Collins è sempre stato considerato il padre del mistery classico, preceduto solo da Poe, sebbene oltreoceano e con una produzione diversa (racconti).

Ma, eccoci finalmente alla lettura, tanto agognata, tanto aspettata. Di cosa parla l'opera?

Il mistery ruota intorno a un diamante indiano, rubato ai suoi devoti proprietari nel 1799, per poi comparire nella vita della famiglia Verinder. Tre misteriose figure indiane girano intorno alla casa di Lady Verinder, quando il nipote, Franklin Blake, consegna alla cugina Rachel Verinder l'enorme diamante, la pietra di Luna. Cosa capiterà mai alla pietra? Chiaramente scomparirà, ovvio! L'ispettore Cuff, chiamato a indagare sulla vicenda, riuscirà a far luce?

Ci vorranno 595 pagine per scoprire dov'è andato a finire il diamante e me le sono godute tutte quante.

La scrittura è piacevole e presenta molte delle caratteristiche degli scritti di quel periodo: il racconto, sempre in prima persona, fornito da più testimoni (come per esempio in Dracula), le lunghe spiegazioni dei personaggi, per raccontare fatti avvenuti in passato, la prolissità stessa (che, però, non annoia mai) del racconto, che occorre per soddisfare le esigenze della pubblicazione a puntate.

Il romanzo è quasi corale: non ha un solo protagonista e il racconto è svolto proprio da più personaggi: il capo della servitù, l'ispettore, parenti e conoscenti dei personaggi principali.

I personaggi sono caratterizzati con grande dettaglio, tanto da affezionarcisi molto. Ho adorato la parte della storia di Ezra Jennings, personaggio secondario, che salterà fuori solo verso la fine, per svolgere un ruolo molto importante. Jennings e Cuff sono, sicuramente, i miei personaggi preferiti, ma anche il buon Betteredge, il capo dei domestici di Lady Verinder, ha il suo perché. Miss Verinder è invece detestabile; Miss Clack, invece, è una macchietta, il cui racconto, tuttavia, è molto divertente (e come ci dice l'autore) uno dei preferiti dal pubblico, malgrado lo avesse scritto, forzatamente, in preda a un attacco di gotta.

Attraverso questa serie di testimonianze, il percorso della pietra, piano piano, emerge, ma non prima dei colpi di scena finali. A livello di schema giallo, non posso dire di essere stata sconvolta dall'originalità (sebbene allora sicuramente ci fosse): la soluzione al caso è abbastanza lineare. Inoltre, a me è sembrato soprattutto un romanzo quasi d'avventura (intendendo l'avventura scientifica che capita a Blake, ma anche i pedinamenti sulla spiaggia) e, persino, romantico (del resto, la storia sentimentale c'è, occupa un discreto spazio e c'è anche una scena che ho trovato piuttosto bella). Tutto queste influenze, più che normali agli albori di un nuovo genere, non lo abbassano affatto nella mia considerazione: per me si tratta di un libro di grande piacevolezza. Infatti, non vedo l'ora di leggere La donna in bianco.

La sola cosa che rilevo è che, dato quanto c'è stato successivamente (e sto pensando ad Agatha Christie - Poirot a Styles Court, 1920-, che per originalità di soluzioni credo sia ancora imbattuta, ma anche a Conan Doyle - Uno studio in rosso, 1887), non riesco a considerarlo superiore ad altre opere che ho letto. Le opere che ho citate sono quelle d'esordio, non necessariamente le più riuscite.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2


lunedì 4 marzo 2024

Il caso dell'abominevole pupazzo di neve non funziona come i veri classici

 L'autore de Il caso dell'abominevole pupazzo di neve è Nicholas Blake, nome che è, in realtà, l'alias di Cecil Day-Lewis, ossia il padre del pluripremiato attore, Daniel. Conosciuto come poeta e saggista, come Nicholas Blake ha pubblicato (tra il 1935 e il 1968) una ventina di romanzi gialli, di cui undici tradotti in italiano (tra il 1939 e il 2010) da Mondadori.


Originariamente The Corpse in the Snowman fu tradotto col titolo Misteri sotto la neve negli anni Ottanta, ma più recentemente è stato riadattato da Giunti col nuovo titolo, più accattivante.

Oltre al titolo, questa detective story ha anche l'ambientazione: la classica villa da ricco proprietario inglese, isolata dalla neve, in cui avviene una morte misteriosa. Chiamato per indagare su un mistero di poco conto, riguardante un gatto, in realtà Nigel Stangeways, con moglie appresso, si ritrova a interrogare i rispettabili ospiti dei signori Restorick per tutt'altro. Dire di più, stavolta, sciuperebbe tutto e, così, mi asterrò.

Come in un giallo classico abbiamo una bella casa, molti ospiti, tutti sospetti e con moventi per ogni crimine, e il detective privato, ma qui terminano le somiglianze.

Nigel Stangeways non è Poirot: somiglia molto di più a Hastings e questo è il peggior difetto del libro. Se, inizialmente, sono esposti fatti e indizi del crimine, successivamente Strangeways inizia a fare tutta una serie di elucubrazioni sulle ragioni e sul colpevole; è la prima volta che mi ritrovo in questa situazione. Di solito il detective non rivela tanto, non fa congetture, ma evidenzia i punti cruciali dell'indagine; se parla di una teoria, è per rivelare come stanno le cose; al massimo la spalla fa ipotesi non veritiere. In questo caso, invece, i due ruoli sono accorpati. Il risultato è che l'ultimo terzo del libro è una serie di lunghi e noiosi sproloqui sui pensieri di Strangeways, che da una parte mi fornisce idee che so essere fuorvianti, perché siamo nel punto sbagliato del libro, dall'altro si avvicina alla verità, fornendomi alcuni elementi che costituiranno parte della soluzione, troppo presto. Inoltre tutti questi ragionamenti (in un senso e nell'altro) sono deboli e inconsistenti, così come la soluzione. L'ultimo terzo del romanzo l'ho letto annoiandomi e considerando tutte le ipotesi solo fuffa, in attesa di una rivelazione, che non c'è stata, per metà spoilerata da quelle che credevo speculazioni preparatorie.

Strangeways manca di caratterizzazione e, persino, di attività. Gioca in modo fin troppo pulito con i suoi sospettati e non li pressa, non coglie i loro momenti di debolezza per fare le domande giuste. Si limita a pensare per la maggior parte del tempo.

Il libro, in realtà, era anche cominciato benissimo e lo stavo trovando scritto anche bene: erano i piccoli Restorick a fornire molte informazioni, erano carini e davano un punto di vista molto originale; dopo, purtroppo, sono quasi dimenticati.

Giudizio: un giallo debole, ammantato di noia ⭐⭐


domenica 3 marzo 2024

Il retelling della storia di Achille dal punto di vista della Miller

 Pareri distanti tra loro mi avevano raggiunta prima della lettura de La canzone di Achille, di Madeline Miller: dal capolavoro della storia d'amore, fino alla monnezza. Qual è la mia opinione dopo questa lettura?

Onestamente, una via di mezzo: non è né bello, né brutto, ma riesco a collocarlo almeno nel gradevole.


La storia la conosciamo: è quella di Achille e Patroclo, cresciuti insieme e indivisibili, destinati dalle Moire a segnare la storia della guerra di Troia, o, almeno, di una parte. Solo chi non ha fatto alcuna scuola superiore ignora chi sia Achille, il guerriero di Ftia, semidio invulnerabile (in questa versione non si fa riferimento al celebre tallone) e miglior guerriero del suo tempo. Potrebbe sfuggire un po' di più la figura di Patroclo, di cui si sente meno parlare, rispetto ai più famosi eroi achei e troiani (Odisseo, Ettore, Agamennone, Menelao, Paride, Diomede, Aiace), sennonché è proprio la sua figura a essere determinante nel destino del più grande protettore della città di Ilio.

In effetti il problema che ho avvertito immediatamente, fin dalle prime frasi del libro, è che, conoscendo la storia, non mi tornava che il narratore fosse proprio Patroclo. Ho litigato con questo concetto fino alla fine, quando finalmente se ne svela il senso (non credevo che ci fosse).

Malgrado il narratore in prima persona, la scrittura, che è poco più di una cronaca di una vicenda ben nota (diciamo che è un ripasso), è molto semplice e colloquiale (comprese le numerose frasi senza verbo). Non mi ha conquistata, ma non è sgrammaticata e non tenta inutile retorica.

Non apportando granché (la sola originalità è quella di concentrarsi sulla storia sentimentale tra Achille e Patroclo), non posso dire che questo retelling mi abbia particolarmente giovato, ma è comunque una versione carina e con poche libertà (per quanto conosco, non ha stravolto elementi cardine del mito conosciuto, che del resto non ha una sola versione, quella omerica, e dunque può anche permettersi di allargarsi un minimo, cosa fatta pochissimo dalla Miller. Inoltre è comunque una possibile versione e i personaggi letterari si prestano proprio a questo. L'unica cosa che non mi è proprio piaciuta è lo scontro tra Ettore e Achille, che ho trovato estremamente riduttivo. In generale è la parte finale della storia che si è presa le libertà maggiori riguardo al canone (se possiamo chiamarlo così).

Considerando un'altra versione, quella dal punto di vista di Odisseo, fatta da Valerio Massimo Manfredi, ricordo di averla trovata più appassionante, con maggiore pathos negli scontri, su cui era forse riversata maggiore attenzione. Del resto, Il mio nome è nessuno - Il giuramento è incentrato più del libro della Miller sulla guerra di Troia. La canzone di Achille, per la sua prima metà, si occupa degli anni di crescita di Patroclo e Achille, delle loro storie personali e della loro relazione.

Il carattere di Achille sembra piuttosto simile in questa ricostruzione a quello che intravediamo leggendo l'Iliade. Anche i maggiori eroi greci sono tratteggiati in maniera fedele al ricordo che possediamo dai tempi degli studi. La novità maggiore e, forse, anche l'interpretazione dell'autrice è su Patroclo, che riceve un approfondimento che non aveva mai avuto prima, probabilmente. Non l'ho trovato un ritratto coerente, se devo essere onesta. Nei primi capitoli e nei primi anni è un bambino e poi un ragazzo molto orgoglioso; durante la guerra diviene invece molto più disinteressato ai suoi bisogni e desideri. Vero è che può esserci stata un'evoluzione e che la guerra può averlo cambiato, ma mi è parso abbastanza netto come cambiamento. In ogni caso è sempre descritto come guidato dall'amore, anche se questo sentimento l'ho notato di più in lui (l'ho sentito), mentre in Achille è dichiarato, ma non l'ho così tanto apprezzato. Non ho percepito, insomma, la grandiosità del sentimento, lo strazio del distacco. Mi sono commossa quasi di più nell'addio con Briseide.

Forse la penna della Miller è poco matura (in fondo La canzone di Achille è il suo primo romanzo, del 2011)? Sono curiosa di leggermi Circe, scritto nel 2018, fra qualche tempo, per vedere se il miglioramento c'è stato, come ho sentito dire.

Giudizio: una sufficienza piena, ma non di più ⭐⭐⭐

martedì 20 febbraio 2024

Il primo libro della trilogia di Holt: solo personaggi coccolosi?

 Holt è il paesino immaginario vicino a Denver, Colorado, creato da Kent Haruf. Da poco ho terminato la lettura di quello che è il primo libro, in ordine di pubblicazione, di una trilogia ambientata in questo villaggio, al centro di una zona rurale, tra aziende agricole e allevamenti bovini.

La trilogia si compone di Canto della pianura (1999), Crepuscolo (2004) e il prequel Benedizione (2013), che in Italia (NN editore) è proposto come primo volume, benché scritto ben dopo gli altri due.

Ho iniziato la lettura da Canto della pianura, poiché, quando si parla di saghe, trovo che leggere prima i prequel possa generare spoiler (sto pensando a Star Wars, sì - vedere la trilogia degli anni Duemila spoilererebbe il più grosso plot twist di tutta la serie originale), mentre tornare nel passato dovrebbe solo approfondire e svelare cose che ancora non so.


La storia è raccontata attraverso il punto di vista di più personaggi. Ci sono Tom Guthrie e i suoi figli, Ike e Bobby, che fanno i conti con lo stesso problema familiare, ma che si appoggiano a persone diverse per superarlo. Guthrie lavora alla scuola superiore, insieme a Maggie Jones, e, mentre lui dovrà sbrigarsela con una grossa bega lavorativa, lei tenterà di aiutare una studentessa in difficoltà, Victoria. Infine ci sono i due fratelli McPheron, scapoli di mezza età, un po' orsi, ma dal buon cuore.

Nella rude cittadina la gente parla, è malevola e i personaggi dovranno farci i conti. Non è specificato il periodo di tempo dell'ambientazione, ma dalla mentalità delle persone si direbbero gli anni Cinquanta (tuttavia è possibile che siano solo rimasti molto indietro, seppur negli anni Novanta: del resto siamo nei bigottissimi USA). I soli indizi sono tecnologici: i cellulari non ci sono, mentre i televisori e i frigoriferi sì.

Lo stile di scrittura è semplice e scorrevole; le tematiche sono quelle di un contesto agricolo degli anni Cinquanta: il sesso (tanto per non sbagliarsi mai - non si parla d'altro nei romanzi americani), tanta solitudine, il lavoro con mucche e cavalli (l'autore dichiara di aver descritto delle scene molto crude a tale riguardo, ma non è stata la mia percezione). In questa solitudine, Haruf si concentra nei rapporti fra personaggi, nella loro solidarietà, nell'empatia verso l'altro.

C'è di più? Per me no. I rapporti sono molto carini, coccolosi; facciamo il tifo per i buoni, così marcatamente staccati dai personaggi negativi: egoisti, bigotti, violenti, sessisti. Il romanzo non è riuscito ad annoiarmi perché sono 300 pagine secche, ma nemmeno a prendermi. Ho cominciato ad affezionarmi ai personaggi non prima del primo terzo della storia. Quando sono riuscita a inquadrarli, allora ho potuto anche apprezzare le vicende ed entrarci un po' di più. Complessivamente l'ho considerato un libro discreto, dunque, ma non ho compreso l'entusiasmo che ha generato.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 1 febbraio 2024

Autobiografia di un dandy: l'anima di Oscar Wilde

 La raccolta intitolata Autobiografia di un dandy è composta di una serie di articoli scritti da Oscar Wilde per varie riviste inglesi negli anni precedenti la condanna.


Nella mia edizione (Mondadori, anni Novanta), presa in prestito in biblioteca, sono presenti 25 brevissimi saggi, ma ci sono versioni più complete, editorialmente.

Si tratta di pezzi sui costumi del tempo o recensioni di pièce teatrali, libri, biografie, poesie, performance attoriali, dipinti, scenografie, persino conferenze. Qualche volta risponde a o corregge scritti o opinioni di altri, sempre su argomenti di attualità all'epoca dell'articolo.

Si possono distinguere due gruppi di testi:

  • le recensioni su qualcosa di specifico, come appunto uno spettacolo o un libro;
  • dissertazioni su usi sociali e costumi, quali la moda o i modelli del suo tempo. Per esempio dei giovani modelli italiani scrive:
"È sempre molto complimentoso e gli accade di avere qualche buona parola di incoraggiamento anche per i nostri pittori più grandi."
Nel primo caso, è un po' difficile stargli dietro, poiché non si conosce l'argomento di riferimento; alcune raccolte poetiche o alcuni libri di Balzac o Dostoevskij possono essere reperiti anche oggi, ma, personalmente, non li ho letti.

Nel secondo caso, più alla portata della comprensione del lettore anche di oggi, è molto divertente cogliere il suo spirito in ogni riga. Ho adorato l'ironia di Pranzi e piatti o di Guida pratica al matrimonio, in cui il merito va anche all'autore del vero manuale recensito da Wilde. Interessanti e giocosi il già citato Modelli londinesi e i due articoli sulla moda inglese e non.

"Un uomo, diceva Baudelaire, può vivere tre giorni senza pane, ma nessuno può vivere un giorno senza poesia."
"Ci sono venti modi per cucinare una patata e trecentosessantacinque per cucinare un uovo, ma sinora la cuoca inglese conosce solo tre modi per cucinare l'una o l'altro."
Nondimeno, nei primi, come nei secondi mini-saggi, l'umorismo di Wilde, la sua sagacia, e la scrittura semplice, ma curata e chiara si riscontrano costantemente e offrono una piacevole lettura. Al vetriolo, per esempio, il commento sugli americani in L'invasione americana:
"Perché gli inglesi si interessano alla barbarie americana ben più che alla civiltà americana."

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 30 gennaio 2024

Abboziamola con i libri sugli americani che si sballano: Meno di zero di Bret Easton Ellis

 Si sente spesso lodare una certa letteratura americana che racconta di giovani perduti, che si sbronzano, si drogano e cercano emozioni estreme per uscire dal loro noioso vuoto.

Ho già riassunto il libro di cui sto per parlare, l'osannato Meno di zero di Bret Easton Ellis (Less than zero del 1985, portato in Italia da Einaudi in un libricino di 185 pagine).


Ho faticato non poco a leggermi Il cardellino di Donna Tartt, che già presentava questo problema, per me enorme, ovvero il non rendersi conto, da parte dell'autore, di quanto può risultare noioso per un lettore leggersi pagine e pagine in cui i personaggi non fanno altro che farsi di qualcosa, dall'alcol alle droghe, passando per i farmaci di ogni categoria, e poi restare storditi per altrettante pagine. Fortunatamente per me, in quel romanzo c'era anche altro, come personaggi molto ben costruiti, e il protagonista aveva per lo meno una buonissima scusa, quella di un DSPT con lutto, per giustificare un minimo i suoi comportamenti autolesionisti.

Non è così, o almeno non lo è del tutto, nel libro di Ellis. In questa Los Angeles degli anni Settanta-Ottanta, in cui Clay torna a casa dall'università per quattro settimane di vacanza, tutti quelli che lo circondano non sembrano avere motivi validi per arrivare a distruggersi. E nemmeno lui, tutto sommato. Sono ricchi, spesso con famiglie legate al cinema (padri produttori, madri attrici, etc). La società americana del "tutto si può comprare e tutto è in vendita" è rappresentata nel suo vuoto totale: tutti depressi, soli, annoiati al punto di arrivare a infilarsi in guai molto più grandi di loro o da perdere completamente umanità ed empatia; senza un solo valore, una sola caratteristica positiva che li distingua dalle bestie. A me il tutto ha fatto schifo.

Si può eccepire che fosse l'effetto voluto (e riuscito) dell'autore, ma riguardo allo stile ho comunque da ridire. 

Il racconto è svolto in prima persona dal protagonista, che sui tre quarti del libro si distacca un minimo e sembra provare repulsione almeno per i tre episodi di violenza più estrema che sono introdotti. Tuttavia, pur essendo scritto in prima persona, si tratta meramente dell'elenco di fatti o conversazioni, senza che Clay ci dica mai cosa prova, cosa pensa di fronte al niente che succede. Devo essere io lettore a immaginarmi la profondità del suo pensiero, oppure devo soltanto arrendermi all'evidenza che, pur non condividendo tutto quel che fanno i compagni, non ha niente dentro di sé (come dirà a una sua amica)?

"Io la guardo e non provo niente e me ne vado con il mio gilet."

Questa è la sola affermazione che Clay fa sulle sue emozioni.

Riguardo ai dialoghi, oscillano nella loro qualità: in certi momenti è una sequela infinita di "io dico", "lui dice", "mi dice", "mi fa", "dice...dice...dice..." e non sapevo come continuare in quel nulla cosmico dei dialoghi più noiosi e mal scritti letti nella mia vita. Vedere pagina 9 o pagina 118, così, tanto per fare due esempi sparsi. Sono volutamente scritti così, perché il protagonista è un ignorante (che in teoria sta facendo l'università, ma in effetti, negli USA, se un ricco continua gli studi, in realtà se li sta solo comprando)? Il continuo ripetere che "mi faccio una pista" o "si fa una pista bella lunga" ha un linguaggio poverissimo. Perché? Questo è il personaggio? Se è per adeguarsi al tono dell'opera, allora anche l'opera è poverissima.

E allora, perché a me dovrebbe interessare un personaggio così vuoto e inutile, che rifiuta, ma non troppo, quella vita da stordito californiano figlio di papà, così stanco del nulla, dei familiari e degli amici da non curarsi di altro che delle droghe e di fare giri a caso?

Non parliamo degli amici di Clay, poi. Se è poco caratterizzato lui, figuriamoci la pletora di cortigiani, che sono solo nomi (molti nomi) che fanno cose, spesso poco sensate, se non malvage. Hanno al più dei ruoli e, a seconda di quanto significativo questo, un numero maggiore di pagine, ma li ricordi solo per essere la pseudo-fidanzata, lo spacciatore o il tizio dei soldi. Tutta una serie di Trent, Kim, Alana, etc, non hai idea di chi siano e non te ne importa nemmeno granché, esattamente come non interessa al protagonista.

L'unico personaggio con cui ho empatizzato è il coyote, rendiamoci conto.

Giudizio: la noia⭐⭐

lunedì 29 gennaio 2024

Omicidio in biblioteca: un giallo dall'Australia

 Sulari Gentill è un'autrice australiana che ha pubblicato numerosi libri gialli e thriller, candidati anche ad alcuni premi, ma di cui in Italia non era mai stato edito alcunché fino a Omicidio in biblioteca (Piemme, 2023), libro indipendente, rispetto per esempio ad altri della scrittrice che fanno parte di saghe. Mi ha fatto piacere leggere, credo per la prima volta, un romanzo proveniente da questa nazione.


Questo librotto di 347 pagine è una cosina semplice semplice, molto leggero da leggere, mai noioso, coinvolge a sufficienza per desiderare di leggerlo tutto d'un fiato, ma ha un grosso problema, almeno per me: si scopre subito l'assassino.

La struttura è la caratteristica più interessante del romanzo: prevede tre livelli narrativi. La storia principale è quella di Freddie, scrittrice australiana a Boston con una borsa di studio, che cerca di scrivere un romanzo giallo e siede nella Boston Public Library, cercando ispirazione, quando un grido scuote la biblioteca. Al momento di questo urlo femminile, è seduta con altre tre persone (due ragazzi e una ragazza) e l'evento li fa conoscere. Il giorno dopo, nella biblioteca è ritrovato un cadavere e, forse, l'assassino è una di quelle tre persone con cui sta stringendo amicizia.

"E così andiamo a fare amicizia al Map Room e io 

bevo il mio primo caffè in compagnia di un assassino."

Non è spoiler, è proprio scritto nella trama sulla sovraccoperta e la citazione è a pagina 17, alla fine del primo capitolo. In effetti l'autrice è abbastanza franca e gioca mettendoti a conoscenza dei fatti non appena li scopre il personaggio protagonista.

L'interessante di questo libro è che oltre a questa storia principale ce ne sarebbero altre due su piani sopra e sottostanti. Uso il condizionale perché il giallo che sta scrivendo Freddie in realtà non va da nessuna parte e, forse (diciamo che è un'impressione mia), l'autrice se lo dimentica. Il livello soprastante, invece, è quello della scrittrice che sta scrivendo il romanzo con protagonisti Freddie e i suoi amici e che invia ogni capitolo in lettura a un amico di penna. In realtà è un amico di e-email, anch'esso scrittore, ancorché non pubblicato. Anche in questa corrispondenza si cela un giallo, pure questo palesato prima della metà.

Manca, almeno per me, la struttura del giallo classico: i possibili colpevoli non sono costantemente tenuti tutti sotto la stessa luce, non forniscono elementi di sospetto in modo omogeneo, ossia un po' per ciascuno. Il gioco è pulito fino a un certo punto, perché l'autrice prova a buttare fumo negli occhi, rimangiandosi apparentemente la frase del primo capitolo e utilizza un paio di mezzucci che ormai usano tutti gli autori di mistery. Risultato? Appena capisci quale inganno ti sta tendendo la scrittrice, scopri anche subito l'assassino e non mi ha dato alcuna soddisfazione, alla fine, scoprire che avevo ragione. Preferisco sospettare di tutti, perché tutti hanno un movente per uccidere, e non capirci niente, come quando leggo le storie con Poirot protagonista.

Il finale si svolge molto velocemente, occupa giusto una decina di pagine e non risponde a tutti gli elementi disseminati nel racconto, perché no, l'assassino "l'ha fatto perché non sapeva bene cosa fare" non è assolutamente una motivazione di senso.

La verità è che la maggior parte del libro è dedicata alla parte romance, tra Freddie e uno degli altri personaggi, e a cercare di rendere l'ambientazione molto confortevole.

Giudizio: un gialletto da sufficienza, gradevole da leggere, ma assolutamente non all'altezza, né nella scrittura, né soprattutto nella trama mistery e nel modo in cui sono svolte le indagini ⭐⭐⭐

giovedì 25 gennaio 2024

Carrere racconta l'Affaire Romand: L'avversario

 Un caso di cronaca agghiacciante: un uomo che uccide tutta la sua famiglia, d'adozione e d'origine, e che tenta di uccidere anche l'amante. Perché?

Perché era depresso e voleva farla finita insieme a tutti i suoi cari? Un momento di buio completo? Oppure voleva eliminare tutti i suoi conoscenti perché non scoprissero che lui in realtà non esisteva fuori dal loro sguardo?

Parenti, amici, compagni di università, tutti convinti che quel medico avesse una carriera di successo, ignoravano che invece niente di quello che Jean-Claude raccontava corrispondeva al vero.


Emmanuel Carrère si trova davanti a un arduo compito che chiede lui stesso: cercare il perché Jean-Claude Romand abbia fondato la sua vita sulla menzogna e cosa l'abbia indotto a giungere all'esito finale della storia, una conclusione disumana. Il rimprovero più grande al padre, marito e figlio è quello di stare mentendo anche alla fine della storia, alla sbarra. Cos'ha pianificato Jean-Claude: un omicidio-suicidio non riuscito oppure un omicidio che è stato mascherato malamente? Quell'uomo è un suicida mancato o un cinico assassino? Tra le righe, senza ammetterla completamente, l'autore riesce a dire la sua, il suo pensiero si fa strada sulla carta, tra le parole ed emerge. E non si può che essere d'accordo, specialmente considerando i tempi con cui Romand opera nei giorni fatali.

Leggere questo libro è come scendere in un incubo, di più, all'inferno di chi ha preferito massacrare i propri figli, che far loro scoprire una verità assurda, nella quale non ha vissuto per diciassette anni.

Sono rimasta basita da questa possibilità. Il libro mi ha turbata e mi sono interrogata per giorni su cosa siamo davvero nell'intimo e poi cosa lasciamo che gli altri sappiano di noi. Qualcuno di noi riesce mai a far coincidere essere e apparenza?

Riguardo alla scrittura, probabilmente per via della materia, l'ho trovata un po' caotica. Mi è sembrato che lo scrittore abbia sì dato la sua opinione, nonostante sia stato complesso farlo, ma che non ci sia stato molto altro contributo rispetto a un mero racconto di cronaca. Probabilmente mi occorre leggere qualcos'altro dell'autore per poterlo apprezzare al meglio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐ Una storia che fa paura e che fa pensare.

L'adorabile Zia Mame di Patrick Dennis

 Chiariamolo subito: in realtà Patrick Dennis è uno pseudonimo di un giornalista e scrittore che ha scritto molti libri nella sua carriera, Edward Everett Tanner III.


Nel libro Zia mame, però, l'elter ego di Tanner è uno dei protagonisti e narratore in prima persona delle fantomatiche (ma, per anni dalla pubblicazione, credute vere) avventure sue e soprattutto della zia, Mame Dennis, una donna raffinata e sopra le righe, molto all'avanguardia (specchio del futuro più che della sua contemporaneità) per la società dei suoi tempi, che nel romanzo spaziano dagli anni Venti a circa gli anni Cinquanta.

Dennis rimane infatti orfano del conservatorissimo padre e viene affidato alla sorella di questo, che nel testamento raccomanda che il figlio cresca in modo tradizionale, caratteristica che Mame proprio non possedeva. Nascono dunque una serie di esilaranti situazioni, spesso bizzarre. Mame è una donna piena di risorse e idee, senso dell'umorismo, noncurante delle convenzioni, tutti pregi che la mettono in una serie di guai, nei quali è trascinato il nipote. I due si circondano nel corso degli anni di una serie di personaggi altrettanto originali e assurdi, come Ito, Vera e molte altre comparse. Ripercorrendo i cambiamenti di costumi e della società di quei decenni, l'autore fa anche in modo di farci capire le convinzioni politiche di Mame e Patrick, anche queste molto moderne per l'epoca, che ce li avvicinano notevolmente e li mantengono attuali.

La struttura è in avventure episodiche, legate dal confronto che Dennis fa tra la zia e una più tradizionale nonnina, chiamata l'Indimenticabile, di cui ha letto la storia in un immaginario articolo. La scrittura è scorrevole, piacevole e colta, curatissima, con scelte lessicali anche elevate che mi hanno costretto a ricercare diverse parole nel dizionario (e devo dire che non mi capitava da un bel pezzo). Ho riso tantissimo, soprattutto nel capitolo Zia Mame e la bella del Sud, ed è un libro che riesce anche a fare satira su certi lati degli USA di quegli anni. L'affezione ai personaggi è immediata e io non vedo l'ora di leggermi anche il seguito, Intorno al mondo con zia Mame, che dovrebbe essere strutturato in flashback, poiché continua dal finale dell'originale (che per me è stato geniale), ma ricordando avventure che dovrebbero essere accadute a Mame e Pat tra i capitoli Zia Mame in missione di soccorso e Zia mame al campus.

Giudizio: una lettura, raffinata, adorabile e divertentissima ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 15 gennaio 2024

Cominciare il 2024 con una challenge di lettura

 Quale modo migliore di iniziare il nuovo anno solare se non con una challenge libresca, ancor meglio se a tema Harry Potter?

Si tratta di fittizi esami magici, quelli che Harry sostiene al quinto anno della scuola di Hogwarts: è la Guforeadathonitalia organizzata sul Bookstagram ormai dal 2019. Per superarli, occorre passare dieci materie, leggendo almeno un libro per due materie. Questa la mia maratona di quest'anno.



Poiché, da questa edizione, contavano anche gli audiolibri, ho ascoltato Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, letto dalla stessa voce dell'autrice. Oltre all'indicibile piacere (e al groppo in gola) di riascoltarla, è stato molto interessante. Non ero digiuna su nessuno dei temi che ha trattato: iniquità; credenze sulle donne; radicate convinzioni sessiste che nel nostro paese costituiscono la norma assoluta, difficili da rimuovere, perché la nostra società ha trascorso così tanto tempo a bagno in questa mentalità, che occorre un lavaggio parecchio profondo per cancellare tanta sporcizia, tanto oscurantismo da bifolchi medioevali, tanto negli uomini, quanto in molte donne. Nondimeno, rinfrescare e approfondire mi ha fatto venire un fegato grosso e ha acceso un gran fuoco, quello che si prova ad ascoltare le ingiustizie.

Le frasi e i contenuti sono collegati l'uno all'altro, per questo un poco il saggio è stato ripetitivo e ha girato un po' in cerchio, ma ha, credo, coperto piuttosto largamente il panorama di frasi a sfondo sessista, che sono rivolte pubblicamente alle donne in contesti di prestigio, di lavoro o anche di perfetta normalità, nei quali tutto si vorrebbe, tranne che essere sminuite, sottovalutate, non credute all'altezza, poiché donne. I commenti beceri; l'essere chiamate senza il proprio titolo accademico, bensì col nome di battesimo; il rifiuto della declinazione al femminile della professione; il cat-calling; il mansplaining; l'essere costantemente ritenute uteri vaganti da fecondare, sulla base di una decisione di qualcun altro, votate solo a diventare madri; il consenso mai chiesto; la differenza di stipendi e molto altro: di tutto questo siamo stanche e non possiamo permetterci di considerare la parità di genere raggiunta.

Murgia ha un lessico ricco e curato, molto efficace e spiega in modo chiaro e limpido i concetti che porta, comprensibile anche per dei bambini, portando anche citazioni pertinenti e precise.

La lettura era perfetta, tra l'altro, per Incantesimi (Crucio: Un libro che ti faccia soffrire per le sue tematiche - amori tossici/igiustizie/drammi) e Difesa contro le arti oscure (Un libro che parli di donne arrabbiate/di lotta contro il patriarcato).

Giudizio: tosto, veleno puro sapendo che queste ingiustizie non sono finite per niente, ma necessario e ben spiegato ⭐⭐⭐ 1/2 

Prestatomi da mia sorella, molto gentilmente (motivo per cui rientrava nella categoria Materializzazione), ho letto anche Horrorstor di Grady Hendrix negli stessi due primi giorni dell'anno in cui ho ascoltato Michela Murgia.

Molto noto per via del suo formato illustrato come se fosse un catalogo Ikea (motivo per cui rientrava nella categoria Cura delle creature magiche - edizioni particolari), il libro è effettivamente ambientato in uno degli store di una catena, Orsk, che sa di essere la brutta copia del marchio svedese di arredamento. Amy è una delle dipendenti, che da pochi mesi è stata trasferita nella sede in cui di notte sembrano capitare strane cose: la mattina i dipendenti ritrovano i mobili distrutti o imbrattati. Quale modo migliore allora per chiarire il mistero, che chiudersi nel negozio dal tramonto all'alba?

Pur non essendo una grande lettrice di horror, o forse proprio per questo, ho trovato la lettura piacevole. Mi ha coinvolta e volevo sapere come andava a finire la vicenda. Mi sono piaciute le vibes, soprattutto iniziali: abbiamo cacciatori di fantasmi e sedute spiritiche. Il finale, sospeso, mi è piaciuto molto.

Forse un briciolino è ripetitivo nel far ripercorrere più volte ai personaggi i corridoi del negozio, ma non mi sono mai annoiata. Mi sono molto piaciute, inoltre, le illustrazioni dei mobili, che subiscono un'evoluzione in parallelo con l'evolversi della storia.

Giudizio: buon romanzo di intrattenimento ⭐⭐⭐⭐

Ho durato molta più fatica nella terza lettura, Giorno di vacanza di Inès Cagnati, letto in quanto mi occorreva un libro per Erbologia (un libro uscito nell'ultimo anno) e per Babbanologia (un libro popolare sui social). In effetti proprio su Instagram ne avevo sentito parlare bene e lo avevo comprato durante l'estate.

Mi è difficile giudicare bene e con oggettività questo testo, perché è il genere di storie che poco destano il mio interesse, ma la scrittura mi è piaciuta abbastanza, senza riuscire tuttavia a coinvolgermi del tutto. Non poche volte, in queste sole 141 pagine, ho avvertito la noia e non sono stata chiamata con insistenza dalla scrittura a proseguire. A un certo punto volevo capire cosa covava sotto, perché te lo domandi abbastanza presto (e io mi ero risposta con due possibilità simili, ma entrambe inesatte). Eppure continuavo a provare stanchezza per la storia, che continua ad inserire episodi su episodi e pare proprio volerla tirare per le lunghe.

La vicenda è quella di Galla, una creatura proveniente dalla miseria più nera, da un ambiente degradato, costellato solo di ignoranza, violenza, cattiverie gratuite. Raccontando di questa domenica in cui torna a casa dal liceo, dove è stata mandata perché aveva attitudine allo studio, in realtà non si riesce a capire bene se è davvero una ragazza intelligente, ma solo spaesata dalla vita di città, a cui si sente e a cui appare estranea, oppure se invece ha qualche problema cognitivo. L'esperienza è stata la stessa nella lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello e di La famiglia Aubrey. Minus o incompresa? Non so rispondere, ma confermo la mia scarsa simpatia per le narrazioni in prima persona, che affaticano il lettore, costretto a domandarsi di continuo se il narratore sta mentendo o se quello che riporta lo vede solo lui o in effetti corrisponde alla realtà. Trovo anche maggiore difficoltà a legarmi e a empatizzare con i protagonisti narratori, costantemente chiedendomi se posso fidarmi delle loro parole, cosa che ho fatto per tutta la lettura in questione. Sarà colpa di Agatha Christie?

In questo romanzo breve, la protagonista torna a casa una domenica, senza avvertire la famiglia, e il racconto ruota intorno a questa visita-non visita. Solo al rientro al liceo, dove alloggia in un dormitorio, ci è svelato lo strano mistero che aleggia per tutte le pagine.

Giudizio: a tratti ho avvertito un po' di noia, ma è comunque una bella penna, che riesce a far percepire abbastanza la desolazione della condizione di Galla. ⭐⭐⭐

Tornando all'horror, sono riuscita a recuperarmi la lettura di Stirpe di lupo di Harold Warner Munn, scrittore americano di weird, molto legato al più celebre Lovecraft. Questo romanzo mi attendava sugli scaffali della libreria da anni, ma non mi ero mai decisa.

La storia ha una struttura abbastanza particolare, costellata di salti temporali, poiché racconta la faida secolare tra la famiglia dei Gunnar e un'entità diabolica, il Signore, che ha deciso di perseguitare tutti i membri di quella famiglia e ridurli a schiavi per vendetta (si scoprirà, leggendo, nei confronti di chi e la sua origine). Il Signore ha poteri malvagi e sconfinati e può trasformarsi e trasformare i suoi servi o i suoi alleati. Pare, inoltre, che sia lui a influenzare tutta la storia degli uomini: sarebbe stato lui la causa della distruzione della Grande Armata, della Guerra dei Trent'anni, della peste di Londra e così via, tutto per la sua faida.

La storia si è sviluppata nel corso degli anni, uscendo sotto forma di racconti a puntate su riviste di settore, successivamente raccolte nel 1979 in due volumi, che hanno costituito il romanzo. Questa storia editoriale si fa sentire molto, a mio parere, poiché i capitoli/racconti sono abbastanza disomogenei fra loro: i primi quattro raccontano l'evolversi della storia di un singolo personaggio, che pertanto all'inizio ci sembra il protagonista; i due capitoli successivi cambiano i personaggi, ma la linea temporale e i collegamenti si mantengono abbastanza. Fin qui il romanzo mi stava piacendo, sia nei contenuti, sia nella scrittura, molto semplice, ma avvincente, pur caratterizzata dai classici mezzi narrativi dell'epoca (tipo un monologo di un personaggio per raccontare fatti che occupano quasi un intero capitolo, così a mo' di raccordo).

A partire dal settimo capitolo, pur essendoci una certo collegamento con il primo nucleo di racconti, cominciano le stonature: la scrittura cambia, diventa meno descrittiva e precisa; la lettura non sempre è stata cristallina per me; i salti, inoltre, sono più ampi. Il nome di un personaggio cambia dal capitolo quarto (Carlos) ai capitoli sette e otto (Jehan). Magari è una variante del nome in inglese (Carlos → Juan  Jehan), poiché il personaggio è spagnolo e questi discendenti girano un po' il mondo e cambiano nome di continuo, però devo dire che non è immediato, né spiegato.

Negli ultimi due capitoli forse la scrittura si è un po' ripresa, ma gli eventi corrono veloci e io ho stentato un po' a stargli dietro (e, tutto sommato, mi ero anche annoiata). Il finale, comunque, mi è abbastanza piaciuto.

Popolato da lupi mannari, vampiri e dallo stesso Signore mutaforma, questo era il libro perfetto per Trasfigurazione e per Volo (in quanto classico del weird), ma non sono rimasta particolarmente soddisfatta.

Giudizio: ⭐⭐

Infine un libro che aspettavo con impazienza di leggere, per interesse e per il fatto di averlo inserito anche nella lista dei 30 libri del mio Scaffale Strabordante a settembre, e che si è rivelato una ciofeca pazzesca. Non è che non me lo aspettassi del tutto: essendomi letta prima il biopic di John Douglas, tra i primi profiler americani, Mindhunter, sapevo che l'ipotesi di Patricia Cornwell era, per lo meno, azzardata e non condivisa e che commetteva probabilmente qualche errore procedurale, oltre ad averci speso non si sa quanti soldi nel tentativo di confermare le proprie teorie. Cornwell ha infatti finanziato numerose indagini di laboratorio su tutto quel su cui ha potuto mettere le mani, tra cui un test sul DNA mitocondriale. I due campioni proverrebbero da, rispettivamente, una lettera dello Squartatore e una del sospettato. La corrispondenza c'è, ma il DNA mitocondriale ha caratteristiche diverse da quello nucleare e una corrispondenza non prova necessariamente che si tratti dello stesso individuo.

Peccato che qui si tratti di ben più di qualche errore procedurale. La nota autrice di gialli ha fatto in Ritratto di un assassino tutto quel che non si dovrebbe mai fare in un'indagine, ossia piegare i fatti alle proprie teorie e non viceversa. Costei si è prima convinta che il celebre pittore tedesco Walter Richard Sickert fosse Jack lo Squartatore e poi si è messa a investigare, distorcendo diversi fattarelli. Per esempio, nelle opere del pittore ci rivede le scene dei delitti di Whitechapel. Ogni linea o macchia è il bordo degli oggetti o un'ombra, no! Sono il segno di uno sgozzamento o di mutilazioni. Studiando i quadri ha trovato le prove della colpevolezza, esattamente come avrebbe potuto farlo se avesse esaminato le macchie di Rorschach: ci ha visto quel che ha voluto, le sue suggestioni. Giunge addirittura ad affermare che quando il pittore è nella sua città natale, Dieppe, e non a Londra, la sua personalità cambia. Non le sfiora la mente che forse si tratta sempre della stessa persona, ma che dipingendo quel che vede, a Londra raffigura prostitute e scene macabre o cupe, mentre tra gli ameni paesaggi tedeschi, la trasposizione riflette questo diverso scenario?

Tra gli errori metodologici di Cornwell: 

  • Il più grave è probabilmente quello di aver considerato ogni lettera arrivata a firma "the Ripper" come autentica, del vero killer, e, per di più, di Sickert. Molte, invece, sono sempre state considerate dei "falsi", scritte da mitomani o da gente, con un pessimo senso dell'umorismo, che forse le trovava degli ottimi scherzi. Quando parla di queste lettere e dei disegni su di esse, che compara a quelli del pittore, non ci viene segnalato a quali lettere Cornwell si riferisca. In ogni caso, dice all'inizio della ricostruzione che ha cambiato idea riguardo alla loro origine e per lei sono tutte buone allo stesso modo.
  • Grave è anche il suo presumere i sentimenti e gli stati d'animo delle persone in esame, sulla base di loro lettere, per esempio di Sickert e la moglie Ellen. 
  • Su altre cose che proprio non può sapere, specula e ricama sopra. Gli interventi subiti da un Sickert bambino ai genitali lo avrebbero lasciato mutilato. Non si sa da cosa tragga questa conclusione (cioè, si sa, da ragionamenti della sua mente). Più tardi, però, queste lesioni, che l'avrebbero reso impotente, movente degli omicidi, gli consentirebbero di commettere adulterio e, forse, perfino di avere figli illegittimi. Peggio ancora, questo esempio: due distinti testimoni parlano di aver visto bazzicare sul luogo del ritrovamento di un ambiguo indizio (lo erano tutti, perché un lembo insanguinato di grembiule avrebbe potuto essere qualunque cosa, collegato o meno ai delitti, non avendo nessun modo di verificarlo) un tizio dalla pelle scura. Sickert poteva benissimo essersi tinto la faccia, obietta l'autrice, come chiunque altro (aggiunge il lettore).
  • Confuta anche la maggior parte della autopsie eseguite sulle vittime (canoniche e non), che sono prese in considerazione in questo libro. Può essere ragionevole farlo, perché le indagini erano svolte con approssimazione, non si disponeva delle moderne tecniche e conoscenze necessarie ad attribuire con accuratezza le cause della morte, ma la nostra scrittrice le contesta in base alle sue supposizioni, che poggiano su testimonianze altrettanto dubbie e comunque riferite in terza mano. Nessuno conosce l'attendibilità delle fonti. Tutto può essere contestato. E non si capisce perché alcune altre autopsie le vanno benissimo, invece, o per lo meno non le confuta. In entrambi i casi, cerca di smontare gli eventuali alibi dell'artista o di stabilire come avrebbe potuto compiere i crimini.
  • Anche il numero di delitti di cui accusare Jack/Sickert sono ampliati rispetto ai canonici cinque (ci può stare, molti hanno discusso di quali e quanti potrebbero essere o meno dello Squartatore). Sono, però, inclusi casi irrisolti/non che arrivano a non avere in comune né vittimologia, né modus operandi, né luogo geografico. Certo, nessuno ha certezza dell'evoluzione criminale del più famoso assassino di sempre e il modus operandi è vero che può mutare nel tempo, ma è curioso che ci siano stati cinque delitti simili concentrati in una finestra temporale così breve e poi più nulla del genere. La firma del killer consterebbe solo delle lettere, che non sappiamo se sono autografe? E poi perché, se è sempre stato libero, Sickert avrebbe smesso di uccidere?
  • Cornwell mette in luce alcune coincidenze, alcuni collegamenti fra le due figure del pittore e del killer, ma senza considerare che, anche se fossero vere, si tratta di cose comuni, che potrebbero condividere anche altri individui: una certa filigrana della carta da lettere; la valigetta Gladstone, vista da testimoni ad alcuni passanti; la conoscenza delle vignette di Judy e Punch, che sono i burattini più conosciuti del regno, tanto che persino oggi li rivediamo nelle rappresentazioni video britanniche. 

Riguardo alla scrittura, l'ho trovata caotica e pesante. Cornwell salta di palo in frasca, non segue né una linea temporale degli eventi, né una divisione sistematica. Non parla prima dei delitti e poi delle lettere, delle biografie dei personaggi, etc. In ogni capitolo si trova un po' di questo e di quello, con la conseguenza che alcuni dati sono ripetuti. Ordine e metodo, chiedeva Poirot? Scordatevelo.

Giudizio: ⭐1/2

mercoledì 3 gennaio 2024

Il cardellino di Donna Tartt è perfetto solo per gli americani?

 Il cardellino di Donna Tartt è stato una lettura impegnativa, non solo per la mole di quasi 900 pagine, ma anche perché, in così tante pagine, è stato quasi inevitabile che ogni tanto la noia si avvertisse.


La storia è quella di un ragazzo, Theo, che a tredici anni perde la sua unica certezza familiare e allo stesso tempo si lega per sempre a un quadro, Il cardellino di Carel Fabritius. Da quel momento sarà un po' sballottato in un'instabilità familiare e relazionale, ma nella sua vita resterà costantemente incombente questo quadro, in un certo senso personaggio che determinerà anche alcune svolte nella vita del protagonista.

Fino all'ultimo non si sa bene dove l'autrice vada a parare, ma infine tutto si ricollega, torna e si avverte un senso (di cui fino a quel momento avevo un po' dubitato).

Personalmente, per lungo tempo, dato il numero di pagine, non riuscivo a capire il senso delle molte parole spese per raccontare le innumerevoli sbronze, perdite di coscienza ed effetti di droghe a cui Tartt sottopone i suoi personaggi. Questa parte e il primissimo capitolo sono stati le fonti maggiori di tedio e disinteresse, mentre, dopo il primo capitolo, ma con qualche rallentamento, la storia prende molto di più. La vita americana, qua soprattutto raccontata come quella di famiglie bene newyorkesi, tra apparenza, antiquariato, cene, aste e droghe, è abbastanza estranea e noiosa ai miei occhi.

Lo stesso protagonista è, al contempo, sia un povero cucciolo ferito da quanto gli è capitato nella vita, tra lutti e DSPT, insieme al quale piangere, sia un debosciato che era già avviato su una via non retta e che poco ha fatto, successivamente, per non abbandonarsi, per chiedere aiuto.

Terminate le lamentele, non posso riconoscere che si tratti di una buona storia, trattata un filino prolissamente, ma non priva di lati positivi (del resto gli è stato riconosciuto un Pulitzer nel 2014, anche se agli americani si può dare un credito limitato).

I personaggi, in genere, sono caratterizzati in modo eccellente e prendono vita e tridimensionalità sulle pagine: sono molto sfaccettati, complessi, approfonditi. Nessuno di loro, a partire dal protagonista, che appunto è grigio, è connotato da una sola qualità o difetto. A eccezione del buon Hobie (che è in effetti il mio preferito) e, forse, di Pippa, nessuno è completamente buono o del tutto un cattivo soggetto, neppure il padre di Theo.

I sentimenti di Theo sono passati al microscopio e rigirati da ogni lato come calzini, pertanto giungiamo a conoscerlo quasi intimamente: per questo, in modo riuscitissimo, empatizziamo con lui nei dolori e nelle speranze, con, almeno per me, le eccezioni sopramenzionate (senza scendere nei dettagli per minimizzare gli spoiler). In quelle occasioni l'avrei volentieri schiaffeggiato, perché smettesse di comportarsi in modo così masochista, ma in molte altre mi sono commossa o emozionata con lui. Tutto questo non fa che provare l'ottimo lavoro della scrittrice, che ha curato moltissimo l'interiorità e la complessità di Theo. Ci trascina nei tortuosi labirinti in cui si infila il nostro ragazzo, un po' da solo, un po' favorito nella sua fragilità dagli eventi. Chapeau.

La storia ha un finale aperto, caratteristica che ho apprezzato, perché posso decidere autonomamente quanto lieto o meno sarà il futuro di Theo, in base al percorso che ha fatto nel romanzo, compresa una svolta notevole a un certo punto. Infatti, al riguardo sono ottimista, altrimenti queste 900 pagine sarebbero davvero state inutili (e non credo lo sopporterei), se nulla fosse cambiato, ma, appunto, ogni lettore ha margine per decidere secondo il suo modo di vedere il testo e la vita in genere. Tuttavia, il finale è anche stato gravato da alcuni spiegoni sul senso della vita da parte di alcuni personaggi e l'ho trovato un modo un pochino troppo didascalico per dare una morale conclusiva a tutta la storia.

Riguardo la scrittura, è molto alta, specialmente in certi momenti del romanzo, ma non è scevra da lungaggini e, come già detto, un pelo prolissa (o non si spiegherebbe la lunghezza del romanzo).

Cosa mi è piaciuto: ottima scrittura; personaggi meravigliosamente caratterizzati, vivi; rapporto di amore-odio col protagonista; commozione frequente; Hobie; finale aperto.

Cosa non mi è piaciuto: certi parti della storia non sono state di mio interesse; rapporto di amore-odio col protagonista; un filo di noia e di prolissità; finale didascalico.

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4