venerdì 22 agosto 2025

Un incantevole aprile: leggero ma non senza riflessioni

Quattro diversissime donne sono le protagoniste di Un incantevole aprile (Bollati Boringhieri, 272 pag) di Elizabeth von Armin, da cui è stato tratto nel 1991 un film da Mike Newell con Joan Plowright, Alfred Molina, Jim Broadbent, Polly Walker.


Una donna particolare, Mrs Lottie Wilkins, è depressa e sottomessa al marito, avvocato noto: non riesce a brillare, a farsi apprezzare, forse neanche a essere sé stessa. Quando legge sul giornale l'annuncio di un affitto in un castello sulla costa ligure, non può fare a meno di fantasticare, di pensare a come sarebbe bello soggiornarci un mese. Ha i suoi risparmi da parte, ma...certo non può permettersi quella spesa da sola.
Quando vede la signora Rose Arbuthnot, pia, devota ai poveri e alla Chiesa e portatrice di un segreto sul lavoro del marito e sul suo matrimonio, le chiede di dividere con lei la spesa per quella vacaza.
Le due donne possono permettersi una parte del viaggio, ma per rientrare del tutto nelle spese provano a cercare altre due coinquiline, che trovano nella bellissima e popolare Lady Caroline e nella nostalgica signora Fisher. 

«Ma vedete, il paradiso non è altrove. [...] Le affinità tra il paradiso e la nostra dimora, - continuò Mrs Arbuthnot, abituata a concludere le frasi. - Il paradiso è nella nostra dimora».
«Non è vero», disse Mrs Wilkins, ancora una volta inaspettatamente.

 

Disse ad alta voce e con serietà: «Non capisco per quale motivo insistiate a sostenere che non sono felice, quando mi conoscerete meglio vi renderete conto che lo sono; e credo non intendiate davvero affermare che la bontà, se fosse concesso di raggiungerla, rende infelici».
«Certo che intendo quello, - disse Mrs Wilkins, - perlomeno il nostro genere di bontà. Noi l'abbiamo raggiunta, e siamo infelici. Esiste un genere di bontà infelice e uno felice: al castello medioevale, per esempio, ci toccherà quello felice»

La convivenza delle quattro donne non inizia in modo facile: sono quattro sconosciute con idee diverse e bisogni diversi, ma gradualmente cominciano a piacersi e a interessarsi delle vicende delle altre; in particolare Lottie, che all'inizio è scambiata per una persona strana, emerge dall'ombra, entra nel suo elemento. Del quartetto è la prima a rendersi conto, intuitivamente, che quella villa, quella vacanza, è in grado di cambiarle, di portare pace e soluzione ai turbamenti delle loro anime.

La prima parte del romanzo è quella che ho preferito: la conoscenza e il primo periodo delle quattro donne nel castello; nella seconda parte entrano in ballo intrecci di relazioni che mi sono piaciute meno.

Il romanzo è un piacevole intrattenimento, ma offre anche la possibilità di riflettere sulla differenza fra chi si deve essere e chi si sente di essere, sulle convenzioni sociali, sull'amicizia e sull'opportunità di gratificarsi, anche se (forse oggi come allora) pare sconveniente concedersi un piacere a beneficio solo di sé stessi, trascurando qualche più nobile, ma altrui, causa.

Bonus: nella mia edizione è compreso il breve racconto Il giardino delle rose. Mi è piaciuto molto e traspare già nelle poche pagine sia il sarcasmo nel denunciare la situazione sia l'attenzione di von Armin per la condizione della donna in età da marito. Vedove e uomini hanno il potere di disporre per sé e per gli altri, ma per una giovane donna, non madre, la sua vita non è libera: è alla madre o al marito che deve tutta la sua disponibilità e coltivare un desiderio (che sia la vacanza in un castello medioevale o un giardino pieno di rose) è proibito, sinonimo di egoismo e ingratitudine che la rende agli occhi del vicinato uno strano essere, non conforme alle convenzioni.

Giudizio: ho preferito la parte in cui si pone l'accento sul senso di colpa relativo al viaggio che agli intrecci amorosi, ma è una lettura gradevole e intelligente ⭐⭐⭐

mercoledì 20 agosto 2025

Garzanti pubblica due opuscoli ad hoc sulle guerre in corso

 Avevo letto Le dieci mappe che spiegano il mondo di Tim Marshall e l'avevo adorato (e successivamente regalato e consigliato perché l'ho considerato un punto di vista molto interessante per capire la politica e la diplomazia dei paesi del mondo.

La geografia che disegna i confini fra stati spiega anche l'origine dei conflitti: questa è la chiave per conoscere il perché dello stato dell'arte dei rapporti (commerciali, economici o conflittuali) dei paesi in tutti i continenti. 

Perché il riscaldamento globale fa comodo alle potenze che potranno attingere alle risorse del sottosuolo nell'Artico? Ahi, ahi...quel capitolo mi fa ancora male.

Perché Putin ha paura di un invasione sul suolo russo che viene dall'Ucraina?

Ecco, esatto: avete capito bene. Questo potrebbe essere il motivo per cui si è scatenata l'attuale guerra in corso.

Garzanti fa dunque questo: prende il capitolo sulla Russia de Le dieci mappe che spiegano il mondo e lo pubblica in un micro libricino di 60 pagine. Operazione commerciale semplice, poco costosa (il saggio lo avevano pubblicato loro) e che può vendere bene perché la gente si sta informando su questi conflitti e se gli consenti di farlo leggendo anche poco è meglio e più vendibile.

C'è un però: io mi aspettavo che quel capitolo (che le motivazioni profonde te le spiega anche) fosse ampliato e che ci fosse qualche riferimento al conflitto in atto, come ci si è arrivati, l'escalation, dove si potrebbe andare a parare...ma il capitolo invece è 1:1 quello del saggio del 2015. Sono parecchi dieci anni di buco per capire adesso dove siamo e dove stiamo andando. Non è il prodotto giusto per studiare questa guerra. Merita piuttosto leggersi Le dieci mappe integralmente.


Non ho letto I muri che dividono il mondo, ma il discorso è analogo: il capitolo su Israele e Palestina è estrapolato e pubblicato in modo indipendente. Io lascerei perdere il bignami di 59 pagine e comprerei direttamente il saggio di partenza, non come ho fatto io. Certo, avere a portata di mano tutte le informazioni essenziali sull'origine di quel muro (e della guerra in corso) può far comodo, ma a me occorreva decisamente qualcosa di più approfondito e strutturato.

Giudizio: ok, la penna è divertente e spiega bene, ma non mi piace l'idea commerciale sottesa a questi due prodotti ⭐⭐ 1/2

Sovietistan: viaggio nelle Repubbliche dell'Asia Centrale

 Quello che l'antropologa norvegese Erika Fatland racconta in Sovietistan (Feltrinelli, 544 pag) è un viaggio alla scoperta di una regione semi-sconosciuta agli occhi di un europeo o un occidentale.


I confini di questi stati che nascono dal disfacimento dell'URSS sono tracciati col righello, ma la giornalista prova a restituirci la storia dei singoli paesi e popoli che abitano queste terre, in un mosaico di descrizioni paesaggistiche, approfondimenti storici, economici, culturali e racconti di avventure di viaggio, fra persone diversissime da noi e tra loro.





È una lettura interessantissima (e confesso la mia ignoranza su quest'area geografica prima di aver letto questo saggio) e scorre molto bene. La penna della Fatland è leggera, ironica, ma prova a essere bilanciata e oggettiva nel raccontare pregi e difetti di queste neo-repubbliche che scontano una delle posizioni più diplomaticamente delicate del planisfero e un passato di sostanziale colonialismo.

martedì 29 luglio 2025

Io e Don Chisciotte: non è stato amore a prima lettura

 Recensire Don Chisciotte non è possibile: non basta un articolo di un blog o un post su Instagram per riuscire a dire qualcosa di sensato su un'opera immortale che ha conquistato il cuore di migliaia di lettori nei secoli...

...ma non il mio.


Mi limiterò, allora, a schizzare poche immagini personali, poche idee mie che ho su questo romanzo (quasi poema cavalleresco) nel tentativo di descrivere cos'è stata quest'opera e questo personaggio per me.

Ero affascinata dalla figura di Chisciana, che si cambia nome in Don Chisciotte, per averne sentito parlare e averlo visto raffigurare in tutti i media possibili, dai cartoni animati alle canzoni di Guccini, ma mi ero procurata una copia usata in due volumi (un'edizione Mondadori del 1971 con la traduzione di Ferdinando Carlesi del 1934, 1526 pag) soltanto un paio d'anni fa.

𝅗𝅥Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza. 

Il gentiluomo della Mancia Chisciana, avido lettore di imprese cavalleresche, un giorno se ne esce col voler diventare a sua volta cavaliere errante per vivere avventure nobili e diventare paladino delle misere cause. Si arma e parte una prima volta, comincia a combinare i primi guai, non essendo mai in grado di leggere una situazione con lenti pratiche e contemporanee, ma solo con quelle poetiche delle gesta dei suoi eroi; ne prende di santa ragione e torna a casa. 

Per non far disperare solo la propria nipote, gli amici e la governante, a questo punto riesce a coinvolgere nella sua pazzia un altro poveretto, Sancho Panza, contadino che ha moglie e figli, convincendolo a servire per lui da scudiero finché non sarà in grado di farlo governatore di un feudo e ricco: è in questo modo che nasce il duo in grado di far funzionare tutte le avventure scritte dall'ex militare Miguel de Cervantes (1547-1616), un duo che si bilancia perfettamente e che esalta pregi e difetti di entrambi.

Le prime storie escono nel 1605 sotto il nome di El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha e narrano le gesta che l'autore avrebbe tradotto dai fantomatici manoscritti arabi di tale Cide Hamete Benengeli. Queste prime avventure della nostra coppia di erranti romantici rottami sono molto simili: Quijote scambia qualcosa per qualcosa che non è (pecore per mori, mulini a vento per giganti, statue della Madonna portata in processione per una dama rapita, di nuovo marionette per mori...) e le busca oppure commette torti nei confronti di qualcuno (libera dei galeotti, non paga agli osti il compenso perché si crede ospite in castelli di amici e così via...). In questa parte le avventure, dapprima itineranti, convergono poi verso un intreccio unico e con molti personaggi, con il dipanarsi delle molte storie dentro un'osteria con riunioni, ritrovamenti (Carramba, che sorpresa!), riconciliazioni, riparazioni dei torti, in perfetto stile feuilleton, anche se è ancora troppo presto per il genere.

La seconda parte delle avventure del duo Chisciotte-Panza è pubblicato solo nel 1616, quasi a volersi riprendere il proprio personaggio, che nel 1614 era stato ri-raccontato da un tale Avellaneda nel libro Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Chisciotte de la Mancha. Nel testo ci sono diverse allusioni e, oserei dire, frecciatine a questo plagio.

Sottraendosi alle grinfie della nipote e della governante una terza volta ed eludendo la sorveglianza degli amici (tutte figure che si preoccupano e tentano di far rinsavire il protagonista - delizioso nel primo volume il rogo dei romanzi cavallereschi del nostro a opera del prete e del barbiere), Chisciotte e Sancho partono di nuovo, ma il tono delle avventure è cambiato e c'è persino qualche "retcon": il protagonista pare che non abbia mai visto Dulcinea, mentre nel primo volume pare che l'avesse almeno vista una manciata di volte, il finale muta drasticamente quanto sembrava essere alluso alla fine del primo volume... Stavolta i due sono soprattutto mira di prese in giro: sono diventati famosi e il nucleo principale del secondo tomo è incentrato sui due ospiti presso un castello di Duchi, che si tengono i due alla stregua di giullari a cui far fare ciò che desiderano, poiché credono tutto. L'amarezza, soprattutto su un finale che non mi è piaciuto e che ritratta tutto ciò che ho letto, in questa seconda parte è tanta.

La scrittura di Cervantes è parecchio ripetitiva e alterna alle avventure (tutte molto simili) e a parti divertenti (fra tutte la mia preferita in cui Don Chisciotte vuole emulare la pazzia di Orlando, progettando consciamente di fare capriole per amore di Dulcinea, chiedendo a Sancho di andare a raccontarle che per lei è diventato matto) i panegirici del protagonista, principalmente sulla vita cavalleresca. Personalmente confesso di aver fatto tanta fatica a leggerlo, ma non tanto per la scrittura (d'accordo aulica e arcaica in alcuni momenti), quanto perché mi pareva non arrivassimo mai da nessuna parte: sono una serie di avventure, per lo più slegate e senza sfondo, che si susseguono. Inoltre mi è mancato un dramma struggente legato alla figura di Quijote che mi ci facesse affezionare: la natura della sua follia è tragica, ma non il modo in cui la vive e quindi le tinte dell'opera sono più leggere, comiche e picaresche che non drammatiche. In buona sostanza mi sono annoiata spesso.

- Sancio, io voglio almeno, perché è assolutamente necessario, che tu mi vegga tutto nudo fare una o due dozzine di pazzie. Sta' tranquillo: le farò in meno di mezz'ora. Così, avendole viste coi tuoi occhi, tu potrai in coscienza garantire con giuramento delle altre che ti piacerà d'aggiungere; e ti assicuro che tu non arriverai a dirne tante quante ne voglio fare.

- Per l'amor di Dio, signor padrone, la non si faccia vedere gnudo davanti a me, perché la mi farebbe troppa compassione, e non potrei fare a meno di piangere [...]. Se la vuole proprio che io vegga qualche pazzia, le faccia vestito, corte e di quelle che gli restan più alla mano. [...]

- Aspetta che te la faccio in un fiat.

E levatisi in quattro e quattro otto i calzoni, rimase in camicia, e subito, senza tanti discorsi, fece un bel paio di capriole; e sgambettando per aria con la testa in basso, mise allo scoperto cose, che, per non vederle un'altra volta, Sancio voltò Ronzinante, e si tenne soddisfatto e contento di poter giurare senza scrupoli che il suo padrone era matto.

E i due personaggi?

Ecco, Don Quijote e Sancho Panza sono senza dubbio il motivo per cui quest'opera ha passato la prova del tempo: Chisciotte è un ingenuo, un credulone, puro di cuore e confonde ogni personaggio che lo incontra, dato che parla come un professore, ma le sue azioni sono quelle di un pazzo. Ci puoi ragionare come se fosse un savio, ma a un certo punto scambia lucciole per lanterne e commette le più insulse imprudenze, senza mai pensare alle conseguenze. Si fa portatore dei valori e dell'amore cavalleresco (scambiando la contadina Aldonza per una principessa, che lui decide di chiamare Dulcinea del Toboso, così come ribattezza il povero ronzino di casa in Ronzinante, convinto di avergli dato un nome epico) e a questi si vota ciecamente. Sono buone le intenzioni che lo animano, ma fraintende costantemente la realtà. 

Sancho Panza è ancora più particolare e dotato di una doppia anima e una doppia morale: da una parte è un credulone, un bonaccione, dall'altro è scaltro e per interesse non esita a scegliere l'opportunità migliore; allo stesso tempo è naturalmente portatore di buon senso e di una saggezza popolare (diversa da quella che ha il padrone e che gli deriva dalla cultura), eppure abbocca all'amo di Quijote, poiché desideroso di profitto, tanto che a volte sorprende la moglie con idee totalmente aliene dalla loro precedente vita, del tutto contagiato dai sogni del padrone. Ci sono momenti in cui potrebbe essere un truffatore, capace di accaparrarsi un bottino, ma è quasi sempre il sogno del governatorato a truffare lui. Si affeziona al padrone, è pronto ad accudirlo, cercando di consigliarlo per il suo o per il proprio meglio, e da un certo punto in poi anche alla vita che conduce con lui, tanto da preferire rinunciare alle proprie idee per una vita che apprezza appieno, sebbene all'inizio fosse eccessivamente faticosa e priva di attrattive.

Giudizio: ⭐⭐⭐

giovedì 17 luglio 2025

Nuvole Barocche: il duo Paolacci e Ronco esordisce con la prima indagine di Paolo Nigra

 Qualche settimana fa mi ero cimentata nello stroncare la raccolta di racconti gialli Mondadori per l'estate 2024 (E cosy sia).

All'interno di quel volume, tuttavia, qualcosa da salvare lo avevo trovato e, in particolar modo, due scritti avevano "bucato la pagina", rimanendomi impressi: uno era il racconto di Patrizia Rinaldi, autrice che si occupa principalmente di letteratura per ragazzi, ma anche creatrice del personaggio di Blanca Occhiuzzi, diventato protagonista di una serie poliziesca Rai nel 2021 e 2023 (ovviamente denominata Blanca perché le donne perdono sempre il diritto a essere identificate con il cognome...riferimento puramente casuale a Vanina...).

Il secondo racconto che mi era davvero piaciuto è Vertigine, scritto da Antonio Paolacci e Paola Ronco, con protagonista il vicequestore aggiunto Paolo Nigra.

Antonio Paolacci aveva già scritto indipendentemente cinque libri e Paola Ronco due romanzi, di cui un giallo. Lavorano per lo stesso editore, si conoscono, si innamorano e finiscono per dare vita, a quattro mani, alla saga di Paolo Nigra, che ha all'attivo quattro capitoli principali, usciti nel 2019, 2020, 2022 e 2024.

Colpita da Vertigine, riferimento volutissimo a Vertigo di Hitchcock (La donna che visse due volte), girato in parte nell'hotel di Genova a cui si è ispirato anche il racconto, il Bristol, che ha uno scalone ellittico stupendo e molto noto, ho deciso di provare anche a leggere il primo dei quattro episodi della saga di questi due autori.


Meno di un'ora dopo, il cielo sopra Genova era magnifico; nuvole barocche si rincorrevano lontane, verso l'orizzonte, svelando un azzurro totale. Un vento frizzante, poco adatto alla fine di aprile, increspava appena il mare scuro.

Nuvole Barocche (Piemme, 333 pagine) non è un romanzo d'esordio: Paolo Nigra lavora già a Genova, è già stato promosso vicequestore aggiunto e a quel punto decide che non ha più niente da perdere e fa coming out. Anche la sua relazione a distanza è già avviata e felice con l'attore Rocco, napoletano e bellissimo, che invece non ha raggiunto il successo e teme di non arrivarci mai se dovesse imitare il compagno.

Abbastanza presto siamo catapultati sia nell'indagine, sia nel mondo di Nigra: le dinamiche di ufficio (alleati e avversari), l'amica Sarah che abita al piano di sopra, le manie del vicequestore torinese che a Genova si sente un po' stretto.

La trama mistery ha al centro una tematica ben precisa: un ragazzo giovanissimo è ritrovato in fin di vita al porto, con un cappotto rosa e dopo che la notte precedente aveva partecipato a una festa a sostegno delle unioni civili. Lo zio del ragazzo, che ha una storia familiare particolare, conferma gli ambienti frequentati dal nipote e la sua contrarietà al riguardo. Le linee d'indagine non sono molte, ma sono sviluppate in modo classico e il lettore attento ha a disposizione gli stessi indizi per la risoluzione del caso che ha anche il vicequestore. Qualcosa, forse, è anche troppo semplice da capire. Considerando quel (onestamente poco) che conosco nel panorama giallo italiano, devo dire che questo romanzo spicca per il rispetto del genere (che non è pochissimo).

Tra i temi emergono la discriminazione (soprattutto di certi ambienti per i gruppi LGBTQ+), la diffidenza, più o meno giustificata, nei confronti delle forze dell'ordine e, ovviamente, visto l'ambientazione, si parla anche di quello che successe nel 2001. Devo dire che un pochino secondo me il modo con cui gli autori hanno affrontato tutto questo è un po' forzato, quasi banale, manieristico.

La scrittura è stata piacevole da leggere, scorrevole e in certi momenti davvero buona, con descrizioni anche paesaggistiche niente male. I personaggi, invece, come ogni primo capitolo di una serie nuova pagano un po' lo scotto del doverli introdurre per la prima volta e un filino risultano stereotipati, ma spero che nei romanzi successivi possano muoversi meglio nella storia, meno inteccheriti nel loro ruolo, come del resto mi era perso durante la lettura di Vertigine. Sono anche molti e prenderci confidenza non è immediato

Giudizio: mi è piaciuto, ma speravo di più. ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 10 luglio 2025

Il mio primo Coliandro

 Carlo Lucarelli tra romanzi, racconti, saggi e molto altro ha scritto davvero di tutto nel panorama giallo e thriller di questa nazione. Tra le sue serie più celebri ci sono quelle del Commissario De Luca (di cui ho letto Carta bianca e L'estate torbida), del Commissario Marino del celebre Indagine non autorizzata, che ancora non ho letto, dell'ispettrice Grazia Negro (di cui ho letto Lupo mannaro, Almost Blue, Un giorno dopo l'altro, Acqua in bocca). Non avevo ancora letto niente neanche dell'ispettore Coliandro, su cui erano uscite storie a fumetti e una fortunata serie tv sulla Rai tra il 2006 e il 2021, diretta dai Manetti Bros. e con protagonista Gianpaolo Morelli. Lucarelli stesso racconta nelle interviste che Marco Coliandro non ha fan, ma ultrà.


Con la volontà di leggere almeno un romanzo del mio idolo per ogni saga, mi ero presa questo libricino brevissimo (Einaudi, 165 pag) usato per pochi euro, ma non avevo trovato la voglia di leggerlo per un po' e anche l'avvio della storia non mi stava convincendo. Eppure...

Eppure Lucarelli è stato bravissimo a tratteggiare, a farmi capire piano piano chi fosse Coliandro: non solo un povero cretino, ma un personaggio più complesso, meno immediato e non scontato. Non sa trasmettere certi suoi lati all'esterno: è goffo, grezzo, superficiale, mediocre, egocentrico, menefreghista, ma ha anche qualcosa di buono nel fondo, quasi un'onestà fanciullesca che stride tantissimo col resto della sua personalità e persino una certa empatia, la capacità di leggere gli altri e, a volte, affezionarsi.

Per esempio si affeziona a Nikita: gli si presenta davanti (la prima volta Coliandro appare in un racconto che si intitola proprio Nikita) quando è stato declassato alla Narcotici. Ha scoperto qualcosa facendo la pony express e non sa a chi rivolgersi. Becca l'unico poliziotto che non sa neanche lui come si fa a barcamenarsi in un'indagine, figuriamoci se c'entra la criminalità organizzata nella Bologna degli anni Novanta tra spaccio, ambienti universitari e altri più sordidi.

Non solo i personaggi sa descrivere con pochi tratti Lucarelli, ma è anche capace di restituire una certa atmosfera, cinematograficamente. Ed è un film alla fine quello che mi si dipana davanti e mi ha davvero intrattenuta, rapita per le tre ore della domenica pomeriggio in cui l'ho divorato. Non mi stava piacendo all'inizio, con questo personaggio grigio e triste, e invece ho dovuto rivalutare storia e protagonista.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Scoprire la fisica con Carlo Rovelli

 Carlo Rovelli è un fisico teorico che si occupa anche di divulgazione: far comprendere la fisica a chi non è del settore, probabilmente, è una delle cose più complesse che possano esistere, una sfida. Lui ci ha provato.


Nel 2014 esce per Adelphi (85 pagine) Sette brevi lezioni di fisica, ampliamento di alcuni articoli che il fisico aveva proposto come articoli per Il sole 24 ore. Ognuno di questi è dedicato a uno dei grandi temi affrontati dalla fisica nel Novecento: dalla struttura del cosmo e la sua origine a quali sono le particelle che compongono il tutto, per arrivare ai buchi neri e alla natura del tempo e del calore, ma, innanzitutto, la teoria della relatività di Einstein e la teoria dei quanti. Queste ultime due teorie hanno rivoluzionato la concezione della fisica classica e spiegato e predetto in modo nuovo il mondo. Una delle cose più interessanti in assoluto nel mondo della fisica è il dibattito fra queste due tesi, entrambe assolutamente verificabili, che concepiscono però ciò che spiegano in modo antitetico: deterministico la prima, probabilistico la seconda. Le due teorie si scontrano e pongono l'obiettivo alla fisica contemporanea di trovare una quadra che armonizzi i due estremi.

Infine, l'ultimo capitolo, totalmente filosofico, l'autore lo riserva a riflettere sul ruolo dell'uomo in questo quadro tratteggiato che espande il nostro orizzonte nell'universo, rimpicciolendo molto la nostra figura e importanza.

"Ci rendiamo conto che siamo pieni di pregiudizi e la nostra immagine intuitiva del mondo è parziale, parrocchiale, inadeguata."

Che cos'è di fatto Sette brevi lezioni di fisica? Per me è stato una sbirciatina in un mondo molto complesso e inarrivabile, un affresco, una panoramica del quadro generale che mi ha fatto capire la fisica di cosa si occupa a grandi linee. Non sono arrivata a cogliere tutto e non era questo l'obiettivo.

Rovelli scrive bene, è spiritoso persino, qualche volta più fumoso e filosofico, ma non si spinge mai nel linguaggio fisico o matematico e cerca pazientemente di rappresentare in modo comprensibile dei temi che solo le menti più geniali sono stati capace di padroneggiare (e a volte neppure loro).

Ho capito tutto? No. Ma delle idee meno vaghe di prima le ho e mi cimenterò presto anche nel saggio L'ordine del tempo del 2017, che ha ispirato l'omonimo film del 2023 di Liliana Cavani ed è stato tradotto anche in inglese (e l'audiolibro lo legge Benedict Cumberbatch!).

Giudizio: un viaggio affascinante ⭐⭐⭐⭐

Delitto all'ora del vespro: il primo romanzo della serie del canonico Clement del Reverendo Richard Coles

Delitto all'ora del vespro (Einaudi, 320 pagine) è un romanzo giallo scritto dall'inglesissimo Reverendo Richard Coles, che inaugura la serie con protagonista il canonico Daniel Clement.


Il nostro eroe è il pastore di Champton, piccolissimo borgo che non aveva altre preoccupazioni al di là dell'installare o meno delle toilette nella chiesa, finché sui banchi non viene rinvenuto un cadavere ed ecco che Daniel si ritrova a domandarsi cosa non ha capito dei suoi parrocchiani e a collaborare con la polizia.

Ogni pagina del romanzo è assolutamente inglese: i personaggi lo sono, lo è l'ambientazione e si ripetono citazioni e riferimenti che solo chi conosce bene la cultura britannica può cogliere.

I personaggi sono molti: la famiglia del canonico è ben rappresentata e caratterizzata (specialmente la madre Audrey), ma i sospetti sono veramente tanti, hanno poco spazio e questo non li rende memorabili. Spiccano un po' di più e sono più accuratamente descritti i membri della famiglia aristocratica locale.

La trama mistery si prende il suo spazio con colloqui con i sospettati e piste da seguire, ma la risoluzione finale potrebbe apparire come un'ispirata intuizione divina: l'indizio, in realtà, è visibile al momento della lettura, ma è molto ben nascosto dall'autore.

Il problema principale di questo libro, tuttavia, per me è il ritmo: il racconto procede lentamente, si perde in numerose divagazioni. La scrittura mi è piaciuta e, in generale la lettura è piacevole, ma il ritmo è un po' carente per un giallo.

Giudizio: ⭐⭐⭐

mercoledì 2 luglio 2025

Il primo romanzo della saga dei Florio

 I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Nord, 448 pag), primo volume di una dilogia sulla famiglia dei Florio, che tra Ottocento e Novecento avviò un commercio fiorente in Sicilia, prima di spezie, poi di zolfo, tonno, marsala, mi ha completamente stregata.

Non mi capitava da tanto tempo e non so quale fattore ha giocato il ruolo più rilevante, vuoi la penna, vuoi le vicende, ma non riuscivo a staccare gli occhi dal libro e l'ho effettivamente divorato in una manciata di giorni.


1799, Bagnara Calabra: i due fratelli Florio, Paolo e Ignazio, sono marinai. Trasportano spezie insieme al cognato, ma il terremoto di quell'anno spinge Paolo a prendere una decisione che rimanda da tempo: spostarsi a Palermo, avviare una bottega di spezie, cercare una vita migliore in una città portuale. Sono restii suo fratello Ignazio e, soprattutto, sua moglie Giuseppina, con la quale ha un rapporto difficilissimo. Il matrimonio, forse, sarebbe stato più felice con l'altro fratello?

Il destino, tuttavia, abbatte le remore e i tre partono con la nipote orfana Vittoria e col piccolissimo Vincenzo, il figlio di Paolo e Giuseppina. A Palermo li aspetta una strada in salita: la diffidenza della città verso questi calabresi, la concorrenza più o meno sleale degli altri commercianti di spezie, ma i Florio riescono a costruirsi un nome e, persino, soprattutto con Vincenzo, un impero.

Questa saga è densissima: le vicende personali, i drammi, i conflitti si intrecciano ai fatti storici reali della famiglia, della città, del regno. Economia, politica, storie d'amore struggenti il tutto in una narrazione avvincente. Auci non scrive con una prosa poetica o ricercata, ma è una narratrice che sa come incantare, sa dove porre l'accento per rendere la storia di Giuseppina e Ignazio un amore impossibile e per esaltare il legame tra Vincenzo e Giulia. Una mestierante? Probabilmente non solo, perché la ricerca storica che ha condotto sulla famiglia più potente di Sicilia è stata ampia e accurata.

A me sono piaciuti proprio i drammi che coinvolgono i familiari: il rapporto di Giuseppina con i due fratelli, i loro non detti che provocano struggimento ed empatia; il rapporto di Vincenzo col padre, che però può vivere poco, con Benjamin Inghram (altro storico personaggio un po' tratteggiato nel romanzo e determinante come i Florio nell'economia dell'isola), ma soprattutto con lo zio, a cui si legherà moltissimo; la sua storia di crescita personale, professionale e, infine, le sua storia d'amore con Giulia, personaggio incredibile e affascinante.

Nell'autunno 2023 è uscita su Netflix (poi in chiaro su Rai 1 nel 2024) la serie tv tratta da questo primo romanzo, con protagonisti Michele Riondino (Vincenzo Florio) e Miriam Leone (Giulia Portalupi), diretti da Paolo Genovese. Non ho il coraggio di vederla, poiché temo che non sia all'altezza di quel che ho letto e non mi convince tanto questa scelta di cast.

Non mi resta che leggere L'inverno dei leoni, ma ho qualche remora anche a iniziare questo per timore che possa non essere bello e avvincente come il primo romanzo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

Fiabe floreali: esempi di indottrinamento ottocentesco sulle bambine

 Ne avevo sentito parlare come di un gioiellino.

Fiabe floreali di Luisa May Alcott (autrice del più noto Piccole Donne), in Italia uscito per Elliot (127 pagine), è una raccolta di fiabe sulla gentilezza...all'apparenza.


L'autrice sfrutta la narrazione a cornice per introdurre storie slegate tra loro: la regina delle fate raccoglie una sera accanto a sé creature del piccolo popolo e le invita, a turno, a raccontare qualcosa: poesie, filastrocche, racconti, popolati da creature che vivono in un piccolo mondo di feste, balli, fiori, buoni sentimenti, tutto descritto con dovizia di particolari, quasi l'impresa sembri così impossibile da voler far immergere il lettore in questa atmosfera.

Le storie sono tutte molto simili fra loro e legate da uno stesso filo: mostrare che con la gentilezza, la remissività, la sopportazione (le virtù cristiane perfette su una donna, no?) si ottengono sempre favori, pace e lieti fini, mentre alle creature (bambini, fate, etc...) che sono egoisti e prevaricatori toccano tristezze, miserie e ricerche o prove da superare per espiare i loro "cattivi" comportamenti. In uno dei racconti un personaggio riceve addirittura un fiore che fiorisce o appassisce a seconda dei comportamenti adottati.

Oltre a una narrazione prolissa, ripetitiva e stucchevole

"Allora la bambina smise di farsi domande, ma divenne più intenso il suo amore per gli Elfi dal cuore tenero che lasciavano la loro terra felice per rallegrare e confortare coloro che non avrebbero mai saputo quali mani li avevano vestiti e sfamati, quali cuori avevano donato loro un po' della propria gioia per riempire i loro di tanta felicità."

in realtà ciò che mi ha infastidito nella lettura, più della noia, è stato questo indottrinamento. Il target delle fiabe sulle fate sono chiaramente bambine, a cui stanno dicendo "comportatevi così se volete essere felici": la colomba, ormai quasi in punto di trapasso, che viene lodata per la sua sopportazione della malattia, per non essersi mai lamentata, perché è grata alle fate che l'hanno accudita; l'elfo Lanugine di Cardo al contrario è rimproverato perché, benché "vivace e galante [...] celava sotto il suo vivace mantello piccoli aculei di crudeltà ed egoismo". E ancora il bocciolo di rosa che tenta di afferrare la bellezza della lucciola viene punito dal Padre per l'ingratitudine per il proprio aspetto e rischia di morire, perché la superbia è descritta come un sentimento triste e "soltanto l'umiltà può donare felicità ai fiori e alle Fate".

Le bambine dell'epoca in cui scrive la Alcott dovevano incarnare tutte queste nobili virtù cristiane di remissività, abnegazione, essere graziose e silenziose, sorridenti, senza mai una richiesta o una lagna o una parola di biasimo o critica per chicchessia. La piccola Eva del racconto, infatti, alla richiesta della Regina delle Fate di quale dono vorrebbe ricevere, non può che chiedere di essere perfetta come il mondo la vuole: 

"cari piccoli Elfi, cosa posso chiedere a voi, che avete fatto tanto per rendermi felice, e mi avete insegnato tante cose buone e gentili, il ricordo delle quali non svanirà mai in me? Posso soltanto chiedervi il potere di essere pura e gentile come voi, tenera e amorevole coi deboli e i sofferenti, e instancabile nel compiere atti d'amore verso tutti."

Mi rendo conto che per l'epoca e per il pubblico a cui era rivolto (bambine e soprattutto madri che volevano le loro figliolette docili, dolci e pazienti) questo prodotto potesse funzionare a dovere, ma riproporlo oggi, che abbiamo valori totalmente diversi, è un'operazione azzardata e quasi insensata.

Giudizio: ⭐⭐ 

martedì 22 aprile 2025

Non è giallo, non è cosy, sa soltanto quello che non è: la raccolta Il giallo Mondadori fa schifo

 Ma quanto è di tendenza dire cozy crime o cozy mistery?

Taaaantoooo. Ed ecco che il mercato ci si butta a pesce nel nuovo (che poi nuovo non è) sottogenere del poliziesco.

Spoiler: non basta aggiungere l'aggettivo cozy perché qualcosa lo diventi, specialmente un genere che in Italia tendenzialmente è sempre andato nella direzione opposta, quella del realismo, della cronaca, del thriller, del noir. No, nemmeno i continui riferimenti al cibo in italica maniera rende più confortevole le situazioni, non necessariamente: non tutti sono Camilleri.

I giallo "accogliente" è quello in cui i personaggi o l'atmosfera conferiscono un sapore piacevole alle indagini: per antonomasia Cabot Cove. Per me possono essere cozy i romanzi di Agatha Christie, perché non c'è mai violenza e quelle ambientazioni aristocratiche o borghesi sono rassicuranti e curate, i toni sono pacati e il lettore si aspetta il trionfo del detective alla fine della storia, magari coi sospettati seduti intorno a un tè.

Forse è il mio tipo di giallo preferito, poiché non mi piacciono gli scenari violenti e le ambientazioni in contesti miseri e degradati. Non ho mai cercato la denuncia sociale nel mistery, ma il gioco con l'investigatore. Infatti, oltre alla Christie i miei autori preferiti del genere sono Andrea Camilleri e Fred Vargas, anche se non si può davvero competere alla pari con Montalbano o Adamsberg; tuttavia si potrebbero definire (prima che il termine fosse di moda) dei cozy crime.

Ma veniamo a questa raccolta di Mondadori (407 pag) uscita nel luglio 2024 e intitolata appunto E cosy sia.


La cifra stilistica la dà il primo racconto: Ultima cena a Parigi di Francois Morlupi, noto per aver creato I cinque di Monteverde, che non ho letto, ma che, in base alle recensioni, sono violenti piuttosto che cozy e questo racconto, anche se non presenta il primo elemento, nemmeno si può dire che contenga il secondo. Non è solo antipatica l'investigatrice, ma è anche scritto male il racconto: si perde in dettagli inutili, presentando il personaggio e dà al giallo una soluzione troppo veloce, oltretutto costringendo la soluzione in un tempo del racconto troppo breve. Non si può risolvere un caso di omicidio in 24 ore.
Peri Peri è un racconto di Maria Elisa Aloisi con protagonista una ladra, antipatica come l'investigatrice del primo).
Vertigine è un racconto di Antonio Paolacci e Paola Ronco ed è l'unico della raccolta a essermi piaciuto davvero: è sofisticato, ambientato all'Hotel Bristol Palace, contiene riferimenti a La donna che visse due volte di Hitchcock, che fu in parte girato proprio in quell'albergo ed è la prima indagine che segue le regole del giallo.
All inclusive di Cristina Aicardi e Ferdinando Pastori presenta un personaggio molto sopra le righe e simpatico, Bea Blasco, ma non è un mistery: è un mix tra noir e thriller senza un rompicapo da risolvere. Stesso problema di Cuore di mamma di Alice Basso, che SPOILER consiste nella confessione spiegone di una donna che nel testamento racconta alle figlie di come ha ucciso il marito cucinando troppo calorico per innumerevoli anni. Sul serio? 😒
Anche Il gatto, l'Astice e il Cammello di Valeria Corciolani manca della struttura a rompicapo, ma ha un plot-twist interessante e che mi ha fatto tornare in mente Arsenico e vecchi merletti. In modo analogo, sebbene c'entri poco con un giallo, Il caso è risotto di Lucia Tilde Ingrosso è forse il racconto con la struttura più interessante.
Morte a km zero di Nora Venturini è uno dei racconti più gradevoli, con la struttura del giallo quantomeno e, probabilmente, è anche il più cozy dei racconti.
La dieta è un delitto di Serena Venditto è prolisso, ci sono troppi personaggi, gli indizi per risolvere il caso sono accuratamente tenuti nascosti al lettore, è didascalico, con dialoghi pessimi e il quartetto di protagonisti è discretamente antipatico.
Il mostro del pantano di Paola Regina è uno dei racconti che mi è piaciuto meno: lungo, scontato (si capisce chi è il colpevole fin da principio), perfino noioso, così come Cozze amare di Barbara Perna è infinito, il più lungo della raccolta.
L'ultimo racconto che menziono è il secondo che salvo della raccolta, principalmente per la scrittura brillante: Il pescatore, il Professore e la Cana Jatta di Patrizia Rinaldi.

Giudizio complessivo: ⭐⭐

domenica 20 aprile 2025

La valle dell'Eden: è amore per Steinbeck

 Forse non è del tutto vero: mi sono innamorata della scrittura di Steinbeck quando ho letto quest'estate Uomini e topi (1937). Concisa, completa, perfetta, avevo già potuto apprezzare la sua penna; ma ne La valle dell'Eden (1952, 784 pagine per Bompiani), l'autore ha più agio di descrivere un mondo, di più, di crearlo davvero: leggere questa storia è come attraversare una parete per trovarsi in una realtà parallela, una realtà con una struttura solida e un'anima che ci fa immergere totalmente nel racconto.


La storia si articola su molti anni (dalla Guerra Civile Americana alla Grande Guerra) e tra molti personaggi e linee narrative: una vera epopea che coinvolge due famiglie per tutti questi anni.

Protagonista principale della storia, probabilmente (dico probabilmente perché in realtà il racconto è corale e spesso cambia il personaggio su cui è posto il focus), è Adam Trask, la cui storia è raccontata dalla giovinezza, quando è ragazzo insieme al fratellastro Charles nella fattoria del padre, Cyrus, paradossale esperto di guerra, fino all'età adulta.

La storia di Charles e Adam si intreccia con quella di due straordinari personaggi: l'inumana Cathy e il sognatore Samuel Hamilton, le cui descrizioni, insieme a quella di Adam (e poi dei discendenti di questi, tra cui spicca Cal, noto per essere stato interpretato da James Dean nella trasposizione di Kazan del 1955, ma anche di uno dei miei personaggi preferiti, Lee), sono probabilmente il motivo della grandezza di questo romanzo. I personaggi sono splendidi: complessi, sfaccettati, pieni di dubbi e contraddizioni, con evoluzioni non lineari, tanto da essere dunque realistici, imperfetti, vicini al lettore, che non può che sentire di conoscerli, spesso di affezionarsi.

Le vicende dei personaggi fanno spesso riferimento alle storie della Bibbia, con molti paralleli, anche discussi nel corso del romanzo, in una metafora costante della lotta che avviene tra il Bene e il Male all'interno di ognuno (con ogni personaggio che mostra ognuno una possibile evoluzione e un possibile esito di questo scontro).

Giudizio: uno dei romanzi più belli che ho letto nel 2024, con personaggi scritti benissimo, una scrittura evocativa, una storia appassionante, che me lo ha fatto divorare, senza voler mai smettere di leggere e volendone di più al termine del libro. ⭐⭐⭐⭐⭐

Su un Parnaso ambulante a scoprire le seconde occasioni

 Mettiamo una donna di 39 anni (che per noi è nel fiore degli anni, ma che nel 1917 era considerata - e anche il personaggio si considera - una zitella di mezza età), Elena McGill, che ha sempre vissuto insieme al fratello Andrea, lavorando insieme alla fattoria, lui nei campi, lei cucinando e mandando avanti la casa.

Mettiamo che il fratello diventi uno scrittore famoso e che cominci a lasciare sempre più incombenze alla sorella, sempre più stufa di questo.

Mettiamo che un giorno arrivi alla fattoria un ometto che si propone di vendere la sua attività ambulante di libraio ad Andrea e che Elena tema che accetti e che la abbandoni alla fattoria per chissà quanto.

È fatta: la donna decide di buttarsi al posto del fratello nell'avventura e parte col carrozzone trainato da un cavallo, un cane e il Professor Roger Mifflin per portare la letteratura nel mondo della povera gente di campagna e di città. Le avventure sono dietro l'angolo.


Il Parnaso ambulante
, dello scrittore americano Christopher Morley (Edito da Sellerio in Italia già nel 1992 - e rimasto nella sua vetusta traduzione del 1953, con i nomi addirittura tradotti), è ambientato nel New England ed è un romanzo molto carino, consigliatissimo per una lettura leggera, ma non del tutto disimpegnata.

Pur non essendo denso di avvenimenti (comunque ha solo 176 pagine), è ricco di spunti di riflessione. La coppia di venditori è infatti strampalata e buffa ma ci insegna, strada facendo, molte cose sull'importanza della lettura e di condividerla con l'umanità, ma anche sulle seconde occasioni: non è mai troppo tardi per scoprire cosa ci appassiona e seguire i nostri sogni.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2