giovedì 26 dicembre 2024

Il regalo più dolce dello scrittore: fiabe per i propri figli

 Una delle cose più dolci che mai un lettore potrà leggere nella propria vita sono le lettere che Tolkien scrisse ai suoi figli nei panni di Babbo Natale tra il 1920 e il 1943 e che ho letto nel pomeriggio di ieri: Bompiani, Lettere da Babbo Natale, 192 pagine, illustrate con le immagini delle lettere e i disegni acclusi.


Questi scritti sono anche un indizio dell'autore che era John R. R. Tolkien: solo per rendere felici i propri bambini (quattro, John, Michael, Christopher, Priscilla), lo scrittore inglese ha creato un piccolo mondo polare con la sua fisicità precisa, quasi più tangibile che immaginabile e con una lore di personaggi ed eventi organica.

Il creatore di Arda non si è semplicemente limitato a mettere in una casa al Polo Nord Babbo Natale e quattro elfi, ma ha creato una piccola saga che ha per protagonisti Babbo Natale e Grande Orso Polare, che si muovono fra altri personaggi (altri orsi, come i nipoti di Orso Bianco, Paksu e Valkotukka, elfi, goblin, gnomi...) più o meno fissi e che ogni anno vivono avventure quasi sempre ricche e ben sviluppate, dalle goffaggini dell'Orso Polare alle battaglie contro i goblin, che probabilmente piacevano ai figli dello scrittore, poiché le fa ricomparire spesso.

Nelle lettere ogni personaggio scrive addirittura con la sua propria grafia, curatissima: Babbo Natale scrive con lettere tremolanti e, talora, istoriate, Orso Polare in stampatello e modifica la scrittura nel corso degli anni, l'Elfo Ilberth in modo minuto. I goblin, addirittura, hanno un loro proprio alfabeto e dunque in questo micro-universo ci sono più lingue: l'inglese, l'Arktik, i graffiti goblin.

I disegni sono spettacolari: non solo sono dettagliatissimi e ben fatti, ma pieni di colori, vivacità e movimento.

Giudizio: sicuramente il miglior regalo di Natale per un lettore è leggersi questo libro ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 novembre 2024

Via col vento: l'abilità di Margaret Mitchell per i personaggi

 A ottantotto anni dall'uscita del capolavoro di Margaret Mitchell, che altro si potrebbe dire che non sia già stato detto su Via col vento?

Nulla, penso.


Anche per chi non ha letto il libro, è dura che non si sia mai trovato di fronte la storica trasposizione cinematografica da oltre tre ore (che occorrono per intero e che non pesano affatto, secondo me) del 1939 con Vivien Leigh, Clark Gable e Olivia de Havilland.

Che questo romanzone (l'ho scelto nell'edizione BUR, con la traduzione degli Anni Trenta, 1008 pagine) sia un grande affresco storico della Guerra Civile americana del 1861-1865 e di cosa erano gli Stati Uniti (soprattutto del Sud) negli anni subito precedenti e poi in quelli successivi, si sa.

Che la storia abbia per protagonista Scarlett (se non prendiamo la versione tradotta da Salvatore-Piceni, che avevo io) O'Hara, capricciosa e testarda figlia di un coltivatore irlandese di cotone della Georgia, che si vede costretta ad affrontare la guerra, le sue privazioni, il rischio di perdere la sua tenuta, lo sappiamo.

E conosciamo anche la sua travolgente passione per il romantico e poco pratico Ashley Wilkes, che sposa la dolce e remissiva Melania Hamilton e non lei, che pure si vota ad amarlo per sempre; ci è noto anche il burrascoso rapporto con l'irriverente e diretto Rhett Butler.

Questa recensione potrebbe avere allora un solo senso di esistere: provare a spiegare cosa mi ha fatto innamorare di Rossella O'Hara - e non solo di lei, poiché trovo che i personaggi di Via col vento siano tra i più belli e complessi che abbia mai conosciuto.

Sì, Mitchell è stata talentuosa anche nel costruire il contesto storico: con quell'introduzione iniziale, un solo pomeriggio che sembra non finire mai, getta le basi di cos'era uno stato del Sud USA nel 1960, per mostrarti tutte le cause e gli effetti della guerra imminente. Lungamente poi si occupa di raccontarci le fasi della guerra, spostando la storia e il focus su Atlanta, per tornare nel dopoguerra prima a mostrarci lo stato delle devastate campagne e poi di nuovo in una città occupata e in ricostruzione, con i rivolgimenti portati dai nordisti. Il punto di vista, specialmente per quanto riguarda gli schiavi, sembra essere quello dei sudisti (e io non ho i mezzi per valutare storicamente questi aspetti, anche se proverò ad approfondire).

Ma è sui personaggi, secondo me, che l'autrice ha fatto la differenza, scrivendone di alcuni destinati a essere immortali: nessuno dei quattro personaggi principali è infatti solo caratterizzabile con gli aggettivi che gli ho posto accanto. Ero già innamorata della Rossella cinematografica, così forte (e a posteriori posso dire, anche molto vicina al suo corrispettivo su carta, così come tutto il film di Victor Fleming è aderente -a tratti passo per passo- al romanzo), ma la sua costruzione è davvero perfetta.

Fin dalle prime pagine, in cui deve solo scegliere l'abito da indossare (scena in tutto identica a quella della pellicola), notiamo il carattere di Rossella: è concentrata su di sé e su quello che può ottenere in ogni circostanza, anche se vorrebbe somigliare alla madre, più buona, disinteressata, come ci si aspettava allora "femminile". A questa madre, molto spirituale, Rossella è subito contrapposta come materiale e pratica e "maschile", somigliante piuttosto a Gerald. Con un carattere -per l'epoca- da uomo, odiata dalle altre donne, che la vedono troppo civettuola, è subito delineata come l'unica che potrà avere la tempra di risollevare Tara, al momento opportuno.

Rossella è anche egoista e ipocrita. Ad Atlanta piange la guerra e per tutte le circostanze che fanno restare lontana dai divertimenti. Vorrebbe essere meritevole dell'approvazione della madre e, invece, solo leggermente spinta dai modi e dai discordi di Butler, non si fa scrupoli su costumi o valori. 

Rossella sarebbe intelligente, ne dà spesso prova, ma è anche leggera e superficiale e ogni pensiero complesso tende ad accantonarlo perché l'annoia e, successivamente, perché l'addolora. Adoro la sua espressione "Non posso pensarci ora": questo suo porsi il problema per come lei vuole risolverlo, senza angustiarsi con altre possibilità finché non si verificano. Passa gran parte del suo tempo a farsi film in cui le cose accadono secondo il proprio desiderio, che allo stesso tempo è il suo più grande successo e la sua più grande sconfitta e per lo stesso motivo: convincendosi che le cose stiano come lei pensa o vuole, non comprenderà mai, ad esempio, Ashley o Rhett o anche la sorella, perché piega fatti e persone al suo costrutto mentale. Al contempo, però, solo così ha potuto non scoraggiarsi mai e costruire il proprio impero.

Rossella finisce per sembrare costantemente cattiva con le sue azioni, pur covando grande generosità e - qualche volta - senso della giustizia. Incredibilmente, a conoscerla per quel che è più di quanto lei stessa non immagini è l'odiata Melania, altro personaggio meraviglioso, a tratti persino più di Rossella e persino più di lei controcorrente. Melania è infatti così pura e coerente con sé stessa e con i suoi ideali, che pur se dolcissima e rispettosa delle convenzioni - a differenza di Rossella - non esita a seguire prima il suo cuore e i suoi sentimenti, laddove la società vedrebbe una contraddizione, ma non lei, che finisce per guidare la sua piccola comunità senza volerlo, solo per la sua intrinseca forza e il suo senso di lealtà e di dovere. Melania affronta per i suoi ideali prove più grandi di lei, fisicamente fragilissima, ma moralmente granitica e ciecamente devotissima a Rossella, sua rivale senza averlo mai saputo. Il rapporto tra le due, fatto di attriti e obbligata sopportazione all'apparenza, in realtà è stupendo: entrambe sono presenti l'una per l'altra, compiendo istintivamente sempre la cosa giusta, pur contro la loro stessa natura.

Quanto ai due uomini del quartetto, Ashley è forse il più spiegabile, anche se inafferrabile per tutto il romanzo, almeno agli occhi di Rossella. Non agli occhi di sua moglie e del capitano Butler, però. Quest'ultimo rispetta quest'uomo del sud e, soprattutto, sua moglie, l'unica persona genuina e coraggiosa che si sia mai trovato di fronte, ma non lo capisce o, perlomeno, non ne condivide gli ideali romantici, che lo rendono schiavo suo malgrado. Butler è pragmatico e franco, come Rossella, più di lei, anzi, poiché da uomo non teme di andare contro le convenzioni sociali e politiche. Come un pirata, si diverte a farsene beffe, pronto a deridere tutto e tutti e ad approfittarsi delle circostanze, nascondendo, invece, anch'egli, valori che antepone persino al suo interesse. Non è possibile non innamorarsi di lui, terribile, cinico, ma anche realista e, anche lui, persino giusto quando ritiene che sia il caso. Rhett è simile a Rossella per molti aspetti, anche se solo lui se ne rende conto, probabilmente perché la ragazza, invece, è costantemente impegnata a convincersi di poter essere esattamente l'opposto. Per tutto il romanzo, con riferimenti non solo a Rossella, ma anche alle storie dei suoi parenti e conoscenti, è sempre presente la riflessione sulla somiglianza e diversità di marito e moglie come chiave di felicità coniugale e il dramma della primogenita O'Hara è proprio quello di negare questo assioma o, quantomeno, di non riconoscere sé stessa o gli uomini che la circondano per ciò che sono.

Riguardo allo stile di scrittura, devo dire che il libro è stato scorrevolissimo. Non si avverte la sua mole, non è una lettura minimamente ostica, neppure nelle descrizioni della guerra, che ho trovato avvincenti e interessanti. La miseria delle perdite e delle ristrettezze sono emozionanti; la descrizione delle privazioni di Tara e delle altre tenute provocano rabbia e, in generale, tutta la parte storica è molto coinvolgente e istruttiva (non so fino a che punto, come detto, quanto di parte).

Malgrado conoscessi già bene il film, avevo assoluto bisogno di scoprire come finiva la storia, tanto che le ultime 400 pagine del libro le ho lette nella stessa giornata. Mi ha sorpresa non poco scoprire quanto il film sia pedissequo: ogni cosa presente nella trasposizione è tal quale al libro (compreso il colore dei vestiti di Rossella!) e ben poco è stato tagliato (qualche personaggio sì, ma non molti, sebbene alcuni molto importanti e interessanti da scoprire).

Non posso che consigliare a chiunque non abbia mai letto il romanzo di recuperarlo: è un dramma universale, con grandi personaggi e scorci ben scritti (e sicuramente uno dei libri più belli che ho letto quest'anno e in generale negli anni).

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐


martedì 15 ottobre 2024

Il book club americano che legge Jane Austen

 Jane Austen book club è un romanzo (rosa, se devo trovargli una classificazione) del 2004, pubblicato in Italia da Neri Pozza (299 pagine), della scrittrice Karen Joy Fowler. Nel 2007 ne è stato ricavato un film diretto da Robin Swicord e con Emily Blunt, Maria Bello, Kathy Baker, Amy Brenneman, Hugh Dancy e Maggie Grace (la Shannon di Lost).


Jocelyn è una donna indipendente, che non si è mai sposata e che ama organizzare tutto, compreso le vite degli altri. Per questo, quando la sua decennale amica Sylvia viene lasciata dal marito dopo un lungo matrimonio, decide, per distrarla e sostenerla, di fondare un club del libro, durante il quale rileggere i sei romanzi di Jane Austen. Gli altri membri sono la figlia di Sylvia, Allegra, che ama l'adrenalina e le ragazze; l'insegnante d francese Prudie; l'attempata e po' noiosa Bernadette, che però nasconde un passato avventuroso; l'aitante Grigg, che ama la fantascienza, ma è aperto a tutta la letteratura.
Ogni mese i sei leggono uno dei libri della scrittrice inglese e la Fowler ne approfitta per approfondire la storia di uno dei lettori del club. Nei primi due capitoli questo accade con una serie di flashback durante la discussione mensile a casa di Jocelyn e, poi, di Sylvia. Successivamente le storie si mescolano in modo più naturale e i commenti sui romanzi Austeniani sono ridotti ai minimi termini.
I personaggi sono abbastanza gradevoli: non troppo sfaccettati e complessi, ma con qualche guizzo, riservato soprattutto a quelli più giovani. Ho infatti preferito le storie di Grigg, Allegra e, soprattutto, di Prudie, che ha proprio la vicenda più interessante.
La cosa che mi ha lasciato più perplessa, tuttavia, è lo stile. La narrazione è in prima persona plurale. Oltre a non essermici mai imbattuta prima, ho dovuto rileggere il Prologo due volte prima di rendermi conto che nessuno di sei parlava di sé stesso in prima persona, bensì ciascuno dei personaggi svolge azioni che sono descritte con la terza persona. Insomma, sono rimasta subito confusa dal fatto che il narratore fosse tutti e nessuno.
Inoltre le battute non sempre risultavano comprensibilissime e qualche passaggio non sembrava del tutto lineari.

Giudizio: alcune storie carine, ma scritto in modo un po' strano ⭐⭐1/2

giovedì 10 ottobre 2024

Perdersi fra le vite passate con Jack London

 Consigliatomi tanti anni fa e poi sempre rimandato, ho finalmente recuperato Il vagabondo delle stelle di Jack London (Adelphi, 383 pagine), che si caratterizza per una trama e una struttura abbastanza peculiari.


Il protagonista è Darrell Standing, che ci introduce subito alla triste vita che ha condotto nella prigione di San Quentin, dove, per una sorta di complotto ai suoi danni, finisce in cella di isolamento, dove trascorrerà molti molti mesi. Durante tale periodo, scopre di potersi isolare a tal punto dalla sua condizione da poter raggiungere un altro livello di coscienza.

Darrell ci spiega che era già predisposto, ma di fatto, durante quelle che definisce "piccole morti", riesce a rivivere le vite passate. Dopo i primi capitoli introduttivi, London alterna un capitolo in cui descrive le sevizie che subisce in prigione e un capitolo in cui racconta la storia di una delle reincarnazioni, da un conte francese e i suoi intrighi, al bambino che attraversa gli USA verso il west in una carovana di pionieri, dal marinaio inglese che nel Seicento vive avventure in terre straniere, all'uomo che vive ai tempi e nei luoghi di Gesù, fino al naufrago su un'isola deserta.

Le parti in cui il protagonista è in prigione mi sono piaciute, tutto sommato, di più, ma quasi fin da subito le ho trovate ricche di ripetizioni nei concetti e nelle espressioni. Mi è piaciuta la descrizione della condizione di carcerato che London compie, quasi una denuncia, sebbene non sia in grado di verificare la verosimiglianza di questo tipo di racconto.

Al contrario, le parti "slegate" che raccontano le storie degli "altri" Darrell Standing in generale non mi sono piaciute granché, con parti riuscite più o meno, secondo almeno il mio gusto: per esempio ho preferito l'avventura del nobile spadaccino Sainte-Maure e quella del naufrago Daniel Foss. Tuttavia, la maggior parte di questi racconti presenta, per me, due problemi. Da una parte, sono enumerati molti elementi, molti avvenimenti, direi troppi, per la trentina di pagine, più o meno, in cui si sviluppa la narrazione (una scrittura più moderna avrebbe focalizzato l'attenzione su un momento più circoscritto ed esordito in medias res). Dall'altra, forse per questa stessa ragione, non mi sono riuscita a immergere negli avvenimenti: non si è mai instaurata quella sospensione dell'incredulità che permette di godersi la lettura. Si percepisce costantemente, anche per qualche esternazione rivolta in modo diretto al lettore, che si tratta di un romanzo e il flusso è conseguentemente interrotto.

Sui personaggi va aggiunto che Darrell e i suoi alter-ego sono sempre rappresentati come personaggi dalle abilità straordinarie e dai pochi o inesistenti difetti, a eccezione di Jesse Fancher, perché è un bambino. Gli altri personaggi di contorno, invece, si dividono in buoni o cattivi, con pochissime sfumature nel mezzo.

In conclusione, ho trovato la scrittura quasi sempre prolissa e ripetitiva, a tratti noiosa, i personaggi poco caratterizzati e credibili e non sono riuscita a godermi le storie né delle vite passate, né dello stesso Standing. Tuttavia ho apprezzato l'idea alla base e la struttura impostata dall'autore.

Giudizio: per l'originalità della struttura e della storia ⭐⭐⭐

Primo capitolo della serie di Flavia de Luce: il delitto nel campo dei cetrioli

 Alan Bradley è un autore contemporaneo canadese, ma la serie di Flavia de Luce, a cui ha dato vita dagli anni Duemiladieci e che comprende dieci romanzi (editi in Italia da Sellerio), è ambientata nell'Inghilterra del 1950.


Flavia è una bambina di undici anni, orfana di madre e molto originale. Vive con il padre e le due sorelle, Ophelia e Daphne, nella dimora di Buckshaw, aiutati dal tuttofare Dogger e dalla cuoca, la signora Mullet. Flavia, quando non è impegnata in una guerriglia all'ultimo dispetto con le sorelle, coltiva la sua passione per la chimica e, dal primo romanzo (Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli, 421 pagine), anche per le indagini.

Ci si ritrova invischiata per la prima volta in modo involontario, quando uno sconosciuto (o quasi) esala l'ultimo respiro proprio nel campo di cetrioli di Buckshaw, pronunciando la parola "Vale". Il mistero sembra coinvolgere il passato del padre di Flavia, un uomo tutto d'un pezzo, dedito alla filatelia. In che modo? Bisogna leggere la storia, sennò si rischiano spoiler...

All'inizio della lettura non provavo grande simpatia per la protagonista (mi ricordava Merricat di Shirley Jackson o Rose de La famiglia Aubrey), ma presto mi sono resa conto che aveva molte più similitudini con Edith Crawley di Downton Abbey: anche Flavia vive in una famiglia nobiliare e antica, attaccata alle vecchie tradizioni e, forse, non troppo pronta ad adeguarsi ai tempi che cambiano. Flavia, invece, è la pecora nera: troppo sbarazzina e pratica per stare attenta alle buone maniere a cui tanto tengono le due sorelle, ma anche estremamente intelligente; è semplicemente diversa dalla sua famiglia, quasi una Matilda fra gli Wormwood, anche se non cattivi (non così tanto), né gretti. Alla fine del libro mi ero affezionata notevolmente alla ragazza.

Per quanto riguarda il giallo in sé, non sono rimasta proprio soddisfattissima. Ha avuto uno spazio inferiore nella storia, rispetto ai rapporti familiari di Flavia, ma soprattutto mancava di un elemento fondamentale: non c'erano quasi sospettati per il delitto. Se posso accettare lo spazio limitato, considerando che il primo capitolo di una saga serve sempre a introdurre i personaggi, mi è dispiaciuto, però, non avere molti indiziati su cui puntare il dito nelle indagini, molto incentrate sul padre della protagonista (che si concede anche uno spiegone lunghissimo, che non ho apprezzato).

Tutto questo ha limitato il mio gradimento nella lettura? In realtà, no. La scrittura è scorrevole, piacevolissima, con l'elemento dello humor molto presente. Mi è piaciuto come sono stati descritti i personaggi e le loro relazioni, ma anche gli eventi. Il villaggio di Bishop's Lacey (e dintorni) promette di fornire un bel campionario di umanità (un po' alla Cabot Cove, se vogliamo). In effetti sono proprio gli elementi cozy di questo romanzo che me lo hanno reso così piacevole, facendomi sorvolare sulle manchevolezze già elencate e desiderare di leggere i prossimi nove libri.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐


sabato 28 settembre 2024

I casi dell'Ordine della Ghirlanda I: Il caso dei sessantasei secondi

 C'è una fermata sulla linea metropolitana che a Londra collega Marylebone e Aylesbury che non dovrebbe esistere. Eppure il treno che parte ogni mezzanotte da Marylebone vi compie una sosta di 66 secondi, tutte le notti. A questa storia si intreccia quella di un altro mistero che coinvolge uno dei più stretti e importanti collaboratori di Sua Maestà la Regina Vittoria.


Qui entrano in scena Lucy Blackstone l'organizzatrice, Candice King la chimica, Mei Li Bradford l'esperta di arti marziali e Kaja Bandhura, giornalista con la passione degli archivi: questo è il primo caso per le quattro ragazze dell'Ordine della Ghirlanda, serie ideata da Tommaso Percivale e pubblicato da Mondadori. Il caso dei sessantasei secondi ha 179 pagine; anche se è letteratura per ragazzi (che adoro) va benissimo anche per gli adulti e si legge in uno o due giorni. Il secondo volume di questa serie, Il caso del villaggio scomparso, è sempre uscito nel 2019 e mi piacerebbe recuperarlo.

All'inizio e per buona parte del racconto, in realtà, le nuerose linee narrative che partivano ma sembravano perdersi dopo un solo capitolo mi stavano un po' confondendo e, persino, infastidendo, ma per fortuna dal capito 10 o 11 le linee cominciano a riunirsi e la storia prende un buon avvio, concludendosi in modo davvero degno. 

La scrittura è davvero buona e i personaggi resi simpatici e accattivanti, anche se, senza dubbio, ci sarà tempo nei prossimi volumi per approfondire la conoscenza delle quattro eroine.

Riguardo la trama, l'intreccio è interessante e divertente; è curioso che i "cattivi" siano mostrati nel corso della narrazione. Di fatto, la storia aderisce molto di più al genere avventura che a quello mistery, poiché non è lasciato al lettore il compito di indagare, ma gli eventi sono semplicemente descritti per come avvengono, senza indizi da cui trarre deduzioni.

Giudizio: nel complesso è gradevole e intrattiene ⭐⭐⭐ 1/2

Il capolavoro che colpevolmente non avevo ancora letto: Uomini e topi

Uomini e topi è un libro straordinario (colpevolmente il primo che leggo di John Steinbeck) e nessuna parola che potrò usare per descriverlo sarà originale, nuova o sufficiente a rendere l'idea. Mi limiterò dunque a parlarne brevissimamente.


Steinbeck era già piuttosto noto quando nel 1937 scrisse quest'opera. Si tratta di un testo piuttosto breve (139 pagine, Bompiani), ma scritto così magistralmente da condensarci dentro molto: dell'amicizia, della vicinanza e capacità di comprensione degli uomini, dei loro sogni, ma anche della paura che ognuno ha dell'altro, che genera solitudine.

La struttura è in sei capitoli, che in realtà sono praticamente sei atti teatrali, con una scena fissa, descritta in dettaglio all'inizio del capitolo, in cui entrano ed escono i personaggi. Gli avvenimenti stessi o avvengono in scena o sono raccontati dai personaggi, ma più raramente.

La storia è abbastanza lineare: due uomini si recano in una fattoria come lavoratori stagionali. Diversissimi fra loro e legati da tempo, George è un uomo sveglio e cerca di provvedere meglio che può a Lennie, che invece è forte, ma con la mente di un bambino. Sperano di guadagnare abbastanza per raggiugere il loro obiettivo, ma i problemi sono sempre dietro l'angolo.

Questo libro mi ha travolta, l'ho letto in un solo pomeriggio e mi ha emozionata fino alle lacrime. Non potete esimervi dal leggerlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 2 settembre 2024

Sua Maestà la Regina indaga II: Un problema da tre cani

 Il secondo capitolo della sbarazzina serie di Sophia Bennett, in cui Queen Elizabeth II indaga, proprio come una spigliata Jessica Fletcher, si intitola Un problema da tre cani (Mondadori, 456 pagine), omaggiando scherzosamente Sherlock Holmes con le sue "tre pipe".

A differenza del primo romanzo, che era ambientato al castello di Windsor, questo secondo mistery vede protagonista nientemeno che Buckingham Palace.


I misteri, invero, iniziano con un giro di biglietti anonimi rivolti ad alcuni membri del personale di palazzo e con uno dei quadri preferiti della Regina, che ricompare in una mostra dopo molti anni dalla sua scomparsa. La regina e l'assistente del Segretario Privato, Rozie Oshodi, la brillante capitana al corrente dell'inclinazione di Elizabeth II per le indagini, hanno già iniziato a muovere i passi necessari per comprendere cosa si cela dietro a tutto ciò, quando una delle persone minacciate è trovata morta.

L'investigazione in questo romanzo è molto avvincente e, rispetto a Il nodo Windsor, coinvolge maggiormente la Regina, che si divide la scena con Rozie al 50%. Ho trovato questo cambiamento molto gradito, poiché su questo fronte la precedente lettura mi aveva molto deluso. Mi aspettavo di trovare in questa serie una maggiore presenza in azione della sovrana e questo secondo capitolo mi ha accontentata.

Del resto i primi volumi sono sempre un po' introduttivi in una serie e non abbiamo così bisogno di conoscere Elisabetta II quanto un personaggio fresco di penna come Rozie. Tuttavia, c'è spazio anche per lei e per approfondire il suo lato più umano (famiglia e relazioni) laddove nel primo libro era stato curato soprattutto l'aspetto professionale.

La lettura è stata sicuramente piacevole, ricca di humor, e ha mantenuto costante il mio desiderio di andare avanti per scoprire come proseguiva. Anche questo è un miglioramento: le necessarie presentazioni dei personaggi, che sempre occupano tanto spazio negli esordi, avevano reso molto meno fluido Il nodo Windsor. Ormai mi sono affezionata ai personaggi e li trovo piuttosto ben caratterizzati. La conoscenza si fa più approfondita anche con il Segretario Privato, infatti, o col povero detective di Scotland Yard che deve costantemente essere raggirato dalle due detective in incognito.

Non sono, invece, soddisfatta di come si è conclusa l'indagine: l'autrice è giunta alla fine anche troppo rapidamente, pur avendo gettato le premesse della risoluzione con anticipo intempestivo, così da averla trascinata a lungo e da averci privato dei colpi di scena. Ritengo, infine, che almeno un paio di linee narrative siano rimaste irrisolte. C'è forse da ritenere che proseguiranno nel prossimo capitolo? Intendo leggerlo presto e scoprirlo.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

Primo capitolo della trilogia di Holly Jackson: Come uccidono le brave ragazze

 Il thriller young-adult e britannico Come uccidono le brave ragazze di Holly Jackson (Rizzoli, 464 pagine) è stata una fresca sorpresa.


La formula del romanzo è accattivante fin dalle prime pagine, a partire dalla veste grafica. L'idea non è delle più originali (una civile, una studentessa per la precisione, che indaga su un cold case), ma la messa in pratica è molto stuzzicante: Pippa è una liceale (o comunque gli inglesi chiamino le ragazze di 17 anni che stanno per superare gli studi prima dell'università) ha deciso di fare la sua "tesina" su un caso di omicidio (sparizione?)-suicidio risalente a cinque anni prima, quando la problematica ma bellissima Andie Bell scompare nel nulla e pochi giorni dopo il suo fidanzato Sal Singh è trovato morto nel bosco, non prima di aver inviato per sms una confessione dell'omicidio di Andie, il cui corpo non sarà mai trovato.

Nel presente, tuttavia, Pip non crede alla colpevolezza di un ragazzo meraviglioso come Sal e decide di offrire il suo aiuto al fratello di lui, Ravi, per scoprire come andarono veramente le cose allora. Come nel più classico dei thriller, Pip si trova invischiata nelle indagini, in situazioni di pericolo e in una rete di sospetti che coinvolge anche persone molto vicine a lei.

Devo dire che non mi aspettavo il modo in cui è finito il romanzo (io mi ero fatta traviare fin dall'inizio da un elemento che non si rivelerà minimamente importante e non ho cambiato idea quasi fino alla fine). 

Il personaggio di Pippa è abbastanza simpatico: una tipa impacciata che parla tantissimo, ma anche molto determinata. Ha una chiara visione della giustizia e un interesse per la criminologia (ambito verso cui tende anche per il lavoro che vorrebbe svolgere nella vita); forse è un po' troppo paladina senza macchia, ma rispecchia pienamente i modelli che vorremmo e che vogliono le generazioni più giovani, dunque (visto anche il target) ci va benissimo così. La sua spalla è il fratello più grande dell'accusato dell'omicidio della "ragazza perfetta": si porta dietro ferite profonde, problematiche "ambientali", ma sappiamo anche perfettamente dove andrà a parare il rapporto fra i due personaggi. Non è questo uno dei motivi per cui leggiamo questa narrativa?

A tratti mi ha ricordato Uno di noi sta mentendo, almeno per l'età dei protagonisti, l'intreccio del romance con il thriller e per il fatto che sono dei ragazzini a trasformarsi in detective in erba. La struttura del racconto e il tipo di crimine, invece, sono completamente diversi.

Altri personaggi, alcuni dei quali sospettati, ruotano poi intorno a Pip e sono caratterizzati in modo abbastanza leggero e abbozzato, ancora più della protagonista e di Ravi. Tra questi personaggi la sua famiglia super-inclusiva, tra cui un componente che ci farà soffrire abbastanza tra le pagine.

Il libro ha una buona narrativa, molto scorrevole, complici anche i capitoli brevissimi: non puoi non continuarne a chiedere "ancora uno" durante la lettura.Le pagine non sono pochissime, ma volano via e lette sotto l'ombrellone sono il massimo per una lettura d'intrattenimento leggera, ma coinvolgente e godibile.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

mercoledì 31 luglio 2024

L'appassionante secondo romanzo di Anne Brontë: La signora di Wildfell Hall

 Il mio secondo incontro con le sorelle Brontë passa attraverso La signora di Wildfell Hall (1848), secondo e ultimo romanzo (morirà l'anno dopo) della meno nota e più giovane sorella del trio, Anne.

Ho letto il romanzo (da pag 1397 a pag 1662) nell'edizione Mammut della Newton Compton, che comprende tutti i romanzi delle Brontë.


Nello stile del romanzo epistolare, la narrazione della storia avviene come se il protagonista, Gilbert Markham, stesse scrivendo una lunga lettera - o una serie di lettere - a suo cognato, il marito di sua sorella, Jack Halford. Attraverso le epistole (e poi stralci di un diario) è svelato il mistero dietro alla misteriosa vedova che prende in affitto la vecchia e malmessa Wildfell Hall, portandosi dietro il figlio di cinque anni e una domestica. La donna sembra molto sofisticata, ma anche molto schiva nei confronti del vicinato e si comporta in modo così sospetto da suscitare voci sul suo conto. Sarebbe un vero peccato svelare di più sull'identità della donna, sul suo segreto (lo avevo capito a pag 1407? sì) e sugli eventi che coinvolgeranno la piccolissima comunità agricola di vicini pettegoli, così mi limiterò a esporre come mai mi è piaciuto così tanto questo romanzo.

Per prima cosa, come il romanzo della sorella Emily, è una storia di tormentati amori e sentimenti nobili, che scorre molto bene. 

La protagonista della storia, Helen, è un bel personaggio, forte, salda grazie alle proprie virtù morali, sebbene non carico di sfumature, anzi, molto (fin troppo - a tratti Lucia Mondella, a tratti martire) legata alla sua fede, vera guida negli avvenimenti che costituiscono la sua vita. Tuttavia Helen non si affida alla Provvidenza e resta sempre presente a sé stessa, pur in mezzo alle sofferenze, e capace di tenere sempre la testa alta e una soluzione in tasca. Helen è assertiva e mai succube, se non in quanto donna, privata dunque di certi diritti propri (allora) dell'altro sesso.

Il racconto della sua storia occupa la parte centrale del libro e svelerà in poco tempo i misteri che l'avvolgono, lasciando spazio a una storia molto triste, quasi dolorosa da leggere in certi momenti (sono descritte proprio delle violenze psicologiche e non solo). 

In tempi attuali diremmo che è una storia femminista e di denuncia del patriarcato e, in effetti, lo è, sebbene Anne Brontë non sapesse che oggi avremmo chiamato così il quadro che ha descritto: impossibilità di scegliere del proprio destino da figlia, ma soprattutto da moglie; dovere di sottoporsi a qualunque scelta, azione o sopruso del coniuge; impossibilità di indipendenza economica. Al contrario un marito ha assoluto potere di dissipare i propri averi o il proprio benessere nel modo che ritiene più opportuno, senza ritener necessario ascoltare la propria compagna. Niente di nuovo in tutto questo, eppure mi ha colpito che questi lati coniugali fossero così lucidamente descritti da una ragazza che non è mai stata sposata, né lo sono state le sorelle finché lei ha vissuto. Naturalmente alla sua uscita il romanzo destò scalpore.

Questa parte del racconto è stata anche la mia preferita e mi è persino dispiaciuto tornare al primo narratore, ossia Gilbert, che ho trovato veramente un personaggio piatto e meschino, anche se dovrebbe ricoprire un ruolo di tutt'altro genere. Non mi sono piaciuti i suoi atteggiamenti e comportamenti nel corso del romanzo. Dovrò ritenere che i personaggi maschili scritti dalle sorelle Brontë, anche quando non sono manifestamente cattivi, abbiano subito veramente una pessima influenza del fratello Branwell.

Gilbert potrebbe risentire, comunque, del poco spazio dedicatogli, oltre che della prima persona. Al contrario gli altri personaggi descritti nella parte centrale (seppur in prima persona) sono tratteggiati in modo abbastanza approfondito e molti di loro evolvono nel corso della storia.

In conclusione, ho trovato una storia appassionante, che tocca alcuni temi scottanti e che mi ha regalato un personaggio femminile che ho molto apprezzato.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 15 luglio 2024

Il viaggio intorno al mondo di Malachy Tallack, lungo il sessantesimo parallelo

 Il racconto di viaggio Il grande Nord (Iperborea, 244 pagine) è stato scritto dal giornalista britannico Malachy Tallack, che ha vissuto prevalentemente in Scozia, tra le isole Shetland, Fair Isle ed Edimburgo, e racconta della sua decisione di compiere un viaggio intorno al mondo, all'altezza del 60° parallelo.


Il motivo che spinge lo scrittore in questa direzione è da ricercarsi in una sorta di "vocazione nordica", un bisogno impellente di ricercare la sua appartenenza in qualche parte del mondo. Si tratta, in effetti, di un testo quasi intimo. Tallack sembra partire alla ricerca più di sé stesso (che è un po' quello che facciamo sempre quando ci mettiamo davvero in viaggio) che del senso di "nordicità". Racconta della sua vita, seppure senza scendere nei dettagli (per esempio non menziona le sue relazioni amorose, se non quasi di sfuggita, mentre dedica spazio al legame col padre, che influenza il paese di residenza), ponendo al centro, i posti in cui ha viaggiato e, soprattutto vissuto. Sembra utilizzare il luogo in cui vive come lente attraverso la quale leggersi, forse scoprirsi. Vuole identificarsi col luogo in cui abita, rivestendo la scelta di tale luogo di un'importanza cruciale. Dedica dunque molto tempo a spiegare il perché dei suoi spostamenti e cambi di residenza. Sono dovuti a cause familiari e lavorative, ma sembra anche esserci una certa smania, qualcosa di recondito, forse proprio una chiamata verso il Nord.

Seguendo questa chiamata, Tallack parte dalle Shetland, precisamente da Mousa, e percorre idealmente il 60° parallelo verso ovest, toccando la Groenlandia, il Canada, l'Alaska, la Siberia, San Pietroburgo, la Finlandia, le isole Aland, la Svezia e la Norvegia, per poi tornare, come un novello Ulisse, alle Shetland, passando dalla Scozia.


In ciascuno di questi paesi, lo scrittore cerca di individuare la loro natura, cerca di comprenderli, con occhio neutrale e, sorprendentemente, ma non troppo, non occidentale. Ripercorrendo, per esempio, la storia della colonizzazione europea della Groenlandia o del Nord America, Tallack spiega il diverso modo di vivere di indigeni e nuovi arrivati, il loro scontro e il tentativo di far sparire popolazione e vecchie tradizioni. Ho appreso molto, per esempio, sugli Inuit e di come il loro vivere da cacciatori abbia resistito al cambiamento nei secoli, salvo scontrarsi col nuovo perbenismo capitalista che vede, adesso, la caccia come sbagliata, nell'ipocrisia di un finto ambientalismo e malgrado l'ecosistema Inuit sia sempre rimasto in equilibrio, nonostante la caccia.

Un'altra riflessione molto interessante a quelle latitudini in Groenlandia, ma non solo, è quello della proprietà privata, altro terreno di scontro fra capitalismo e società che vivono in equilibrio con la Natura, che ritengono impossibile e contrario a ogni logica che ogni porzione di terra debba appartenere a qualcuno e che non sia, piuttosto, di libero accesso e utilizzo per tutti.

Queste sono solo un paio di spunti di riflessione forniti dal testo, forse quelli che mi hanno maggiormente colpita nella lettura. In effetti l'autore spazia dalla storia antropologica, sociale e naturale ai paesaggi, passando per la storia dei luoghi e per usi e consuetudini dei paesi attraversati.

Si tratta dunque di un libro molto ricco di materiale, forse da tenere persino per consultazione. La scrittura è non solo descrittiva, ma anche molto riflessiva e, in alcuni momenti, persino malinconica. Ha reso davvero il senso di recherche dell'autore e la sua urgenza di scoprire il Nord e scoprire sé stesso attraverso il viaggio, arrivando a essere fin quasi troppo personale per un racconto di viaggio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 7 luglio 2024

Attenzione ai libri divulgazione quali Il pensiero Giapponese

 La cultura giapponese esercita un fascino potente su di me, probabilmente perché è così distante e diversa da quella occidentale. Mi strega, mi incuriosisce e ogni tanto leggo qualche librino (per interesse personale, principalmente sull'Ikigai) che dovrebbe aiutarmi ad addentrarmi nel mondo e nella mente dei giapponesi, ma ogni volta la sensazione è che ne intravedo i contorni, ma non ne afferro completamente la sostanza. Così è stato anche per Il pensiero giapponese - Viaggio nello stile di vita del Sol Levante (Le Yen Mai per Giunti, 303 pagine), dalla cui lettura voglio trarre una piccolissima riflessione.


La collana della Giunti Il pensiero ... (sostituire ai puntini una nazionalità) è composta da piccole "guide" ad alcuni concetti famosi dei paesi che si vogliono illustrare. Hanno grafiche molto carine e gli autori dovrebbero essere degli esperti del paese di cui parlano. Non posso parlare per gli altri volumi della raccolta, ma in questo sul Giappone qualcosa non mi ha quadrato.

Chi è l'autrice? La prima cosa che mi colpisce è che la scrittrice ha origini vietnamite, ma di fatto è europea, essendo nata, cresciuta e avendo lavorato in grandi città, quali Zurigo, Parigi, Milano. Quindi, la mia prima preoccupazione è che conosca ciò che mi spiega nel manuale solo per averlo imparato da altri.

Com'è strutturato il libro? Ci sono 15 capitoletti, ognuno incentrato su un aspetto della cultura giapponese: alcuni di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni (mi verrebbe quasi da dire "di moda", wabi sabi, kintsugi, ikigai), altri meno conosciuti. Nell'introduzione l'autrice spiega che sta compiendo un viaggio nella regione del Kansai, compresa Kyoto e a ognuno dei temi che spiega nei capitoli è collegato uno dei luoghi che ha visitato.

Come sono i contenuti? Oggettivamente, si tratta di un'infarinatura di nozioni base per ognuna delle parole, per ognuno dei concetti che il testo propone. La scrittrice cerca di trasmettere la sensazione e il senso di quella parola, di quell'idea, con molti esempi e prova anche a specificarne le sfaccettature. Nel quadro d'insieme i valori che guidano il mondo giapponese si intuiscono: la ricerca della bellezza nelle piccole cose, il cammino costante, lento, ma inesorabile verso il miglioramento, l'essere focalizzati sul prossimo, prima che su stessi, la gratitudine...Il ritratto di questo popolo lo mostra saggio e profondo, più staccato dalla materialità dell'Occidente capitalista, molto più spirituale.

Trovo che siano concetti molto nobili, che mi hanno fornito spunti di riflessione sul mio stile di vita e sull'opportunità di adottare anche lenti e punti di vista differenti e, persino, forse, di applicare alcuni degli insegnamenti anche nel mio quotidiano. Considerare come unico modo possibile di vivere quello che imporrebbe la nostra società è un modo ingenuo e limitato di pensare e sto cercando di discostarmici da anni, anche se non è così semplice, principalmente perché siamo circondati da stimoli opposti. Non è una questione di essere giudicati da chi ci circonda, ma banalmente viviamo immersi nel capitalismo, con pressioni costanti all'acquisto di beni, che tutto sommato sono superflui, ma che dovrebbero rappresentare la dotazione minima necessaria per non avere uno status da paria. Per fortuna sempre più leggiamo anche altre narrazioni e le influenze cominciano ad avere anche voci differenti e discordi. 

Tornando al libro, comunque, si nota un'altra cosa nella lettura: i concetti sono molto belli sulla carta, ma non si fa cenno del risvolto negativo che alcuni di questi portano sicuramente con sé. Abbiamo l'idea che i giapponesi siano molto esigenti e perfezionisti e queste pagine, come altre che ho letto, ne darebbero conferma. Sul lato psicologico tutto questo ha un costo: il rischio di non sentirsi all'altezza della loro società, del loro modo di vivere. Dover procedere con costanza sulla strada della perfezione fa sì anche che fallire non è una possibilità. Sappiamo anche che il Giappone ha un tasso di suicidi molto alto, ed è qualcosa con cui fare i conti. Anche l'aspetto culturale che pone al centro gli altri, mettendo sé in secondo piano ha il suo lato negativo ed è qualcosa contro cui la nostra società ha combattuto per decenni.

 In conclusione, trovo che questo manuale offra degli spunti molto interessanti e che fornisca un piccolo glossario relativamente ad alcuni dei temi giapponesi che ci affascinano tanto, ma che si tratti di una disamina abbastanza di superficie, che condensa ciascun concetto in poche pagine, senza andare in profondità e affrontarne i possibili risvolti negativi. Probabilmente per ciascuno degli argomenti trattati occorre trovare qualche monografia, possibilmente scritta da autori giapponesi o che, perlomeno, ci vivono da anni.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

mercoledì 3 luglio 2024

Tre storie in giallo di Wilkie Collins

 Quest'anno, dopo tanto rimandare, ho approcciato la favolosa penna del padre della letteratura gialla, nientemeno che Wilkie Collins e me ne sono innamorata. Soprattutto in La donna in Bianco (1859) e La pietra di luna (1868) ho apprezzato il modo magistrale con cui sono organizzate le trame, affinché tutto torni, alla fine delle molte puntate.

Quando ho trovato su una bancarella dell'usato Tre storie in giallo, edito da Sellerio, appena 87 pagine più un piccolo approfondimento, non ho potuto lasciarlo lì.


Come specifica il titolo, si tratta di tre brevi racconti.

Il primo e più lungo, Chi ha ucciso John Zebedee? (1881), racconta quasi un delitto della porta chiusa: una coppia va a dormire e nel cuore della notte si scopre che il marito è morto pugnalato e la moglie è convinta di essere l'assassina. La storia, ormai passata, è riferita da uno degli agenti che aveva lavorato al caso a suo tempo. Da un punto di vista etico, non mi è piaciuta la conclusione del racconto. Colpa, probabilmente, della lente troppo moderna con cui mi sono approcciata alla lettura.

Gli altri due racconti, seppure più brevi e molto semplici nella struttura, mi sono piaciuti di più: li ho trovati molto coinvolgenti.

La lettera rubata (A Stolen Letter, 1854) vede protagonista un avvocato che cerca di aiutare un amico nei guai a causa, appunto, di una lettera compromettente, scritta dal fu padre della sua futura sposa. Già nel 1845 Edgar Allan Poe aveva trattato una vicenda analoga (il recupero di una missiva scottante) nel terzo racconto del detective Auguste Dupin, La lettera rubata (The Purloined Letter). Successivamente questo topos è stato riutilizzato anche da Sir Arthur Conan Doyl in Uno scandalo in Boemia (1891) e da Agatha Christie in La dama velata (dalla raccolta I primi casi di Poirot del 1974). In ogni caso c'è sempre un protagonista o un detective pronto a togliere le castagne dal fuoco del suo cliente, recuperando (o quasi) lo scottante documento utilizzato a scopo di ricatto.

Fauntleroy (1858) è invece la storia di un truffatore, raccontata dal punto di vista intimo di un suo amico.

La scrittura dei racconti è molto più contratta, com'è ovvio, rispetto alle dettagliatissime vicende dei due romanzi che ho letto tra fine inverno e inizio primavera, ma ho trovato comunque molto piacevole la lettura, pur non ritrovandoci le caratteristiche del Collins romanziere che mi avevano conquistata.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2