giovedì 25 gennaio 2024

Carrere racconta l'Affaire Romand: L'avversario

 Un caso di cronaca agghiacciante: un uomo che uccide tutta la sua famiglia, d'adozione e d'origine, e che tenta di uccidere anche l'amante. Perché?

Perché era depresso e voleva farla finita insieme a tutti i suoi cari? Un momento di buio completo? Oppure voleva eliminare tutti i suoi conoscenti perché non scoprissero che lui in realtà non esisteva fuori dal loro sguardo?

Parenti, amici, compagni di università, tutti convinti che quel medico avesse una carriera di successo, ignoravano che invece niente di quello che Jean-Claude raccontava corrispondeva al vero.


Emmanuel Carrère si trova davanti a un arduo compito che chiede lui stesso: cercare il perché Jean-Claude Romand abbia fondato la sua vita sulla menzogna e cosa l'abbia indotto a giungere all'esito finale della storia, una conclusione disumana. Il rimprovero più grande al padre, marito e figlio è quello di stare mentendo anche alla fine della storia, alla sbarra. Cos'ha pianificato Jean-Claude: un omicidio-suicidio non riuscito oppure un omicidio che è stato mascherato malamente? Quell'uomo è un suicida mancato o un cinico assassino? Tra le righe, senza ammetterla completamente, l'autore riesce a dire la sua, il suo pensiero si fa strada sulla carta, tra le parole ed emerge. E non si può che essere d'accordo, specialmente considerando i tempi con cui Romand opera nei giorni fatali.

Leggere questo libro è come scendere in un incubo, di più, all'inferno di chi ha preferito massacrare i propri figli, che far loro scoprire una verità assurda, nella quale non ha vissuto per diciassette anni.

Sono rimasta basita da questa possibilità. Il libro mi ha turbata e mi sono interrogata per giorni su cosa siamo davvero nell'intimo e poi cosa lasciamo che gli altri sappiano di noi. Qualcuno di noi riesce mai a far coincidere essere e apparenza?

Riguardo alla scrittura, probabilmente per via della materia, l'ho trovata un po' caotica. Mi è sembrato che lo scrittore abbia sì dato la sua opinione, nonostante sia stato complesso farlo, ma che non ci sia stato molto altro contributo rispetto a un mero racconto di cronaca. Probabilmente mi occorre leggere qualcos'altro dell'autore per poterlo apprezzare al meglio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐ Una storia che fa paura e che fa pensare.

L'adorabile Zia Mame di Patrick Dennis

 Chiariamolo subito: in realtà Patrick Dennis è uno pseudonimo di un giornalista e scrittore che ha scritto molti libri nella sua carriera, Edward Everett Tanner III.


Nel libro Zia mame, però, l'elter ego di Tanner è uno dei protagonisti e narratore in prima persona delle fantomatiche (ma, per anni dalla pubblicazione, credute vere) avventure sue e soprattutto della zia, Mame Dennis, una donna raffinata e sopra le righe, molto all'avanguardia (specchio del futuro più che della sua contemporaneità) per la società dei suoi tempi, che nel romanzo spaziano dagli anni Venti a circa gli anni Cinquanta.

Dennis rimane infatti orfano del conservatorissimo padre e viene affidato alla sorella di questo, che nel testamento raccomanda che il figlio cresca in modo tradizionale, caratteristica che Mame proprio non possedeva. Nascono dunque una serie di esilaranti situazioni, spesso bizzarre. Mame è una donna piena di risorse e idee, senso dell'umorismo, noncurante delle convenzioni, tutti pregi che la mettono in una serie di guai, nei quali è trascinato il nipote. I due si circondano nel corso degli anni di una serie di personaggi altrettanto originali e assurdi, come Ito, Vera e molte altre comparse. Ripercorrendo i cambiamenti di costumi e della società di quei decenni, l'autore fa anche in modo di farci capire le convinzioni politiche di Mame e Patrick, anche queste molto moderne per l'epoca, che ce li avvicinano notevolmente e li mantengono attuali.

La struttura è in avventure episodiche, legate dal confronto che Dennis fa tra la zia e una più tradizionale nonnina, chiamata l'Indimenticabile, di cui ha letto la storia in un immaginario articolo. La scrittura è scorrevole, piacevole e colta, curatissima, con scelte lessicali anche elevate che mi hanno costretto a ricercare diverse parole nel dizionario (e devo dire che non mi capitava da un bel pezzo). Ho riso tantissimo, soprattutto nel capitolo Zia Mame e la bella del Sud, ed è un libro che riesce anche a fare satira su certi lati degli USA di quegli anni. L'affezione ai personaggi è immediata e io non vedo l'ora di leggermi anche il seguito, Intorno al mondo con zia Mame, che dovrebbe essere strutturato in flashback, poiché continua dal finale dell'originale (che per me è stato geniale), ma ricordando avventure che dovrebbero essere accadute a Mame e Pat tra i capitoli Zia Mame in missione di soccorso e Zia mame al campus.

Giudizio: una lettura, raffinata, adorabile e divertentissima ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 15 gennaio 2024

Cominciare il 2024 con una challenge di lettura

 Quale modo migliore di iniziare il nuovo anno solare se non con una challenge libresca, ancor meglio se a tema Harry Potter?

Si tratta di fittizi esami magici, quelli che Harry sostiene al quinto anno della scuola di Hogwarts: è la Guforeadathonitalia organizzata sul Bookstagram ormai dal 2019. Per superarli, occorre passare dieci materie, leggendo almeno un libro per due materie. Questa la mia maratona di quest'anno.



Poiché, da questa edizione, contavano anche gli audiolibri, ho ascoltato Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, letto dalla stessa voce dell'autrice. Oltre all'indicibile piacere (e al groppo in gola) di riascoltarla, è stato molto interessante. Non ero digiuna su nessuno dei temi che ha trattato: iniquità; credenze sulle donne; radicate convinzioni sessiste che nel nostro paese costituiscono la norma assoluta, difficili da rimuovere, perché la nostra società ha trascorso così tanto tempo a bagno in questa mentalità, che occorre un lavaggio parecchio profondo per cancellare tanta sporcizia, tanto oscurantismo da bifolchi medioevali, tanto negli uomini, quanto in molte donne. Nondimeno, rinfrescare e approfondire mi ha fatto venire un fegato grosso e ha acceso un gran fuoco, quello che si prova ad ascoltare le ingiustizie.

Le frasi e i contenuti sono collegati l'uno all'altro, per questo un poco il saggio è stato ripetitivo e ha girato un po' in cerchio, ma ha, credo, coperto piuttosto largamente il panorama di frasi a sfondo sessista, che sono rivolte pubblicamente alle donne in contesti di prestigio, di lavoro o anche di perfetta normalità, nei quali tutto si vorrebbe, tranne che essere sminuite, sottovalutate, non credute all'altezza, poiché donne. I commenti beceri; l'essere chiamate senza il proprio titolo accademico, bensì col nome di battesimo; il rifiuto della declinazione al femminile della professione; il cat-calling; il mansplaining; l'essere costantemente ritenute uteri vaganti da fecondare, sulla base di una decisione di qualcun altro, votate solo a diventare madri; il consenso mai chiesto; la differenza di stipendi e molto altro: di tutto questo siamo stanche e non possiamo permetterci di considerare la parità di genere raggiunta.

Murgia ha un lessico ricco e curato, molto efficace e spiega in modo chiaro e limpido i concetti che porta, comprensibile anche per dei bambini, portando anche citazioni pertinenti e precise.

La lettura era perfetta, tra l'altro, per Incantesimi (Crucio: Un libro che ti faccia soffrire per le sue tematiche - amori tossici/igiustizie/drammi) e Difesa contro le arti oscure (Un libro che parli di donne arrabbiate/di lotta contro il patriarcato).

Giudizio: tosto, veleno puro sapendo che queste ingiustizie non sono finite per niente, ma necessario e ben spiegato ⭐⭐⭐ 1/2 

Prestatomi da mia sorella, molto gentilmente (motivo per cui rientrava nella categoria Materializzazione), ho letto anche Horrorstor di Grady Hendrix negli stessi due primi giorni dell'anno in cui ho ascoltato Michela Murgia.

Molto noto per via del suo formato illustrato come se fosse un catalogo Ikea (motivo per cui rientrava nella categoria Cura delle creature magiche - edizioni particolari), il libro è effettivamente ambientato in uno degli store di una catena, Orsk, che sa di essere la brutta copia del marchio svedese di arredamento. Amy è una delle dipendenti, che da pochi mesi è stata trasferita nella sede in cui di notte sembrano capitare strane cose: la mattina i dipendenti ritrovano i mobili distrutti o imbrattati. Quale modo migliore allora per chiarire il mistero, che chiudersi nel negozio dal tramonto all'alba?

Pur non essendo una grande lettrice di horror, o forse proprio per questo, ho trovato la lettura piacevole. Mi ha coinvolta e volevo sapere come andava a finire la vicenda. Mi sono piaciute le vibes, soprattutto iniziali: abbiamo cacciatori di fantasmi e sedute spiritiche. Il finale, sospeso, mi è piaciuto molto.

Forse un briciolino è ripetitivo nel far ripercorrere più volte ai personaggi i corridoi del negozio, ma non mi sono mai annoiata. Mi sono molto piaciute, inoltre, le illustrazioni dei mobili, che subiscono un'evoluzione in parallelo con l'evolversi della storia.

Giudizio: buon romanzo di intrattenimento ⭐⭐⭐⭐

Ho durato molta più fatica nella terza lettura, Giorno di vacanza di Inès Cagnati, letto in quanto mi occorreva un libro per Erbologia (un libro uscito nell'ultimo anno) e per Babbanologia (un libro popolare sui social). In effetti proprio su Instagram ne avevo sentito parlare bene e lo avevo comprato durante l'estate.

Mi è difficile giudicare bene e con oggettività questo testo, perché è il genere di storie che poco destano il mio interesse, ma la scrittura mi è piaciuta abbastanza, senza riuscire tuttavia a coinvolgermi del tutto. Non poche volte, in queste sole 141 pagine, ho avvertito la noia e non sono stata chiamata con insistenza dalla scrittura a proseguire. A un certo punto volevo capire cosa covava sotto, perché te lo domandi abbastanza presto (e io mi ero risposta con due possibilità simili, ma entrambe inesatte). Eppure continuavo a provare stanchezza per la storia, che continua ad inserire episodi su episodi e pare proprio volerla tirare per le lunghe.

La vicenda è quella di Galla, una creatura proveniente dalla miseria più nera, da un ambiente degradato, costellato solo di ignoranza, violenza, cattiverie gratuite. Raccontando di questa domenica in cui torna a casa dal liceo, dove è stata mandata perché aveva attitudine allo studio, in realtà non si riesce a capire bene se è davvero una ragazza intelligente, ma solo spaesata dalla vita di città, a cui si sente e a cui appare estranea, oppure se invece ha qualche problema cognitivo. L'esperienza è stata la stessa nella lettura di Abbiamo sempre vissuto nel castello e di La famiglia Aubrey. Minus o incompresa? Non so rispondere, ma confermo la mia scarsa simpatia per le narrazioni in prima persona, che affaticano il lettore, costretto a domandarsi di continuo se il narratore sta mentendo o se quello che riporta lo vede solo lui o in effetti corrisponde alla realtà. Trovo anche maggiore difficoltà a legarmi e a empatizzare con i protagonisti narratori, costantemente chiedendomi se posso fidarmi delle loro parole, cosa che ho fatto per tutta la lettura in questione. Sarà colpa di Agatha Christie?

In questo romanzo breve, la protagonista torna a casa una domenica, senza avvertire la famiglia, e il racconto ruota intorno a questa visita-non visita. Solo al rientro al liceo, dove alloggia in un dormitorio, ci è svelato lo strano mistero che aleggia per tutte le pagine.

Giudizio: a tratti ho avvertito un po' di noia, ma è comunque una bella penna, che riesce a far percepire abbastanza la desolazione della condizione di Galla. ⭐⭐⭐

Tornando all'horror, sono riuscita a recuperarmi la lettura di Stirpe di lupo di Harold Warner Munn, scrittore americano di weird, molto legato al più celebre Lovecraft. Questo romanzo mi attendava sugli scaffali della libreria da anni, ma non mi ero mai decisa.

La storia ha una struttura abbastanza particolare, costellata di salti temporali, poiché racconta la faida secolare tra la famiglia dei Gunnar e un'entità diabolica, il Signore, che ha deciso di perseguitare tutti i membri di quella famiglia e ridurli a schiavi per vendetta (si scoprirà, leggendo, nei confronti di chi e la sua origine). Il Signore ha poteri malvagi e sconfinati e può trasformarsi e trasformare i suoi servi o i suoi alleati. Pare, inoltre, che sia lui a influenzare tutta la storia degli uomini: sarebbe stato lui la causa della distruzione della Grande Armata, della Guerra dei Trent'anni, della peste di Londra e così via, tutto per la sua faida.

La storia si è sviluppata nel corso degli anni, uscendo sotto forma di racconti a puntate su riviste di settore, successivamente raccolte nel 1979 in due volumi, che hanno costituito il romanzo. Questa storia editoriale si fa sentire molto, a mio parere, poiché i capitoli/racconti sono abbastanza disomogenei fra loro: i primi quattro raccontano l'evolversi della storia di un singolo personaggio, che pertanto all'inizio ci sembra il protagonista; i due capitoli successivi cambiano i personaggi, ma la linea temporale e i collegamenti si mantengono abbastanza. Fin qui il romanzo mi stava piacendo, sia nei contenuti, sia nella scrittura, molto semplice, ma avvincente, pur caratterizzata dai classici mezzi narrativi dell'epoca (tipo un monologo di un personaggio per raccontare fatti che occupano quasi un intero capitolo, così a mo' di raccordo).

A partire dal settimo capitolo, pur essendoci una certo collegamento con il primo nucleo di racconti, cominciano le stonature: la scrittura cambia, diventa meno descrittiva e precisa; la lettura non sempre è stata cristallina per me; i salti, inoltre, sono più ampi. Il nome di un personaggio cambia dal capitolo quarto (Carlos) ai capitoli sette e otto (Jehan). Magari è una variante del nome in inglese (Carlos → Juan  Jehan), poiché il personaggio è spagnolo e questi discendenti girano un po' il mondo e cambiano nome di continuo, però devo dire che non è immediato, né spiegato.

Negli ultimi due capitoli forse la scrittura si è un po' ripresa, ma gli eventi corrono veloci e io ho stentato un po' a stargli dietro (e, tutto sommato, mi ero anche annoiata). Il finale, comunque, mi è abbastanza piaciuto.

Popolato da lupi mannari, vampiri e dallo stesso Signore mutaforma, questo era il libro perfetto per Trasfigurazione e per Volo (in quanto classico del weird), ma non sono rimasta particolarmente soddisfatta.

Giudizio: ⭐⭐

Infine un libro che aspettavo con impazienza di leggere, per interesse e per il fatto di averlo inserito anche nella lista dei 30 libri del mio Scaffale Strabordante a settembre, e che si è rivelato una ciofeca pazzesca. Non è che non me lo aspettassi del tutto: essendomi letta prima il biopic di John Douglas, tra i primi profiler americani, Mindhunter, sapevo che l'ipotesi di Patricia Cornwell era, per lo meno, azzardata e non condivisa e che commetteva probabilmente qualche errore procedurale, oltre ad averci speso non si sa quanti soldi nel tentativo di confermare le proprie teorie. Cornwell ha infatti finanziato numerose indagini di laboratorio su tutto quel su cui ha potuto mettere le mani, tra cui un test sul DNA mitocondriale. I due campioni proverrebbero da, rispettivamente, una lettera dello Squartatore e una del sospettato. La corrispondenza c'è, ma il DNA mitocondriale ha caratteristiche diverse da quello nucleare e una corrispondenza non prova necessariamente che si tratti dello stesso individuo.

Peccato che qui si tratti di ben più di qualche errore procedurale. La nota autrice di gialli ha fatto in Ritratto di un assassino tutto quel che non si dovrebbe mai fare in un'indagine, ossia piegare i fatti alle proprie teorie e non viceversa. Costei si è prima convinta che il celebre pittore tedesco Walter Richard Sickert fosse Jack lo Squartatore e poi si è messa a investigare, distorcendo diversi fattarelli. Per esempio, nelle opere del pittore ci rivede le scene dei delitti di Whitechapel. Ogni linea o macchia è il bordo degli oggetti o un'ombra, no! Sono il segno di uno sgozzamento o di mutilazioni. Studiando i quadri ha trovato le prove della colpevolezza, esattamente come avrebbe potuto farlo se avesse esaminato le macchie di Rorschach: ci ha visto quel che ha voluto, le sue suggestioni. Giunge addirittura ad affermare che quando il pittore è nella sua città natale, Dieppe, e non a Londra, la sua personalità cambia. Non le sfiora la mente che forse si tratta sempre della stessa persona, ma che dipingendo quel che vede, a Londra raffigura prostitute e scene macabre o cupe, mentre tra gli ameni paesaggi tedeschi, la trasposizione riflette questo diverso scenario?

Tra gli errori metodologici di Cornwell: 

  • Il più grave è probabilmente quello di aver considerato ogni lettera arrivata a firma "the Ripper" come autentica, del vero killer, e, per di più, di Sickert. Molte, invece, sono sempre state considerate dei "falsi", scritte da mitomani o da gente, con un pessimo senso dell'umorismo, che forse le trovava degli ottimi scherzi. Quando parla di queste lettere e dei disegni su di esse, che compara a quelli del pittore, non ci viene segnalato a quali lettere Cornwell si riferisca. In ogni caso, dice all'inizio della ricostruzione che ha cambiato idea riguardo alla loro origine e per lei sono tutte buone allo stesso modo.
  • Grave è anche il suo presumere i sentimenti e gli stati d'animo delle persone in esame, sulla base di loro lettere, per esempio di Sickert e la moglie Ellen. 
  • Su altre cose che proprio non può sapere, specula e ricama sopra. Gli interventi subiti da un Sickert bambino ai genitali lo avrebbero lasciato mutilato. Non si sa da cosa tragga questa conclusione (cioè, si sa, da ragionamenti della sua mente). Più tardi, però, queste lesioni, che l'avrebbero reso impotente, movente degli omicidi, gli consentirebbero di commettere adulterio e, forse, perfino di avere figli illegittimi. Peggio ancora, questo esempio: due distinti testimoni parlano di aver visto bazzicare sul luogo del ritrovamento di un ambiguo indizio (lo erano tutti, perché un lembo insanguinato di grembiule avrebbe potuto essere qualunque cosa, collegato o meno ai delitti, non avendo nessun modo di verificarlo) un tizio dalla pelle scura. Sickert poteva benissimo essersi tinto la faccia, obietta l'autrice, come chiunque altro (aggiunge il lettore).
  • Confuta anche la maggior parte della autopsie eseguite sulle vittime (canoniche e non), che sono prese in considerazione in questo libro. Può essere ragionevole farlo, perché le indagini erano svolte con approssimazione, non si disponeva delle moderne tecniche e conoscenze necessarie ad attribuire con accuratezza le cause della morte, ma la nostra scrittrice le contesta in base alle sue supposizioni, che poggiano su testimonianze altrettanto dubbie e comunque riferite in terza mano. Nessuno conosce l'attendibilità delle fonti. Tutto può essere contestato. E non si capisce perché alcune altre autopsie le vanno benissimo, invece, o per lo meno non le confuta. In entrambi i casi, cerca di smontare gli eventuali alibi dell'artista o di stabilire come avrebbe potuto compiere i crimini.
  • Anche il numero di delitti di cui accusare Jack/Sickert sono ampliati rispetto ai canonici cinque (ci può stare, molti hanno discusso di quali e quanti potrebbero essere o meno dello Squartatore). Sono, però, inclusi casi irrisolti/non che arrivano a non avere in comune né vittimologia, né modus operandi, né luogo geografico. Certo, nessuno ha certezza dell'evoluzione criminale del più famoso assassino di sempre e il modus operandi è vero che può mutare nel tempo, ma è curioso che ci siano stati cinque delitti simili concentrati in una finestra temporale così breve e poi più nulla del genere. La firma del killer consterebbe solo delle lettere, che non sappiamo se sono autografe? E poi perché, se è sempre stato libero, Sickert avrebbe smesso di uccidere?
  • Cornwell mette in luce alcune coincidenze, alcuni collegamenti fra le due figure del pittore e del killer, ma senza considerare che, anche se fossero vere, si tratta di cose comuni, che potrebbero condividere anche altri individui: una certa filigrana della carta da lettere; la valigetta Gladstone, vista da testimoni ad alcuni passanti; la conoscenza delle vignette di Judy e Punch, che sono i burattini più conosciuti del regno, tanto che persino oggi li rivediamo nelle rappresentazioni video britanniche. 

Riguardo alla scrittura, l'ho trovata caotica e pesante. Cornwell salta di palo in frasca, non segue né una linea temporale degli eventi, né una divisione sistematica. Non parla prima dei delitti e poi delle lettere, delle biografie dei personaggi, etc. In ogni capitolo si trova un po' di questo e di quello, con la conseguenza che alcuni dati sono ripetuti. Ordine e metodo, chiedeva Poirot? Scordatevelo.

Giudizio: ⭐1/2

mercoledì 3 gennaio 2024

Il cardellino di Donna Tartt è perfetto solo per gli americani?

 Il cardellino di Donna Tartt è stato una lettura impegnativa, non solo per la mole di quasi 900 pagine, ma anche perché, in così tante pagine, è stato quasi inevitabile che ogni tanto la noia si avvertisse.


La storia è quella di un ragazzo, Theo, che a tredici anni perde la sua unica certezza familiare e allo stesso tempo si lega per sempre a un quadro, Il cardellino di Carel Fabritius. Da quel momento sarà un po' sballottato in un'instabilità familiare e relazionale, ma nella sua vita resterà costantemente incombente questo quadro, in un certo senso personaggio che determinerà anche alcune svolte nella vita del protagonista.

Fino all'ultimo non si sa bene dove l'autrice vada a parare, ma infine tutto si ricollega, torna e si avverte un senso (di cui fino a quel momento avevo un po' dubitato).

Personalmente, per lungo tempo, dato il numero di pagine, non riuscivo a capire il senso delle molte parole spese per raccontare le innumerevoli sbronze, perdite di coscienza ed effetti di droghe a cui Tartt sottopone i suoi personaggi. Questa parte e il primissimo capitolo sono stati le fonti maggiori di tedio e disinteresse, mentre, dopo il primo capitolo, ma con qualche rallentamento, la storia prende molto di più. La vita americana, qua soprattutto raccontata come quella di famiglie bene newyorkesi, tra apparenza, antiquariato, cene, aste e droghe, è abbastanza estranea e noiosa ai miei occhi.

Lo stesso protagonista è, al contempo, sia un povero cucciolo ferito da quanto gli è capitato nella vita, tra lutti e DSPT, insieme al quale piangere, sia un debosciato che era già avviato su una via non retta e che poco ha fatto, successivamente, per non abbandonarsi, per chiedere aiuto.

Terminate le lamentele, non posso riconoscere che si tratti di una buona storia, trattata un filino prolissamente, ma non priva di lati positivi (del resto gli è stato riconosciuto un Pulitzer nel 2014, anche se agli americani si può dare un credito limitato).

I personaggi, in genere, sono caratterizzati in modo eccellente e prendono vita e tridimensionalità sulle pagine: sono molto sfaccettati, complessi, approfonditi. Nessuno di loro, a partire dal protagonista, che appunto è grigio, è connotato da una sola qualità o difetto. A eccezione del buon Hobie (che è in effetti il mio preferito) e, forse, di Pippa, nessuno è completamente buono o del tutto un cattivo soggetto, neppure il padre di Theo.

I sentimenti di Theo sono passati al microscopio e rigirati da ogni lato come calzini, pertanto giungiamo a conoscerlo quasi intimamente: per questo, in modo riuscitissimo, empatizziamo con lui nei dolori e nelle speranze, con, almeno per me, le eccezioni sopramenzionate (senza scendere nei dettagli per minimizzare gli spoiler). In quelle occasioni l'avrei volentieri schiaffeggiato, perché smettesse di comportarsi in modo così masochista, ma in molte altre mi sono commossa o emozionata con lui. Tutto questo non fa che provare l'ottimo lavoro della scrittrice, che ha curato moltissimo l'interiorità e la complessità di Theo. Ci trascina nei tortuosi labirinti in cui si infila il nostro ragazzo, un po' da solo, un po' favorito nella sua fragilità dagli eventi. Chapeau.

La storia ha un finale aperto, caratteristica che ho apprezzato, perché posso decidere autonomamente quanto lieto o meno sarà il futuro di Theo, in base al percorso che ha fatto nel romanzo, compresa una svolta notevole a un certo punto. Infatti, al riguardo sono ottimista, altrimenti queste 900 pagine sarebbero davvero state inutili (e non credo lo sopporterei), se nulla fosse cambiato, ma, appunto, ogni lettore ha margine per decidere secondo il suo modo di vedere il testo e la vita in genere. Tuttavia, il finale è anche stato gravato da alcuni spiegoni sul senso della vita da parte di alcuni personaggi e l'ho trovato un modo un pochino troppo didascalico per dare una morale conclusiva a tutta la storia.

Riguardo la scrittura, è molto alta, specialmente in certi momenti del romanzo, ma non è scevra da lungaggini e, come già detto, un pelo prolissa (o non si spiegherebbe la lunghezza del romanzo).

Cosa mi è piaciuto: ottima scrittura; personaggi meravigliosamente caratterizzati, vivi; rapporto di amore-odio col protagonista; commozione frequente; Hobie; finale aperto.

Cosa non mi è piaciuto: certi parti della storia non sono state di mio interesse; rapporto di amore-odio col protagonista; un filo di noia e di prolissità; finale didascalico.

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4

martedì 2 gennaio 2024

Best of 2023: Quel che si vede da qui di Mariana Leky

 In realtà, ho finito questo libro nell'aprile 2023, ma trovare le parole per spiegare perché mi è piaciuto così tanto, tanto da poter quasi entrare tra i miei preferiti di sempre, non è facile. Così ho rimandato fino a che non ho deciso che era stato la mia lettura preferita dell'anno appena trascorso.

A fianco a lui potrei mettere solo Donna al buio, La vera storia del pirata Long John Silver, Marcovaldo, Assassino torna da me!, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane.


Il libro della Leky era entrato nei miei radar leggendo i libri della Piccola Farmacia Letteraria, poiché la protagonista Blu e, verosimilmente, la libraia della corrispettiva libreria fiorentina lo consigliano costantemente.

Non fidandomi dei gusti di chi scrive piuttosto che in modo disgiuntivo, non lo avrei preso in considerazione, se non mi fosse stato regalato (comperandolo proprio in quella libreria!).

Probabilmente i gusti sono superiori alla scrittura e, obiettivamente, era parecchio che non leggevo un romanzo che potesse conquistare il mio cuore.

La scrittura è stata piacevole e anche aulica, in un certo senso, pur raffigurando un mondo e dei personaggi il più vicini possibile all'essere usciti direttamente da una fiaba.

La nonna Selma e l'Ottico (che ha un segreto degno di Florentino Ariza), Luise e Martin, gli svampiti genitori di Luise, le strampalate Elsbeth e Marlies, il pericoloso Palm sono solo alcuni dei personaggi magici che popolano il paese di cui si narrano le avventure.

La  protagonista e narratrice è Luise, che nella prima parte è una bambina, che apprende il mondo dagli insegnamenti della nonna e dell'Ottico e dagli incontri con gli stravaganti abitanti del villaggio. Nella seconda parte, invece, è adulta e dovrà imparare a convivere con una nuova esperienza: l'amore.

I personaggi dell'originale, forte e amorevole Selma e dell'Ottico, devoto, insicuro e sempre presente per i due bambini di questa storia, bucano le pagine e toccano direttamente il cuore, sconquassandolo per sempre. Ho apprezzato meno Luise, solo perché le narrazioni in prima persona un po' forse fanno distaccare dal protagonista, e soprattutto perché divenendo adulta spezza quell'onirico che caratterizzava la prima metà del romanzo. I suoi rapporti con amici e parenti, comunque, sono il fulcro delle vicende e, di fatto, ciò che rendono magica questa storia, rubando anche qualche lacrima lungo la lettura.

Devo dire che a travolgermi è stata la prima parte del libro, che introduce un mondo sospeso fra realtà e incanto, pieno di trovate originali e divertenti, ma anche dolcissime. La seconda parte mi è piaciuta meno, perché perde un po' quell'alone di irrealtà e diviene quasi un qualunque romanzo d'amore, rimanendo comunque divertente e anticonformista: è sostanzialmente questo il motivo per cui, pur confermandosi per me un romanzo bellissimo, non riesce a salire fino alla casta dei preferiti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

Com'è difficile recensire Moby Dick di Herman Melville

 Il celebre libro sulla famigerata balena bianca che turbava la mente dell'altrettanto famoso capitano Achab, interpretato da Gregory Peck nel film di John Huston del 1956 (adattato dal romanzo nientemeno che da Ray Bradbury), è citato continuamente in libri, film e telefilm.


Me lo sono ritrovata guardando The Whale e Una mamma per amica, quando Rory prende l'incipit per descrivere un suo bisogno di evasione, e, curiosamente, perfino mentre, in parallelo proprio a Moby Dick, stavo leggendo anche Il cardellino, quando Theo cita i tre ramponieri del Pequod.

Si tratta di uno dei primi grandi romanzi americani: Melville ne pubblicò due diverse versioni, una in Inghilterra e una negli USA, nel 1951. Mi domando se sia questo il motivo per il quale il libro è così celebrato dagli statunitensi, ovvero perché prima di Moby Dick c'era ben poco da accludere nella propria letteratura, dato che sono una nazione molto giovane, nata da appena 75 anni al momento della pubblicazione dell'opera.

Frecciatine a parte, è bene chiarire subito un punto: Moby Dick non è propriamente un romanzo d'avventura. È un saggio sulla pesca delle balene in cui ogni tanto c'è una digressione narrativa, un pezzetto della storia che serve come scusa per parlare di balene, baleniere, armi e metodi con cui si uccidono, si squartano e si usano le balene, orrendi dettagli compresi, e non il contrario.

Se qualcuno vi ha detto che Moby Dick è la storia dell'ossessione di Achab per la sua bianca nemesi con alcune digressioni un po' noiose e prolisse, non credetegli. Achab si vede poco, ma Moby Dick ancora meno, anche se la sua assenza è costantemente presente per i personaggi. È Melville per qualche ragione ossessionato con le balene: forse da bambino se non si comportava bene lo minacciavano di farlo mangiare a un capodoglio? Non lo so, ma di certo ogni dettaglio che le riguardasse, anche palesemente non corretto dal punto di vista scientifico, (no, Herman, non sono pesci e i tuoi contemporanei lo sapevano benissimo, ma te sei uno zuccone evidentemente), ce l'ha voluto raccontare.

La storia inizia da Ismaele, che è un personaggio reale soltanto nei primi capitoli, quelli che precedono la partenza del Pequod, dopodiché diventa esclusivamente cronista di quel che accade sulla nave e non parla praticamente più di quel che fa lui a bordo.

Ismaele si reca prima a New Bedford, dove incontra un personaggio straordinario, il ramponiere e cannibale Queequeg, di cui diviene amico. I due si dirigono poi a Nantucket, dove si imbarcano sul Pequod, una baleniera capitanata dal misterioso Achab, che nell'ultimo viaggio ha perso una gamba, strappatagli da una balena che l'uomo descriverà come dotata di raziocinio e capacità di pianificare attacchi mirati a uccidere i suoi cacciatori: un mostro dalla gobba bianca, dalla fronte rugosa, con molti arpioni piantati nel corpo, tra cui i suoi. Il viaggio di Achab, personaggio straordinario, dalla tempra inossidabile, è votato unicamente a trovare e a uccidere quel capodoglio, che alcuni chiamano Moby Dick. L'uomo è ossessionato dalla balena e trascinerà tutto l'equipaggio della nave nella sua folle caccia, votata, come il suo rampone bagnato nel sangue dei ramponieri (in un passaggio bellissimo del capitolo 113), al diavolo.


Nell'epoca in cui Melville scrive, la balena era ritenuta nient'altro che una creatura mostruosa e una fonte di olio da lampade o, al più, di carne. Non stupisce, quindi, che particolari agghiaccianti della fine di questi grandi cetacei, comprese uccisioni vane, o frasi come

"Perché in quei momenti vi trovate intorno più balene di quante possiate ammazzarne in una volta. Ma i capodogli non si incontrano tutti i giorni; se accade che ne incontriate, allora dovete ucciderne quanti più potete. E se non potete ucciderli tutti subito, dovete ferirli, in modo da poterli uccidere poi a comodo vostro."

che sono perfettamente normali per la sensibilità dell'epoca, risultino, però, abbastanza ostiche per la nostra.

Inoltre si tratta di un epoca razzista e forse dipende da questo che la creazione di un personaggio come Queequeg, che viene dotato di ascendenze reali e modi eroici, non esiti poi in niente più: il fatto che sia pagano e di una etnia che per i bianchi statunitensi era solo "di selvaggi" comporta che il suo ciclo narrativo venga abbandonato? Oppure Melville era superiore all'ideologia del suo tempo, ma la storia del portentoso Queequeg è sacrificata, come tutto il resto, alla furiosa grandezza di Achab?

Mi resta questo dubbio, anche se il finale mi ha sbilanciata verso la seconda ipotesi, ma non posso che accontentarmi delle ultime parole del capitolo 110.

Più o meno da quel capitolo, il romanzo cambia sensibilmente: giunge verso la conclusione e, dunque. il suo culmine. Entra in scena il dramma di Achab. Finalmente si prende la scena in modo pieno e alcuni capitoli, come il 123, il 128, il 129 e forse soprattutto il 132, sono veramente stupendi. In queste poche pagine, che forse valgono la fatica di averle cercate in tutte le altre, è raccontato in modo struggente fino a che punto la follia di Achab lo ha reso cieco a tutto e tutti e come la conclusione della storia fosse già disegnata e impossibile da modificare: un fato già segnato dal suo desiderio di vendetta.

Per questi sei capitoletti che ho adorato e che mi hanno emozionata, ci sono, però, nei primi tre quarti del libro, non meno di una trentina di capitoli veramente poco attinenti alla storia: si tratta dei capitoli che raccontano della classificazione delle balene o delle parti della baleniera o delle lance. Inoltre, prima della partenza del Pequod, molti capitoli sono destinati alle profezie bibliche sulle sorti del viaggio o alla messa, quella a New Bedford di Padre Mapple, interpretato nientemeno che da Orson Welles nel film di Houston.

Se non bastassero questi capitoli interamente dedicati a temi non inerenti la storia (oppure sì, è il caso dei riferimenti biblici, ma c'è comunque un abuso di metafore), anche nei momenti di racconto, Melville è prolisso, usa similitudini ogni pagina, e compie digressioni continue. Molti racconti sono interrotti da una precisazione, uno spiegone o un cambio di discorso. È plateale il caso del racconto del Town-Ho, in cui Melville abbandona la narrazione nel punto più interessante e succoso e si mette a parlare di canalesi e altro per più di una pagina, prima di tornare alla storia.

I dialoghi sono spesso incomprensibili o conditi da battute grezze (benedetti americani). Tutti quelli tra i marinai e spesso anche quelli degli ufficiali non mi piacciono e non mi divertono.

Ho letto il libro sulla traduzione di Pietro Meneghelli per Newton Compton Editori, ma alcuni capitoli li ho affrontati grazie all'audiolibro letto da Piero Baldini (che ha realizzato un'eccellente lettura) nella traduzione di Alberto Rossatti per Il narratore. Nessuna delle due traduzioni è malvagia, ma forse sarebbe interessante leggere quella storica di Cesare Pavese o quella di Ottavio Fatica per Einaudi, per vedere se i dialoghi migliorano. Sicuramente la lettura sull'edizione Mammut ha aggiunto fatica all'impresa a causa della ben nota compattazione grafica, che infatti impiega solo 474 pagine.

In ogni caso non sono tanto sicura di cimentarmi una seconda volta nella lettura, se non forse di qualche riduzione o di una breve selezione di capitoli, perché è stato faticoso, noioso e spesso ho saltato paragrafi e pure qualche capitolo.

Tuttavia non posso negare che il fulcro dell'opera è struggente, tormentato e bellissimo. In mezzo alle chiacchere, agli sproloqui e alla saggistica, Melville ha creato uno scontro immortale e non tanto tra un uomo e il suo nemico che soffia spuma, ma tra un uomo e sé stesso: qualcosa di meraviglioso, che strappa più di una lacrima.

Giudizio: devo dividerlo a metà, perché prendendolo nel complesso, in un unico giudizio, non sarei giusta con nessuna delle parti. Ho odiato la parte di "saggistica" a cui forse da sola non darei due stelle, ma mi sono piaciute le parte raccontate (l'incontro tra Ismaele e Queequeg, il racconto -per quanto interrotto- del Town-Ho, la storia della Rachele) e ho amato i capitoli già menzionati, a cui ne darei non meno di quattro. Vale la pena affrontare tutta l'opera per quel pugnello di pagine?

Non lo so, forse dovreste avere la pazienza di provare come me e decidere da soli, oppure seguire il consiglio che mi diede mia sorella (e che non ho seguito) di leggerlo in riduzione. Aveva ragione che non ci avrei perso nulla, ma io volevo scoprirlo da me.

Canto di Natale & Co: i racconti di fantasmi di Charles Dickens

 Charles Dickens non è stato un prolifico autore di storie di fantasmi, ma, periodicamente, nelle sue e in altrui riviste ha fatto uscire diversi e apprezzati racconti sul tema, il più famoso dei quali è senza dubbio, il Canto di Natale.

Questo dicembre mi sono immersa nell'atmosfera gotica e magica creata dall'autore inglese con Da leggersi all'imbrunire e Canto di Natale, primi miei approcci a questa illustre penna.

La prima è una raccolta, edita da Einaudi, di racconti apparsi in riviste o tratti da opere come Il circolo Pickwick.

I racconti variano molto per lunghezza e contesto. Alcuni sono proprio estrapolati da contesti più ampi e, talora, si nota. Alcuni sono più riusciti, altri meno, ma in tutti si ritrova una narrazione piacevole da seguire e un senso dell'umorismo inconfondibile. Per questo, molto più che essere spaventosi, i racconti sono soprattutto molto divertenti. Alcuni temi, come la promessa fra congiunti di tornare a farsi vivi dopo la morte, o l'apparizione di uno spettro a un conoscente proprio mentre il proprietario lasciava questo mondo, ritornano spesso. Si ritrovano anche nell'appendice conclusiva, dove sono riportati racconti di predecessori o coevi di Dickens, che analogamente a lui si erano cimentati con gli stessi topoi.

Il mio preferito, come atmosfera, dei racconti presentati in questa raccolta, è probabilmente il primo capitolo della La casa infestata, che promette un esperimento sull'osservazione delle presenze in una vecchia e abbandonata casa. Il tema precede molte altre produzioni a venire, tra cui per esempio L'incubo di Hill House di Shirley Jackson, ma ha un'evoluzione completamente diversa e più vicina a quanto assistiamo durante una delle apparizioni degli spiriti in Canto di Natale.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Ho giudicato la lettura estremamente piacevole e i racconti mi sono piaciuti quasi tutti.


Per questo mi sono buttata a capofitto subito dopo nella lettura dell'opera forse più nota dell'autore, prima ancora di Oliver Twist.

Ho letto Canto di Natale grazie all'abbonamento gratis per due mesi di Kindle Unlimited, nella bellissima edizione Rizzoli, illustrata da Iacopo Bruno.

Si tratta di un racconto lungo, la cui trama potrebbe anche essere superflua, poiché chiunque viene a conoscenza della storia prima ancora di mettere le mani sul libro. Da bambina ho visto non meno di tre differenti adattamenti animati di questo racconto: a partire dal più celebre Canto di Natale di Topolino della Disney, che ha avuto il genio di creare un vero Ebenezer in Paperon de Paperoni, passando per Concerto di Natale con i Flintstones e almeno una versione cantata che non riesco a ricordare con precisione, prima del film del 2009 che ha Jim Carrey come Scrooge. E non conto tutte le versioni che non ho mai visto, da Barbie ai Looney Tunes.

Ebenezer Scrooge, come il suo socio Marley, morto ormai da sette anni, è un uomo svuotato da ogni sentimento e interessato solo al profitto, che da buon taccagno non divide con nessuno, pagando una miseria anche il suo impiegato Bob Cratchit, che ha una numerosa famiglia da mantenere, tra cui un bambino malato e storpio (il celebre Tim). Una vigilia di Natale, però, riceve una spettrale visita, quella dello spirito di Marley, che si commisera per l'attuale sorte e gli offre una speranza di redenzione: gli appariranno altri tre spiriti, quello del Natale Passato, Presente e Futuro. Gli spiriti permetteranno a Scrooge di riflettere proprio su quanto gli era capitato, sulla situazione presente e su cosa potrebbe accadere un giorno. Da queste visioni, l'uomo trarrà molti insegnamenti per cambiare la sua vita.

Giudizio: una storia molto dolce e piena di speranza, che conoscevo già, e che infatti non viene mai cambiata nella sua trasposizione, probabilmente perché non gli occorre altro. ⭐⭐⭐⭐

giovedì 14 dicembre 2023

Marcovaldo: racconti divertenti ma strutturati di Calvino negli anni Cinquanta

 Il personaggio di Marcovaldo, sognante e sfortunato è uno dei più famosi della letteratura di Italo Calvino.


I racconti sono stati scritti nel corso del tempo: i primi tre nel 1952, altri tre nel 1953, due nel 1954, uno nel 1955, uno nel 1956 e così via altri sei, alternando sempre le stagioni (da qui il sottotitolo Le stagioni in città) fino a pubblicare la raccolta completa nel 1963.

Marcovaldo è giunto in città da giovane, lavora in una fabbrica come manovale e ha una numerosa famiglia: sono le sue avventure e quelle dei suoi figli a essere raccontate nei vari episodi, uno più delizioso dell'altro. Il mondo della città, tuttavia, gli è stretto: osserva la poca natura che incontra ed è più attento a questa che al grigiume cittadino che lo circonda. L'episodio in cui porta a spasso per la città con il motorino la pianta della ditta perché possa beneficiare della pioggia, come se rincorresse un sogno o un'idea e non la pioggia, è uno dei passi più poetici che abbia mai letto.

"[...] e, per vie e corsi e piazze, Marcovaldo rincorreva la sua nuvola, curvo sul manubrio, imbacuccato nel cappuccio da cui sporgeva solo il naso, col motorino scoppiettante a tutto gas, tenendo la pianta nella traiettoria delle gocce, come se lo strascico di pioggia che la nuvola si tirava dietro si fosse impigliato alle foglie e così tutto corresse trascinato dalla stessa forza: vento nuvola pioggia pianta ruote."

Molti passi sono contrassegnati da una scrittura splendida, da una scelta lessicale felice per ricchezza, assonanza e significato, anche nel semplice descrivere il passaggio di una mandria, un paesaggio innevato, il movimento di una gru, eppure sempre scegliendo parole semplici, di uso comune.

"La fila di secchi delle draghe salivano diritti e scendevano capovolti, e le gru sollevavano sul lungo collo un gozzo da pellicano stillante gocce della nera mota del fondo."

Con uno sguardo scanzonato e giocoso, Calvino mette in scena delle trovate semplici e geniali a un tempo. Partendo dalla descrizione di piccole cose, come dei funghi, la vita notturna della città, un supermercato, il racconto evolve in modi imprevedibili, paradossi, brillanti.

Pur essendo quasi tutti racconti agrodolci, nei primi la fa da padrona l'ironia (ho riso tantissimo per La città smarrita nella neve, La cura delle vespe, Il coniglio velenoso), mentre nell'ultimo ciclo prevale il senso d'amarezza. Camuffate da fiabe per bambini, Calvino descrive impietosamente la sua società: il consumismo, la povertà della classe operaia, le condizioni di vita del manovale che vive in condizioni di sovraffollamento in una stanzuccia seminterrata con uno stipendiucolo che non basta a sfamare e scaldare la famiglia. Le prime disavventure di Marcovaldo sono tutte alla scoperta di modi per sbarcare il lunario. Marcovaldo insegue le tracce della Natura, schiacciata dall'asfalto e dal cemento, per cercare di portare in tavola il sostentamento dei suoi, ma in città non è sopravvissuto nulla che possa aiutarlo e ogni episodio si conclude con un finale tragicomico.

Gli ultimi episodi sono quelli più malinconici della serie e si sente la denuncia sociale meno mascherata: la tristezza per la cementificazione a oltranza della città, che non lascia più niente di verde e di bello intorno a sé, la critica al consumismo fine a sé stesso.

"Tutti erano presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri [...] e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra tredicesima mensilità e ore straordinarie. Con quei soldi avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio."

Giudizio: divertente, sognante, romantico e, nonostante la sua apparente leggerezza, profondo ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 28 novembre 2023

Che genere di romanzo è Il monaco di Matthew Gregory Lewis?

 Il Monaco di Matthew Gregory Lewis è un libro ben strano.


Se Lewis, diplomatico inglese coevo e conoscente di Byron e Shelley, non l'avesse scritto in dieci settimane, durante le quali si trovava all'Aja, i vari stili che si ravvedono nelle tre parti che lo compongono avrebbero fatto pensare a una genesi molto più lunga.

Critici letterari più competenti di me hanno già esposto il perché questo romanzo sia stato a lungo dimenticato prima che tornasse in auge per gli elementi gotici che lo caratterizzano. Così spiega Mario Praz nell'introduzione -tutta spoiler- che si legge già sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi del 1970 che ho preso in biblioteca per partecipare a un gruppo di lettura sul romanzo gotico, per l'appunto.

L'edizione non brilla neanche per la traduzione. Comunque vuoi per colpa di questa, vuoi perché era proprio Lewis che scriveva così, questo libro mi sembra proprio diviso in tre parti completamente diverse, ma andiamo in ordine.

La storia verte su tre "coppie" di personaggi principali, introdotti un po' per volta nel primo volume. Da un lato abbiamo la storia di Lorenzo de Medina, che si innamora della bella Antonia, figlia di Elvira, moglie di un nobile ripudiato dal padre proprio per via del suo matrimonio; dall'altro abbiamo Raimondo de las Cisternas, proprio cognato di Elvira, innamorato di Agnese, sorella di Lorenzo. Per l'appunto e casualmente, le strade di queste coppie si incrociano e il romanzo racconta le loro disavventure. La terza coppia di personaggi, che chiude il quadro, è quella del religioso da cui deriva il titolo del libro e del suo complice e tentatore. L'avvio del primo capitolo, infatti, ci mostra un cappuccino Ambrosio, venerato come santo a Madrid, che predica nella chiesa dove (che casualità proprio!) si conoscono Lorenzo e Antonia. Alternata a quella degli altri personaggi, si dipana nel libro anche la sua storia: quella di una perdizione. Da uomo considerato puro, illibato, estraneo a tentazioni e al peccato, a poco a poco precipita in una spirale sempre più profonda e ripida di corruzione. Procedendo in modo graduale Ambrosio cede prima a peccati più lievi, poi via via più gravi, preceduti da esitazione, tentennamento e seguiti da rimorso e costrizione, ma questi sempre minori man mano che perde il rispetto di Dio e del mondo. Vedendo che nel peccare non riceve punizione, rinnega uno alla volta i suoi primordiali ideali, vigliaccamente pensando che comunque ha "solo fatto questo" o "solo fatto anche quest'altro", ma che tutto sommato non va tanto male.

Mi è piaciuta la descrizione di questo processo, proprio graduale, di compromissione della sua integrità, in precedenza tanto vantata. Tuttavia la parte che ho preferito nel romanzo è quella cavalleresca-avventurosa che riguarda Raimondo e che comprende tutti i capitoli terzo e quarto. Questa limitata parte è simile ai romanzi di cappa e spada e, come genere, mi ha fatto tornare in mente Ivanohe o certe parti dei Promessi Sposi (che non è di molto successivo e che riguardo la Monaca di Monza può persino essere stato influenzato) o dei Tre Moschettieri, eccetto che per l'introduzione del primo degli elementi gotici, una storia di spettri.

Nei capitoli precedenti, soprattutto nel secondo, ma anche nella descrizione delle sensazioni di fronte ad Ambrosio, a essere proprio onesti, ci ho trovato alcune caratteristiche dell'harmony (che poi è il motivo per cui è stato messo da parte e considerato uno scandalo ai tempi in cui fu scritto). Questa parte l'ho trovata scritta male, con un brutto stile e non mi è piaciuta per niente.

Il libro però poi cambia ancora e col terzo volume diventa improvvisamente molto crudo (e lo diventa sempre più) e si susseguono una serie di orrori ai quali non ero preparata, dato il tono molto diverso dei capitoli precedenti, che mi avevano appunto fatto pensare alla classica storia cavalleresca in cui tutto sembra andar per il peggio, ma alla fine arrivano i buoni e la situazione volge al meglio. Alla fine l'ordine delle cose è ripristinato, ma non come mi sarei aspettata. 

Riguardo alle idee che Lewis lascia trapelare nella scrittura, o che per lo meno a me è sembrato di cogliere, da un lato abbiamo una certa avversione nei confronti delle figure religiose, qua rappresentate in buona parte come corrotte, cattive e ipocrite, fintamente devote, ma in realtà operanti solo per proprio tornaconto, per ricchezza o comunque contro i principi della vera religione. Il biasimo sembra comunque comprendere anche la superstizione, la credenza in santoni o reliquie magiche.

"Sapendo che tra coloro che cantavano le lodi del loro Dio con tanta dolcezza ve ne erano alcune che ammantavano con la devozione i più orrendi peccati, i loro inni non gli ispiravano che abominio per tanta ipocrisia. [...] Il suo buonsenso gli aveva rivelato gli artifici religiosi, la grossolana assurdità dei loro miracoli, dei loro prodigi, delle loro false reliquie."

Dall'altro lato c'è un tema che non poteva essere trattato diversamente per l'epoca in cui è stato scritto. A un certo punto è messa in bocca a una donna una frase che sarebbe stata molto all'avanguardia:

"Colpa hai detto? In cosa consiste, la nostra, se non nell'opinione di un mondo malevolo?"

Peccato che il personaggio è condannato dalla narrazione: si tratta di una strega, di una tentatrice, da ritenere colpevole e da punire. E questa colpevolizzazione della libertà femminile (anche se il contesto è più complesso di come lo descrivo adesso, limitandomi per non fare spoiler - a differenza di Einaudi) cade anche su un altro personaggio. Se dapprima è descritto un rapporto pre-matrimoniale individuando nell'uomo il seduttore, dopo è la moglie a dover rassicurare il marito che non l'avrebbe mai più ceduto a certe brame. Inoltre ogni macchia, ogni colpa di una donna in questo senso non è perdonata. Le prove sono cancellate. Non c'è altra soluzione a parte un matrimonio riparatore e se non può esserci, è il personaggio che è cancellato.

Qua ancora mi viene in mente che l'autore scrivendo abbia stabilito via via cosa far capitare e che non avesse le idee chiare inizialmente. Così si spiegherebbe il brusco cambio di stile e perché una certa situazione che era sempre stata sventata, poi invece si è concretizzata (lasciandomi sbigottita). Ci sono poi alcuni personaggi inseriti all'inizio e mai più comparsi e anche personaggi non introdotti inizialmente e poi calati in tutta fretta e fatti accettare al lettore a forza, per sistemare il cambio di rotta.

A cambiare con estrema velocità sono anche i sentimenti dei personaggi, quelli di Ambrosio soprattutto, che è proprio volubile, rendendosi quasi ridicolo, un vero fantoccio preda di ogni istinto, di ogni colpo di vento, sempre più forte della sua volontà, dei suoi cosiddetti principi.

Venendo agli elementi gotici, questi sì, ci sono: dapprima solo nella narrazione di Raimondo, un elemento isolato. Poi compare la magia (nera naturalmente). Infine donne sepolte vive come se piovesse.

La scrittura è comunque scorrevole e nel narrare l'azione Lewis è stato abile a tenere il lettore incollato alla pagina. Oltretutto l'autore cambia il focus su un personaggio proprio sul più bello. La storia ricorda un po' una telenovela spagnola per qualche dinamica familiare e sentimentale, peccato che poi volga in tragedia. La stessa ambientazione spagnola forse non è un caso: fatti così incresciosi era meglio farli apparire distanti ed esotici.

Giudizio: se non si fosse capito non m'era piaciuto. Si salva certo qualcosa, soprattutto la scorrevolezza e la presa delle vicende. Volevo davvero conoscere la fine delle vicende di Raimondo. Tuttavia non mi è piaciuta per niente la prima parte e sono rimasta turbata dalla terza. La novità o la bontà rappresentata dall'atmosfera gotica non mi basta a salvare questo pasticcio di generi.

sabato 25 novembre 2023

Il tema dell'identità in Uno, nessuno, centomila

 Il teatro di Pirandello mi ha sempre offerto sulla carta o sul palco storie meravigliose, originali, ingegnose, in grado di illustrare paradossi dell'animo e della società. Inoltre propone modelli innovativi di teatro, di messa in scena; fa da apripista a un metateatro che influenzerà molto gli scrittori suoi conterranei dopo di lui. Si pensi ai Sei personaggi in cerca di autore e alla sua influenza su Riccardino di Andrea Camilleri, che ha chiuso la serie di romanzi del commissario Montalbano in base a questa filosofia (ma in modo del tutto insoddisfacente per me).


Il teatro pirandelliano l'ho scoperto soprattutto da adulta, recandomi alla Pergola a Firenze, mostratomi da attori come Gabriele Lavia o Sebastiano Lo Monaco. Ma i romanzi e le novelle di Pirandello, invece, mi sono state insegnati a scuola, al liceo, a opera di un'insegnante che non mi ha mai trasmesso nessun amore per nessuno degli argomenti trattati in quel contesto. Sono stata fortunata a essere già stata interessata dalla letteratura prima di incontrarla e a portare avanti le mie passioni a prescindere da lei.

Così accade che il secondo romando di Luigi Pirandello che ho letto (dopo Il fu Mattia Pascal a scuola che mi piacque, ma non abbastanza da non meritare una seconda lettura riparatrice) è Uno, nessuno, centomila alla veneranda età di 33 anni.

Acquistato molti anni fa, poiché in una edizione economica della Giunti, solo in una sfida di lettura di 7 libri in 7 giorni, ho colto l'occasione di recuperarlo.

La storia è famosa: guardandosi allo specchio Vitangelo Moscarda nota per la prima volta un piccolo difetto del naso e scopre che la moglie conosceva perfettamente quell'aspetto e molti altri che lui non conosceva. Moscarda si rende dunque conto che l'aspetto che lui immagina per sé non è quello che gli altri hanno in mente di lui. Si scatena così una serie di riflessioni, che occupano soprattutto la prima parte del libro, sulla soggettività delle impressioni che ognuno ricava dall'immagine e dal carattere di una persona, che genererà tante "persone" quante sono gli individui che hanno a che fare con quella persona e che da essa ricavano impressioni sempre diverse e personali.

Questo aspetto filosofico sull'identità e sull'impossibilità di cogliere mai l'interezza dell'altro (e con cui esso possa riconoscersi) e nemmeno di sé stesso, generando immagini sempre diverse e incomplete di qualcuno mi ha incantata. Non solo è di mio interesse, ma è anche scritto e spiegato benissimo.

La seconda parte del romanzo tratta invece delle conseguenze di queste riflessioni di Vitangelo sulla sua vita: questa parte mi è piaciuta meno e ha un finale piuttosto triste, eppure coerente.

Giudizio: ho adorato tutta la parte psicologica del romanzo e ho trovato geniali e a volte divertenti molte riflessioni. ⭐⭐⭐ 3/4

Il primo libro della trilogia di Fairy Oak: il segreto delle Gemelle

Non disdegno mai la letteratura per l'infanzia e per ragazzi, che solitamente riempie gli occhi di mondi incantati, ambientazioni immaginifiche e buoni sentimenti, che sono poi il motivo primario che mi spinge a ricercarla: leggere testi in cui nobili valori sono insegnati ai giovani protagonisti in formazione mi fa sentire confortata, al sicuro, serena. Così mi sono tuffata contenta in questa saga scritta dalla nostrana Elisabetta Gnone, creatrice di universi fiabeschi come quello di W.I.T.C.H. Come questo fumetto, anche la saga di Fairy Oak ha conosciuto ampio successo e non solo in Italia.


Vaniglia e Pervinca Periwinkle sono due gemelle che abitano con la loro mamma Dalia, il loro papà Cicero e loro zia, la celebre Strega della Luce, Lalla Tomelilla, in un villaggio dove vivono in pace abitanti magici e non magici: Fairy Oak.

La storia è raccontata dalla fata-tata, Felì, diminutivo del reale nome Sefelicetusaraidirmelovorrai (leggere i nomi completi delle fate è uno dei piaceri di questa lettura e questo è particolarmente simpatico perché si declina a seconda di chi parla). Questa fata è assunta nella famiglia Periwinkle prima della nascita delle gemelle, perché le vigili e le protegga. Suo compito di baby sitter è anche di scoprire se le ragazze dimostrano segni di magia e di relazionarlo ogni sera alla sua datrice di lavoro, Tomelilla, da cui eventualmente potrebbero ereditare i poteri magici.

In meno di trecento pagine (nella mia edizione Salani 279) siamo catapultati nel mondo allegro di Fairy Oak, con i suoi caratteristici abitanti e i loro usi. Questo primo libro introduce i personaggi e il contesto in cui si ambienteranno i due successivi capitoli, ma non è privo di un po' di azione (a dirla tutta sul finale mi ha anche emozionata). Non tutto, infatti, scorre tranquillo fra lezioni, feste di compleanno, innamoramenti e ripicche a Fairy Oak: un oscuro pericolo incombe e coinvolgerà tutto il villaggio.

Le gemelle sono proprio come il giorno e la notte e su questa caratterizzazione degli opposti si gioca tutto. Tuttavia nessuna delle due incontra la mia simpatia: in quanto bambine, prima di tutto, sono leggere e disobbedienti (il che sarebbe a loro favore, se non fossi un'adulta e dunque non riuscissi a immedesimarmici).

Vaniglia, detta Babù, è gentile, ma impacciata e tende leggermente verso il vittimismo, che è quanto mi dispiace del personaggio. Apprezzo invece la sua mania nei confronti degli oggetti, che me la rende vicina.

Pervinca invece non mi piace proprio: per differenziarla dalla femminile Vaniglia (proprio uno Yin), la descrivono più spavalda e maschile (Yang), anche un po' scontrosa.

Come già detto, questa differenza grossolana occorre alla trama, però avrei preferito se la loro caratterizzazione le avesse differenziate senza ricadere proprio in questo contrasto bianco-nero quasi taoista. Anche gli altri personaggi sono abbastanza poco sfaccettati, ma forse ancora non si è entrati nel vivo della storia. Felì tende a essere perfettina, è un modello di fedeltà e responsabilità. Ho avuto più simpatia per Cicero, per Tomelilla e per il Mago del Buio Duff, il cui nipote ho trovato, invece, abbastanza scialbo e privo di una vera caratterizzazione (ma appunto, forse è solo presto).

La scrittura di questo libro è scorrevolissima e piacevole. Il linguaggio incontra il mondo fatato e se ne fa portatore. Sono molto curiosa di leggere il prossimo volume e inizierò presto!

Giudizio: piacevole, una serena lettura ⭐⭐⭐⭐

giovedì 23 novembre 2023

Il primo libro di Stefano Tura e il suo sequel a distanza di vent'anni

 Da qualche anno seguo le edizioni di Cesenatico Noir, festival della località romagnola che ospita gli interventi di autori che presentano i loro libri gialli, thriller e noir e molto altro. Il direttore artistico e presentatore del festival è il giornalista bolognese Stefano Tura, che è stato per anni corrispondente dall'estero di testate giornalistiche importanti e della Rai.

Nel corso del festival è possibile acquistare e farsi autografare i libri degli autori e molte librerie di Cesenatico partecipano comunque alla manifestazione mettendo a disposizione copie già firmate: è con una di queste copie che ho conosciuto la scrittura di Stefano Tura.

Ho scelto il suo romanzo d'esordio, Il killer delle ballerine, scritto ben 22 anni fa, nell'edizione che conteneva anche il breve sequel scritto nel 2020, L'ultimo ballo. Trovavo interessante poter osservare l'evolversi della scrittura di uno scrittore a circa 20 anni di distanza.


Sono rimasta dunque molto delusa da quanto ho trovato leggendo: lo stesso Tura, al termine del primo romanzo, ammette che non ha modificato nulla nella riedizione del testo, anche se avrebbe potuto migliorarlo.

Nella riviera romagnola all'apice del suo lustro, tra cubiste bellissime di discoteche scintillanti, si aggira qualcuno che toglie la vita ad alcune di loro. Si tratta di omicidi terribili, crudi, raccontati con dovizia di particolari (pure troppo per i miei gusti). Il giornalista Luca Rambaldi si aggira anch'egli sulle scene dei delitti e ottiene il permesso di intervistare l'uomo che era già stato arrestato per quegli omicidi, che però non si sono mai fermati.

Cosa non funziona in questo thriller? 

Non mi piace la scrittura, soprattutto i dialoghi, che sembrano sempre un po' finti e banali.

Questo è il principale problema, ma la struttura non è migliore: il protagonista "fa cose", il killer gli fa minacce che palesemente non attuerà mai perché l'autore l'ha rivestito di una plot harmor spessissima. Più volte ha l'occasione di acciuffarlo, ma Luca gli scappa in modo quasi imbarazzante. Inoltre il killer compie un rapimento che non ha alcun senso e che non gli porta alcun giovamento. Mi è piaciuto così poco che quando ho letto L'ultimo ballo, a distanza di due mesi, nemmeno ricordavo il finale.

Il sequel è molto breve e, dunque, c'è poco margine per giudicare, ma lo stile non sembra cambiato drasticamente e la storia lascia abbastanza a desiderare (l'assurdità del movente è imbarazzante).

Nel sequel si ripetono le stesse dinamiche, compreso il finale, che prevede il colpevole sproloquiare e raccontare la storia della sua vita e le sue ragioni per il tempo necessario a far arrivare la cavalleria. Già. Spoiler: le dinamiche sono precisamente identiche nei due finali e i personaggi non si salvano da soli nessuna delle due volte. 

I personaggi sono gli stessi del primo libro, ma è davvero deprimente vedere quale storia Tura ha scelto per i vent'anni che hanno trascorso fuori dalle pagine. Sono storie triste e per due di loro quasi uguali. Il personaggio di Luca, che era stato l'incredibile eroe del primo libro ha un destino non solo avvilente, ma anche tirato via: non ha lo spazio necessario per chiudere il suo ciclo parlando con gli altri personaggi. Peggio ancora Carmen, che ha un numero di parole pronunciate pari a quelle di una comparsa e non viene spesa nemmeno una parola per la sua situazione alla fine del libro.

I delitti sono solo due, con vittime molto diverse l'una dall'altra, così che non si capisce perché dovrebbero collegarli insieme e perché dovrebbero ricordare ai protagonisti immediatamente i crimini di 20 anni prima. Il passato in cui è ambientato il primo romanzo è rievocato in tono nostalgico.

Un'altra cosa che non mi ha soddisfatta è che in entrambe le storie le forze dell'ordine sono sempre rappresentate in modo negativo, senza appello: è tutto troppo generalizzato, con i cattivi che appaiono cattivissimi e i buoni troppo maltrattati.

Se devo trovare un solo aspetto positivo, soprattutto nel sequel, è l'accento positivo LGBTQ+, anche se buttato un po' lì, come ogni cosa di questo racconto.

Giudizio: banali, scritti male, struttura e moventi poco curati, crudi ⭐

sabato 18 novembre 2023

Country Zombie Apocalypse: un racconto lungo tra horror e grottesco

 Quando mi è stato proposto di leggere Country Zombie Apocalypse ho pensato che un racconto incentrato su degli zombie sarebbe stato decisamente fuori dai miei schemi, quindi ho subito accettato.

E ho fatto bene.


Filippo Santaniello è uno sceneggiatore che ha lavorato con registi italiani e stranieri e ha riscosso successo col film The Slider. Recentemente si è anche cimentato nella scrittura di racconti horror trash che costituiscono una piccola saga ambientata tra le colline umbre ed edita da Delos Digital.

In Country Zombie Apocalypse i protagonisti sono un giovane adolescente, Alessandro, e i suoi nonni: vivono in una cascina in campagna e hanno appena messo su un'attività. A causa di un'epidemia in corso, è stato infatti sviluppato un vaccino, che causa però la morte degli immunizzati e la loro resurrezione in forma di affamati zombie. Poiché Al è il solo a possedere una vasta cultura cinematografica e fumettistica in materia di zombie, è anche l'unico a cui potersi rivolgersi in caso di attacco da parte dei redivivi. Lui e nonno Iginio, vegliardo avvinazzato, ma tostissimo, costituiscono il braccio armato (la loro vestizione finale da eroi con "gli attrezzi del mestiere" è divertentissima), mentre la nonna Clotilde è la centralinista che risponde da casa alle richieste di soccorso.

Adoro che gli "attrezzi" e i metodi che servono a eliminare gli zombie e a "rimetterli a posto" siano tratti dal contesto di vita di Al e famiglia.

"Aggrovigliati alle maglie del retino ci sono ancora ciuffi di capelli strappati, incrostazioni organiche sui rebbi arrugginiti del forcone e sangue rappreso sulle lame del troncarami".

La storia è molto divertente e gira in chiave ironica gli elementi delle storie di zombie, compreso il classico attacco della moltitudine di morti viventi. Molte scene sono grottesche, ma la violenza splatter,  in realtà, si volge con genialità in commedia.

La scrittura mi è piaciuta molto: oltre a essere scorrevole, è lessicalmente curata e immaginifica. Il racconto si dipana nella mente come una pellicola ed è impossibile staccare gli occhi dalla lettura. I personaggi sono simpatici e ben descritti e i dialoghi funzionano molto bene. Un'ora di lettura di puro divertimento.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐