giovedì 10 luglio 2025

Il mio primo Coliandro

 Carlo Lucarelli tra romanzi, racconti, saggi e molto altro ha scritto davvero di tutto nel panorama giallo e thriller di questa nazione. Tra le sue serie più celebri ci sono quelle del Commissario De Luca (di cui ho letto Carta bianca e L'estate torbida), del Commissario Marino del celebre Indagine non autorizzata, che ancora non ho letto, dell'ispettrice Grazia Negro (di cui ho letto Lupo mannaro, Almost Blue, Un giorno dopo l'altro, Acqua in bocca). Non avevo ancora letto niente neanche dell'ispettore Coliandro, su cui erano uscite storie a fumetti e una fortunata serie tv sulla Rai tra il 2006 e il 2021, diretta dai Manetti Bros. e con protagonista Gianpaolo Morelli. Lucarelli stesso racconta nelle interviste che Marco Coliandro non ha fan, ma ultrà.


Con la volontà di leggere almeno un romanzo del mio idolo per ogni saga, mi ero presa questo libricino brevissimo (Einaudi, 165 pag) usato per pochi euro, ma non avevo trovato la voglia di leggerlo per un po' e anche l'avvio della storia non mi stava convincendo. Eppure...

Eppure Lucarelli è stato bravissimo a tratteggiare, a farmi capire piano piano chi fosse Coliandro: non solo un povero cretino, ma un personaggio più complesso, meno immediato e non scontato. Non sa trasmettere certi suoi lati all'esterno: è goffo, grezzo, superficiale, mediocre, egocentrico, menefreghista, ma ha anche qualcosa di buono nel fondo, quasi un'onestà fanciullesca che stride tantissimo col resto della sua personalità e persino una certa empatia, la capacità di leggere gli altri e, a volte, affezionarsi.

Per esempio si affeziona a Nikita: gli si presenta davanti (la prima volta Coliandro appare in un racconto che si intitola proprio Nikita) quando è stato declassato alla Narcotici. Ha scoperto qualcosa facendo la pony express e non sa a chi rivolgersi. Becca l'unico poliziotto che non sa neanche lui come si fa a barcamenarsi in un'indagine, figuriamoci se c'entra la criminalità organizzata nella Bologna degli anni Novanta tra spaccio, ambienti universitari e altri più sordidi.

Non solo i personaggi sa descrivere con pochi tratti Lucarelli, ma è anche capace di restituire una certa atmosfera, cinematograficamente. Ed è un film alla fine quello che mi si dipana davanti e mi ha davvero intrattenuta, rapita per le tre ore della domenica pomeriggio in cui l'ho divorato. Non mi stava piacendo all'inizio, con questo personaggio grigio e triste, e invece ho dovuto rivalutare storia e protagonista.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

Scoprire la fisica con Carlo Rovelli

 Carlo Rovelli è un fisico teorico che si occupa anche di divulgazione: far comprendere la fisica a chi non è del settore, probabilmente, è una delle cose più complesse che possano esistere, una sfida. Lui ci ha provato.


Nel 2014 esce per Adelphi (85 pagine) Sette brevi lezioni di fisica, ampliamento di alcuni articoli che il fisico aveva proposto come articoli per Il sole 24 ore. Ognuno di questi è dedicato a uno dei grandi temi affrontati dalla fisica nel Novecento: dalla struttura del cosmo e la sua origine a quali sono le particelle che compongono il tutto, per arrivare ai buchi neri e alla natura del tempo e del calore, ma, innanzitutto, la teoria della relatività di Einstein e la teoria dei quanti. Queste ultime due teorie hanno rivoluzionato la concezione della fisica classica e spiegato e predetto in modo nuovo il mondo. Una delle cose più interessanti in assoluto nel mondo della fisica è il dibattito fra queste due tesi, entrambe assolutamente verificabili, che concepiscono però ciò che spiegano in modo antitetico: deterministico la prima, probabilistico la seconda. Le due teorie si scontrano e pongono l'obiettivo alla fisica contemporanea di trovare una quadra che armonizzi i due estremi.

Infine, l'ultimo capitolo, totalmente filosofico, l'autore lo riserva a riflettere sul ruolo dell'uomo in questo quadro tratteggiato che espande il nostro orizzonte nell'universo, rimpicciolendo molto la nostra figura e importanza.

"Ci rendiamo conto che siamo pieni di pregiudizi e la nostra immagine intuitiva del mondo è parziale, parrocchiale, inadeguata."

Che cos'è di fatto Sette brevi lezioni di fisica? Per me è stato una sbirciatina in un mondo molto complesso e inarrivabile, un affresco, una panoramica del quadro generale che mi ha fatto capire la fisica di cosa si occupa a grandi linee. Non sono arrivata a cogliere tutto e non era questo l'obiettivo.

Rovelli scrive bene, è spiritoso persino, qualche volta più fumoso e filosofico, ma non si spinge mai nel linguaggio fisico o matematico e cerca pazientemente di rappresentare in modo comprensibile dei temi che solo le menti più geniali sono stati capace di padroneggiare (e a volte neppure loro).

Ho capito tutto? No. Ma delle idee meno vaghe di prima le ho e mi cimenterò presto anche nel saggio L'ordine del tempo del 2017, che ha ispirato l'omonimo film del 2023 di Liliana Cavani ed è stato tradotto anche in inglese (e l'audiolibro lo legge Benedict Cumberbatch!).

Giudizio: un viaggio affascinante ⭐⭐⭐⭐

Delitto all'ora del vespro: il primo romanzo della serie del canonico Clement del Reverendo Richard Coles

Delitto all'ora del vespro (Einaudi, 320 pagine) è un romanzo giallo scritto dall'inglesissimo Reverendo Richard Coles, che inaugura la serie con protagonista il canonico Daniel Clement.


Il nostro eroe è il pastore di Champton, piccolissimo borgo che non aveva altre preoccupazioni al di là dell'installare o meno delle toilette nella chiesa, finché sui banchi non viene rinvenuto un cadavere ed ecco che Daniel si ritrova a domandarsi cosa non ha capito dei suoi parrocchiani e a collaborare con la polizia.

Ogni pagina del romanzo è assolutamente inglese: i personaggi lo sono, lo è l'ambientazione e si ripetono citazioni e riferimenti che solo chi conosce bene la cultura britannica può cogliere.

I personaggi sono molti: la famiglia del canonico è ben rappresentata e caratterizzata (specialmente la madre Audrey), ma i sospetti sono veramente tanti, hanno poco spazio e questo non li rende memorabili. Spiccano un po' di più e sono più accuratamente descritti i membri della famiglia aristocratica locale.

La trama mistery si prende il suo spazio con colloqui con i sospettati e piste da seguire, ma la risoluzione finale potrebbe apparire come un'ispirata intuizione divina: l'indizio, in realtà, è visibile al momento della lettura, ma è molto ben nascosto dall'autore.

Il problema principale di questo libro, tuttavia, per me è il ritmo: il racconto procede lentamente, si perde in numerose divagazioni. La scrittura mi è piaciuta e, in generale la lettura è piacevole, ma il ritmo è un po' carente per un giallo.

Giudizio: ⭐⭐⭐

mercoledì 2 luglio 2025

Il primo romanzo della saga dei Florio

 I leoni di Sicilia di Stefania Auci (Nord, 448 pag), primo volume di una dilogia sulla famiglia dei Florio, che tra Ottocento e Novecento avviò un commercio fiorente in Sicilia, prima di spezie, poi di zolfo, tonno, marsala, mi ha completamente stregata.

Non mi capitava da tanto tempo e non so quale fattore ha giocato il ruolo più rilevante, vuoi la penna, vuoi le vicende, ma non riuscivo a staccare gli occhi dal libro e l'ho effettivamente divorato in una manciata di giorni.


1799, Bagnara Calabra: i due fratelli Florio, Paolo e Ignazio, sono marinai. Trasportano spezie insieme al cognato, ma il terremoto di quell'anno spinge Paolo a prendere una decisione che rimanda da tempo: spostarsi a Palermo, avviare una bottega di spezie, cercare una vita migliore in una città portuale. Sono restii suo fratello Ignazio e, soprattutto, sua moglie Giuseppina, con la quale ha un rapporto difficilissimo. Il matrimonio, forse, sarebbe stato più felice con l'altro fratello?

Il destino, tuttavia, abbatte le remore e i tre partono con la nipote orfana Vittoria e col piccolissimo Vincenzo, il figlio di Paolo e Giuseppina. A Palermo li aspetta una strada in salita: la diffidenza della città verso questi calabresi, la concorrenza più o meno sleale degli altri commercianti di spezie, ma i Florio riescono a costruirsi un nome e, persino, soprattutto con Vincenzo, un impero.

Questa saga è densissima: le vicende personali, i drammi, i conflitti si intrecciano ai fatti storici reali della famiglia, della città, del regno. Economia, politica, storie d'amore struggenti il tutto in una narrazione avvincente. Auci non scrive con una prosa poetica o ricercata, ma è una narratrice che sa come incantare, sa dove porre l'accento per rendere la storia di Giuseppina e Ignazio un amore impossibile e per esaltare il legame tra Vincenzo e Giulia. Una mestierante? Probabilmente non solo, perché la ricerca storica che ha condotto sulla famiglia più potente di Sicilia è stata ampia e accurata.

A me sono piaciuti proprio i drammi che coinvolgono i familiari: il rapporto di Giuseppina con i due fratelli, i loro non detti che provocano struggimento ed empatia; il rapporto di Vincenzo col padre, che però può vivere poco, con Benjamin Inghram (altro storico personaggio un po' tratteggiato nel romanzo e determinante come i Florio nell'economia dell'isola), ma soprattutto con lo zio, a cui si legherà moltissimo; la sua storia di crescita personale, professionale e, infine, le sua storia d'amore con Giulia, personaggio incredibile e affascinante.

Nell'autunno 2023 è uscita su Netflix (poi in chiaro su Rai 1 nel 2024) la serie tv tratta da questo primo romanzo, con protagonisti Michele Riondino (Vincenzo Florio) e Miriam Leone (Giulia Portalupi), diretti da Paolo Genovese. Non ho il coraggio di vederla, poiché temo che non sia all'altezza di quel che ho letto e non mi convince tanto questa scelta di cast.

Non mi resta che leggere L'inverno dei leoni, ma ho qualche remora anche a iniziare questo per timore che possa non essere bello e avvincente come il primo romanzo.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

Fiabe floreali: esempi di indottrinamento ottocentesco sulle bambine

 Ne avevo sentito parlare come di un gioiellino.

Fiabe floreali di Luisa May Alcott (autrice del più noto Piccole Donne), in Italia uscito per Elliot (127 pagine), è una raccolta di fiabe sulla gentilezza...all'apparenza.


L'autrice sfrutta la narrazione a cornice per introdurre storie slegate tra loro: la regina delle fate raccoglie una sera accanto a sé creature del piccolo popolo e le invita, a turno, a raccontare qualcosa: poesie, filastrocche, racconti, popolati da creature che vivono in un piccolo mondo di feste, balli, fiori, buoni sentimenti, tutto descritto con dovizia di particolari, quasi l'impresa sembri così impossibile da voler far immergere il lettore in questa atmosfera.

Le storie sono tutte molto simili fra loro e legate da uno stesso filo: mostrare che con la gentilezza, la remissività, la sopportazione (le virtù cristiane perfette su una donna, no?) si ottengono sempre favori, pace e lieti fini, mentre alle creature (bambini, fate, etc...) che sono egoisti e prevaricatori toccano tristezze, miserie e ricerche o prove da superare per espiare i loro "cattivi" comportamenti. In uno dei racconti un personaggio riceve addirittura un fiore che fiorisce o appassisce a seconda dei comportamenti adottati.

Oltre a una narrazione prolissa, ripetitiva e stucchevole

"Allora la bambina smise di farsi domande, ma divenne più intenso il suo amore per gli Elfi dal cuore tenero che lasciavano la loro terra felice per rallegrare e confortare coloro che non avrebbero mai saputo quali mani li avevano vestiti e sfamati, quali cuori avevano donato loro un po' della propria gioia per riempire i loro di tanta felicità."

in realtà ciò che mi ha infastidito nella lettura, più della noia, è stato questo indottrinamento. Il target delle fiabe sulle fate sono chiaramente bambine, a cui stanno dicendo "comportatevi così se volete essere felici": la colomba, ormai quasi in punto di trapasso, che viene lodata per la sua sopportazione della malattia, per non essersi mai lamentata, perché è grata alle fate che l'hanno accudita; l'elfo Lanugine di Cardo al contrario è rimproverato perché, benché "vivace e galante [...] celava sotto il suo vivace mantello piccoli aculei di crudeltà ed egoismo". E ancora il bocciolo di rosa che tenta di afferrare la bellezza della lucciola viene punito dal Padre per l'ingratitudine per il proprio aspetto e rischia di morire, perché la superbia è descritta come un sentimento triste e "soltanto l'umiltà può donare felicità ai fiori e alle Fate".

Le bambine dell'epoca in cui scrive la Alcott dovevano incarnare tutte queste nobili virtù cristiane di remissività, abnegazione, essere graziose e silenziose, sorridenti, senza mai una richiesta o una lagna o una parola di biasimo o critica per chicchessia. La piccola Eva del racconto, infatti, alla richiesta della Regina delle Fate di quale dono vorrebbe ricevere, non può che chiedere di essere perfetta come il mondo la vuole: 

"cari piccoli Elfi, cosa posso chiedere a voi, che avete fatto tanto per rendermi felice, e mi avete insegnato tante cose buone e gentili, il ricordo delle quali non svanirà mai in me? Posso soltanto chiedervi il potere di essere pura e gentile come voi, tenera e amorevole coi deboli e i sofferenti, e instancabile nel compiere atti d'amore verso tutti."

Mi rendo conto che per l'epoca e per il pubblico a cui era rivolto (bambine e soprattutto madri che volevano le loro figliolette docili, dolci e pazienti) questo prodotto potesse funzionare a dovere, ma riproporlo oggi, che abbiamo valori totalmente diversi, è un'operazione azzardata e quasi insensata.

Giudizio: ⭐⭐ 

martedì 22 aprile 2025

Non è giallo, non è cosy, sa soltanto quello che non è: la raccolta Il giallo Mondadori fa schifo

 Ma quanto è di tendenza dire cozy crime o cozy mistery?

Taaaantoooo. Ed ecco che il mercato ci si butta a pesce nel nuovo (che poi nuovo non è) sottogenere del poliziesco.

Spoiler: non basta aggiungere l'aggettivo cozy perché qualcosa lo diventi, specialmente un genere che in Italia tendenzialmente è sempre andato nella direzione opposta, quella del realismo, della cronaca, del thriller, del noir. No, nemmeno i continui riferimenti al cibo in italica maniera rende più confortevole le situazioni, non necessariamente: non tutti sono Camilleri.

I giallo "accogliente" è quello in cui i personaggi o l'atmosfera conferiscono un sapore piacevole alle indagini: per antonomasia Cabot Cove. Per me possono essere cozy i romanzi di Agatha Christie, perché non c'è mai violenza e quelle ambientazioni aristocratiche o borghesi sono rassicuranti e curate, i toni sono pacati e il lettore si aspetta il trionfo del detective alla fine della storia, magari coi sospettati seduti intorno a un tè.

Forse è il mio tipo di giallo preferito, poiché non mi piacciono gli scenari violenti e le ambientazioni in contesti miseri e degradati. Non ho mai cercato la denuncia sociale nel mistery, ma il gioco con l'investigatore. Infatti, oltre alla Christie i miei autori preferiti del genere sono Andrea Camilleri e Fred Vargas, anche se non si può davvero competere alla pari con Montalbano o Adamsberg; tuttavia si potrebbero definire (prima che il termine fosse di moda) dei cozy crime.

Ma veniamo a questa raccolta di Mondadori (407 pag) uscita nel luglio 2024 e intitolata appunto E cosy sia.


La cifra stilistica la dà il primo racconto: Ultima cena a Parigi di Francois Morlupi, noto per aver creato I cinque di Monteverde, che non ho letto, ma che, in base alle recensioni, sono violenti piuttosto che cozy e questo racconto, anche se non presenta il primo elemento, nemmeno si può dire che contenga il secondo. Non è solo antipatica l'investigatrice, ma è anche scritto male il racconto: si perde in dettagli inutili, presentando il personaggio e dà al giallo una soluzione troppo veloce, oltretutto costringendo la soluzione in un tempo del racconto troppo breve. Non si può risolvere un caso di omicidio in 24 ore.
Peri Peri è un racconto di Maria Elisa Aloisi con protagonista una ladra, antipatica come l'investigatrice del primo).
Vertigine è un racconto di Antonio Paolacci e Paola Ronco ed è l'unico della raccolta a essermi piaciuto davvero: è sofisticato, ambientato all'Hotel Bristol Palace, contiene riferimenti a La donna che visse due volte di Hitchcock, che fu in parte girato proprio in quell'albergo ed è la prima indagine che segue le regole del giallo.
All inclusive di Cristina Aicardi e Ferdinando Pastori presenta un personaggio molto sopra le righe e simpatico, Bea Blasco, ma non è un mistery: è un mix tra noir e thriller senza un rompicapo da risolvere. Stesso problema di Cuore di mamma di Alice Basso, che SPOILER consiste nella confessione spiegone di una donna che nel testamento racconta alle figlie di come ha ucciso il marito cucinando troppo calorico per innumerevoli anni. Sul serio? 😒
Anche Il gatto, l'Astice e il Cammello di Valeria Corciolani manca della struttura a rompicapo, ma ha un plot-twist interessante e che mi ha fatto tornare in mente Arsenico e vecchi merletti. In modo analogo, sebbene c'entri poco con un giallo, Il caso è risotto di Lucia Tilde Ingrosso è forse il racconto con la struttura più interessante.
Morte a km zero di Nora Venturini è uno dei racconti più gradevoli, con la struttura del giallo quantomeno e, probabilmente, è anche il più cozy dei racconti.
La dieta è un delitto di Serena Venditto è prolisso, ci sono troppi personaggi, gli indizi per risolvere il caso sono accuratamente tenuti nascosti al lettore, è didascalico, con dialoghi pessimi e il quartetto di protagonisti è discretamente antipatico.
Il mostro del pantano di Paola Regina è uno dei racconti che mi è piaciuto meno: lungo, scontato (si capisce chi è il colpevole fin da principio), perfino noioso, così come Cozze amare di Barbara Perna è infinito, il più lungo della raccolta.
L'ultimo racconto che menziono è il secondo che salvo della raccolta, principalmente per la scrittura brillante: Il pescatore, il Professore e la Cana Jatta di Patrizia Rinaldi.

Giudizio complessivo: ⭐⭐

domenica 20 aprile 2025

La valle dell'Eden: è amore per Steinbeck

 Forse non è del tutto vero: mi sono innamorata della scrittura di Steinbeck quando ho letto quest'estate Uomini e topi (1937). Concisa, completa, perfetta, avevo già potuto apprezzare la sua penna; ma ne La valle dell'Eden (1952, 784 pagine per Bompiani), l'autore ha più agio di descrivere un mondo, di più, di crearlo davvero: leggere questa storia è come attraversare una parete per trovarsi in una realtà parallela, una realtà con una struttura solida e un'anima che ci fa immergere totalmente nel racconto.


La storia si articola su molti anni (dalla Guerra Civile Americana alla Grande Guerra) e tra molti personaggi e linee narrative: una vera epopea che coinvolge due famiglie per tutti questi anni.

Protagonista principale della storia, probabilmente (dico probabilmente perché in realtà il racconto è corale e spesso cambia il personaggio su cui è posto il focus), è Adam Trask, la cui storia è raccontata dalla giovinezza, quando è ragazzo insieme al fratellastro Charles nella fattoria del padre, Cyrus, paradossale esperto di guerra, fino all'età adulta.

La storia di Charles e Adam si intreccia con quella di due straordinari personaggi: l'inumana Cathy e il sognatore Samuel Hamilton, le cui descrizioni, insieme a quella di Adam (e poi dei discendenti di questi, tra cui spicca Cal, noto per essere stato interpretato da James Dean nella trasposizione di Kazan del 1955, ma anche di uno dei miei personaggi preferiti, Lee), sono probabilmente il motivo della grandezza di questo romanzo. I personaggi sono splendidi: complessi, sfaccettati, pieni di dubbi e contraddizioni, con evoluzioni non lineari, tanto da essere dunque realistici, imperfetti, vicini al lettore, che non può che sentire di conoscerli, spesso di affezionarsi.

Le vicende dei personaggi fanno spesso riferimento alle storie della Bibbia, con molti paralleli, anche discussi nel corso del romanzo, in una metafora costante della lotta che avviene tra il Bene e il Male all'interno di ognuno (con ogni personaggio che mostra ognuno una possibile evoluzione e un possibile esito di questo scontro).

Giudizio: uno dei romanzi più belli che ho letto nel 2024, con personaggi scritti benissimo, una scrittura evocativa, una storia appassionante, che me lo ha fatto divorare, senza voler mai smettere di leggere e volendone di più al termine del libro. ⭐⭐⭐⭐⭐

Su un Parnaso ambulante a scoprire le seconde occasioni

 Mettiamo una donna di 39 anni (che per noi è nel fiore degli anni, ma che nel 1917 era considerata - e anche il personaggio si considera - una zitella di mezza età), Elena McGill, che ha sempre vissuto insieme al fratello Andrea, lavorando insieme alla fattoria, lui nei campi, lei cucinando e mandando avanti la casa.

Mettiamo che il fratello diventi uno scrittore famoso e che cominci a lasciare sempre più incombenze alla sorella, sempre più stufa di questo.

Mettiamo che un giorno arrivi alla fattoria un ometto che si propone di vendere la sua attività ambulante di libraio ad Andrea e che Elena tema che accetti e che la abbandoni alla fattoria per chissà quanto.

È fatta: la donna decide di buttarsi al posto del fratello nell'avventura e parte col carrozzone trainato da un cavallo, un cane e il Professor Roger Mifflin per portare la letteratura nel mondo della povera gente di campagna e di città. Le avventure sono dietro l'angolo.


Il Parnaso ambulante
, dello scrittore americano Christopher Morley (Edito da Sellerio in Italia già nel 1992 - e rimasto nella sua vetusta traduzione del 1953, con i nomi addirittura tradotti), è ambientato nel New England ed è un romanzo molto carino, consigliatissimo per una lettura leggera, ma non del tutto disimpegnata.

Pur non essendo denso di avvenimenti (comunque ha solo 176 pagine), è ricco di spunti di riflessione. La coppia di venditori è infatti strampalata e buffa ma ci insegna, strada facendo, molte cose sull'importanza della lettura e di condividerla con l'umanità, ma anche sulle seconde occasioni: non è mai troppo tardi per scoprire cosa ci appassiona e seguire i nostri sogni.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 11 aprile 2025

I gialli-romance li scrivono meglio oltre oceano: Delitto al ballo

 Delitto al ballo di Julia Seales è un romanzo giallo con sfumature romance (Piemme, 384 pag), che omaggia e prende in giro al tempo stesso Orgoglio e pregiudizio.


L'ambientazione è un paesino a tratti fiabesco (con rane bioluminescenti, paludi risucchianti e probabilmente altre creature...) nell'Inghilterra del periodo Regency. La protagonista è la primogenita di una famiglia che si può sovrapporre ai Bennett, con due figlie in meno: il padre è un uomo tranquillo (ma burlone) che ha avuto solo femmine, le quali perderanno tutto a favore di un cugino paterno, di pessimi aspetto e modi, se non si sposeranno, ragion per cui trovare marito alle figlie maggiori è il solo scopo nella vita della signora Steele. Familiare, vero?

Beatrice Steele, però, è interessata al true crime, che segue sui giornali, da nascondere accuratamente perché non si addice a una signorina della buona società, che nel paese di Swampshire è disciplinata scrupolosamente da un'apposita Guida alle buone maniere per dame.

Al ballo organizzato dai nobili Ashbrook, tuttavia, ci sarà l'occasione per Beatrice per mettersi alla prova, insieme al tenebroso detective londinese Vivek Drake.

La caratteristica principale di questo libro è il registro comico a cui si attiene costantemente: i personaggi si prendono sul serio, ma i loro comportamenti sono ridicoli, caricaturali (e il contrasto funziona benissimo). Non è un vero libro romance, perché l'attrazione tra i due investigatori è fatta intendere (malamente, se vogliamo dirla tutta, ossia descritta come un fuoco che entrambi provano quando si toccano e poco altro); la componente mistery è già più presente, ma soprattutto si tratta di un romanzo di intrattenimento. I personaggi riescono avere, nella caricatura, anche una discreta caratterizzazione e l'ambientazione è molto gradevole (e un pelo ironica, come tutto il resto), col maniero decadente, la notte tempestosa che costringe gli ospiti a rimanere isolati. Mi ha fatto ridere e ho adorato il modo in cui è descritta la minore delle sorelle Steel, esempio anche di come un mistero viene accennato e fatto comprendere, senza didascalie inutili.

Riguardo la componente mistery, l'indagine è condotta in stile classico, l'atmosfera è quella del delitto in un cerchio ristretto di persone in un luogo misterioso e, secondo me, si può giocare abbastanza alla pari con i detective, arrivando anche a trovare il colpevole, anche se non sono riuscita a risolvere tutti i misteri.

Giudizio: gradevolissimo intrattenimento ⭐⭐⭐ 1/2


mercoledì 9 aprile 2025

Non vorrei mai smettere di leggere i racconti di Italo Calvino

 Potrei sbilanciarmi e affermarlo, senza troppa paura di dire qualcosa di esageratamente grosso, grave, una spacconata: forse Italo Calvino è il mio autore preferito.

Tutto, di questo scrittore, ancora non ho letto, ma ha una penna davvero magica. L'uso icastico che fa delle parole, la loro scelta così precisa, né fuori luogo, né superflua, mi lascia sempre a bocca aperta. Leggere i suoi racconti o i suoi romanzi è lasciarsi trasportare nella scena che descrive, varcare la porta di un'altra dimensione.

Calvino è fluido e immaginifico: descrive situazioni, ordinarie o meno, dalla fabbrica alla guerra, con un linguaggio che supera la prosa e spesso è vera poesia.

Una fortuna inaspettata per me è stata trovare nella libreria di mio padre una copia (presumo di mio nonno) de I racconti pubblicati da Einaudi nel 1958. Questa raccolta contiene moltissimo del lavoro di Calvino, quasi tutti i racconti scritti fra il 1945 e il 1958, che insieme a Prima che tu dica "Pronto" (Mondadori, 1993, 269 pagine), che contiene altri trentatré racconti, stavolta scritti fra il 1943 e il 1984, costituisce un discreto corpus di partenza. Tuttavia mi mancano ancora le raccolte Le città invisibili, Le cosmicomiche, Ti con zero, Sotto il sole giaguaro e altri racconti, presenti in altre pubblicazioni: per esempio la raccolta intitolata Amori difficili è presente dentro a I racconti di Einaudi, ma è poi stata ripubblicata a parte nel 1970 dalla stessa casa editrice e contiene altri quattro nuovi racconti (L'avventura di un banditoL'avventura di un fotografo, L'avventura di uno sciatore e L'avventura di un automobilista).


Ma che cosa contiene questa corposa antologia di 495 pagine?

Contiene cinquantadue racconti divisi in quattro libri, intitolati Gli idilli difficili, Le memorie difficili, Gli amori difficili, appunto, e La vita difficile, ognuno dei quali contiene un numero diverso di racconti.

Gli idilli difficili presenta trentadue racconti, composti fra il 1945 e il 1958, compresi dieci racconti con protagonista Marcovaldo, lo sfortunato operaio protagonista dell'omonima raccolta che uscirà col doppio dei racconti nel 1963, sempre per Einaudi.

La maggior parte di questi scritti tratta di avventure partigiane o comunque ambientate nella guerra o nel dopoguerra, spesso in contesti di scarsità di risorse e, probabilmente, è la mia sezione preferita. I racconti che ho preferito in questo "libro" sono Paura sul sentiero, Paese infido, La gallina di reparto e Furto in pasticceria.

Più incentrato sul Dopoguerra e sulla vita operaia sono tutti i racconti di Marcovaldo, La gallina di reparto e tutta la sezione Le memorie difficili, che è anche quella che mi è piaciuta meno, anche se contiene il racconto L'uomo nei gerbidi che ha una scrittura particolarmente delicata e immaginifica, con stupende descrizioni di paesaggi.

La, purtroppo incompleta, come accennato parte denominata Gli amori difficili contiene storie molto divertenti, alcune leggere, altre degne di suscitare riflessioni e, soprattutto, contiene un racconto che è un capolavoro per simmetria e per la facilità con cui riesce a evocare sentimenti, sensazioni che conosciamo per aver vissuto, ma che solo Calvino riesce a descrivere con poche parole e meno di quattro pagine: L'avventura di due sposi.

L'ultimo libro, La vita difficile, contiene tre racconti un po' più lunghi: La formica argentina, amaro e divertente, La speculazione edilizia, sinceramente per me quello meno riuscito dell'intera raccolta, e La nuvola di smog, anche questo amaro, ma che mi è piaciuto moltissimo. Il primo e l'ultimo di questi racconti sono stati inseriti ne Gli amori difficili pubblicato nel 1970.

Giudizio: complessivamente una raccolta che tutti dovrebbero leggere per conoscere la scrittura di Calvino, come cambia nel corso del tempo, come approccia temi diversi e a lui molto cari. Alcuni racconti naturalmente mi sono piaciuti di più e altri di meno, ma non avrei mai voluto terminarla. ⭐⭐⭐⭐ ½

Come Barbero, innamorata della straziante storia di amore de Il Maestro e Margherita

 Il Maestro e Margherita è il più noto e tormentato (scritto, bruciato, riscritto e poi pubblicato postumo nel 1967) dei romanzi di Bulgakov: mi sono convinta a leggerlo dopo averne sentito parlare (con molti spoiler) da Alessandro Barbero, che lo considera (almeno nelle interviste) il suo libro e la sua storia d'amore preferita. L'ho letto nell'edizione Einaudi (386 pagine).

[...] non può essere, i manoscritti non bruciano.


La storia è un intreccio di fatti che accadono a personaggi diversi: è un romanzo corale e ha una struttura straordinariamente moderna, cosa che mi ha colpito moltissimo.

Il primo libro si incentra sul personaggio del Diavolo, Woland, che compare a Mosca e compie una serie di mascalzonate, divertenti solo per il lettore, ai danni degli abitanti, assieme ai suoi accompagnatori, uno più eccentrico e cattivo dell'altro: Korov'ev, Azazzello, il gatto gigante Behemoth e Hella.

Il secondo libro (che mi è piaciuto di più) racconta invece le vicende di Margherita, l'amante del personaggio introdotto nel capitolo tredici (forse il più bello del libro), il misterioso e maledetto Maestro, che racconta la loro storia d'amore. La storia dei due, nella seconda parte, si intreccia a quella della diabolica gang, ma in realtà tutte le storie dei molti personaggi si intrecciano fra loro.

A queste linee narrative si aggiungono anche, frammisti agli altri, ma senza un ordine o una divisione precisa, i capitoli che costituiscono la storia romanzata di Ponzio Pilato, da un punto di vista inedito.

Questa parte è spesso stata considerata letterariamente la più interessante, ma io ho preferito quelle incentrate su Margherita, personaggio romantico e determinato, pronto per amore a qualunque cosa.

Di che cosa dunque aveva bisogno quella donna? Di che cosa dunque aveva bisogno quella donna nei cui occhi ardeva un incomprensibile focherello? Di che cosa dunque aveva bisogno quella strega, lievemente strabica da un occhio, che in quella primavera si era adornata di mimose? Non lo so, lo ignoro. Evidentemente essa diceva la verità, aveva bisogno di lui, del Maestro, e non d'una palazzina gotica, né di un giardino particolare, né di quattrini. Essa lo amava, diceva la verità.

Il Maestro è meno in primo piano della sua amante, ma è drammatico e struggente nei momenti in cui compare.

Si mise il berretto in testa [...]- Me l'ha cucito con le sue mani - aggiunse con fare misterioso.

I più originali personaggi, tuttavia, sono Behemoth, Korov'ev e Azazzello, non solo per il loro aspetto bizzarro, ma soprattutto per le uscite sopra le righe e inaspettate.

Ho spesso visto accostare a romanzo il realismo magico, ma non ce ne ho ravvisato le caratteristiche: gli interventi magici compiuti da Woland o dai suoi diabolici aiutanti sconvolgono Mosca e sono vissuti dalle vittime come eventi straordinari e inspiegabili. Sono rimasta anche un po' perplessa di fronte alla satanica potenza magica: in certe circostanze il Diavolo appare onnipotente, in altre il gruppo sembra dover ricorrere al raggiro del prossimo per ottenere qualcosa. Semplici esigenze narrative o voglia dei personaggi di divertirsi?

La scrittura è molto fluida e il libro scorre benissimo, regalando al contempo struggimento e divertimento. Non mancano, inoltre, spunti di riflessione sociali, anche sulla vita del periodo in Russia, a volte descritta mediante metafore. Sono quindi possibili più livelli di lettura, il che rende quest'opera complessa e completa.

Giudizio: si tratta di un'opera bellissima e particolare, non omogenea per struttura e contenuti, ma ciascuno può trovare qualcosa da amare all'interno di queste pagine che hanno comunque una prosa bellissima e intensa. La parte incentrata sui due amanti per me è un capolavoro, ma nel complesso sono leggermente più tiepida, solo per un minore interesse sugli altri temi ⭐⭐⭐⭐ 1/2

L'ospite di Dracula non mi ha convinta

 L'irlandese Bram Stoker (1847 – 1912) è noto principalmente per aver scritto Dracula nel 1897. Altre opere dell'autore sono meno note e, forse, c'è un motivo.

Tempo fa lessi nell'edizione Nero Press La tana del serpente bianco (The Lair of the White Worm, 1911) e rimasi abbastanza perplessa, in particolare dopo aver letto il finale e aver appurato che l'edizione era integrale e senza tagli.


Questa volta mi sono cimentata nella lettura della raccolta che prende il nome da L'ospite di Dracula: racconto ispirato a scritti di Sheridan Le Fanu e che avrebbe potuto essere il primo capitolo del romanzo che poi rese celebre Stoker. La storia, tuttavia prende fino a un certo punto: il focus è più sull'ambiente, sulla descrizione degli eventi atmosferici che non sugli accadimenti, che assumono un senso totalmente diverso solo con il plot twist delle ultime righe.

I racconti compresi all'interno sono quattro e, oltre al primo, sono presenti La Squaw, Il funerale dei topi e La casa del giudice, per un totale di appena cento o centoventi pagine (possiedo la raccolta in due edizioni: una recente della Newton Compton e la vintage 100 pagine 1000 lire).

La Squaw è un racconto brevissimo sulla vendetta, che assume tinte piuttosto crude e macabre, anche se era facile intuirne il finale.

Il funerale dei topi racconta una fuga da un ambiente squallido e di pericolo ed è il racconto che ho trovato più noioso e meno riuscito.

La casa del giudice è invece il classico racconto della casa infestata e, sinceramente, il racconto che ho preferito dei quattro, con un finale anche piuttosto inaspettato.

Devo ammettere con dispiacere che non ho trovato la lettura avvincente, a eccezione dell'ultimo racconto, che presenta una discreta suspense. Le atmosfere sono grottesche e orrorifiche, ma mi hanno confermato l'impressione tiepida sugli altri scritti di Stoker che mi ero fatta leggendo La tana del serpente bianco.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

Vitale Federici indaga al Teatro della Pergola

 Marcello Simoni, popolarissimo giallista storico italiano, che ha all'attivo più di trenta romanzi pubblicati, oltre a molti racconti e a saggi, con Il teatro dei delitti (Newton Compton, 224 pagine) aggiunge un secondo capitolo alla saga dell'investigatore Vitale Federici. 


Come ne La taverna degli assassini (il primo, che naturalmente leggerò dopo il secondo, come tradizione vuole), l'ambientazione è il Granducato di Toscana di fine Settecento. Stavolta, però, precettore e studente, Bernardo della Vipera, (un po' come Guglielmo da Baskerville e Adso) si trovano a seguire un'indagine al teatro della Pergola, durante la rappresentazione de Le feste d'Iside.

Al primo atto dello spettacolo, un urlo interrompe la messa in scena. Dal pubblico qualcuno ha visto nel retro del palco quello che sembra un omicidio e il duo inizia le indagini per capire cos'è successo, fra botole, quinte e i corridoi labirintici del teatro della Pergola di Firenze.

La particolarità dei romanzi di Simoni è la cura maniacale per l'ambientazione e Le feste d'Iside fu veramente messo in scena il 10 febbraio 1794. Il libretto dell'opera riporta anche i nomi con gli attori, librettista, scenografo, tutti resi personaggi che l'autore fa comparire nel romanzo, affiancandoli a quelli di finzione. Anche il teatro -peraltro bellissimo e ancora in attività, tra i primi teatri all'italiana- è descritto minuziosamente e devo ammettere che, per me, gran parte del valore di questo romanzo è stato proprio nella ricostruzione storica dell'edificio, dei costumi, dell'atmosfera della serata in teatro.

La trama mistery è interessante, soprattutto per la sfumatura a confine fra reale e immaginato che a un certo punto prendono gli eventi e lo svolgimento mi è piaciuto abbastanza: si mantiene fra interrogatori, colpi di scena piuttosto frequenti e comicità. La soluzione, tuttavia, è molto più semplice di quello che il sottotitolo del romanzo (Un giallo irrisolvibile) farebbe pensare: c'è proprio la scena con l'indizio in bella mostra nello stile de La signora in giallo.

Per quanto riguarda la scrittura, è piuttosto ben scritto e mantiene un ritmo incalzante: ha capitoli brevi, ognuno terminante con un colpo di scena (come dichiarò l'autore alla presentazione a cui assistetti all'Odeon di Firenze: più all'americana che alla Umberto Eco). Si tratta dell'aspetto che ho preferito meno: un po' affettato, mi ha stancata in poco tempo.

Giudizio: complessivamente lo reputo un discreto romanzo d'intrattenimento. ⭐⭐⭐