martedì 2 gennaio 2024

Com'è difficile recensire Moby Dick di Herman Melville

 Il celebre libro sulla famigerata balena bianca che turbava la mente dell'altrettanto famoso capitano Achab, interpretato da Gregory Peck nel film di John Huston del 1956 (adattato dal romanzo nientemeno che da Ray Bradbury), è citato continuamente in libri, film e telefilm.


Me lo sono ritrovata guardando The Whale e Una mamma per amica, quando Rory prende l'incipit per descrivere un suo bisogno di evasione, e, curiosamente, perfino mentre, in parallelo proprio a Moby Dick, stavo leggendo anche Il cardellino, quando Theo cita i tre ramponieri del Pequod.

Si tratta di uno dei primi grandi romanzi americani: Melville ne pubblicò due diverse versioni, una in Inghilterra e una negli USA, nel 1951. Mi domando se sia questo il motivo per il quale il libro è così celebrato dagli statunitensi, ovvero perché prima di Moby Dick c'era ben poco da accludere nella propria letteratura, dato che sono una nazione molto giovane, nata da appena 75 anni al momento della pubblicazione dell'opera.

Frecciatine a parte, è bene chiarire subito un punto: Moby Dick non è propriamente un romanzo d'avventura. È un saggio sulla pesca delle balene in cui ogni tanto c'è una digressione narrativa, un pezzetto della storia che serve come scusa per parlare di balene, baleniere, armi e metodi con cui si uccidono, si squartano e si usano le balene, orrendi dettagli compresi, e non il contrario.

Se qualcuno vi ha detto che Moby Dick è la storia dell'ossessione di Achab per la sua bianca nemesi con alcune digressioni un po' noiose e prolisse, non credetegli. Achab si vede poco, ma Moby Dick ancora meno, anche se la sua assenza è costantemente presente per i personaggi. È Melville per qualche ragione ossessionato con le balene: forse da bambino se non si comportava bene lo minacciavano di farlo mangiare a un capodoglio? Non lo so, ma di certo ogni dettaglio che le riguardasse, anche palesemente non corretto dal punto di vista scientifico, (no, Herman, non sono pesci e i tuoi contemporanei lo sapevano benissimo, ma te sei uno zuccone evidentemente), ce l'ha voluto raccontare.

La storia inizia da Ismaele, che è un personaggio reale soltanto nei primi capitoli, quelli che precedono la partenza del Pequod, dopodiché diventa esclusivamente cronista di quel che accade sulla nave e non parla praticamente più di quel che fa lui a bordo.

Ismaele si reca prima a New Bedford, dove incontra un personaggio straordinario, il ramponiere e cannibale Queequeg, di cui diviene amico. I due si dirigono poi a Nantucket, dove si imbarcano sul Pequod, una baleniera capitanata dal misterioso Achab, che nell'ultimo viaggio ha perso una gamba, strappatagli da una balena che l'uomo descriverà come dotata di raziocinio e capacità di pianificare attacchi mirati a uccidere i suoi cacciatori: un mostro dalla gobba bianca, dalla fronte rugosa, con molti arpioni piantati nel corpo, tra cui i suoi. Il viaggio di Achab, personaggio straordinario, dalla tempra inossidabile, è votato unicamente a trovare e a uccidere quel capodoglio, che alcuni chiamano Moby Dick. L'uomo è ossessionato dalla balena e trascinerà tutto l'equipaggio della nave nella sua folle caccia, votata, come il suo rampone bagnato nel sangue dei ramponieri (in un passaggio bellissimo del capitolo 113), al diavolo.


Nell'epoca in cui Melville scrive, la balena era ritenuta nient'altro che una creatura mostruosa e una fonte di olio da lampade o, al più, di carne. Non stupisce, quindi, che particolari agghiaccianti della fine di questi grandi cetacei, comprese uccisioni vane, o frasi come

"Perché in quei momenti vi trovate intorno più balene di quante possiate ammazzarne in una volta. Ma i capodogli non si incontrano tutti i giorni; se accade che ne incontriate, allora dovete ucciderne quanti più potete. E se non potete ucciderli tutti subito, dovete ferirli, in modo da poterli uccidere poi a comodo vostro."

che sono perfettamente normali per la sensibilità dell'epoca, risultino, però, abbastanza ostiche per la nostra.

Inoltre si tratta di un epoca razzista e forse dipende da questo che la creazione di un personaggio come Queequeg, che viene dotato di ascendenze reali e modi eroici, non esiti poi in niente più: il fatto che sia pagano e di una etnia che per i bianchi statunitensi era solo "di selvaggi" comporta che il suo ciclo narrativo venga abbandonato? Oppure Melville era superiore all'ideologia del suo tempo, ma la storia del portentoso Queequeg è sacrificata, come tutto il resto, alla furiosa grandezza di Achab?

Mi resta questo dubbio, anche se il finale mi ha sbilanciata verso la seconda ipotesi, ma non posso che accontentarmi delle ultime parole del capitolo 110.

Più o meno da quel capitolo, il romanzo cambia sensibilmente: giunge verso la conclusione e, dunque. il suo culmine. Entra in scena il dramma di Achab. Finalmente si prende la scena in modo pieno e alcuni capitoli, come il 123, il 128, il 129 e forse soprattutto il 132, sono veramente stupendi. In queste poche pagine, che forse valgono la fatica di averle cercate in tutte le altre, è raccontato in modo struggente fino a che punto la follia di Achab lo ha reso cieco a tutto e tutti e come la conclusione della storia fosse già disegnata e impossibile da modificare: un fato già segnato dal suo desiderio di vendetta.

Per questi sei capitoletti che ho adorato e che mi hanno emozionata, ci sono, però, nei primi tre quarti del libro, non meno di una trentina di capitoli veramente poco attinenti alla storia: si tratta dei capitoli che raccontano della classificazione delle balene o delle parti della baleniera o delle lance. Inoltre, prima della partenza del Pequod, molti capitoli sono destinati alle profezie bibliche sulle sorti del viaggio o alla messa, quella a New Bedford di Padre Mapple, interpretato nientemeno che da Orson Welles nel film di Houston.

Se non bastassero questi capitoli interamente dedicati a temi non inerenti la storia (oppure sì, è il caso dei riferimenti biblici, ma c'è comunque un abuso di metafore), anche nei momenti di racconto, Melville è prolisso, usa similitudini ogni pagina, e compie digressioni continue. Molti racconti sono interrotti da una precisazione, uno spiegone o un cambio di discorso. È plateale il caso del racconto del Town-Ho, in cui Melville abbandona la narrazione nel punto più interessante e succoso e si mette a parlare di canalesi e altro per più di una pagina, prima di tornare alla storia.

I dialoghi sono spesso incomprensibili o conditi da battute grezze (benedetti americani). Tutti quelli tra i marinai e spesso anche quelli degli ufficiali non mi piacciono e non mi divertono.

Ho letto il libro sulla traduzione di Pietro Meneghelli per Newton Compton Editori, ma alcuni capitoli li ho affrontati grazie all'audiolibro letto da Piero Baldini (che ha realizzato un'eccellente lettura) nella traduzione di Alberto Rossatti per Il narratore. Nessuna delle due traduzioni è malvagia, ma forse sarebbe interessante leggere quella storica di Cesare Pavese o quella di Ottavio Fatica per Einaudi, per vedere se i dialoghi migliorano. Sicuramente la lettura sull'edizione Mammut ha aggiunto fatica all'impresa a causa della ben nota compattazione grafica, che infatti impiega solo 474 pagine.

In ogni caso non sono tanto sicura di cimentarmi una seconda volta nella lettura, se non forse di qualche riduzione o di una breve selezione di capitoli, perché è stato faticoso, noioso e spesso ho saltato paragrafi e pure qualche capitolo.

Tuttavia non posso negare che il fulcro dell'opera è struggente, tormentato e bellissimo. In mezzo alle chiacchere, agli sproloqui e alla saggistica, Melville ha creato uno scontro immortale e non tanto tra un uomo e il suo nemico che soffia spuma, ma tra un uomo e sé stesso: qualcosa di meraviglioso, che strappa più di una lacrima.

Giudizio: devo dividerlo a metà, perché prendendolo nel complesso, in un unico giudizio, non sarei giusta con nessuna delle parti. Ho odiato la parte di "saggistica" a cui forse da sola non darei due stelle, ma mi sono piaciute le parte raccontate (l'incontro tra Ismaele e Queequeg, il racconto -per quanto interrotto- del Town-Ho, la storia della Rachele) e ho amato i capitoli già menzionati, a cui ne darei non meno di quattro. Vale la pena affrontare tutta l'opera per quel pugnello di pagine?

Non lo so, forse dovreste avere la pazienza di provare come me e decidere da soli, oppure seguire il consiglio che mi diede mia sorella (e che non ho seguito) di leggerlo in riduzione. Aveva ragione che non ci avrei perso nulla, ma io volevo scoprirlo da me.

Canto di Natale & Co: i racconti di fantasmi di Charles Dickens

 Charles Dickens non è stato un prolifico autore di storie di fantasmi, ma, periodicamente, nelle sue e in altrui riviste ha fatto uscire diversi e apprezzati racconti sul tema, il più famoso dei quali è senza dubbio, il Canto di Natale.

Questo dicembre mi sono immersa nell'atmosfera gotica e magica creata dall'autore inglese con Da leggersi all'imbrunire e Canto di Natale, primi miei approcci a questa illustre penna.

La prima è una raccolta, edita da Einaudi, di racconti apparsi in riviste o tratti da opere come Il circolo Pickwick.

I racconti variano molto per lunghezza e contesto. Alcuni sono proprio estrapolati da contesti più ampi e, talora, si nota. Alcuni sono più riusciti, altri meno, ma in tutti si ritrova una narrazione piacevole da seguire e un senso dell'umorismo inconfondibile. Per questo, molto più che essere spaventosi, i racconti sono soprattutto molto divertenti. Alcuni temi, come la promessa fra congiunti di tornare a farsi vivi dopo la morte, o l'apparizione di uno spettro a un conoscente proprio mentre il proprietario lasciava questo mondo, ritornano spesso. Si ritrovano anche nell'appendice conclusiva, dove sono riportati racconti di predecessori o coevi di Dickens, che analogamente a lui si erano cimentati con gli stessi topoi.

Il mio preferito, come atmosfera, dei racconti presentati in questa raccolta, è probabilmente il primo capitolo della La casa infestata, che promette un esperimento sull'osservazione delle presenze in una vecchia e abbandonata casa. Il tema precede molte altre produzioni a venire, tra cui per esempio L'incubo di Hill House di Shirley Jackson, ma ha un'evoluzione completamente diversa e più vicina a quanto assistiamo durante una delle apparizioni degli spiriti in Canto di Natale.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Ho giudicato la lettura estremamente piacevole e i racconti mi sono piaciuti quasi tutti.


Per questo mi sono buttata a capofitto subito dopo nella lettura dell'opera forse più nota dell'autore, prima ancora di Oliver Twist.

Ho letto Canto di Natale grazie all'abbonamento gratis per due mesi di Kindle Unlimited, nella bellissima edizione Rizzoli, illustrata da Iacopo Bruno.

Si tratta di un racconto lungo, la cui trama potrebbe anche essere superflua, poiché chiunque viene a conoscenza della storia prima ancora di mettere le mani sul libro. Da bambina ho visto non meno di tre differenti adattamenti animati di questo racconto: a partire dal più celebre Canto di Natale di Topolino della Disney, che ha avuto il genio di creare un vero Ebenezer in Paperon de Paperoni, passando per Concerto di Natale con i Flintstones e almeno una versione cantata che non riesco a ricordare con precisione, prima del film del 2009 che ha Jim Carrey come Scrooge. E non conto tutte le versioni che non ho mai visto, da Barbie ai Looney Tunes.

Ebenezer Scrooge, come il suo socio Marley, morto ormai da sette anni, è un uomo svuotato da ogni sentimento e interessato solo al profitto, che da buon taccagno non divide con nessuno, pagando una miseria anche il suo impiegato Bob Cratchit, che ha una numerosa famiglia da mantenere, tra cui un bambino malato e storpio (il celebre Tim). Una vigilia di Natale, però, riceve una spettrale visita, quella dello spirito di Marley, che si commisera per l'attuale sorte e gli offre una speranza di redenzione: gli appariranno altri tre spiriti, quello del Natale Passato, Presente e Futuro. Gli spiriti permetteranno a Scrooge di riflettere proprio su quanto gli era capitato, sulla situazione presente e su cosa potrebbe accadere un giorno. Da queste visioni, l'uomo trarrà molti insegnamenti per cambiare la sua vita.

Giudizio: una storia molto dolce e piena di speranza, che conoscevo già, e che infatti non viene mai cambiata nella sua trasposizione, probabilmente perché non gli occorre altro. ⭐⭐⭐⭐

giovedì 14 dicembre 2023

Marcovaldo: racconti divertenti ma strutturati di Calvino negli anni Cinquanta

 Il personaggio di Marcovaldo, sognante e sfortunato è uno dei più famosi della letteratura di Italo Calvino.


I racconti sono stati scritti nel corso del tempo: i primi tre nel 1952, altri tre nel 1953, due nel 1954, uno nel 1955, uno nel 1956 e così via altri sei, alternando sempre le stagioni (da qui il sottotitolo Le stagioni in città) fino a pubblicare la raccolta completa nel 1963.

Marcovaldo è giunto in città da giovane, lavora in una fabbrica come manovale e ha una numerosa famiglia: sono le sue avventure e quelle dei suoi figli a essere raccontate nei vari episodi, uno più delizioso dell'altro. Il mondo della città, tuttavia, gli è stretto: osserva la poca natura che incontra ed è più attento a questa che al grigiume cittadino che lo circonda. L'episodio in cui porta a spasso per la città con il motorino la pianta della ditta perché possa beneficiare della pioggia, come se rincorresse un sogno o un'idea e non la pioggia, è uno dei passi più poetici che abbia mai letto.

"[...] e, per vie e corsi e piazze, Marcovaldo rincorreva la sua nuvola, curvo sul manubrio, imbacuccato nel cappuccio da cui sporgeva solo il naso, col motorino scoppiettante a tutto gas, tenendo la pianta nella traiettoria delle gocce, come se lo strascico di pioggia che la nuvola si tirava dietro si fosse impigliato alle foglie e così tutto corresse trascinato dalla stessa forza: vento nuvola pioggia pianta ruote."

Molti passi sono contrassegnati da una scrittura splendida, da una scelta lessicale felice per ricchezza, assonanza e significato, anche nel semplice descrivere il passaggio di una mandria, un paesaggio innevato, il movimento di una gru, eppure sempre scegliendo parole semplici, di uso comune.

"La fila di secchi delle draghe salivano diritti e scendevano capovolti, e le gru sollevavano sul lungo collo un gozzo da pellicano stillante gocce della nera mota del fondo."

Con uno sguardo scanzonato e giocoso, Calvino mette in scena delle trovate semplici e geniali a un tempo. Partendo dalla descrizione di piccole cose, come dei funghi, la vita notturna della città, un supermercato, il racconto evolve in modi imprevedibili, paradossi, brillanti.

Pur essendo quasi tutti racconti agrodolci, nei primi la fa da padrona l'ironia (ho riso tantissimo per La città smarrita nella neve, La cura delle vespe, Il coniglio velenoso), mentre nell'ultimo ciclo prevale il senso d'amarezza. Camuffate da fiabe per bambini, Calvino descrive impietosamente la sua società: il consumismo, la povertà della classe operaia, le condizioni di vita del manovale che vive in condizioni di sovraffollamento in una stanzuccia seminterrata con uno stipendiucolo che non basta a sfamare e scaldare la famiglia. Le prime disavventure di Marcovaldo sono tutte alla scoperta di modi per sbarcare il lunario. Marcovaldo insegue le tracce della Natura, schiacciata dall'asfalto e dal cemento, per cercare di portare in tavola il sostentamento dei suoi, ma in città non è sopravvissuto nulla che possa aiutarlo e ogni episodio si conclude con un finale tragicomico.

Gli ultimi episodi sono quelli più malinconici della serie e si sente la denuncia sociale meno mascherata: la tristezza per la cementificazione a oltranza della città, che non lascia più niente di verde e di bello intorno a sé, la critica al consumismo fine a sé stesso.

"Tutti erano presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri [...] e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra tredicesima mensilità e ore straordinarie. Con quei soldi avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio."

Giudizio: divertente, sognante, romantico e, nonostante la sua apparente leggerezza, profondo ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 28 novembre 2023

Che genere di romanzo è Il monaco di Matthew Gregory Lewis?

 Il Monaco di Matthew Gregory Lewis è un libro ben strano.


Se Lewis, diplomatico inglese coevo e conoscente di Byron e Shelley, non l'avesse scritto in dieci settimane, durante le quali si trovava all'Aja, i vari stili che si ravvedono nelle tre parti che lo compongono avrebbero fatto pensare a una genesi molto più lunga.

Critici letterari più competenti di me hanno già esposto il perché questo romanzo sia stato a lungo dimenticato prima che tornasse in auge per gli elementi gotici che lo caratterizzano. Così spiega Mario Praz nell'introduzione -tutta spoiler- che si legge già sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi del 1970 che ho preso in biblioteca per partecipare a un gruppo di lettura sul romanzo gotico, per l'appunto.

L'edizione non brilla neanche per la traduzione. Comunque vuoi per colpa di questa, vuoi perché era proprio Lewis che scriveva così, questo libro mi sembra proprio diviso in tre parti completamente diverse, ma andiamo in ordine.

La storia verte su tre "coppie" di personaggi principali, introdotti un po' per volta nel primo volume. Da un lato abbiamo la storia di Lorenzo de Medina, che si innamora della bella Antonia, figlia di Elvira, moglie di un nobile ripudiato dal padre proprio per via del suo matrimonio; dall'altro abbiamo Raimondo de las Cisternas, proprio cognato di Elvira, innamorato di Agnese, sorella di Lorenzo. Per l'appunto e casualmente, le strade di queste coppie si incrociano e il romanzo racconta le loro disavventure. La terza coppia di personaggi, che chiude il quadro, è quella del religioso da cui deriva il titolo del libro e del suo complice e tentatore. L'avvio del primo capitolo, infatti, ci mostra un cappuccino Ambrosio, venerato come santo a Madrid, che predica nella chiesa dove (che casualità proprio!) si conoscono Lorenzo e Antonia. Alternata a quella degli altri personaggi, si dipana nel libro anche la sua storia: quella di una perdizione. Da uomo considerato puro, illibato, estraneo a tentazioni e al peccato, a poco a poco precipita in una spirale sempre più profonda e ripida di corruzione. Procedendo in modo graduale Ambrosio cede prima a peccati più lievi, poi via via più gravi, preceduti da esitazione, tentennamento e seguiti da rimorso e costrizione, ma questi sempre minori man mano che perde il rispetto di Dio e del mondo. Vedendo che nel peccare non riceve punizione, rinnega uno alla volta i suoi primordiali ideali, vigliaccamente pensando che comunque ha "solo fatto questo" o "solo fatto anche quest'altro", ma che tutto sommato non va tanto male.

Mi è piaciuta la descrizione di questo processo, proprio graduale, di compromissione della sua integrità, in precedenza tanto vantata. Tuttavia la parte che ho preferito nel romanzo è quella cavalleresca-avventurosa che riguarda Raimondo e che comprende tutti i capitoli terzo e quarto. Questa limitata parte è simile ai romanzi di cappa e spada e, come genere, mi ha fatto tornare in mente Ivanohe o certe parti dei Promessi Sposi (che non è di molto successivo e che riguardo la Monaca di Monza può persino essere stato influenzato) o dei Tre Moschettieri, eccetto che per l'introduzione del primo degli elementi gotici, una storia di spettri.

Nei capitoli precedenti, soprattutto nel secondo, ma anche nella descrizione delle sensazioni di fronte ad Ambrosio, a essere proprio onesti, ci ho trovato alcune caratteristiche dell'harmony (che poi è il motivo per cui è stato messo da parte e considerato uno scandalo ai tempi in cui fu scritto). Questa parte l'ho trovata scritta male, con un brutto stile e non mi è piaciuta per niente.

Il libro però poi cambia ancora e col terzo volume diventa improvvisamente molto crudo (e lo diventa sempre più) e si susseguono una serie di orrori ai quali non ero preparata, dato il tono molto diverso dei capitoli precedenti, che mi avevano appunto fatto pensare alla classica storia cavalleresca in cui tutto sembra andar per il peggio, ma alla fine arrivano i buoni e la situazione volge al meglio. Alla fine l'ordine delle cose è ripristinato, ma non come mi sarei aspettata. 

Riguardo alle idee che Lewis lascia trapelare nella scrittura, o che per lo meno a me è sembrato di cogliere, da un lato abbiamo una certa avversione nei confronti delle figure religiose, qua rappresentate in buona parte come corrotte, cattive e ipocrite, fintamente devote, ma in realtà operanti solo per proprio tornaconto, per ricchezza o comunque contro i principi della vera religione. Il biasimo sembra comunque comprendere anche la superstizione, la credenza in santoni o reliquie magiche.

"Sapendo che tra coloro che cantavano le lodi del loro Dio con tanta dolcezza ve ne erano alcune che ammantavano con la devozione i più orrendi peccati, i loro inni non gli ispiravano che abominio per tanta ipocrisia. [...] Il suo buonsenso gli aveva rivelato gli artifici religiosi, la grossolana assurdità dei loro miracoli, dei loro prodigi, delle loro false reliquie."

Dall'altro lato c'è un tema che non poteva essere trattato diversamente per l'epoca in cui è stato scritto. A un certo punto è messa in bocca a una donna una frase che sarebbe stata molto all'avanguardia:

"Colpa hai detto? In cosa consiste, la nostra, se non nell'opinione di un mondo malevolo?"

Peccato che il personaggio è condannato dalla narrazione: si tratta di una strega, di una tentatrice, da ritenere colpevole e da punire. E questa colpevolizzazione della libertà femminile (anche se il contesto è più complesso di come lo descrivo adesso, limitandomi per non fare spoiler - a differenza di Einaudi) cade anche su un altro personaggio. Se dapprima è descritto un rapporto pre-matrimoniale individuando nell'uomo il seduttore, dopo è la moglie a dover rassicurare il marito che non l'avrebbe mai più ceduto a certe brame. Inoltre ogni macchia, ogni colpa di una donna in questo senso non è perdonata. Le prove sono cancellate. Non c'è altra soluzione a parte un matrimonio riparatore e se non può esserci, è il personaggio che è cancellato.

Qua ancora mi viene in mente che l'autore scrivendo abbia stabilito via via cosa far capitare e che non avesse le idee chiare inizialmente. Così si spiegherebbe il brusco cambio di stile e perché una certa situazione che era sempre stata sventata, poi invece si è concretizzata (lasciandomi sbigottita). Ci sono poi alcuni personaggi inseriti all'inizio e mai più comparsi e anche personaggi non introdotti inizialmente e poi calati in tutta fretta e fatti accettare al lettore a forza, per sistemare il cambio di rotta.

A cambiare con estrema velocità sono anche i sentimenti dei personaggi, quelli di Ambrosio soprattutto, che è proprio volubile, rendendosi quasi ridicolo, un vero fantoccio preda di ogni istinto, di ogni colpo di vento, sempre più forte della sua volontà, dei suoi cosiddetti principi.

Venendo agli elementi gotici, questi sì, ci sono: dapprima solo nella narrazione di Raimondo, un elemento isolato. Poi compare la magia (nera naturalmente). Infine donne sepolte vive come se piovesse.

La scrittura è comunque scorrevole e nel narrare l'azione Lewis è stato abile a tenere il lettore incollato alla pagina. Oltretutto l'autore cambia il focus su un personaggio proprio sul più bello. La storia ricorda un po' una telenovela spagnola per qualche dinamica familiare e sentimentale, peccato che poi volga in tragedia. La stessa ambientazione spagnola forse non è un caso: fatti così incresciosi era meglio farli apparire distanti ed esotici.

Giudizio: se non si fosse capito non m'era piaciuto. Si salva certo qualcosa, soprattutto la scorrevolezza e la presa delle vicende. Volevo davvero conoscere la fine delle vicende di Raimondo. Tuttavia non mi è piaciuta per niente la prima parte e sono rimasta turbata dalla terza. La novità o la bontà rappresentata dall'atmosfera gotica non mi basta a salvare questo pasticcio di generi.

sabato 25 novembre 2023

Il tema dell'identità in Uno, nessuno, centomila

 Il teatro di Pirandello mi ha sempre offerto sulla carta o sul palco storie meravigliose, originali, ingegnose, in grado di illustrare paradossi dell'animo e della società. Inoltre propone modelli innovativi di teatro, di messa in scena; fa da apripista a un metateatro che influenzerà molto gli scrittori suoi conterranei dopo di lui. Si pensi ai Sei personaggi in cerca di autore e alla sua influenza su Riccardino di Andrea Camilleri, che ha chiuso la serie di romanzi del commissario Montalbano in base a questa filosofia (ma in modo del tutto insoddisfacente per me).


Il teatro pirandelliano l'ho scoperto soprattutto da adulta, recandomi alla Pergola a Firenze, mostratomi da attori come Gabriele Lavia o Sebastiano Lo Monaco. Ma i romanzi e le novelle di Pirandello, invece, mi sono state insegnati a scuola, al liceo, a opera di un'insegnante che non mi ha mai trasmesso nessun amore per nessuno degli argomenti trattati in quel contesto. Sono stata fortunata a essere già stata interessata dalla letteratura prima di incontrarla e a portare avanti le mie passioni a prescindere da lei.

Così accade che il secondo romando di Luigi Pirandello che ho letto (dopo Il fu Mattia Pascal a scuola che mi piacque, ma non abbastanza da non meritare una seconda lettura riparatrice) è Uno, nessuno, centomila alla veneranda età di 33 anni.

Acquistato molti anni fa, poiché in una edizione economica della Giunti, solo in una sfida di lettura di 7 libri in 7 giorni, ho colto l'occasione di recuperarlo.

La storia è famosa: guardandosi allo specchio Vitangelo Moscarda nota per la prima volta un piccolo difetto del naso e scopre che la moglie conosceva perfettamente quell'aspetto e molti altri che lui non conosceva. Moscarda si rende dunque conto che l'aspetto che lui immagina per sé non è quello che gli altri hanno in mente di lui. Si scatena così una serie di riflessioni, che occupano soprattutto la prima parte del libro, sulla soggettività delle impressioni che ognuno ricava dall'immagine e dal carattere di una persona, che genererà tante "persone" quante sono gli individui che hanno a che fare con quella persona e che da essa ricavano impressioni sempre diverse e personali.

Questo aspetto filosofico sull'identità e sull'impossibilità di cogliere mai l'interezza dell'altro (e con cui esso possa riconoscersi) e nemmeno di sé stesso, generando immagini sempre diverse e incomplete di qualcuno mi ha incantata. Non solo è di mio interesse, ma è anche scritto e spiegato benissimo.

La seconda parte del romanzo tratta invece delle conseguenze di queste riflessioni di Vitangelo sulla sua vita: questa parte mi è piaciuta meno e ha un finale piuttosto triste, eppure coerente.

Giudizio: ho adorato tutta la parte psicologica del romanzo e ho trovato geniali e a volte divertenti molte riflessioni. ⭐⭐⭐ 3/4

Il primo libro della trilogia di Fairy Oak: il segreto delle Gemelle

Non disdegno mai la letteratura per l'infanzia e per ragazzi, che solitamente riempie gli occhi di mondi incantati, ambientazioni immaginifiche e buoni sentimenti, che sono poi il motivo primario che mi spinge a ricercarla: leggere testi in cui nobili valori sono insegnati ai giovani protagonisti in formazione mi fa sentire confortata, al sicuro, serena. Così mi sono tuffata contenta in questa saga scritta dalla nostrana Elisabetta Gnone, creatrice di universi fiabeschi come quello di W.I.T.C.H. Come questo fumetto, anche la saga di Fairy Oak ha conosciuto ampio successo e non solo in Italia.


Vaniglia e Pervinca Periwinkle sono due gemelle che abitano con la loro mamma Dalia, il loro papà Cicero e loro zia, la celebre Strega della Luce, Lalla Tomelilla, in un villaggio dove vivono in pace abitanti magici e non magici: Fairy Oak.

La storia è raccontata dalla fata-tata, Felì, diminutivo del reale nome Sefelicetusaraidirmelovorrai (leggere i nomi completi delle fate è uno dei piaceri di questa lettura e questo è particolarmente simpatico perché si declina a seconda di chi parla). Questa fata è assunta nella famiglia Periwinkle prima della nascita delle gemelle, perché le vigili e le protegga. Suo compito di baby sitter è anche di scoprire se le ragazze dimostrano segni di magia e di relazionarlo ogni sera alla sua datrice di lavoro, Tomelilla, da cui eventualmente potrebbero ereditare i poteri magici.

In meno di trecento pagine (nella mia edizione Salani 279) siamo catapultati nel mondo allegro di Fairy Oak, con i suoi caratteristici abitanti e i loro usi. Questo primo libro introduce i personaggi e il contesto in cui si ambienteranno i due successivi capitoli, ma non è privo di un po' di azione (a dirla tutta sul finale mi ha anche emozionata). Non tutto, infatti, scorre tranquillo fra lezioni, feste di compleanno, innamoramenti e ripicche a Fairy Oak: un oscuro pericolo incombe e coinvolgerà tutto il villaggio.

Le gemelle sono proprio come il giorno e la notte e su questa caratterizzazione degli opposti si gioca tutto. Tuttavia nessuna delle due incontra la mia simpatia: in quanto bambine, prima di tutto, sono leggere e disobbedienti (il che sarebbe a loro favore, se non fossi un'adulta e dunque non riuscissi a immedesimarmici).

Vaniglia, detta Babù, è gentile, ma impacciata e tende leggermente verso il vittimismo, che è quanto mi dispiace del personaggio. Apprezzo invece la sua mania nei confronti degli oggetti, che me la rende vicina.

Pervinca invece non mi piace proprio: per differenziarla dalla femminile Vaniglia (proprio uno Yin), la descrivono più spavalda e maschile (Yang), anche un po' scontrosa.

Come già detto, questa differenza grossolana occorre alla trama, però avrei preferito se la loro caratterizzazione le avesse differenziate senza ricadere proprio in questo contrasto bianco-nero quasi taoista. Anche gli altri personaggi sono abbastanza poco sfaccettati, ma forse ancora non si è entrati nel vivo della storia. Felì tende a essere perfettina, è un modello di fedeltà e responsabilità. Ho avuto più simpatia per Cicero, per Tomelilla e per il Mago del Buio Duff, il cui nipote ho trovato, invece, abbastanza scialbo e privo di una vera caratterizzazione (ma appunto, forse è solo presto).

La scrittura di questo libro è scorrevolissima e piacevole. Il linguaggio incontra il mondo fatato e se ne fa portatore. Sono molto curiosa di leggere il prossimo volume e inizierò presto!

Giudizio: piacevole, una serena lettura ⭐⭐⭐⭐

giovedì 23 novembre 2023

Il primo libro di Stefano Tura e il suo sequel a distanza di vent'anni

 Da qualche anno seguo le edizioni di Cesenatico Noir, festival della località romagnola che ospita gli interventi di autori che presentano i loro libri gialli, thriller e noir e molto altro. Il direttore artistico e presentatore del festival è il giornalista bolognese Stefano Tura, che è stato per anni corrispondente dall'estero di testate giornalistiche importanti e della Rai.

Nel corso del festival è possibile acquistare e farsi autografare i libri degli autori e molte librerie di Cesenatico partecipano comunque alla manifestazione mettendo a disposizione copie già firmate: è con una di queste copie che ho conosciuto la scrittura di Stefano Tura.

Ho scelto il suo romanzo d'esordio, Il killer delle ballerine, scritto ben 22 anni fa, nell'edizione che conteneva anche il breve sequel scritto nel 2020, L'ultimo ballo. Trovavo interessante poter osservare l'evolversi della scrittura di uno scrittore a circa 20 anni di distanza.


Sono rimasta dunque molto delusa da quanto ho trovato leggendo: lo stesso Tura, al termine del primo romanzo, ammette che non ha modificato nulla nella riedizione del testo, anche se avrebbe potuto migliorarlo.

Nella riviera romagnola all'apice del suo lustro, tra cubiste bellissime di discoteche scintillanti, si aggira qualcuno che toglie la vita ad alcune di loro. Si tratta di omicidi terribili, crudi, raccontati con dovizia di particolari (pure troppo per i miei gusti). Il giornalista Luca Rambaldi si aggira anch'egli sulle scene dei delitti e ottiene il permesso di intervistare l'uomo che era già stato arrestato per quegli omicidi, che però non si sono mai fermati.

Cosa non funziona in questo thriller? 

Non mi piace la scrittura, soprattutto i dialoghi, che sembrano sempre un po' finti e banali.

Questo è il principale problema, ma la struttura non è migliore: il protagonista "fa cose", il killer gli fa minacce che palesemente non attuerà mai perché l'autore l'ha rivestito di una plot harmor spessissima. Più volte ha l'occasione di acciuffarlo, ma Luca gli scappa in modo quasi imbarazzante. Inoltre il killer compie un rapimento che non ha alcun senso e che non gli porta alcun giovamento. Mi è piaciuto così poco che quando ho letto L'ultimo ballo, a distanza di due mesi, nemmeno ricordavo il finale.

Il sequel è molto breve e, dunque, c'è poco margine per giudicare, ma lo stile non sembra cambiato drasticamente e la storia lascia abbastanza a desiderare (l'assurdità del movente è imbarazzante).

Nel sequel si ripetono le stesse dinamiche, compreso il finale, che prevede il colpevole sproloquiare e raccontare la storia della sua vita e le sue ragioni per il tempo necessario a far arrivare la cavalleria. Già. Spoiler: le dinamiche sono precisamente identiche nei due finali e i personaggi non si salvano da soli nessuna delle due volte. 

I personaggi sono gli stessi del primo libro, ma è davvero deprimente vedere quale storia Tura ha scelto per i vent'anni che hanno trascorso fuori dalle pagine. Sono storie triste e per due di loro quasi uguali. Il personaggio di Luca, che era stato l'incredibile eroe del primo libro ha un destino non solo avvilente, ma anche tirato via: non ha lo spazio necessario per chiudere il suo ciclo parlando con gli altri personaggi. Peggio ancora Carmen, che ha un numero di parole pronunciate pari a quelle di una comparsa e non viene spesa nemmeno una parola per la sua situazione alla fine del libro.

I delitti sono solo due, con vittime molto diverse l'una dall'altra, così che non si capisce perché dovrebbero collegarli insieme e perché dovrebbero ricordare ai protagonisti immediatamente i crimini di 20 anni prima. Il passato in cui è ambientato il primo romanzo è rievocato in tono nostalgico.

Un'altra cosa che non mi ha soddisfatta è che in entrambe le storie le forze dell'ordine sono sempre rappresentate in modo negativo, senza appello: è tutto troppo generalizzato, con i cattivi che appaiono cattivissimi e i buoni troppo maltrattati.

Se devo trovare un solo aspetto positivo, soprattutto nel sequel, è l'accento positivo LGBTQ+, anche se buttato un po' lì, come ogni cosa di questo racconto.

Giudizio: banali, scritti male, struttura e moventi poco curati, crudi ⭐

sabato 18 novembre 2023

Country Zombie Apocalypse: un racconto lungo tra horror e grottesco

 Quando mi è stato proposto di leggere Country Zombie Apocalypse ho pensato che un racconto incentrato su degli zombie sarebbe stato decisamente fuori dai miei schemi, quindi ho subito accettato.

E ho fatto bene.


Filippo Santaniello è uno sceneggiatore che ha lavorato con registi italiani e stranieri e ha riscosso successo col film The Slider. Recentemente si è anche cimentato nella scrittura di racconti horror trash che costituiscono una piccola saga ambientata tra le colline umbre ed edita da Delos Digital.

In Country Zombie Apocalypse i protagonisti sono un giovane adolescente, Alessandro, e i suoi nonni: vivono in una cascina in campagna e hanno appena messo su un'attività. A causa di un'epidemia in corso, è stato infatti sviluppato un vaccino, che causa però la morte degli immunizzati e la loro resurrezione in forma di affamati zombie. Poiché Al è il solo a possedere una vasta cultura cinematografica e fumettistica in materia di zombie, è anche l'unico a cui potersi rivolgersi in caso di attacco da parte dei redivivi. Lui e nonno Iginio, vegliardo avvinazzato, ma tostissimo, costituiscono il braccio armato (la loro vestizione finale da eroi con "gli attrezzi del mestiere" è divertentissima), mentre la nonna Clotilde è la centralinista che risponde da casa alle richieste di soccorso.

Adoro che gli "attrezzi" e i metodi che servono a eliminare gli zombie e a "rimetterli a posto" siano tratti dal contesto di vita di Al e famiglia.

"Aggrovigliati alle maglie del retino ci sono ancora ciuffi di capelli strappati, incrostazioni organiche sui rebbi arrugginiti del forcone e sangue rappreso sulle lame del troncarami".

La storia è molto divertente e gira in chiave ironica gli elementi delle storie di zombie, compreso il classico attacco della moltitudine di morti viventi. Molte scene sono grottesche, ma la violenza splatter,  in realtà, si volge con genialità in commedia.

La scrittura mi è piaciuta molto: oltre a essere scorrevole, è lessicalmente curata e immaginifica. Il racconto si dipana nella mente come una pellicola ed è impossibile staccare gli occhi dalla lettura. I personaggi sono simpatici e ben descritti e i dialoghi funzionano molto bene. Un'ora di lettura di puro divertimento.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 13 novembre 2023

Il fantasma dell'Opera di Gaston Leroux

Il famoso fantasma dell'Opéra Garnier di Parigi, di cui tutti parlano e che aleggia tra i corridoi e le quinte del teatro, è il mostro che ha ispirato lungamente la fantasia di lettori e cineasti.


Nella storia di Gaston Leroux, che inizialmente uscì a puntate, il teatro dell'Opéra è infestato da presenze ed eventi oscuri e misteriosi: si vocifera che ci sia un fantasma mascherato, una presenza sinistra che fa capitare brutte sciagure e che infastidisce i direttori del teatro. Inoltre pare che di punto in bianco la giovane cantante Christine sia diventata la cantante più talentuosa dell'entourage, ma che si comporti anche in modo strano e di questo si accorge il giovane visconte Raul Chagny, amico di antica data della ragazza. C'entra il fantasma con le talentuose doti di Christine e con i periodi in cui scompare? Cosa c'è dietro al mistero del fantasma?

Il mostro è connotato quasi sempre negativamente, siamo messi in guardia dalla sua malvagità. Tuttavia in alcuni momenti emerge anche il senso di solitudine e di ingiustizia che subisce questo personaggio e il suo disperato bisogno di essere amato, come ognuno di noi.

"Avevo soltanto bisogno di essere amato per diventare buono!"

Ma l'amore del mostro per Christine è giusto? La lascia libere di scegliere o è frutto di inganno e costrizione? Possiamo chiederci se lei lo amerebbe se non fosse mostruoso, ma anche se la sua mostruosità (e la conseguente ripulsa) dipendono effettivamente dalla malformazione fisica oppure dal decadimento morale.

Nel 1925 Lon Chaney ideò il trucco più iconico del mostro, che interpretò lui stesso. Nel più recente musical del 2004, invece, l'aspetto è molto più addolcito e Gerard Butler indossa solo metà maschera a nascondere le sue deformità. Nel testo di Leroux l'aspetto è ancora più orrorifico, ma solo Christine potrà vederlo. 

Narrato da più punti di vista (terza persona, punto di vista dei direttori -siparietto comico del libro-, taccuini del Persiano), la storia del Fantasma mi è piaciuta, ma lo stile di scrittura, che si serve spesso del racconto che riassume vicende già trascorse al lettore, limitando dialoghi e scene d'azione, salvo che nell'ultima parte, non mi ha totalmente soddisfatta. Come stile è certamente tipico del periodo Ottocentesco, però è anche vero che altri autori del periodo sono stati più talentuosi nella scrittura.

Leroux ribadisce più volte che la sua ricostruzione si appoggia su fonti e su fatti realmente accaduti e descrive anche particolari che si dovrebbero ancora vedere all'Opéra.

Tuttavia rimane un libro carico di fascino, romantico e assolutamente da leggere una volta nella vita.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

domenica 12 novembre 2023

Il volto del male raccontati da Stefano Nazzi

 La narrazione di Nazzi la conosciamo bene per il podcast Indagini e il giornalista lavora nel campo della cronaca nera da anni.

Ho sempre apprezzato il suo modo di raccontare la "Nera", senza sensazionalismi, senza fare pornografia dell'orrore e forse può farlo anche grazie alla serietà del quotidiano per cui lavora, il Post, per il quale ha sempre dimostrato la sua stima.

Quest'anno Stefano Nazzi ha pubblicato anche un libro, Il volto del male, che tratta di famosi casi di cronaca italiana (come quello di Ludwig o ancora quelli delle Bestie di Satana o del Circeo, ma anche quelli di Bilancia e di Chiavenna) e di casi meno famosi (personalmente non conoscevo quello del Mostro di Foligno o, quello che più di tutti mi ha fatto ghiacciare il sangue nelle vene, quello della coppia dell'acido).


Alcuni casi mi erano già noti per averli ascoltati dalla voce di Nazzi oppure da altri podcast, come Nero come il sangue di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, e programmi televisivi, sempre di Lucarelli.

In totale sono dieci storie che raccontano gli eventi principali dei fatti e delle indagini e cercano di ravvisare i possibili motivi e i retroscena che hanno spinto i criminali a compiere quei gesti. In effetti è un viaggio nel Male e non solo per le storie tristi dei protagonisti, vittime e carnefici, che lo sono diventati perché nel loro passato eventi traumatici li avevano segnati o solamente si era insediato un seme nefasto. In molti casi miseria o violenze o disturbi mentali fanno parte del vissuto dei colpevoli, ma non è sempre così, come nel caso di Chiavenna.

In molti di questi casi la scelta delle vittime è del tutto casuale, priva di movente, dettata semplicemente da circostanze favorevoli o da fugaci impressioni o impulsi casuali. Addirittura, nel caso degli attacchi con l'acido, una delle vittime non era neppure quella designata dagli aguzzini, bensì uno scambio di persona. Questo aspetto mi ha messo i brividi e fa comprendere come chiunque di noi aveva la stessa probabilità delle vittime di trovarsi sulla strada del mostro.

In presenza o meno di una parvenza di movente, sono strazianti anche le storie delle famiglie o dei sopravvissuti, come quelle di Stefano Savi e Pietro Barbini, di Donatella Colasanti o del signor Tollis, che ha cercato il figlio per sei anni ai concerti metal di tutta Europa.

Dieci storie strazianti, ma necessarie per ricordare le vittime e i loro cari e per non essere disinformati: conoscere e approfondire questi casi significa anche conoscere la nostra società e, a volte, può metterci in guardia davanti ai segnali del pericolo.

Giudizio: stile di scrittura piacevole e scorrevole, storie interessanti e dolorose ⭐⭐⭐⭐

giovedì 28 settembre 2023

L'estate in cui fiorirono le fragole: un po' troppo melenso

 Ebbene, sono di parte: non mi piacciono né le storie melense, né i romance, così non c'è da stupirsi che appena ho terminato questa lettura, L'estate in cui fiorirono le fragole di Anna Bonacina (Sperling & Kupfer, 274 pagine), mi sono fiondata a leggere storie di assassini.


Copertina e trama riportata sulla sovraccoperta mi avevano fatto sperare in una storia ambientata in un paesino pittoresco, popolato di personaggi eccentrici e di avvenimenti sorprendenti e queste aspettative sono state soddisfatte pienamente: mi sono piaciuti i personaggi, anche se sono abbastanza tagliati con l'accetta, mi sono piaciute le loro vicende, mi è piaciuto Tigliobianco. Non mi è piaciuta tutta la parte della storia d'amore dei due protagonisti: cliché puro, melensaggine da capogiro, frasi trite e ritrite e soprattutto, ma che valori ha questa protagonista/scrittrice?

Priscilla è infatti una scrittrice famosissima di romanzi harmony ferita dalla vita sentimentale che incontra il famoso "Blocco" della pagina bianca e parte per un paesino sperduto per trovare la concentrazione. A parte lo stereotipo della mamma che cerca di trovarle per forza uno spasimante (come se fosse un presupposto necessario e sufficiente per essere realizzati), la descrizione del chirurgo plastico è agghiacciante. Cesare è il classico dongiovanni che non vuole legami e questa caratteristica è restituita come se fosse un aspetto positivo (segue momento di incredulità), salvo poi trovare la scrittrice la donna della sua vita per motivi non definiti e legarsi in modo stabile per qualche ragione ancora meno comprensibile visto che fino a quel momento era sempre fuggito di fronte al profilarsi di un fidanzamento. Il corteggiamento e il fraintendimento con conseguente riparazione tipici di queste storie sono abbastanza scontati e non vedevo l'ora di superare quei capitoli durante la lettura.

Invece le storie di Tigliobianco, paese natale di Cesare e in cui va a rifugiarsi Priscilla, sono graziose, anche se non proprio originalissime: ci sono le anziane che si fanno la guerra da decenni, le pettegole, diversi bambini e adolescenti variamente simpatici, vecchie chiuse in casa, clochard che girano con misteriosi carrelli, ma soprattutto una ricetta scomparsa di una torta alle fragole che fa da pernio per la vicenda.

La scrittura è spesso colloquiale, molto semplice, scorrevole. I personaggi sono abbastanza rigidi, a parte Priscilla e Cesare che oscillano fra diverse inclinazioni del loro carattere: essere assertiva, essere passiva; voler essere una farfalla che svolazza fra molti fiori, desiderare un legame stabile.

Giudizio: complessivamente si legge in modo scorrevole, ma resta un po' pissero e detestabile (almeno per me) nella sua parte melensa ⭐⭐⭐

giovedì 21 settembre 2023

Il lato giallo di Bradbury: Assassino, torna da me!

 Dalla biblioteca di mio nonno, alcuni anni fa, è emersa una raccolta di racconti selezionati da Alfred Hitchcock e intitolata Alfred Hitchcock presenta racconti per le ore piccole.

La sfida che l'eccentrico regista, mio idolo indiscusso nel campo cinematografico, lanciava a editore e lettore - in un'introduzione scritta con il consueto humor - era di riuscire a leggere l'intero malloppo nell'arco di una nottata. Diciannove racconti, due romanzi brevi e uno lungo (oltre seicento pagine) con l'apposita scaletta degli orari di lettura dalle 23.00 alle 05.38 del mattino successivo, addirittura con riportata l'ora esatta con cui tenere il passo in cima alla pagina:

<<...se per caso voi non riuscite a leggere queste pagine secondo l'orario di lettura che a pagina 11 vi suggerisco, per l'amor di Dio, seguite il mio consiglio: chiudete il libro e andate dal dottore. Di corsa.>>

Oltre al divertimento prodotto dal gioco di rispettare i tempi, in questa antologia ci sono molti meritevoli racconti, ma uno in particolare divenne, al termine della lettura, la mia nuova ossessione.


Si tratta di The whole town's sleeping di Ray Bradbury (nella traduzione che avevo a casa si titolava La città dorme, ma nel nuovo volume è stato tradotto Tutta la città dorme, più letteralmente), autore che mi trovavo a leggere per la prima volta in quel momento, senza mai aver affrontato il ben più celebre Fahrenheit 451, cosa che tuttora non ho ancora fatto.

Come raccontato dall'editore americano Hard Case Crime nella prefazione per la raccolta Assassino, torna da me!, portata in Italia da Mondadori, il racconto, pubblicato su McCall’s Magazine nel 1950 ebbe così tanto successo (è rimasto uno dei più noti di Bradbury) da spingere quattro anni più tardi Frederic Dannay del celebre Ellery Queen’s Mistery Magazine (la leggendaria rivista di settore che tuttora pubblica racconti polizieschi dal 1941) a commissionargli un seguito.

Questo seguito, A mezzanotte nel mese di giugno, è stato recentemente pubblicato nella raccolta già menzionata, Assassino, torna da me!, in occasione nel 2020 del centenario della nascita dello scrittore americano.

In precedenza lo stesso editore aveva curato una prima antologia chiamata Omicidi d'annata, che differiva per la selezione di racconti. Le due raccolte sono comunque accomunate dal genere di produzione. Infatti Bradbury non era solo un noto scrittore di fantascienza, ma la sua produzione è vastissima, poiché, come lui stesso dichiarava, per migliorare lo stile era solito scrivere un racconto a settimana e questi racconti spaziavano dal fantastico al weird, dalla fantascienza al poliziesco.

In Assassino, torna da me! (che ho letto come primo libro della nuova Sfida dello Scaffale Strabordante 2023-2024) ci sono prevalentemente racconti di genere poliziesco, ma alcuni spaziano verso il noir o l'hard boiled, incentrandosi su storie di gangster. Altri sono comunque affini alla fantascienza, includendo androidi dotati di intelligenza artificiale tra i personaggi. Altri ancora virano sul weird (e sono infatti presenti nel mio Halloween, raccolta di racconti e romanzi weird di cui avevo parlato in precedenza) o sulla storia da brividi, tra cui il mio preferito, il riuscitissimo Il piccolo assassino. L'autore stesso nella postfazione di Omicidi d'annata, che anche in questa nuova veste segue i racconti (per ovvie ragioni, data la scomparsa avvenuta nel 2012), lo riconosce come suo migliore in ogni campo.

Tutti i racconti sono interessanti, originali, freschi e scritti veramente benissimo. Pochi hanno un'evoluzione scontata: il colpo di scena è sempre dietro l'angolo.

Personalmente ho trovato superiori:

  • Tutta la città dorme (e vorrei dire, naturalmente!). L'ho riletto almeno per la quarta volta e mi lascia sempre strabiliata per com'è descritta la fuga di questa ragazza nel cuore della notte. Il suo finale-non finale lascia immaginare il lettore e quando ho scoperto che ne esisteva un seguito, ho dovuto precipitarmi su questa raccolta. Forse per via delle mie aspettative, non proprio modeste, ho però trovato A mezzanotte nel mese di giugno non del tutto soddisfacente.
  • Il piccolo assassino è un capolavoro da brividi, con ogni colpo di scena più inquietante del precedente.
  • La donna che urla è quasi un racconto per ragazzi e somiglia a La donna nel baule. Mi sono entrambi piaciuti molto col loro approccio morbido sono ideali come apertura della raccolta.
  • “Non sono scemo, io!“ è proprio poliziesco nel senso puro e anche se avevo subodorato il colpo di scena, non di meno mi è piaciuto tantissimo.
  • Dove tutto finisce è anch'esso impostato come detective stories, che me lo ha fatto apprezzare, e ha un'atmosfera molto cupa.
  • Così morì Riabouchinska è più psicologico, sebbene ci sia un detective che indaga su un omicidio misterioso.
  • La città dove nessuno scendeva è un racconto piccolo, ma geniale.
  • Marionette S.p.A. è il mio preferito della serie dei robot intelligenti e mi piacciono molto i colpi di scena che presenta.
Gli altri racconti non sono meno belli, tranne forse i due in stile gangster, scritti comunque superbamente, avvincenti e scorrevoli.

Giudizio: credo che raramente una raccolta possa avere una tale costanza nel livello di scrittura
⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 4 settembre 2023

L'invincibile estate di Liliana Rivera Garza: il ricordo della sorella

Appena sei mesi dopo aver letto lo straziante Laetitia, ovvero la fine degli uomini, nel gruppo di lettura crime Mari Criminali, col quale sto affrontando questo filone letterario, mi sono (e ci siamo) imbattuta in un libro molto simile, una nuova uscita editoriale del 2023: L'invincibile estate di Liliana.


A Città del Messico, il 16 luglio 1990, Liliana Rivera Garza fu assassinata da un suo ex fidanzato, un uomo possessivo e geloso, che mal tollerava la vita condotta dalla sua ex ragazza nel mondo universitario della metropoli.

Un femminicidio.

Oltre trent'anni dopo, la sorella Cristina smuove i ricordi e gli eventi: chiede che l'inchiesta sia riaperta, rompe l'argine del dolore che ammutolisce lei e i suoi genitori e ricostruisce con infinito amore chi era Liliana, cosa le piaceva, cosa l'animava, come amava vestirsi, quali passioni condivideva e con chi.

Come in Laetitia l'obiettivo è ridare corpo e tridimensionalità alla vittima, farla rivivere attraverso le testimonianze dei suoi amici e parenti e tramite le lettere e i biglietti che scriveva in continuazione.

Le somiglianze tra i due libri sono di intenti, le differenze stanno sostanzialmente in due punti:

  • la voce narrante non è di uno sconosciuto che si approccia dall'esterno al mondo della donna uccisa, bensì quello di una delle persone a questa più stretta, la sorella;
  • l'ordine del racconto è profondamente diverso.
Ivan Jablonka è metodico e piuttosto ordinato: su due binari paralleli corrono due distinte ricostruzioni, da un lato il caso di cronaca, dall'altro la vita di Laetitia.
Cristina Rivera Garza è più caotica: il racconto va dove la conduce il cuore, ma da metà romanzo in poi comincia a seguire un ordine cronologico anche lei, almeno per gli ultimi mesi della vita di Liliana: le uscite con gli amici, le frequentazioni, gli studi di architettura, in cui riversava tanta passione, l'ombra del suo passato che incombeva su di lei senza lasciarle totale libertà di movimento.

Il Messico e il suo machismo. Anche un episodio di Criminal Minds (1x19) si incentra su questo aspetto culturale della nazione: ogni vero uomo deve dimostrarsi tale nel senso più retrogrado del termine e ogni donna deve sottometterglisi.
Malgrado le vedute abbastanza aperte dei genitori, che fanno studiare le figlie all'università negli anni Ottanta, Liliana cresce in un paese abbastanza piccolo e si lega a un ragazzo al liceo. Con alti e bassi prosegue con lui una relazione che non si interrompe del tutto neanche quando la ragazza si trasferisce a Città del Messico per studiare architettura. Il legame, però, si sfibra. Liliana conosce un mondo fatto di libertà e indipendenza, conosce amiche e amici nuovi, ragazzi giovani che, a loro volta, studiano, appartengono al suo mondo, mentre Angel è rimasto al paese a lavorare. Pur con difficoltà, Liliana si smarca da questo rapporto che le tarpa le ali e questo segna la sua fine.
La mentalità da padrone del giovane uomo non accetta che Liliana abbia una vita dopo di lui. Paragonandosi a un dio, come ogni assassino nei femminicidi, decide di togliergliela.

Lo stile è scorrevole, ma al contempo nostalgico e trapela tutta la sofferenza e il rammarico di questa sorella che ha perso l'essere amato: un'assenza con cui ha convissuto tutta la vita.

Mi sono piaciuti molto alcuni passi in cui Cristina, citando anche No visible bruises della giornalista americana Rachel Louise Snyder, spiega i meccanismi con cui si instaura la violenza e il circolo vizioso che rende difficile per la vittima svicolarsi dal giogo che la immobilizza. 
Solo per fare un esempio: per quale ragione una donna che sa di essere picchiata o minacciata non si allontana, non fugge, non grida aiuto? Questa è un'accusa che viene spesso rivolta alle vittime dei femminicidi e delle violenze. Anche Liliana si era tenuta Angel non del tutto distante, malgrado volesse lasciarlo o addirittura lo avesse fatto. Snyder paragona l'uomo abusante a una fiera pericolosa e imprevedibile.
"Le vittime restano perché sanno che qualunque movimento improvviso potrebbe provocare l'orso. Restano perché con il tempo sono riuscite a sviluppare alcune strategie capaci di calmare, a volte con successo, il partner furioso: pregano, supplicano, promettono, adulano, dimostrano pubblicamente il proprio affetto per l'aggressore e gli si dimostrano alleate perfino contro le persone - come la polizia o gli avvocati o gli amici o la famiglia - che potrebbero salvare loro la vita. Le donne maltrattate restano perché vedono l'orso che si avvicina. E vogliono vivere."
Un'altra riflessione importante - questo libro ne contiene molte e andrebbe davvero letto e questa analisi-recensione non riuscirà a esaurire gli spunti che fornisce, ma d'altronde l'intento è di incuriosire affinché altri, dopo di me, possano decidere di intraprendere questo "studio" - è quella del senso di colpa dei familiari. La colpa di quanto successo a Liliana finisce, in un paese maschilista come il Messico (e, aggiungerei, come l'Italia), per ricadere sui genitori della ragazza e, più o meno indirettamente, anche sulla stessa vittima.
"Più soli che mai in una città feroce che ci è piombata addosso con le potenti fauci del machismo: se non l'aveste lasciata andare a Città del Messico, se fosse rimasta a casa, se non le aveste dato tanta libertà, se le aveste insegnato a distinguere tra un brav'uomo e uno pessimo."
Ci sono molti altri temi affrontati in questo volume: il senso di colpa di chi resta nel continuare a vivere o, peggio, a godersi la vita; le difficoltà di ottenere giustizia, di far riaprire un caso, di tenere aperte delle indagini in un paese in cui il femminicidio è riconosciuto solo nel 2012 e, dunque, negli anni Novanta non esistevano neppure i termini per definire quanto accaduto; i segnali che possono esserci stati, oppure no, negli ultimi mesi - e non solo - della vita di Liliana; e molto altro.

Un libro interessante e potente, un grande messaggio d'amore e un atto di denuncia:
"Lo buttiamo giù il patriarcato."