mercoledì 31 luglio 2024

L'appassionante secondo romanzo di Anne Brontë: La signora di Wildfell Hall

 Il mio secondo incontro con le sorelle Brontë passa attraverso La signora di Wildfell Hall (1848), secondo e ultimo romanzo (morirà l'anno dopo) della meno nota e più giovane sorella del trio, Anne.

Ho letto il romanzo (da pag 1397 a pag 1662) nell'edizione Mammut della Newton Compton, che comprende tutti i romanzi delle Brontë.


Nello stile del romanzo epistolare, la narrazione della storia avviene come se il protagonista, Gilbert Markham, stesse scrivendo una lunga lettera - o una serie di lettere - a suo cognato, il marito di sua sorella, Jack Halford. Attraverso le epistole (e poi stralci di un diario) è svelato il mistero dietro alla misteriosa vedova che prende in affitto la vecchia e malmessa Wildfell Hall, portandosi dietro il figlio di cinque anni e una domestica. La donna sembra molto sofisticata, ma anche molto schiva nei confronti del vicinato e si comporta in modo così sospetto da suscitare voci sul suo conto. Sarebbe un vero peccato svelare di più sull'identità della donna, sul suo segreto (lo avevo capito a pag 1407? sì) e sugli eventi che coinvolgeranno la piccolissima comunità agricola di vicini pettegoli, così mi limiterò a esporre come mai mi è piaciuto così tanto questo romanzo.

Per prima cosa, come il romanzo della sorella Emily, è una storia di tormentati amori e sentimenti nobili, che scorre molto bene. 

La protagonista della storia, Helen, è un bel personaggio, forte, salda grazie alle proprie virtù morali, sebbene non carico di sfumature, anzi, molto (fin troppo - a tratti Lucia Mondella, a tratti martire) legata alla sua fede, vera guida negli avvenimenti che costituiscono la sua vita. Tuttavia Helen non si affida alla Provvidenza e resta sempre presente a sé stessa, pur in mezzo alle sofferenze, e capace di tenere sempre la testa alta e una soluzione in tasca. Helen è assertiva e mai succube, se non in quanto donna, privata dunque di certi diritti propri (allora) dell'altro sesso.

Il racconto della sua storia occupa la parte centrale del libro e svelerà in poco tempo i misteri che l'avvolgono, lasciando spazio a una storia molto triste, quasi dolorosa da leggere in certi momenti (sono descritte proprio delle violenze psicologiche e non solo). 

In tempi attuali diremmo che è una storia femminista e di denuncia del patriarcato e, in effetti, lo è, sebbene Anne Brontë non sapesse che oggi avremmo chiamato così il quadro che ha descritto: impossibilità di scegliere del proprio destino da figlia, ma soprattutto da moglie; dovere di sottoporsi a qualunque scelta, azione o sopruso del coniuge; impossibilità di indipendenza economica. Al contrario un marito ha assoluto potere di dissipare i propri averi o il proprio benessere nel modo che ritiene più opportuno, senza ritener necessario ascoltare la propria compagna. Niente di nuovo in tutto questo, eppure mi ha colpito che questi lati coniugali fossero così lucidamente descritti da una ragazza che non è mai stata sposata, né lo sono state le sorelle finché lei ha vissuto. Naturalmente alla sua uscita il romanzo destò scalpore.

Questa parte del racconto è stata anche la mia preferita e mi è persino dispiaciuto tornare al primo narratore, ossia Gilbert, che ho trovato veramente un personaggio piatto e meschino, anche se dovrebbe ricoprire un ruolo di tutt'altro genere. Non mi sono piaciuti i suoi atteggiamenti e comportamenti nel corso del romanzo. Dovrò ritenere che i personaggi maschili scritti dalle sorelle Brontë, anche quando non sono manifestamente cattivi, abbiano subito veramente una pessima influenza del fratello Branwell.

Gilbert potrebbe risentire, comunque, del poco spazio dedicatogli, oltre che della prima persona. Al contrario gli altri personaggi descritti nella parte centrale (seppur in prima persona) sono tratteggiati in modo abbastanza approfondito e molti di loro evolvono nel corso della storia.

In conclusione, ho trovato una storia appassionante, che tocca alcuni temi scottanti e che mi ha regalato un personaggio femminile che ho molto apprezzato.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 15 luglio 2024

Il viaggio intorno al mondo di Malachy Tallack, lungo il sessantesimo parallelo

 Il racconto di viaggio Il grande Nord (Iperborea, 244 pagine) è stato scritto dal giornalista britannico Malachy Tallack, che ha vissuto prevalentemente in Scozia, tra le isole Shetland, Fair Isle ed Edimburgo, e racconta della sua decisione di compiere un viaggio intorno al mondo, all'altezza del 60° parallelo.


Il motivo che spinge lo scrittore in questa direzione è da ricercarsi in una sorta di "vocazione nordica", un bisogno impellente di ricercare la sua appartenenza in qualche parte del mondo. Si tratta, in effetti, di un testo quasi intimo. Tallack sembra partire alla ricerca più di sé stesso (che è un po' quello che facciamo sempre quando ci mettiamo davvero in viaggio) che del senso di "nordicità". Racconta della sua vita, seppure senza scendere nei dettagli (per esempio non menziona le sue relazioni amorose, se non quasi di sfuggita, mentre dedica spazio al legame col padre, che influenza il paese di residenza), ponendo al centro, i posti in cui ha viaggiato e, soprattutto vissuto. Sembra utilizzare il luogo in cui vive come lente attraverso la quale leggersi, forse scoprirsi. Vuole identificarsi col luogo in cui abita, rivestendo la scelta di tale luogo di un'importanza cruciale. Dedica dunque molto tempo a spiegare il perché dei suoi spostamenti e cambi di residenza. Sono dovuti a cause familiari e lavorative, ma sembra anche esserci una certa smania, qualcosa di recondito, forse proprio una chiamata verso il Nord.

Seguendo questa chiamata, Tallack parte dalle Shetland, precisamente da Mousa, e percorre idealmente il 60° parallelo verso ovest, toccando la Groenlandia, il Canada, l'Alaska, la Siberia, San Pietroburgo, la Finlandia, le isole Aland, la Svezia e la Norvegia, per poi tornare, come un novello Ulisse, alle Shetland, passando dalla Scozia.


In ciascuno di questi paesi, lo scrittore cerca di individuare la loro natura, cerca di comprenderli, con occhio neutrale e, sorprendentemente, ma non troppo, non occidentale. Ripercorrendo, per esempio, la storia della colonizzazione europea della Groenlandia o del Nord America, Tallack spiega il diverso modo di vivere di indigeni e nuovi arrivati, il loro scontro e il tentativo di far sparire popolazione e vecchie tradizioni. Ho appreso molto, per esempio, sugli Inuit e di come il loro vivere da cacciatori abbia resistito al cambiamento nei secoli, salvo scontrarsi col nuovo perbenismo capitalista che vede, adesso, la caccia come sbagliata, nell'ipocrisia di un finto ambientalismo e malgrado l'ecosistema Inuit sia sempre rimasto in equilibrio, nonostante la caccia.

Un'altra riflessione molto interessante a quelle latitudini in Groenlandia, ma non solo, è quello della proprietà privata, altro terreno di scontro fra capitalismo e società che vivono in equilibrio con la Natura, che ritengono impossibile e contrario a ogni logica che ogni porzione di terra debba appartenere a qualcuno e che non sia, piuttosto, di libero accesso e utilizzo per tutti.

Queste sono solo un paio di spunti di riflessione forniti dal testo, forse quelli che mi hanno maggiormente colpita nella lettura. In effetti l'autore spazia dalla storia antropologica, sociale e naturale ai paesaggi, passando per la storia dei luoghi e per usi e consuetudini dei paesi attraversati.

Si tratta dunque di un libro molto ricco di materiale, forse da tenere persino per consultazione. La scrittura è non solo descrittiva, ma anche molto riflessiva e, in alcuni momenti, persino malinconica. Ha reso davvero il senso di recherche dell'autore e la sua urgenza di scoprire il Nord e scoprire sé stesso attraverso il viaggio, arrivando a essere fin quasi troppo personale per un racconto di viaggio. 

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 7 luglio 2024

Attenzione ai libri divulgazione quali Il pensiero Giapponese

 La cultura giapponese esercita un fascino potente su di me, probabilmente perché è così distante e diversa da quella occidentale. Mi strega, mi incuriosisce e ogni tanto leggo qualche librino (per interesse personale, principalmente sull'Ikigai) che dovrebbe aiutarmi ad addentrarmi nel mondo e nella mente dei giapponesi, ma ogni volta la sensazione è che ne intravedo i contorni, ma non ne afferro completamente la sostanza. Così è stato anche per Il pensiero giapponese - Viaggio nello stile di vita del Sol Levante (Le Yen Mai per Giunti, 303 pagine), dalla cui lettura voglio trarre una piccolissima riflessione.


La collana della Giunti Il pensiero ... (sostituire ai puntini una nazionalità) è composta da piccole "guide" ad alcuni concetti famosi dei paesi che si vogliono illustrare. Hanno grafiche molto carine e gli autori dovrebbero essere degli esperti del paese di cui parlano. Non posso parlare per gli altri volumi della raccolta, ma in questo sul Giappone qualcosa non mi ha quadrato.

Chi è l'autrice? La prima cosa che mi colpisce è che la scrittrice ha origini vietnamite, ma di fatto è europea, essendo nata, cresciuta e avendo lavorato in grandi città, quali Zurigo, Parigi, Milano. Quindi, la mia prima preoccupazione è che conosca ciò che mi spiega nel manuale solo per averlo imparato da altri.

Com'è strutturato il libro? Ci sono 15 capitoletti, ognuno incentrato su un aspetto della cultura giapponese: alcuni di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi anni (mi verrebbe quasi da dire "di moda", wabi sabi, kintsugi, ikigai), altri meno conosciuti. Nell'introduzione l'autrice spiega che sta compiendo un viaggio nella regione del Kansai, compresa Kyoto e a ognuno dei temi che spiega nei capitoli è collegato uno dei luoghi che ha visitato.

Come sono i contenuti? Oggettivamente, si tratta di un'infarinatura di nozioni base per ognuna delle parole, per ognuno dei concetti che il testo propone. La scrittrice cerca di trasmettere la sensazione e il senso di quella parola, di quell'idea, con molti esempi e prova anche a specificarne le sfaccettature. Nel quadro d'insieme i valori che guidano il mondo giapponese si intuiscono: la ricerca della bellezza nelle piccole cose, il cammino costante, lento, ma inesorabile verso il miglioramento, l'essere focalizzati sul prossimo, prima che su stessi, la gratitudine...Il ritratto di questo popolo lo mostra saggio e profondo, più staccato dalla materialità dell'Occidente capitalista, molto più spirituale.

Trovo che siano concetti molto nobili, che mi hanno fornito spunti di riflessione sul mio stile di vita e sull'opportunità di adottare anche lenti e punti di vista differenti e, persino, forse, di applicare alcuni degli insegnamenti anche nel mio quotidiano. Considerare come unico modo possibile di vivere quello che imporrebbe la nostra società è un modo ingenuo e limitato di pensare e sto cercando di discostarmici da anni, anche se non è così semplice, principalmente perché siamo circondati da stimoli opposti. Non è una questione di essere giudicati da chi ci circonda, ma banalmente viviamo immersi nel capitalismo, con pressioni costanti all'acquisto di beni, che tutto sommato sono superflui, ma che dovrebbero rappresentare la dotazione minima necessaria per non avere uno status da paria. Per fortuna sempre più leggiamo anche altre narrazioni e le influenze cominciano ad avere anche voci differenti e discordi. 

Tornando al libro, comunque, si nota un'altra cosa nella lettura: i concetti sono molto belli sulla carta, ma non si fa cenno del risvolto negativo che alcuni di questi portano sicuramente con sé. Abbiamo l'idea che i giapponesi siano molto esigenti e perfezionisti e queste pagine, come altre che ho letto, ne darebbero conferma. Sul lato psicologico tutto questo ha un costo: il rischio di non sentirsi all'altezza della loro società, del loro modo di vivere. Dover procedere con costanza sulla strada della perfezione fa sì anche che fallire non è una possibilità. Sappiamo anche che il Giappone ha un tasso di suicidi molto alto, ed è qualcosa con cui fare i conti. Anche l'aspetto culturale che pone al centro gli altri, mettendo sé in secondo piano ha il suo lato negativo ed è qualcosa contro cui la nostra società ha combattuto per decenni.

 In conclusione, trovo che questo manuale offra degli spunti molto interessanti e che fornisca un piccolo glossario relativamente ad alcuni dei temi giapponesi che ci affascinano tanto, ma che si tratti di una disamina abbastanza di superficie, che condensa ciascun concetto in poche pagine, senza andare in profondità e affrontarne i possibili risvolti negativi. Probabilmente per ciascuno degli argomenti trattati occorre trovare qualche monografia, possibilmente scritta da autori giapponesi o che, perlomeno, ci vivono da anni.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

mercoledì 3 luglio 2024

Tre storie in giallo di Wilkie Collins

 Quest'anno, dopo tanto rimandare, ho approcciato la favolosa penna del padre della letteratura gialla, nientemeno che Wilkie Collins e me ne sono innamorata. Soprattutto in La donna in Bianco (1859) e La pietra di luna (1868) ho apprezzato il modo magistrale con cui sono organizzate le trame, affinché tutto torni, alla fine delle molte puntate.

Quando ho trovato su una bancarella dell'usato Tre storie in giallo, edito da Sellerio, appena 87 pagine più un piccolo approfondimento, non ho potuto lasciarlo lì.


Come specifica il titolo, si tratta di tre brevi racconti.

Il primo e più lungo, Chi ha ucciso John Zebedee? (1881), racconta quasi un delitto della porta chiusa: una coppia va a dormire e nel cuore della notte si scopre che il marito è morto pugnalato e la moglie è convinta di essere l'assassina. La storia, ormai passata, è riferita da uno degli agenti che aveva lavorato al caso a suo tempo. Da un punto di vista etico, non mi è piaciuta la conclusione del racconto. Colpa, probabilmente, della lente troppo moderna con cui mi sono approcciata alla lettura.

Gli altri due racconti, seppure più brevi e molto semplici nella struttura, mi sono piaciuti di più: li ho trovati molto coinvolgenti.

La lettera rubata (A Stolen Letter, 1854) vede protagonista un avvocato che cerca di aiutare un amico nei guai a causa, appunto, di una lettera compromettente, scritta dal fu padre della sua futura sposa. Già nel 1845 Edgar Allan Poe aveva trattato una vicenda analoga (il recupero di una missiva scottante) nel terzo racconto del detective Auguste Dupin, La lettera rubata (The Purloined Letter). Successivamente questo topos è stato riutilizzato anche da Sir Arthur Conan Doyl in Uno scandalo in Boemia (1891) e da Agatha Christie in La dama velata (dalla raccolta I primi casi di Poirot del 1974). In ogni caso c'è sempre un protagonista o un detective pronto a togliere le castagne dal fuoco del suo cliente, recuperando (o quasi) lo scottante documento utilizzato a scopo di ricatto.

Fauntleroy (1858) è invece la storia di un truffatore, raccontata dal punto di vista intimo di un suo amico.

La scrittura dei racconti è molto più contratta, com'è ovvio, rispetto alle dettagliatissime vicende dei due romanzi che ho letto tra fine inverno e inizio primavera, ma ho trovato comunque molto piacevole la lettura, pur non ritrovandoci le caratteristiche del Collins romanziere che mi avevano conquistata.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

martedì 2 luglio 2024

Delitti a Fleat House delude per la detective protagonista

 Delitti a Fleat House è un romanzo poliziesco della scrittrice Lucinda Edmonds, nota come Lucinda Riley (più famosa per la saga rosa delle Sette Sorelle). Sebbene fosse stato scritto nel 2006, è stato pubblicato postumo nel 2022, a un anno dalla scomparsa dell'autrice a causa di un cancro dell'esofago.  Il figlio, Harry Whittaker, ha curato la revisione dell'opera, senza operare una riscrittura, come scrive nell'introduzione. In Italia è uscito per Giunti, 496 pagine, ma io l'ho ascoltato su Audible, poco più di quindici ore in compagnia di Daniela Cavallini, la cui voce è piuttosto abile a cambiare torno a seconda del personaggio.


Siamo nel Norfolk, dove si è rifugiata la detective di Scotland Yard, Jazmine "Jazz" Hunter, dopo una burrascosa chiusura del suo matrimonio. A non molta distanza dal suo cottage, nella St. Stephen's School, precisamente nel dormitorio degli studenti, Fleat House, viene ritrovato morto un ragazzo, Charlie Cavendish, forse per un attacco epilettico.

Che ve lo dico a fare, se questo è un romanzo poliziesco, probabilmente le cause della morte non sono naturali e la detective si ritrova a indagare su strane connessioni che ha la vittima. E non è l'unica vittima. In effetti, i protagonisti di questa storia sono tutti legati insieme, in un cerchio molto ampio di coincidenze e relazioni (forse sono pure un po' troppi questi legami, torna tutto un po' troppo bene, in modo quasi prevedibile).

Riguardo al giallo, non posso lamentarmi delle indagini in sé, che sono abbastanza al centro della storia. Le soluzioni ai vari misteri, invece, in parte sono telefonate. Se volessimo fare le pulci a tutto, avrei da ridire sull'utilizzo della ricerca del DNA prima di aver fatto altre indagini più semplici e veloci, ma questo è l'unico giallo della scrittrice, quindi non è il caso di essere così pignoli. Non mi oppongo nemmeno al tipo di conduzione dell'indagine da parte della detective: non sarà la prima e non sarà nemmeno l'ultima che si serve più dell'intuizione che della deduzione.

Dal punto di vista dell'atmosfera, questa mi è sembrata ben resa, piacevole. La scrittura era fluida e il romanzo ha offerto un piacevole intrattenimento. Durante l'ascolto avevo voglia di andare avanti con la storia.

Sui personaggi, invece, già comincio a storcere il naso. Trovo che aderiscano un po' troppo a un ruolo, più che avere dei caratteri sfaccettati, però è un giallo, quindi è anche un po' superfluo (non mi sono mai lamentata dei personaggi della Christie, che dovevano puramente assolvere a un compito nell'ordito della trama): ci sono la moglie stronza e madre iperprotettiva, l'avvocato stronzo (sono tutti ricchi e tendono ad averla come caratteristica di base), il preside incompetente, il ragazzino bullo, quello bullizzato e così via.

Passando ai collaboratori di Hunter, invece, ci troviamo davanti a una serie di manipolatori senza appello (e questa è la seconda cosa che mi è piaciuta poco), anche se per la detective sembra tutto normale: la psicologa dovrebbe essere sua amica, ma complotta alle sue spalle con l'ex marito, anziché farsi gli affari suoi, il collega non tiene un'informazione riservata per sé nemmeno per sbaglio, il capo la mette alla prova e, il peggiore di tutti, l'ex marito è un approfittatore meschino e stronzo (per non sbagliarsi).

Tuttavia, la prima cosa che mi è piaciuta di meno è che trovo proprio antifemminista e superficiale che non ci possa essere una detective donna che indaga in un poliziesco, senza che si debbano scrivere capitoli su capitoli sulla loro vita privata, rendendola un secondo filone di trama. Anche se questo aspetto non toglie molto all'indagine, lo trovo comunque un fattore detestabile. Abituata a un Montalbano che non considera Livia per giorni, perché deve stare dietro al caso, qua, al contrario, la detective Hunter sparisce in mezzo all'indagine per stare dietro ai genitori (ok, comprensibile, la perdoniamo) e poi è al centro di un triangolo amoroso che prende troppo spazio. Ma poi, veramente tutte le detective donna devono stare al vertice di un triangolo (ora, su due piedi, posso citare le controparti italiane Silvana Sarca e Clara Simon)?

Ancora, quello che le fanno fare, nella relazione con l'ex marito, non mi va proprio giù: ennesimo ritratto di una donna emotivamente fragile, incapace di leggere bene le situazioni e di reagire in modo netto e assertivo (cos'è, le trovate caratteristiche maschili?). No, non mi piace proprio. Eppure Jazz Hunter sembra un personaggio tosto, ma si contraddice, sempre sul lato affettivo. Questi ritratti femminili a me hanno stufato.

In conclusione, bilanciando

  • quello che mi è piaciuto: storia gradevole, buona atmosfera, coinvolgente, intrattenimento leggero;
  • quello che non mi è piaciuto: un po' prevedibile, personaggi piatti, troppa vita sentimentale della detective, detective emotivamente ballerina:
Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 1 luglio 2024

Racconti di fate e gnomi: Follettiana di ABEditore

 Nella collana Ombre e creature di ABEditore figura Follettiana, raccolta di quattordici racconti incentrata sul cosiddetto piccolo popolo, ossia creature quali folletti, fate, gnomi e tutti gli esseri che in lingua anglofona sono anche conosciuti come fairies.


Per fare un po' di chiarezza sulle molte creature, il curatore della raccolta, Pietro Guarriello, ha inserito un'introduzione iniziale e una nota prima di ogni racconto, che descrive lo spiritello in questione e - molto brevemente - la vita e le opere dell'autore del brano.

Il brownie di Valferne di Elizabeth W. Grierson è una storia (oserei dire) tenera e dalla trama molto semplice. I brownie sono, in effetti, spiriti gentili, che spesso creano vantaggiose collaborazioni con gli esseri umani. L'ho apprezzato particolarmente.

Lo Skriker di James Bowker, invece, introduce una creatura foriera di sventura, appunto lo Skriker. Questa storia ha tono e finale opposti alla precedente. Per la sua cupezza non è rientrato tra i miei preferiti.

La leggenda di Knockgrafton di Thomas Crofton Croker è il classico racconto moralista, che insegna che si raccoglie quel che si semina e che sono le nostre intenzioni a determinare successo o sciagura. 

Le uova dei folletti di Joseph Berg Esenwein e Marietta Stockard, che vede un uomo alle prese con una covata di uova misteriose, ha una certa dolcezza, che si mischia, tuttavia, a un finale piuttosto inquietante.

Il bottino del folletto di Algernon Blackwood ha per protagonisti un leprecauno e l'ospite di una stanza in cui avvengono curiose sparizioni. Forse è il più leggero e divertente dei racconti di questa raccolta.

Il brownie della Valle Oscura di James Hogg vede il brownie, di cui abbiamo già detto che è una creatura fondamentalmente benigna, in una veste diversa. In questo caso, infatti, dà un gran filo da torcere alla sua padrona, che è, in effetti, la cattiva della situazione.

La faccia del goblin di Mary Louisa Molesworth è un racconto brevissimo, incentrato sulle visioni di una bambina.

Il santo e il folletto di pietra di "Saki" Munro è una breve conversazione fra figure di pietra in una cattedrale o, come ci dice la nota introduttiva, una parabola.

Il pony delle streghe di Andrew Lang, che ha per protagonista un goblin del tipo Nuggle, è un racconto di appena tre pagine, ma estremamente inquietante. Dobbiamo ricordarci, durante la lettura, che si tratta di una fiaba del 1900 che ha uno scopo moralista per un pubblico chiaramente infantile, alla Uomo Nero, per intenderci.

Il demone di Adachigahara di Yei Theodora Ozaki è il primo dei due racconti orientali di questa raccolta. In questo caso, abbiamo a che fare con uno spirito malvagio, un Yokai, che assume le sembianze di un'innocua nonnina, ma ha intenzioni tutt'altro che benevole.

Gli spiritelli di cui parlano, invece, Im Bang e Yi Ryuk sono Doggabi coreani. Questo racconto li vede protagonisti in una delle più classiche situazioni di storia horror: la casa infestata.

La città dei goblin di W.H.D. Rouse è un altro racconto brevissimo, poco più di tre pagine. Stavolta a esserne protagonisti sono spiriti cattivi femminili, le Rekshasi, che - trovo - hanno molte affinità con le Sirene omeriche.

Il folletto della rosa del genovese Egisto Roggero ha un tono molto leggero e si incentra su un malinteso.

'O Munaciello di Matilde Serao, infine, è la storia di una leggenda conosciutissima di Napoli di uno spiritello favorevole o avverso al destino di chi lo incontra, a seconda del modo con cui ci si rivolge a lui.

Giudizio: questa raccolta alterna, come è normale che sia, racconti più riusciti e altri che mi hanno detto poco o nulla, ma complessivamente si è trattato di una gradevole lettura e mi ha fatto piacere leggerne alcuni non europei. ⭐⭐⭐ 1/2

domenica 23 giugno 2024

Oriana alla guerra: Insciallah

 Lettera a un bambino mai nato fu un testo che mi colpì molto fin da adolescente, per l'argomento trattato, il modo con cui è stato trattato e la scrittura fluida e poetica di Oriana Fallaci. Anni dopo lessi anche Un uomo, la biografia (molto più cruda dell'altro testo) dell'uomo che la giornalista amò e supportò nelle sue battaglie e che confermò la scrittura dell'autrice fiorentina come particolarmente gradita ai miei occhi; infine, quest'anno, ho recuperato, grazie a un gruppo di lettura, Insciallah, che non ha potuto far altro che consolidare l'amore che ho per questa scrittrice.


Anche Insciallah è un'opera emotivamente ostica da leggere, sebbene, in realtà, tutti e tre i romanzi che ho letto non lo sono a titolo gratuito: Oriana Fallaci è schietta e diretta nel raccontare cosa ha visto come inviata di guerra (e in generale nella vita). La sua penna non enfatizza mai, non celebra, non spettacolarizza, ma, al contempo, non nasconde nulla: è oggettiva ed è, dunque, la vita a essere cruda e non la sua scrittura. Un esempio sono la presenza delle bestemmie, che credo conferiscano credibilità al testo e che, in effetti, non sono mai a sproposito, ma messe in bocca ai personaggi che stanno sperimentando un'esperienza straordinaria e provante, oppure ai toscani, che posso testimoniare le utilizzano come intercalare, senza darvi troppo peso. Inoltre sono maggiormente presenti nell'esordio e scompaiono quasi del tutto successivamente.

L'apertura del romanzo è molto d'impatto, in questo senso, quasi a voler avvisare subito il lettore sul tono dell'opera e costringerlo immediatamente a decidere se avrà abbastanza fegato per proseguire nelle pagine che restano (non sono poche - totale 795 -, quindi è bene chiarirsi subito se vale la pena proseguire). Siamo a Beirut, città che fu teatro di una sanguinosissima guerra civile fra più gruppi religiosi, tra il 1975 e il 1990. In tempi e con modalità diverse, inglesi, francesi, italiani e americani invieranno dei contingenti per cercare di intervenire e garantire la pace (che utopia!, oltre all'arroganza di voler imporre gli ideali occidentali in un altro mondo, effettivamente ricambiata dall'odio e dalle ritorsioni delle popolazioni locali, divise su tutto, tranne che sul fatto di non volere stranieri a impicciarsi degli affari loro). Il contesto in cui si ambienta la storia è dunque vero, ma la storia che inventa Oriana Fallaci è interamente di finzione e ha per protagonisti i militari italiani in missione di pace nella capitale libanese: il romanzo si apre proprio con la strage del 23 ottobre 1983, che colpì le basi militari francese e americana a Beirut e che catapulta il lettore fra brandelli di corpi e bestemmie di mutilati e soccorritori.

Incontriamo il protagonista del romanzo, il matematico e militare Angelo, proprio in questo frangente, intento a scoprire l'orrore della strage e a interrogarsi se esista e quale sia la Formula della Vita, un concetto matematico che possa spiegarla. Angelo è in crisi tra vocazione professionale e legami affettivi, da quando la bellissima libanese Ninette gli fa la corte. La loro storia sarà centrale nella trama e le conseguenze del modo in cui evolve avrà ripercussioni sul destino di molti altri.

Piano piano, oltre ad Angelo scopriamo una lunga serie di altri soldati italiani, di ogni grado e reparto, ognuno a suo modo fondamentale per l'intrecciarsi delle vicende che si scatenano la domenica di ottobre degli attentati kamikaze e che culminano tre mesi dopo. Ogni personaggio ha una sua storia, un'identità, dei legami, qualcosa che lo muove e trovo che l'autrice sia stata magistrale nel crearne così tanti e, soprattutto, nell'annodare ciascuna di queste linee di narrazione (anche se sono talmente tanti che ogni tanto mi dimenticavo di qualcuno, finché non mi imbattevo di nuovo in lui). La riuscita dei personaggi varia e ad alcuni mi sono affezionata, durante la lettura, più che ad altri. La maggior parte di loro ha un arco narrativo carico di tormento: fuggono dai loro passati e cercano, a Beirut o malgrado Beirut, forme di riscatto o di consolazione.

Nei tre mesi in cui si ambientano le vicende, inoltre, conosciamo anche altri personaggi di contorno: i bambini che fanno amicizia con i militari, le suore del convento occupato per farne la base Rubino, Bilal lo spazzino, Passepartou l'adolescente cinico e sadico, e ancora membri di ciascuna delle parti in causa nella guerra. Fallaci ci spiega l'origine di un conflitto, in cui gli interessi di ciascuno sono complessi e, talvolta, mutevoli. Una delle più straordinarie imprese in cui riesce la scrittrice è raccontare ogni diverso punto di vista: soldati di lunga esperienza che amano la guerra, ma che entrano in conflitto con la propria vocazione a causa della guerra e soldati di lunga esperienza che odiano la guerra, eppure vi trovano una sua necessità; uomini che partono con una forte motivazione e la perdono; uomini che lasciano casa pieni di dubbi o di paure e che trovano il loro posto nel mondo; vili che diventano coraggiosi e viceversa; governativi, mussulmani, cristiani, figli di Dio. C'è spazio per la crescita, ma anche per la stasi e per cambiare idea più volte. C'è spazio per descrivere ogni forma di sentimento: l'ardore, la paura, il dubbio, l'amore, l'amicizia, la compassione, la sete di vendetta. Ognuna di queste emozioni e dei pensieri, anche totalmente contraddittori sono riportati con la stessa importanza: è un ecosistema, un piccolo mondo, popolato di personaggi quasi reali, comunque probabili. Oriana Fallaci si annienta quasi del tutto (quasi) e lascia spazio a molte altre voci, in ciascuna delle quali e in nessuna c'è un pezzettino di lei. La biografia della Fallaci ha chiaramente influenzato le sue posizioni sui conflitti e sui suoi protagonisti e quest'opera non sarebbe tale se lei non fosse stata la compagna di Alekos Panagulis. Io, personalmente, rivedo un po' di Oriana nel personaggio di Ninette.

La scrittura ha un ritmo che non è mai serrato, ma conduce inesorabile verso l'appuntamento col destino di ciascun personaggio. Nessuno è dimenticato, perché la struttura è curata al punto da far incastrare tutti i pezzi del puzzle nel giusto posto.

I dialoghi sono frequenti e ogni personaggio parla nella sua lingua o nel suo dialetto, subito seguito da una traduzione integrale o parziale del discorso. Anche se è pur sempre una ridondanza, c'è da ricordare che nel 1990 non tutti avevano ricevuto un'istruzione che permettesse di comprendere il francese o l'inglese, tantomeno l'arabo, il bergamasco, il napoletano o qualunque altra parlata si incontra nel testo. Ulteriori iterazioni sono quelle di alcune espressioni o, addirittura, intere parti di frasi o frasi: queste ripetizioni (nei dialoghi o per enfatizzare la particolare espressione usata) possono essere considerate fastidiose, ma, per conto mio, sono necessarie le prime e apprezzabili le seconde.

Si leggono crudeltà spaventose in questo libro (Un uomo non era da meno ed è citato a un certo punto), ma è anche un romanzo sofisticato per molti versi, tra cui l'aspetto metaletterario. Oriana s'intravede in trasparenza sia come personaggio, sia come autrice, che si fonde a sua volta con un altro personaggio, che scrive lettere a una moglie che non ha e anche una sua piccola versione dell'Iliade, con protagonisti gli uomini che lo circondano.

In conclusione, questo libro è molte cose: è ricco dal punto di vista degli avvenimenti, degli intrecci, delle emozioni che suscita; è intricato dal punto di vista dalla struttura. Consente un approfondimento su di un conflitto di cui non sapevo nulla, ma soprattutto sulla natura umana, che una donna esperta e stanca degli uomini come Oriana Fallaci aveva ben conosciuto. L'autrice si lancia contro e a favore dell'umanità che descrive, traendo spunto dalla realtà, dall'ipocrisia e dalle generosità che ha incontrato, anche perché, come sostiene l'autrice, entrambi i punti di vista, entrambe le possibilità sono plausibili e coesistono.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐1/2

lunedì 17 giugno 2024

Un altro Stevenson: La freccia nera

 Ho amato molto di Robert Luis Stevenson L'isola del tesoro e mi è piaciuto tantissimo Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde. Quando ho visto un gruppo di lettura che lo aveva in programma nel mese di maggio, ho, dunque, colto al volo l'opportunità di leggere anche La freccia nera (1883), molto famoso per i suoi adattamenti televisivi (quello con Arnoldo Foà e Loretta Goggi del 1968 e quella - meno acclamata - del 2006 con Riccardo Scamarcio, Martina Stella e Ennio Fantastichini). 


Come spiega lo stesso autore nella nota introduttiva all'edizione completa del 1888, questo romanzo (che io ho letto nell'edizione Mondadori, 300 pag + introduzione e postfazione) è stato pubblicato a puntate (ben 17) nella rivista Young Folks.

Ecco, io trovo che nella trama e nella struttura questa caratteristica si ritrovi completamente e che abbia determinato la sua riuscita (e quindi il mio gradimento).

Le vicende si ambientano durante la Guerra delle due rose, anche se solo un personaggio realmente esistito appare nel romanzo, ossia Richard Crookback di Gloucester, che nel 1483 diviene Riccardo III e che è sempre stato ritenuto il protagonista più interessante ed efferato di quella parte della storia inglese.

Divisa in cinque parti, la storia ci introduce, innanzitutto, i rapporti che legano il giovane Richard (Dick, anche per non confonderlo con il duca di Gloucester) Shelton con il suo protettore, Sir Daniel Brackley, voltafaccia che passa alternativamente dal parteggiare per i Lancaster agli York. Sir Daniel cresce l'orfano Dick, ma scopriamo subito che ha a che fare con la morte di suo padre.

A denunciare il complotto che portò alla morte di Herry Shelton è John Duckworth, detto Riparatorti (o, secondo le edizioni, Vendicatorti o Aggiusta tutto), l'uomo che, privato dei suoi beni a causa di Sir Daniel, fonda nel cuore della foresta di Tunstall la banda della Freccia Nera, che vuole vendicarsi dei misfatti compiuti da Brackley e dai suoi complici.

Dick si imbatte in questa banda nella sua prima traversata della foresta, che compie insieme a un altro personaggio centrale della vicenda. Altra protagonista (fino a un certo punto, perché poi il buon Stevenson la perde un po' di vista) della storia è infatti Joan Sedley, altra vittima dei piani di Sir Daniel.

Questa prima parte del romanzo è molto interessante per atmosfera e per i risvolti che promette la banda della Freccia Nera. Solo che, terminato il secondo libro, niente di tutto questo viene ripreso e portato a termine.

La banda della Freccia Nera, che inizialmente sembra la combriccola di Sherwood, d'improvviso diventa un gruppo di sbandati, pronti a seguire come a tradire il proprio leader, mossi solo da istinti egoisti e la promessa di denaro o di bevute.

In primis il bandito che la mia edizione chiama Senzalegge, una sorta di Frate Tuck, in quanto ex frate, oltre che ex marinaio (insomma, molto esperto in molte diverse cose della vita), assume caratteristiche diverse a distanza anche di poche pagine: da abile capitano che conduce in salvo una nave, a miserabile ubriaco che si macchia di efferatezze, almeno stando alle impressioni del nostro protagonista Dick, che pare avere pesi e misure diverse per quanto riguarda uccidere altri uomini (attività quanto mai comune durante le Guerre delle Rose). Senzalegge in alcuni momenti è il mio personaggio preferito di questo romanzo, ma è regolarmente bistrattato dal suo stesso autore, che gli concede alternativamente momenti alti e bassi.

John Duckworth, che dovrebbe essere uno dei personaggi cruciali per come è impostata inizialmente la storia, scompare, salvo essere nominato, ma non presente, se non per un brevissimo colloquio (nonché l'unico tra loro nel romanzo) con Dick a quattro pagine dalla fine del romanzo. Il rapporto tra Riparatorti e Dick è inesistente, mentre mi aspettavo che ci fosse qualche legame alla mentore-allievo. Inoltre Duckworth dovrebbe essere il capo della Banda della Freccia Nera, ma il romanzo si allontana totalmente da seguire la storia dei banditi e dunque il loro generale perde il suo posto in questa storia.

Lo stesso Sir Daniel, che come cattivo è affascinante e sempre un passo avanti ai suoi nemici (o amici, tanto è lo stesso), è un po' trascurato in alcuni momenti, anche se mai come Riparatorti.

Quest'ultima vira, infatti, verso la guerra e lascia Dick a scoprire da quale parte in causa pende la sua lealtà; non solo. Uno degli aspetti che salvano il romanzo dal pasticcio di sottotrame che non si ricongiungono è lo sviluppo del protagonista. Se è vero che Stevenson lo conduce per vie che non mi aspettavo, dimenticandosi del titolo del romanzo e dell'idea di partenza, è pur vero che queste strade costituiscono un percorso di crescita per il ragazzo. Dick si trova a commettere leggerezze, trascinato dall'esuberanza giovanile e dalla tendenza ad agire senza valutare le conseguenze; tuttavia matura, grazie alla guerra e alle conseguenze di quegli stessi suoi errori, che gli ripresentano il conto, dandogli l'opportunità di rimediare in parte, essendosene pentito e avendo imparato la lezione. Unico nel contesto dello scontro fra case regnanti, Dick è quasi super partes, non riscontrandosi in nessuno dei partiti e non cercando neppure di ingraziarseli, pur ritrovandosi invischiato nelle battaglie e traendone persino dei benefici.

In conclusione, ritengo che la storia promettesse molto bene e che almeno la prima parte abbia un'ambientazione e un'atmosfera piacevoli e interessanti; trovo che sia stato fatto un buon lavoro sul personaggio di Dick, ma non salvo il modo sconclusionato con cui sono state portate avanti le vicende, perdendo di vista personaggi, senso dell'opera e inserendo invece altri elementi a tratti inutili (come l'amica di Joan). Principalmente sono rimasta male dallo scollegamento tra l'inizio e la parte centrale e finale; tutte le domande che ci facciamo all'inizio non trovano risposta e quanto annunciato nel prologo è perso di vista, probabilmente a causa della narrazione a puntate (forse non c'era un piano originale studiato nei dettagli fin da subito?). Non posso fare a meno di confrontare questa trama con quella di La donna in bianco di Wilkie Collins, che pur essendo pubblicata a puntate, al termine trovò un posto per ogni pezzo del puzzle.

L'avventura rimane al centro di ogni libro che compone l'opera, anche se i singoli episodi a tratti risultano scollegati. La scrittura è comunque scorrevole, ma non trovo che sia la penna migliore che abbia utilizzato il caro Stevenson.

Giudizio: una sufficienza non proprio piena ⭐⭐ 1/2

venerdì 7 giugno 2024

Prima esperienza con le detective stories orientali: il detective Kindaichi

 Edito nel 1946, Il detective Kindaichi, alias I delitti di Honjin, vinse il Mystery Writers of Japan Award nel 1948. A quanto mi risulta, questo romanzo, tradotto in Italia da Sellerio (203 pagine più glossario) è il primo della serie che ha per protagonista Kosuke Kindaichi, che qui appare come un giovane, circa venticinquenne, dall'aria trasandata, ma abile osservatore.


L'autore, Kosuke Kindaichi, è noto per la sua passione per i gialli occidentali (di cui cita molti autori anche nel romanzo, in particolare Dickson Carr, a cui è stato paragonato, arrivando a definirlo la sua variante giapponese), che ha tentato di emulare anche nella propria scrittura. Ci è riuscito?

Naturalmente posso esprimermi solo per il volume che ho letto, la cui ambientazione, tuttavia è molto nipponica, seppure lo stile di scrittura e la modalità con cui Kindaichi segue le indagini (anche se un po' carenti) rimandino al giallo classico, così come la trama.

Si tratta, infatti, di un delitto della stanza chiusa, grande must del genere giallo, particolarmente nel periodo in cui la storia è scritta. Nello stesso prologo si fa riferimento a Il mistero della camera gialla di Gaston Leroux (1907), Arsen Lupin. I denti della tigre di Maurice Leblanc (1921), La canarina assassinata (1927) e La tragedia in casa Coe (1933) di S. S. Van Dine e, naturalmente, La casa stregata di Dickson Carr (1934). Io aggiungo L'assassinio di Roger Ackroyd (1926) e Il Natale di Poirot (1938) di Agatha Christie.

La storia inizia con un narratore che rievoca quanto gli è stato raccontato da il dottor F. Il caso del villaggio di Yamanodani è riportato come se fosse un racconto di terza mano. Introdotta la ricca famiglia Ichiyanagi e gli antefatti del matrimonio tra il primogenito Kenzo e la maestra di scuola Katsuko, già nel capitolo 4 giungiamo alla tragedia. Gli eventi concernenti l'omicidio sono descritti dal punto di vista dell'affezionato zio di Katsuko, Ginzo: è lui che a chiamare a investigare il suo abile conoscente, Kindaichi, che comparirà quattro capitoli più tardi. I due coniugi sono, infatti, rinvenuti nella dépendance della casa principale, dove stavano trascorrendo la prima notte di nozze. Il luogo, descritto minuziosamente, anche con l'aiuto di una mappa, risulta tuttavia difficile da inquadrare per l'immaginazione di un lettore occidentale, tra soprafinestre, ponticelli, Shoji e, soprattutto, lo  strumento musicale protagonista del mistero, il koto.

Altro protagonista della storia è l'uomo con tre dita, che si aggira intorno alla casa fin dall'inizio. Il lettore di gialli un po' avveduto indovinerà presto come si inserisce nella vicenda.

Le descrizioni paesaggistiche e degli edifici sono molte e un pochettino prolisse, a mio parere: perlomeno hanno appesantito la mia lettura, che non è risultata così scorrevole. Le indagini sono presenti, ma al lettore non sono svelati tutti gli elementi che scopre Kindaichi (come vorrebbe invece l'ottava regola del decalogo di Knox). Il detective un po' prosegue per deduzioni e un po' per intuito. La nota più dolente è probabilmente il finale, la risoluzione del mistero, per due ragioni: la prima è proprio chi è stato; la seconda è la dinamica del delitto, molto alla Detective Konan, ossia impossibile da indovinare (un po' come tutti i sistemi con cui sono risolti i misteri delle camere chiuse, del resto).

Giudizio: un po' noioso e un po' deludente ⭐⭐

Fare la conoscenza del Commissario Soneri con L'affittacamere

 La serie del commissario Soneri è famosa per l'adattamento televisivo con Luca Barbareschi e Natasha Stefanenko, Nebbie e delitti e comprende sedici libri, i primi quattordici editi da Frassinelli, mentre gli ultimi da Mondadori. Proprio Mondadori ha curato la ripubblicazione del volume L'affittacamere, che lo scorso luglio l'autore ha presentato al festival Cesenatico Noir, evento durante il quale ne ho acquistato e fatta autografare una copia. Questo maggio sono finalmente riuscita a leggerlo, immergendomi nella sua malinconia.


Questo romanzo è il quinto con protagonista questo commissario solitario e un po' musone. In particolare, questa indagine consente di approfondire una delle ferite che rendono Soneri cupo, distante dai collaboratori e, persino, dalla compagna, Angela.

Il giallo si apre, infatti, con una vecchia conoscenza dell'uomo, la signora Fernanda, che viene in commissariato a cercarlo, perché la sua vicina di casa, Ghitta, non risponde, eppure non dovrebbe essersi assentata. In effetti, Soneri ne scoprirà presto il cadavere e inizierà a indagare, con il contributo, mantenuto un po' a distanza, dell'ispettore Juvara. Il commissario, in realtà, si farà aiutare un po' anche da Angela, che lo guiderà alla riscoperta del vecchio centro di Parma, ormai abbandonato dalla borghesia bene e rimasto popolato solo da stranieri e derelitti. Tuttavia, l'uomo terrà anche la compagnia a una certa distanza emotiva, preferendo addentrarsi nella giunga del centro storico e in tristi ricordi da solo e per un motivo preciso. Il luogo del delitto, infatti, è la casa e la pensione di Ghitta, che molti anni prima aveva affittato una camera anche alla moglie, nientemeno, dello stesso Soneri, morta da alcuni anni.

L'indagine, condotta tra le nebbie e le notti delle stradine meste, ma non del tutto disabitate, della città, guida il commissario a incontrare figure che provengono dal suo passato e da quello di Ghitta: lo porteranno dritto dritto a scontrarsi coi suoi fantasmi e con quanto è rimasto di insoluto nella fine del suo matrimonio.

Si tratta di una storia molto malinconica; la scrittura è molto attenta a scandagliare le sensazioni del commissario e degli indagati, così come di tutti coloro che ruotano attorno al caso. L'atmosfera stessa è molto intima.

Riguardo allo stile di poliziesco, il commissario Soneri segue le orme di un Montalbano o un Adamsberg: vaga seguendo il suo filo dei pensieri e delle sensazioni. Gli interrogatori da cui scaturiscono le riflessioni, anche solide, del poliziotto sono guidati da intuizioni, che lo mantengono sempre in vantaggio rispetto al lettore. 

La scrittura alterna dunque dialoghi, piuttosto scorrevoli e credibili, alla descrizione dei paesaggi cittadini e delle peregrinazioni del commissario. Questa parte, per me, è stata molto apprezzabile. La storia, invece, mi ha interessata fino a un certo punto, anche se l'alone di amarezza e rimpianto che caratterizza la vicenda l'ha anche resa interessante, particolare e gradevole per me.

In conclusione, tuttavia, il gradimento è non eccezionale.

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 2 giugno 2024

Episodi di vita della...Gente di Dublino

 James Joyce, studiato come tutti a scuola, mi ha sempre incusso un certo timore reverenziale, principalmente per lo stile noto come "flusso di coscienza", utilizzato in alcune sue opere, tra cui il romanzo Ulisse. Mi sono dunque approcciata solo quest'anno a una delle sue opere più note, regalatami anni fa, ossia Gente di Dublino.


I Dubliners (titolo inglese) sono una raccolta di racconti ambientati nella Dublino di Joyce, pubblicata nel 1914, otto anni prima dell'uscita di Ulisse, che è quasi un episodio più lungo e con meno punteggiatura di questa stessa raccolta.

Il mondo raccontato da Joyce, infatti, e che fa da sfondo ai suoi personaggi nei racconti e nei romanzi è questa città industriale e in crescita, più un ricordo per l'autore, che non una realtà, essendosene allontanato poco più che ventenne nel 1904. I racconti sui Dublinesi sono composti tra l'anno della partenza e il 1907.

Si tratta di quindici racconti, piuttosto brevi, eccetto l'ultimo, di circa una cinquantina di pagine nella mia edizione Mondadori del 2014. Si incentrano su episodi o situazioni di vita di persone qualunque, spesso di bassa estrazione sociale, ma non esclusivamente.

Il primo racconto della raccolta, Le sorelle, forse quello che mi è piaciuto meno, ha per protagonista un ragazzo, che deve affrontare una brutta notizia riguardante un suo conoscente e mentore; sempre per protagonisti dei ragazzi anche i racconti Un incontro, fatto proprio da due giovani studenti che marinano la scuola e che si rivela anche un po' ambiguo e inquietante e Arabia. 

In questo caso il protagonista attende con ansia tutta la giornata di potersi recare in un bazar, per un motivo romantico. Questo è uno dei racconti che mi è più piaciuto, per le capacità dell'autore di raccontare in modo tanto credibile le emozioni del giovane, sia nell'attesa di quel pellegrinaggio, sia nel finale. Questa stessa caratteristica si ritrova anche in Eveline, dove protagonista è una diciannovenne che si dibatte tra aspirazioni e sensi di colpa.

Dopo la corsa è il secondo racconto che non mi è piaciuto probabilmente per il suo essere amaro, riguardando un gruppo di amici che passano una serata insieme a fare baldoria e a giocare a poker.

Nemmeno I due galanti, per il tema molto maschilista, ha fatto breccia nel mio cuore, ma si colloca meno in basso per l'ambientazione e l'accurata descrizione dello stato d'animo di uno dei due personaggi, che attende l'amico per sapere com'è andata la serata con una donna. Un po' vano, come questi ultimi due, sarà anche il racconto Il giorno dell'edera, anche se è il dodicesimo in ordine, in cui discutono fra loro i membri di un team elettorale.

Pensione di famiglia è un racconto più leggero, dall'aria di commedia, con qualche richiamo alla Locandiera di Goldoni, per via del personaggio della scaltra proprietaria della pensione, che ha tutte le intenzioni di farsi valere in una faccenda che riguarda la figlia. Questo racconto non è esente da una nota amara, come gli altri della raccolta, ma non quanto Una piccola nube, dove un confronto fra vecchi amici fa riflettere molto sulla condizione della propria vita.

Tristissimo e cupo, invece, è il racconto chiamato Rivalsa, in cui Joyce illustra molto bene le conseguenze che ha su un uomo l'alcolismo, sul lavoro e a casa. Non ha un lieto fine neppure Un caso pietoso, che narra di un uomo e una donna che si conoscono a un concerto e che, condividendo la passione per la musica, intrattengono per un certo tempo un rapporto di amicizia. Sulla tristezza della condizione umana si incentra anche Polvere (che in realtà è Clay in inglese, argilla, più attinente a quello che accade nel racconto), incentrato su una visita che compie una povera lavandaia di nome Maria al bambino che accudiva un tempo, ormai adulto e con una sua famiglia.

Ancora un'ingiustizia è protagonista del racconto Una madre, dove una donna si trova a scegliere tra far subire un torto alla figlia e comprometterne la carriera futura in un mondo scorretto e maschilista; anche questo, come molti di quanti già citati, lascia l'amaro in bocca.

Meno amaro e tragico è invece La grazia, dove un gruppo di amici si unisce per aiutare un loro conoscente, anch'esso afflitto da alcolismo, e la sua sfortunata moglie. Anche I morti ha un inizio meno triste degli altri racconti, poiché ambientato a una festa, eppure i dispiaceri e i problemi delle vite dei personaggi trapelano lo stesso nelle pagine, quasi che non si potessero lasciare fuori dalla porta di casa neanche se si sta festeggiando un bianco Natale.

Questa Dublino di povera gente, violenti, ubriaconi, sbandati è estremamente affascinante e triste. Mi è piaciuto moltissimo il modo in cui Joyce ha saputo raccontare queste miserie del portafoglio o dell'animo, scolpendo personaggi molto vividi. Ho avuto certo torto a pensare che sarebbe stata una lettura pesante, perché si è rivelata interessante, quasi emozionante, e non mi ha richiesto più di un pomeriggio. La scrittura non è ricercata, ma semplice, si adatta al tema dei racconti.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 27 maggio 2024

I racconti di Bianca Pitzorno sono Sortilegi

 Bianca Pitzorno scrisse nel 1990 la storia di accompagnamento alle tavole di Piero Ventura, che raffiguravano una giovane, rimasta a vivere sola nel bosco dopo la morte della sua famiglia, a causa della peste seicentesca, e poi accusata di essere una strega.

Pochi anni fa, la storia illustrata uscita nel 1991 col titolo di Ritratto di una strega e nel 2000 come La strega di Vallebuja, è stata ripresa dall'autrice sarda per Bompiani e approfondita nella parte di racconto che fa riferimento alla vita della protagonista, Caterina, negli anni vissuti in solitudine.

Questa genesi del racconto La strega è nelle note al termine del primo racconto di questa piccolissima antologia: un totale di tre racconti, ciascuno corredato della sua nota esplicativa, e 141 pagine.


La storia del primo e più sostanzioso racconto (un'ottantina di pagine) è quella immaginata da Piero Ventura e raccontata in linguaggio seicentesco da Bianca Pitzorno. L'aggiunta all'originale, scritta con un altro linguaggio, addolcisce e aggiunge una parte magica al nocciolo crudo del racconto di un'ingiustizia perpetrata ai danni di una ragazza innocente. La storia di Caterina si intreccia a quella degli abitanti del paese di Albieri e non solo. Compaiono, infatti, anche accenni a personaggi quali Galileo Galilei e sua figlia, Suor Maria Celeste (ed è subito crossover con Oscura e Celeste, letto un paio di mesi fa).

Il racconto mi è piaciuto, ma mi ha anche provocato emozioni negative durante la lettura, dispiacere e rabbia, anche se la storia non è nuova.

In questo senso, ho forse preferito gli altri due racconti, che seppur molto più brevi, condensano alla perfezione il senso di magia che permea ogni pagina di questa raccolta, con un finale meno triste.

Maledizione (poco meno di 20 pagine) è la storia del risentimento di una donna, che ha inutilmente aspettato qualcosa tanto a lungo, da dispiacersi e vendicarsi quando ciò che desiderava tocca ad altri.

Profumo, ancor più breve (otto pagine), racconta della leggenda di biscotti realmente esistenti in un paese in Sardegna, Mughèdule, capaci di evocare sensazioni ammaliatrici.

Ho già avuto modo di apprezzare la scrittura scorrevole ed evocativa dell'autrice e queste poche pagine non fanno che riconfermarmi che la lettura di qualsiasi cosa di Bianca Pitzorno è un'esperienza piacevole e felice di suggestioni.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 13 maggio 2024

Ho ascoltato gli audiolibri dei primi tre capitoli della saga di Vani Sarca di Alice Basso

 Vi è mai capitato di trovare spiacevole o addirittura brutto un libro o un film o una serie, ma non riuscire a staccarvene perché vi ricorda qualcosa, ma non capite cosa?

A me è successo con la saga della ghostwriter Vani (diminutivo di Silvana) Sarca, di Alice Basso. Ci ho messo un audiolibro e mezzo a capire cosa mi ricordava e a classificare finalmente questa serie in un genere definito, ma non letterario. Perché una cosa è certa: questa serie non appartiene al filone del giallo. No, nemmeno al poliziesco all'italiana. Non solo perché nei primi tre libri non ci sono indagini su omicidi freschi (scordatevi Jessica Fletcher e l'ispettore Barnaby, che hanno almeno due morti a episodio) - cosa che potrebbe apportare un briciolo di realismo alla serie, contrapponendosi ai Don Matteo del caso, dove è irreale che Gubbio subisca ogni anno così tante perdite.

Il genere super-trash a cui appartiene è il motivo per cui poi mi ci sono attaccata, ormai in pace con me stessa, per lo stesso motivo sciocco per cui guardo i film dello stesso genere in TV.

Andiamo con ordine, partendo dal primo (audio)libro: no, non ci avrei speso soldi nel comprarli, ma ormai avevo iniziato l'abbonamento su Audible e sapevo che questa serie era piaciuta. Potrebbero seguire piccoli spoiler (meno che posso).


L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome
(il titolo, lo spoilero subito, non fa riferimento alla trama gialla, che è sempre in secondo piano ed evidentemente non interessa alla scrittrice) esce nel 2015 ed è l'esordio letterario di Alice Basso, fino a quel momento redattrice per case editrici, come la sua protagonista. Spero che le somiglianze si interrompano agli studi classici e alla carriera, perché Vani Sarca è uno dei personaggi più odiosi, saccenti, improbabili e superbi di cui mi sia mai capitato di leggere.

Si tratta di un personaggio fintissimo e non solo per la scarsa fatica che ci ha messo l'autrice a descriverla fisicamente: è Lisbeth Salander (come se io per leggere un libro dovessi essermi per forza letta la saga di Millennium, che non mi ha ancora ispirata, o visti i film). Il suo difetto principale non è neppure credersi intellettualmente superiore a qualsiasi altra creatura che respiri e dichiarartelo almeno una volta per capitolo (dal secondo romanzo in poi, perché nel primo lo fa in media una volta ogni due pagine), ma il fatto che non sia credibile per due ordini di ragioni.

Nell'esordio, che ho cercato di perdonare proprio in virtù del fatto che si devono un po' introdurre i personaggi e le dinamiche, abbiamo questa ghostwriter, abile come nessuno mai nel mondo, che lavora per Edizioni Erica. In modo eccessivamente didascalico (ossia spiattellandoti vita, miracoli e motivi di risentimento della protagonista, tutto nei primi capitoli, senza andare avanti mai con la trama ー come se in effetti ci fosse) è spiegato che Vani è sostanzialmente una profiler e un genio per natura. Non ha avuto addestramenti, lei è nata profiler: vede le persone due minuti (a volte non le vede nemmeno, le sente solo raccontare da altri osservatori, ma qui siamo ai poteri di Superman che sfoggia nel terzo libro) e sa perfettamente come si comportano, cosa pensano e quali sono le loro motivazioni e i loro punti deboli. Questo suo dono di nascita le consente con facilità di essere un camaleonte: qualche ricerca su Google e immaginarsi di essere un chirurgo o un notaio e lei è perfettamente in grado di fare quel mestiere come se lo avesse studiato per anni e sa tutto di quegli argomenti, così da scrivere i libri per la sua CE o improvvisare un contratto a prova di avvocato (eventi raccontati nei libri, non iperboli). Direi che si vede benissimo il primo motivo per cui non è un personaggio credibile: questa cosa è semplicemente assurda. C'è meno sospensione della realtà nel leggere Harry Potter!

Uno dei motivi di risentimento nella vita è essere sempre stata considerata diversa, dalla famiglia e dalla società; l'altro motivo è la sua invisibilità, soprattutto dopo aver ideato la trama del libro di maggior successo della decade, senza poterlo dire a nessuno. [Si potrebbe aprire un capitolo sull'arroganza con cui l'autrice è convinta che aver legato insieme i personaggi letterari americani in una fanfiction sia un colpo di genio e non un temino scolastico, ma lasciamo stare.]

Qualche tempo dopo l'uscita di questo capolavoro di metanarrativa americana, l'autore che figura nella firma del libro, il professore universitario Riccardo Randi, la riconosce a una presentazione e i due cominciano a frequentarsi. Da qui parte la trama del libro, che verterà principalmente su questo aspetto. Secondariamente, le viene assegnato l'incarico di scrivere il successivo libro di una sorta di medium di angeli, che finora si è occupata di libri sostanzialmente di life coaching. Quando questa donna, Bianca, scomparirà, Vani intuirà un rapimento e inizierà a collaborare con il commissario di polizia, Romeo Berganza.

Dobbiamo fermarci per due considerazioni: la prima è che succede frequentemente che Vani indovini un fatto o una sua conseguenza logica, senza assolutamente considerare le altre possibilità (il rapimento, piuttosto che un malore o un omicidio e, in una differente circostanza, la natura omosessuale o addirittura asessuale di un personaggio, piuttosto che, semplicemente, l'infertilità come causa per non aver avuto figli). La seconda è che, non appena il commissario ci viene descritto come un personaggio assolutamente degno di nota ー subito, immediatamente ー si capisce fin troppo bene che la dinamica al centro di tutti i primi romanzi sarà una sola. Riuscite a indovinare? Naturalmente, il triangolo.

Vani risolverà il caso facendo ricerche su Google per il suo lavoro (non sto scherzando, va proprio così) e improvvisandosi esperta di mediazione in caso di rapimento. Su questo essere al contempo Morgan e Reed della situazione ci torneremo. In ogni caso, la scarsa credibilità con cui il caso è risolto mi ha fatto venire il voltastomaco. Non si è trattato, come dicevo all'inizio, né del classico giallo, in cui un detective (esperto o improvvisato che sia), pone domande a dei sospetti (presenti fin dall'inizio e tra cui si nasconde il colpevole, come vuole la prima regola del decalogo di Knox, sennò è giocare sporco), né il poliziesco italiano in cui comunque ci sono delle indagini da seguire, anche se più in base all'ispirazione del protagonista che a una logica ferrea, che possa seguire anche il lettore. No: mentre Vani è presa a fare cose che riguardano la sua vita sentimentale, di sfuggita le scappa anche di risolvere il caso, così, per sbaglio. Il responsabile compare anche tardissimo, praticamente a fine libro!

Questo è a tutti gli effetti un romanzo rosa o, se vogliamo dirlo altrimenti, sono le avventure di Vani Sarca. Non è un giallo e, secondo me, è troppo indirizzato verso il pubblico femminile (e non tutto).

A questo punto avrei volentieri smesso di seguire la serie, eppure ho proseguito...perché? La risposta più probabile è che semplicemente io sia una masochista. La seconda risposta è che volevo vedere se avrebbe continuato come romanzo rosa o si sarebbe ricordata la pretesa di essere altro. La terza risposta, quella che mi do per salvare le apparenze, è che il primo libro di una serie ha una storia a sé e, per non fare come ho già fatto con Petra Delicado e Clara Simon, forse gli si può dare una seconda possibilità. Ormai ce lo aveva già chiarito l'autrice, in ogni modo, che Vani è super capace in quel che fa, no? Non ci sarà mica bisogno di ribadirlo ogni piè sospinto anche nel secondo libro?

C'era bisogno, evidentemente.

Scrivere è un mestiere pericoloso (tranquilli, i titoli sono tranquillamente intercambiabili, perché non si riferiscono mai alle indagini) vede ormai Vani alternare due lavori: quello di ghostwriter nella sua casa editrice e quello di consulente della polizia, come esperta in comunicazione. Gli incarichi lavorativi convergono, in questo caso, poiché, mentre deve intervistare la vecchia cuoca, ormai vicina alla demenza senile, della famosa famiglia di sarti torinesi Giay Marin, questa rivela che è stata lei a uccidere il primogenito della famiglia, Adriano, cinque anni prima, e non il di lui fratello, Aldo. Vani, dunque, deve da un lato raccogliere aneddoti e ricette della signora Irma Envrim, dall'altro verificare che abbia dichiarato la verità e che non abbia ammesso l'omicidio solo perché svanita e perché abbia atteso cinque anni per farlo.

Ci troviamo stavolta di fronte a un cold case, la cui risoluzione spezza un'altra delle regole del buon Knox, la quarta: un lettore che non conosce quel che spiega Vani, non potrebbe mai risolvere il mistero (e in pochi credo che conoscono la tecnica di cui parla).

In ogni caso, finalmente, in questo libro ho capito il genere a cui appartiene questa serie e l'ho scoperto quando Vani è invitata al ballo di Natale dai Giay Marin, che le mandano un principesco abito su misura per l'occasione. Vi fa venire in mente niente?

A me ha ricordato gli scadentissimi film televisivi, con trame tutte uguali, della casa di produzione canadese Hallmark (quelli spesso a tema natalizio che TV8 trasmette da mattina a sera dall'avvento a Pasqua, per intendersi).

Come già detto, questi libri trattano delle avventure sentimentali della protagonista, che si ritrova in romantici appuntamenti a pranzare in riva al fiume o, a sorpresa, in una pasticceria di lusso, oppure, "costretta" a prendere ripetizioni di cucina, sempre romantiche, perché deve scoprire se le ricette della vecchia Irma sono davvero come gliele ha dettate. Decisamente una sceneggiatura Hallmark.

Arresami a questa evidenza (chi è che non si perde a guardare quei filmastri, pur consapevole che sono prodotti di infima qualità e tutti uguali), non ho esitato ad ascoltarmi il terzo libro, per scoprire come si concludeva il triangolo amoroso. Infatti, ora che lo so, non ho più motivo per ascoltare anche il quarto e il quinto romanzo, anche se per spirito di completezza potrei intrattenermici mentre guido andando a lavoro.

Non ditelo allo scrittore prosegue sullo stesso filone del secondo libro. Da un lato Vani deve riuscire a rendere intervistabile un professore saccente, scontroso e maleducato, che si è scoperto essere il vero autore di una delle opere più importanti della letteratura; dall'altro la polizia deve scoprire chi è la talpa in un caso di mafia. La risoluzione di questo aspetto presenta la solita inverosimiglianza degli altri due casi e riemerge, quasi identico, il modo di risolvere il sequestro di Vani. La cosa che non mi torna è che, se in Criminal Minds ci sono vari agenti che hanno caratteristiche diverse, la cui combinazione consente di risolvere quasi tutti i crimini e prendere quasi tutti i cattivi, Vani invece non opera in squadra: è la mente e l'esecutrice. Si comporta sia come l'agente Reed, che ha dalla sua sconfinate conoscenze, sia come Morgan, che ha l'eroismo e l'intraprendenza, ma anche come l'empatica Prentiss oppure come il capo della squadra, Hotchner. Come già rilevato, questo aspetto duplice (perfino multiplo) incarnato nello stesso personaggio, già telepatico e onnisciente, è uno dei motivi di poca credibilità della figura; ma veniamo, finalmente, al secondo motivo.

Questo emerge un po' nel secondo romanzo e, più marcatamente, nel terzo: Vani, infatti, è al contempo sia un genio, sia completamente stupida, al punto da non cogliere il significato di quello che le dice lo spasimante, sul procinto di dichiararsi per tutto il libro, con affermazioni perfettamente comprensibili e interpretabili in una sola direzione, tranne che per la destinataria. Sia chiaro, non c'è sorpresa nello scioglimento di questo triangolo, ma il fatto che Vani caschi dal pero, forzando questo sdoppiamento di personalità per cui è un profiler superiore a tutti in ogni aspetto della vita, tranne che nelle relazioni sentimentali, è il secondo ordine di mancanza di credibilità.

Quest'opera mi ha fatto arrabbiare praticamente per tutto il corso dell'ascolto e non ci avrei perso tempo, se si fosse trattato di leggerlo. Il primo romanzo, in particolare, l'ho detestato. Gli altri due si riprendono un po', ma è pesantissimo sentire continuamente l'autrice sperticarsi in descrizioni di quanto è brava Vani, compreso dover psicoanalizzare gratis un tizio che incontra in macchina mentre va dalla sorella (ma c'è anche l'episodio delle due amiche al bar). Cosa dovrebbe essere, show don't tell? Non lo è, perché è ridondante e contraddetto subito dal fatto che Vani si autodichiara la numero uno in quel che fa, moltissime volte, cosa veramente pesante. Si riconferma, per me, l'antipatia per i personaggi che raccontano in prima persona. Non è la prima volta che constato che, all'opposto di avvicinarli al lettore, li rende più antipatici.

Anche i personaggi sono problematici: sono divisi in due gruppi, quelli che stanno antipatici a Vani e sono, pertanto, quasi integralmente negativi e quelli che le sono simpatici e, dunque, sono positivi. La via di mezzo c'è, ma è rara, anche perché la protagonista si circonda solo da pochissime persone, che vedono le cose a modo suo (e sono superiori alla media ー vogliamo dimenticare il primo romanzo in cui l'autrice ripete 2-3 volte che Berganza è un poliziotto davvero, ma proprio davvero, in gamba?) o proprio le somigliano caratterialmente.

Tutti gli episodi della Vani bambina o ragazzina mi sono rimasti indigesti: sostanzialmente si tratta, ancora una volta, di una ripetizione. L'avevamo capito nel primo libro che si sentiva incompresa a casa. Gli altri flashback, in terza persona, sono solo varianti delle prime.

Ma questi libri ce l'hanno qualcosa che li salva? Sì. La scrittura non è male, anzi, togliendo il suo essere didascalica fino al sottolineare due volte l'ovvio e le ripetizioni della bravura di Vani, è addirittura buona.

Giudizio: intrattenimento Hallmark, validissimo, per carità, ma non quel che ci si aspetta ⭐⭐