domenica 5 maggio 2024

Luis Sepúlveda ci porta le Ultime notizie dal sud

 "Sognavo e ancora sogno quella macchina a vapore. Non so se sono un uomo coraggioso, ma so che non temo la morte perché l'ho sempre vista legata alla vecchia locomotiva. Mi aspetta su un binario deserto, io infilo le ultime monetine nella fessura, le bielle iniziano a muoversi, escono sbuffi di vapore, salgo senza voltarmi indietro e me ne vado. Tutto qui."

Con parole sognanti, Luis Sepúlveda ci accompagna ancora una volta in Patagonia. 


Come in Patagonia Express (1995), nato dall'incontro con Bruce Chatwin a Barcellona, l'autore cileno, armato di una moleskine, ripercorre, a distanza di anni (2011), i paesaggi della Terra del Fuoco, immortalati dalle fotografie di Daniel Mordzinski, e racconta alcuni episodi di quel che lui e il fotografo hanno visto, incontrato, vissuto nel viaggio intrapreso insieme nella seconda metà degli anni Novanta, al di sotto del 42° parallelo.

Lo scrittore ci spiega subito che sono stati gli ultimi testimoni di molto di ciò che videro e che adesso non c'è più, probabilmente cancellato, abbattuto dal progresso. La testimonianza di una Patagonia selvaggia e perduta rende, dunque, ancora più preziosa la lettura di Ultime notizie dal Sud (161 pagine, Guanda), già resa speciale dalle numerose fotografie presenti.

Gli episodi raccontano di luoghi sperduti e di persone che resistono all'avanzata del progresso contrapponendo i loro diversi e antichi modi di vivere: dal triste addio all'amico e scrittore Osvaldo Soriano, a cui il libro è dedicato, al liutaio che cerca il pezzo giusto per il suo lavoro, passando dalla signora Delia, dal primo artigianato cinematografico della Patagonia e dall'ultimo viaggio del Patagonia Express.

La scrittura di Sepúlveda è sempre poetica e soave, ma si avverte non poca rabbia, quando l'autore denuncia i cambiamenti imposti da una nuova modernità asettica e incapace di comprendere i bisogni di chi vive veramente quei luoghi, come quando racconta l'impossibilità di scoprire a che ora parte il treno per la Patagonia, perché le ferrovie sono state privatizzate e la nuova burocrazia ha perso il contatto con la realtà e con la gente. Ancora più dura la critica agli stranieri, che non comprendono la terra che comprano, ma hanno denaro sufficiente per farlo e dunque possono prendersi gli appezzamenti che desiderano, cacciando i locali, o requisire il treno che serve agli abitanti del villaggio di El Maitén per raggiungere i servizi principali di Esquel.

Personalmente, ho trovato questo libro molto bello, sia per la scrittura di Sepúlveda, piacevole e appassionata, sia per la sua straordinaria sensibilità nel raccontarci questi episodi surreali e magici di un mondo che sembra non esserci più. Mi è piaciuto e lo raccomando (come Patagonia Express e per gli stessi motivi) per leggere di avventure estremamente distanti dal nostro modo di vivere, restituite intatte nella loro atmosfera e nel loro sapore autentico.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 29 aprile 2024

Da "Se i gatti scomparissero dal mondo" mi aspettavo di più

 Non so se il problema sono io. Non so se è la letteratura giapponese. Non che io e la letteratura giapponese ci frequentiamo proprio così accanitamente, a dirla tutta.

Però, in effetti, tirando un bilancio, non ci capiamo. Questa è la quarta volta (e il terzo autore) che va male. Dopo L'abito di Piume di Banana Yoshimoto, dopo i primi due libri della "Saga del caffè" di Toshikazu Kawaguchi, anche il romanzo di Kawamura Genki, di cui avevo tanto ben sentito parlare, per me si è rivelato un ni.


Se i gatti scomparissero dal mondo
è un libriccino, edito da Einaudi, di 159 pagine + glossario. 

La storia inizia quando un uomo, un postino, scopre di avere pochi giorni di vita. Riceve dunque una visita inaspettata, nientemeno che dal Diavolo, che gli propone il classico patto: giorni di vita in più, in cambio di...? [Spoiler: titoli dei capitoli.]

Si tratta di un libro-riflessione sul senso della vita e delle piccole cose che ci circondano: i film, gli orologi, i cellulari... Ogni oggetto o cosa che il protagonista analizza perché potrebbe perderla diventa spunto di riflessione. Di cosa vale la pena circondarsi? Di cosa invece no? Ogni cosa ha un pro e un contro? Probabilmente sì, tranne una: naturalmente il gatto.

Il protagonista condivide, infatti, con Cavolo una storia molto tenera, che ci verrà svelata a poco a poco (oltre a dirci molto spesso che è così incredibilmente morbido).

Perché non mi è piaciuto questo libro? Fondamentalmente perché l'ho trovato banale. Almeno per me, raccontava quelli che per me sono fatti assodati o cose scontate. Non so se la sensibilità occidentale e giapponese non si incontrano, ma quel che dovrebbe essere un testo profondo, ai miei occhi è risultato solo banalotto e sdolcinato.

Inoltre, non so è la traduzione stessa il problema o se la lingua giapponese è ripetitiva, ma mi hanno terribilmente stonato i continui sostantivi preceduti da "il mio adorato".

Lo stile di scrittura in generale è molto semplice e i personaggi sono appena abbozzati. Come mi era capitato di osservare nella serie "del Caffè", si tratta più di ruoli, di stereotipi, quasi, che di personaggi (o per lo meno li percepisco così, distanti).

Perché, invece, è un ni e non un chiaro no? Anche se molte riflessioni sono state un po' blande e alcuni concetti anche un po' ovvi, per non parlare dell'andamento del libro, palesemente svelato dai titoli dei capitoli (non ho parole!), alcuni spunti di riflessione li ha forniti anche a me.

Il protagonista, per esempio, compila la classica lista delle 10 cose da fare prima di morire e questo ha generato alcune considerazioni slegate dall'andamento della trama, di cui farò comunque tesoro. Dunque qualcosa me lo ha lasciato lo stesso, pur riconfermandomi la stessa sensazione lasciatami dagli altri (pochi) libri giapponesi che ho letto: la straordinaria rivelazione di cui parlano è più vicina alla scoperta dell'acqua calda, che a una sorsata di Acqua della Vita.

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

martedì 16 aprile 2024

Omicidio al Grand Hotel riesce a essere un giallo classico

 Vienna, 1922: il farmacista sessantenne Anton Böch ha come inquilina l'insegnante in pensione Ernestine Kirsch, di cui è anche un po' innamorato, che lo trascina in un week end sul Semmering. Al Grand Hotel Panhans, infatti, è stato organizzato un corso di tango per ricchi membri della società viennese. Come in un giallo classico, l'albergo rimarrà isolato da una tormenta di neve e capiterà l'omicidio che permetterà alla neo coppia di detective in erba di mettersi alla prova. Tutto il mistero ruota alla prima guerra mondiale, permettendo all'autrice di raccontare qualcosa del conflitto svoltosi sul Fronte Meridionale.


Omicidio al Grand Hotel
è il primo romanzo della serie di Ernestine e Anton, investigatori dilettanti nella Vienna del primo dopoguerra. Questi gialli, scritti dalla viennese Beate Maly, classe 1970, sono pubblicati da Emons nella collana Gialli Tedeschi. Sono già stati tradotti in italiano (in ordine, come è scritto sotto ai titoli, per agevolare il lettore nel riconoscere la cronologia) anche  Morte in scena a Vienna e Omicidio sul Danubio. Poiché mi è molto piaciuto questo esordio, sono sicura di acquistare anche i seguiti. Questa (al momento) trilogia è caratterizzata anche dalle copertine, che presentano motivi Art Nouveau.

Questo romanzo d'esordio inizia in modo abbastanza lento: giustamente ci deve anche fornire l'introduzione ai protagonisti. Il ritmo non è mai forsennato, ma non annoia mai, anche perché nessuna pagina è inutile e ogni riga fornisce un'informazione mai superflua. La giallista dissemina pezzettini di puzzle per tutta la narrazione e il buon lettore di gialli ha tutto il necessario per arrivare alla soluzione del caso da solo. Io ho fallito, ma riconosco che Frau Maly ha giocato pulito. In questo il mistery è davvero costruito come un classico, col detective, gli indizi, gli interrogatori, oltre all'ambientazione (luogo isolato, solo i presenti possono aver compiuto l'omicidio).

Riguardo ai personaggi, abbiamo Anton, bon viveur, amante della buona cucina e innamoratissimo nonno. Lavora con la figlia, rimasta vedova di guerra e conduce un'esistenza serena, anche se segnata dalle esperienze del conflitto appena concluso. Queste esperienze, tuttavia, gli hanno anche fornito alcune conoscenze che si rivelano utili nello svolgere, suo malgrado, le indagini. Durante il soggiorno al Panhans preferirebbe gustare le raffinata cucina del cuoco, piuttosto che ballare il tango o intrufolarsi nelle camere altrui.

In queste avventure è, infatti, trascinato dalla travolgente Ernestine, poco meno che sessantenne, ma attiva e dalla curiosità viva. Nella "coppia" (non ufficiale, ma chissà che prima o poi non si dichiarino - questo lato romance non è marcato, ma la simpatia reciproca c'è) è lei che si lancia audacemente nelle indagini, e, da ex-insegnante, ha anche l'autorevolezza necessaria a farsi prendere sul serio dagli ospiti dell'albergo, che, ben o mal volentieri, si affidano a lei in assenza della polizia (elemento necessario a farla agire come detective).

Ernestine prende l'iniziativa e Anton si rassegna a starle dietro, preoccupato che non si cacci in guai troppo grossi: esattamente il rapporto che hanno i disneyani Bianca e Bernie.

"Non è terribilmente eccitante?" chiese, battendo le mani.

"Terribile, sì. Eccitante non saprei."

"Suvvia, Anton," aggiunse lei, rifilandogli una leggera gomitata nelle costole. "L'eccitazione mantiene giovani. Ci costringe a sforzare la materia grigia. [...] E qua non stiamo risolvendo un cruciverba o leggendo un romanzo a buon mercato, è un crimine vero e proprio!"


In conclusione ho trovato questo giallo ben fatto e molto piacevole da leggere: è leggero e abbastanza breve (249 pagine), divaga molto poco e quando lo fa, descrivendo ad esempio i deliziosi pranzetti dello chef del Panhans, è per restituite un atmosfera piacevole e rilassata.

Giudizio: ⭐⭐⭐3/4

martedì 9 aprile 2024

Oscura e Celeste: Marco Malvaldi rende Galileo Galilei un detective

Anno Domini 1631, Firenze. Imperversa la peste fra le strade della capitale del Granducato di Ferdinando II e padre Niccolò Riccardi aspetta che Galileo Galilei gli invii finalmente questo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, dove il matematico dovrebbe dimostrare la possibilità del moto della Terra intorno al Sole, già teorizzata da Copernico (possibilità che, naturalmente, non è reale, come si aspettano che scriva Galileo, a causa di quanto scritto nella bibbia). Come sappiamo, per quell'opera il matematico finirà davanti all'inquisizione.

Quel che di interessante, però, ci propone Marco Malvaldi (toscanissimo autore dei gialli del BarLume, ma anche di saggi -è un chimico- e di gialli storici -per esempio quelli di Pellegrino Artusi- e altre opere) in questo giallo storico, è la sua teorizzazione di cosa combinò Galileo in un piccolo intervallo di tempo non conosciuto, non descritto nelle lettere che scriveva alla figlia, suor Maria Celeste, proprio perché le abitava accanto, nella Villa Il Gioiello di Arcetri.


Esattamente come (vedi ultimo articolo del blog) Estleman ha trovato lo spiraglio in cui far interagire Sherlock Holmes e Dracula, nei momenti in cui il vampiro non compare nel romanzo di Stoker, nell'intervallo di tempo in cui non si hanno informazioni sulle attività di Galileo, Malvaldi ha sviluppato questo romanzo, bello intricato di trame e sottotrame. Oscura e Celeste è edita da Giunti e presenta un totale di 348 pagine.

La trama del giallo vede al centro il convento di San Matteo in Arcetri, convento di suore di Santa Chiara, tra cui le due figlie di Galilei. Nel bel mezzo della peste e degli intrighi gesuiti per capire cosa sta scritto dentro al Dialogo, una suora è ritrovata morta. Si tratta di Suor Agnese, amica di suor Maria Celeste, donna intelligente e istruita, tanto da interessarsi al lavoro di Galileo e conversare spesso con lui di scienza. Il matematico non può, dunque, esimersi da aiutare il canonico Cini (ex allievo di Galileo stesso e incaricato dal Granduca proprio di far luce su questioni poco chiare che covavano in quel convento) nelle indagini su quanto accaduto alla ragazza.

A questa storia si intrecciano altre vicende, storiche e non inventate, che Malvaldi monta abilmente insieme per poter dare un quadro del tempo, dalle scoperte astronomiche all'operato della Chiesa e dei suoi ordini di monaci e suore, passando per le condizioni di vita nei conventi e nelle città, per la politica; toccando di sfuggita anche la storia di Artemisia Gentileschi.

Lo stile dell'autore è leggero, scorrevole, soprattutto divertente; strizza l'occhio al lettore e commenta gli avvenimenti, li spiega al pubblico del Ventunesimo secolo (uno stile per tutti, insomma, anche i meno dotti, pur inserendo spiegazioni del funzionamento dell'orologio ad acqua, la dimostrazione degli indivisibili, etc, con tanto di disegni). Il linguaggio mescola comicità fiorentina (del resto alcuni personaggi parlano con inflessioni del volgo) e, nei dialoghi, un linguaggio seicentesco. Ho trovato questa scelta vincente, poiché alleggerisce molto e rende il libro fruibile in modo universale.

Va detto che, forse con lo scopo primario di ricostruire quello scorcio storico (Malvaldi acclude una vita di Galileo finale e una nota in cui spiega la genesi dell'opera), la trama gialla è molto diluita, passa in secondo piano ed è anche abbastanza semplice. Ci sono svariati elementi di mistero, tuttavia, (anche se puntano un po' tutti in quella stessa direzione). Gli interrogatori sono condotti in modo abbastanza classico, col detective (il Cini, spesso su suggerimento di Galileo) che fa le domande a ciascuno dei possibili interessati o possibili conoscitori dei fatti. Ho apprezzato questo aspetto. Anche la risoluzione finale, coi detective che svelano a un piccolo pubblico come stavano i fatti, richiama la classica situazione di un Poirot che spiega il delitto. Tuttavia, avevo capito la persona colpevole un po' troppo presto.

Giudizio: una lettura molto piacevole, un buon intrattenimento con elementi storici più riusciti e interessanti di quelli mistery ⭐⭐⭐⭐

Il mio primo apocrifo Holmesiano: Sherlock Holmes contro Dracula

Che cos'è questo titolo che suona come Godzilla vs King Kong?
No, non è una trashata. Lo aveva consigliato la bravissima Federica della pagina La stanza di Sherlock, che presenta costantemente una serie di spunti a cui è impossibile stare dietro, ma che vorrei leggere dal primo all'ultimo.
Si tratta di un romanzo breve, un apocrifo sulle gesta del detective dei detective, ossia Sherlock Holmes. Cos'è un apocrifo? Una narrazione su un personaggio letterario, ma scritta da un altro autore. 
Questo romanzo, dunque, non è di Arthur Conan Doyle, ma di Loren D. Estleman, grande appassionato delle avventure di Holmes e Watson, così appassionato che ne scrisse altre, fin da giovanissimo.

Il mio rapporto con Sherlock nasce da bambina, quando uscì la collana in edicola di Fabbri Editore con tutti i romanzi e i racconti scritti da Doyle e, a seguire, dai suoi "eredi". Non ho mai letto l'intero canone (ovvero le opere originarie, scritte dal vero creatore del personaggio), poiché ho letto solo tre romanzi su quattro e due raccolte di racconti su cinque, ma ho, certo, cominciato molto male il mio rapporto con gli scritti apocrifi. Mi fu regalato anni fa una raccolta, I casi orientali di Sherlock Holmes di Ted Riccardi, che non dovettero piacermi, poiché li interruppi a pagina 56/383. Se lo avessi terminato lo avrei considerato il primo apocrifo, ma non è andata così.
Devo dire, però, che la lettura del racconto lungo/romanzo breve di Estleman mi ha riconciliato con questa parte della letteratura, tanto che ne ho acquistati altri tre, da provare, tra cui il famoso La soluzione al sette percento (uno, pare, dei più famosi in assoluto) di Nicholas Meyer, del 1973, di poco precedente il pastiche di Estleman, del 1978.


Del resto nessuno meglio dello scrittore di gialli e western del Michigan, oggi settantenne, avrebbe potuto compiere meglio questa impresa: fu uno dei pochi autori a cui la figlia di Doyle concesse il "permesso" di continuare a pubblicare opere tratte dalla materia del padre. Vi rimando all'intervista sulla pagina di Federica, per saperne di più.

Venendo alla storia, mi piace molto il lavoro che ha compiuto Estleman. Riflettendo sul fatto che la storia di Dracula (1897), di Bram Stoker, è ambientata nella Londra del 1890, lo scrittore si è accorto che la venuta del Nosferatu nella capitale inglese non sarebbe potuta essere ignorata dal detective apparso sulle scene nel 1887. Inserendo, dunque, i due personaggi nello stesso universo narrativo, per forza di cose, si sarebbero dovuti incontrare.
Rispettando, con pochi accorgimenti (lasciando a una disputa tra i due narratori delle due distinte versioni, quella di Watson e quella del Professor Van Helsing, la discussione sulle date, col pretesto che il Professore intendeva negare l'aiuto ricevuto da Holmes), la trama di Dracula e lo stile di Doyle, Estleman ricostruisce il contributo di Sherlock Holmes alla sconfitta del Principe delle tenebre. Nei retroscena in cui i personaggi di Stoker non interagiscono col vampiro, infatti, resta lo spazio di manovra per farlo rapportare proprio al detective e al suo fedele compare.

La storia originale non è, quasi per niente, alterata e viene data per scontata. Questo breve romanzo (182 pagine, in Italia edito da Gargoyle), dunque, è solo un'integrazione, molto avvincente e che io ho trovato perfettamente in linea con la scrittura degli altri testi originali. In particolare, l'atmosfera e i personaggi di Watson e Holmes mi sembrano veramente rispettati, fatti rivivere. Mi è sembrato meno riuscito il Conte Dracula, che non mi sarei aspettata di vedere nella veste in cui compare sul pianerottolo del 221B di Baker Street. A dirla tutta, dover far collimare la nuova avventura col canone Stokeriano costringe un po' Dracula a non comportarsi come il più grande Male del mondo (idea che ci siamo fatti di lui dal romanzo dell'irlandese). Potrebbe annientare i suoi due nuovi nemici, ma non lo fa (questo un pochino mi stride).

A breve mi attende il prossimo di questo autore, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Holmes.

Giudizio: Davvero apprezzato ⭐⭐⭐⭐

Alcuni titoli della collana Piccoli Mondi di ABEditore

 La casa editrice ABEditore si caratterizza per la pubblicazione di opere e racconti classici, goticheggianti o misteriosi, in una veste grafica molto bella. Sono libri illustrati, molto curati anche nella scelta dei caratteri e l'attenzione alla decorazione va dalla prima alla quarta di copertina, passando per la seconda, la terza e per tutte le pagine che lo compongono.

La collana Piccoli Mondi, che qui ho già portato con L'avvelenatrice di Alexandre Dumas, si compone di sedici piccoli volumetti (per ora) in formato 16 x 10 (cm), alcuni non più disponibili all'acquisto.

Durante la settimana dal 1 al 7 aprile, per smaltire un po' di libri, a seguito di alcuni acquisti compulsivi, ho portato a termine una piccola sfida: la lettura di sette libri in sette giorni. Ne ho approfittato per leggere, naturalmente, testi brevi, tra cui tre dei Piccoli Mondi che avevo ricevuto o comprato da Natale a ora.


Partiamo da La Sposa Cadavere, l'ultima pubblicazione di questa collana, che ha una copertina stupenda, interamente bianca, con la prima decorata in bassorilievo, per dare l'idea di una trina da abito da sposa, pur nascondendo i dettagli del volto di una sposa e di un teschio in alto e, rispettivamente, a sinistra e a destra.

Friedich August Schulze è stato uno scrittore tedesco, vissuto a cavallo fra Settecento e Ottocento, famoso per Il libro dei fantasmi. La raccolta Fantasmagoriana, invece, comprendeva quattro brani di altri autori e quattro suoi testi, tra cui La sposa cadavere; era a disposizione dei quattro scrittori che, nell'estate del 1816, dovevano riuscire a passare il tempo a Villa Diodati. Nel famoso Anno senza estate Lord Byron, il suo segretario John Polidori, il suo amico Percy Shelley e la moglie di questi, Mary, ebbero la pessima idea di soggiornare in Svizzera, dove non trovarono il clima desiderato, ma freddo e pioggia. Lessero quelle storie di fantasmi e Byron propose anche una competizione tra loro per scriverne. Successivamente, solo Il vampiro di Polidori e Frankenstein di Mary Shelley videro la luce, ma furono quelle storie di fantasmi a dare l'ispirazione e il là per la loro composizione.

La trama è meno lineare di quanto ci si aspetterebbe da un racconto così breve e intreccia tre livelli di narrazione. Abbiamo la classica introduzione ottocentesca di una storia, aopera di un narratore, un Marchese, non meglio definito, ma stavolta non solo mezzo narrativo, bensì personaggio, a sua volta.

Il Marchese ci racconta una visita a un suo amico, il Conte Globoda, che ha recentemente perso una delle sue figlie, Hildegarde, gemella di Libussa, dalla quale si distingueva solo per una voglia a forma di fragola. A questa storia principale, che vedrà Libussa corteggiata dal Duca Marino, si intreccia una terza storia spettrale, anche questa raccontata dal Marchese ai commensali di Globoda. Malgrado questo triplo piano di racconti, molto ben architettato e davvero godibile, il tema è quello della sposa cadavere, che torna a tormentare i fidanzati infedeli. Il fantasma della sposa, tuttavia, è accompagnato anche da altre presenze soprannaturali.

Dire di più è impossibile, tranne consigliare di leggerlo (sono solo una settantina di pagine, a cui si aggiungono un'introduzione e una postfazione della traduttrice). Aggiungo solo che il film d'animazione di Tim Burton, che si sarà senz'altro ispirato per il concetto, in realtà poco ha a che fare con la trama di questo racconto. Il film di Burton, infatti, prende soprattutto ispirazione da Il dito, racconto scritto da un rabbino nel Cinquecento, ma rimaneggiato nei secoli seguenti.

Giudizio: per me veramente un racconto molto riuscito ⭐⭐⭐⭐


Il secondo libriccino che ho letto in questa challenge primaverile è L'altra metà delle fiabe, a cura di Antonella Castello. Si tratta di un confronto acritico tra tre coppie di racconti.

La prima parte delle fiabe, infatti, contiene tre fiabe di Charles Perrault, molto note, pubblicate nel 1697 ne I racconti di mamma Oca e qui presentati nella traduzione di Carlo Collodi: La bella addormentata nel bosco, Il gatto con gli stivali e Cenerentola. Sono, come sappiamo, brevissime storie che presentano una morale istruttiva per il pubblico di bambini (e adulti) che le ascoltavano.

La seconda parte delle fiabe, invece, nella traduzione dal napoletano della stessa curatrice, che firma anche l'introduzione e la nota finale al testo, sono la controparte precedente delle stesse tre fiabe. Gianbattista Basile, infatti, aveva pubblicato il suo Lo cunto de li cunti, o Pentamerone, nel 1634. In questo caso il pubblico non è certamente quello infantile e non vi è morale, bensì una conclusione quasi cinica, un motteggio. I racconti sono Sole, Luna e Tania (che già presenta una situazione praticamente di necrofilia, che forse non turbava il pubblico Seicentesco, come, invece, turba noi), Cagliuso e, infine, Gatta Cenerentola.

Le somiglianze fra i racconti è evidente, specialmente per il secondo. Io ho preferito leggerli alternando la fiaba francese e, subito dopo, la controparte napoletana, anziché leggere in ordine la prima parte del libro, seguita dalla seconda. Le altre due fiabe si discostano maggiormente per andamento della storia, ma la materia è chiaramente comune. Per gusto attuale, i racconti di Basile sono quasi ostici, più volgari rispetto alla trasposizione più tarda. In ogni caso, soprattutto il primo racconto, per quanto a lieto fine, in entrambe le versioni è abbastanza truce, per via dell'orchessa (parte che viene rimossa totalmente, per esempio, nell'adattamento disneyano).

Giudizio: un confronto molto istruttivo ⭐⭐⭐


Il racconto della vecchia balia
di Elizabeth Gaskell (nata Stevenson), autrice cara a Dickens, che le commissionò questo racconto come strenna natalizia sulla sua rivista Household Words, è un breve racconto di una sessantina di pagine, che pertanto si legge in pochissimo tempo.

La storia accadde alla balia e alla sua protetta, i cui figli sono ora gli auditori di questa novella spettrale. Protagonista della vicenda, oltre agli umani coinvolti, è anche l'antica casa, dove si trasferiscono la balia e la sua infante, e che ha ospitato una tragedia, che rivive negli spiriti di coloro che ne furono un tempo gli attori e le vittime. Troppo piccolo è il testo per dire di più, rischiando di sciupare il senso di mistero che il racconto vuole portare.

La traduttrice fa notare (nella nota alla traduzione e postfazione, che seguono il racconto) alcuni piccoli errori, poco importanti, commessi dalla scrittrice, che in effetti si notano nella lettura, confondendo un po' il lettore. Devo dire, comunque, che non mi è piaciuto, in questa edizione, trovare la terza di copertina dedicata alla curatrice del testo, senza nessuna pagina che ospitasse una piccola biografia della Gaskell (stessa cosa che è accaduta con L'altra metà delle fiabe, dove sarebbero state due le bio da includere, anche condensate in poche righe). Ne La sposa cadavere la stessa terza di copertina era divisa fra autore e traduttrice, così come lo è nel prossimo racconto, La storia segreta di una contessa irlandese.

Giudizio: un racconto gotico riuscito e che mi è molto piaciuto ⭐⭐⭐ 1/2


Concludo questa carrellata con un altro micro racconto di circa 80 pagine (più postfazione), letto durante una sfida analoga a questa primaverile, ma compiuta solo a metà, stavolta, nel periodo di Halloween (sì, oltre alla pila della vergogna dei libri da leggere, ho anche quella dei libri di cui parlare). Si tratta de La storia segreta di una contessa irlandese di Joseph Sheridan Le Fanu, autore conosciutissimo per i racconti di fantasmi (e di vampiri, considerando il suo più famoso Carmilla), anche se questo, in particolare, non contiene spettri, ma ha comunque caratteristiche gotiche, come il topos della fanciulla imprigionata e in pericolo.

La copertina è, per me, bellissima nella sua semplicità: per cominciare ha un tono di blu molto gradevole. Il disegno di una ragnatela ospita un ragno con un teschio per corpo, ma il dettaglio che preferisco sono le scritte in oro del titolo e dell'autore e il disegno di un fiore, sempre in oro, che si sovrappone al teschio.

Anche le illustrazioni interne sono bellissime e mi piace che la corrispondenza della protagonista abbia un font corsivo speciale per differenziarsi dal resto del testo.

Il racconto è in prima persona: in una lettera rinvenuta dopo la sua morte, Lady Margaret racconta a un amico la sua avventura triste e pericolosa, accadutale dopo la morte del padre, quando fu posta sotto la tutela dello zio, che ha per lei programmi molto foschi.

Esattamente come nel caso de Il racconto della vecchia balia, l'introduzione alla storia ci rovina un po' l'effetto di sapere come si conclude la vicenda (poiché, parzialmente, lo sappiamo fin dall'inizio - probabilmente il lettore ottocentesco andava rassicurato fin da subito). Devo però dire che questo non toglie nulla al pathos e alla suspense dei due racconti. Questo, soprattutto, dopo un'introduzione un po' lenta, ha un ritmo incalzante e il lettore (o, per lo meno, io) ha necessità di leggerselo tutto d'un fiato per scoprire come va a finire. Mi è sembrato scritto con molta maestria. La sensazione che mi ha restituito è un po' quella del thriller Hitchcockiano ante litteram.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 19 marzo 2024

Approfondendo Italo Calvino: le Lezioni Americane e Calvino Pop

Uscendo dalle letture dei racconti e dei romanzi, ho cercato di addentrarmi nella scrittura e nella personalità di Calvino attraverso due libriccini di taglio differente.

Le Lezioni Americane sono una serie di conferenze che l'autore avrebbe dovuto tenere tra il 1985 e il 1986 ad Harvard. Calvino mori, però, il 19 settembre di quell'anno accademico che doveva vederlo negli USA.

Secondo la figlia, che scrive la prefazione di questa raccolta dei manoscritti preparatori, l'autore aveva pensato a materiale per otto lezioni, anche se le tradizionali Charles Eliot Norton Poetry Lectures sono sei. Nel volume edito da Mondadori, in realtà, ci sono cinque conferenze pronte e una lezione provvisoria, ma completa, che doveva essere intitolata Consistency ed essere probabilmente la prima, seguita da Molteplicità. In realtà le cinque conferenze definitive, sarebbero state:

  1. Leggerezza (a questo riguardo, smontiamo una bufala: la famosa frase sulla leggerezza, attribuita a Calvino, non è dell'autore e non è in questi testi)
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità.
L'ultima bozza, praticamente completa, è pubblicata in Appendice, intitolata Cominciare e finire, revisionando, infatti, una serie di incipit e conclusioni di romanzi famosi.

Compiendo un excursus della letteratura (prima che scrittore, lettore accanito, dai miti greci e Ovidio a Flaubert e Dickinson) e della filosofia, portando, quindi, esempi a sostegno delle proprie tesi, Calvino elenca una serie di caratteristiche che vorrebbe venissero preservate e portate avanti nella letteratura del nuovo millennio. 

In effetti, è l'esposizione della sua idea di letteratura, che queste caratteristiche rendono estremamente moderna.

Oltre a esempi letterari, Calvino ci mette del suo e racconta la genesi delle sue opere o spiega perché più spesso ha scritto racconti che romanzi, nell'urgenza di dare spazio e vita a più punti di vista, più storie diverse. Creatore fin da bambino, ci svela anche un aneddoto che mi è piaciuto tantissimo: prima ancora di saper leggere, Calvino creava dialoghi immaginari e storie fantastiche sui fumetti pubblicati sul celebre Corriere dei Piccoli, all'epoca tradotti dall'americano, eliminando i balloons e inserendo alcune righe inventate ad arte.

Giudizio: filosofico, ma interessante ⭐⭐⭐


Calvino Pop
, invece, è un libricino di Progredit Editore, scritto da Trifone Gargano e illustrato da Carlo Volsa. In sei capitoli, sono trattati diversi aspetti meno conosciuti della carriera di Italo Calvino: curatore di un'antologia scolastica, cronista sportivo (a suo modo), compositore di testi per canzoni.

Una cosa molto carina, secondo me, è stata anche l'aver inserito, oltre a spezzoni di articoli e citazioni, i QR code che rimandano a canzoni o altro materiale extra.

Il libro è piccolissimo (meno di cento pagine) e alcuni argomenti sono a volte ripetuti (questo un poco mi è sembrato un riempitivo), ma è stato delizioso per conoscere tutta una serie di aspetti, per me, inediti dello scrittore italiano.

Giudizio: una chicca ⭐⭐⭐⭐

sabato 9 marzo 2024

Rileggere Il buio oltre la siepe vent'anni dopo

 Alle scuole medie ho avuto una professoressa di italiano molto attenta ai temi dell'uguaglianza e della pace e questa sensibilità è stata trasferita nel programma scolastico. Mi pare che quella lezione settimanale si chiamasse narrativa e, se al primo anno verteva sulla mitologia greca, al terzo anno, addirittura, proponeva un saggio piuttosto impegnativo per dei tredicenni, Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahr Ben Jelloun; nel mezzo c'è stato Il buio oltre la siepe (1960), che per temi si eleva molto, pur possedendo la scorrevolezza di un testo narrativo.

Queste due caratteristiche le ho ritrovate, come le ricordavo, anche oggi. Ai tempi si trattò di una versione ridotta, che possiedo ancora e che conservo con grande affetto, perché quella lettura mi piacque moltissimo. Ventuno anni dopo, con la storia che era molto sfumata nel mio ricordo, ma con quelle impressioni ancora ben vive nella mia mente, ne ho ripreso la lettura, stavolta su un'edizione integrale Feltrinelli, regalo di mia sorella.


Quella targa nella foto mi è piaciuta appena l'ho vista, per il gioco di parole che opera col titolo di questo libro. Il titolo in italiano, infatti, è interamente opera dei traduttori e fa riferimento al pregiudizio che i due piccoli Finch nutrono per il loro vicino di casa, ma il titolo originale è To kill a mockingbird, frase che viene ripresa più volte nel romanzo, riferendosi a personaggi e situazioni diverse, e con più significati.

"Sparate finché volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è un peccato uccidere un merlo. [...] I merli non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie, non fanno proprio di niente, cinguettano soltanto. Per questo è un peccato uccidere un merlo."

Si è trattato, in parte, di una riscoperta, proprio in virtù di certe parti che avevo scordato; in parte è stato un riconsolidare qualcosa. Per esempio ricordavo piuttosto bene sia il processo, sia la parte finale, dunque le due parti più dure del romanzo.

La storia, che valse il premio Pulitzer alla scrittrice americana Harper Lee, amica e collaboratrice di Truman Capote, è narrata dal punto di vista dei figli dell'avvocato Atticus Finch, in particolare della secondogenita Scout. Orfani di madre, tirati su dal padre, che cerca di educarli secondo i suoi principi, e dalla domestica di colore, Calpurnia, Scout e Jem trascorrono gli inverni a scuola e le estati a cercare di scoprire chi è il misterioso vicino di casa che non sono mai riusciti a vedere, finché un caso di cronaca non fa capolino nella loro vita, mettendola un po' in subbuglio.

Atticus Finch, il cui ritratto in negativo, ossia ricavato dalle testimonianze della figlia, restituisce uno dei personaggi della letteratura più sensibili, retti, coraggiosi e compositi mai scritti, è l'avvocato che difenderà una persona di colore dall'accusa di violenza carnale ai danni di una ragazza di poverissima classe sociale. La costruzione della vicenda e delle motivazioni delle parti in gioco, che ruotano attorno al fatto e al processo, è magistrale: avvalendosi del punto di vista, semplice e ingenuo, di una bambina, la descrizione del contesto sociale e delle ripercussioni di quanto accade è elementare e chiaro. Scout, naturalmente, non comprende bene ogni sfaccettatura della vicenda ed è proprio l'emergere delle sue domande e delle risposte, che si dà o che riceve, che ci permettono di entrare nel merito e di sviscerare ogni lato del problema in modo efficace e approfondito.

Ne risulta un lavoro che, da una parte espone dei problemi sociali dagli opposti punti di vista, dall'altra ha il tono leggero di un bambino che si pone questi problemi per la prima volta, con sguardo smaliziato. L'interiorizzazione da parte di Scout di quello che sente dire intorno a lei, da parte di adulti e bambini, ci restituisce un contraddittorio, che evidenzia le ipocrisie e le idee più retrograde, ma anche quelle più nobili. Ci sono molti personaggi (e ben caratterizzati) ne Il buio oltre la siepe, ognuno in grado di arricchire la storia del proprio punto di vista.

Il romanzo, inoltre, non affronta solo la storia di Tim Robbins, che qui personifica i giovani afroamericani che, davvero, furono ingiustamente accusati nel caso degli Scottsboro Boys nel 1931. Jem, per esempio, è protagonista di un altro momento della storia non meno toccante e bello; anche Scout alle prese con la scuola rappresenta una situazione molto interessante.

Dunque non solo il tema del razzismo, anche se questo occupa chiaramente tanto spazio, è affrontato in questo romanzo; la famiglia protagonista e i loro amici più vicini sono progressisti e hanno idee molto simili alle nostre; naturalmente, però, il resto delle persone che li circondano non lo sono affatto e questo condiziona quello che succede, ma anche le idee di Scout, spugna, come tutti i bambini, delle espressioni che sente dire. Fortunatamente il suo ristretto nucleo familiare e lo scontrarsi con evidenze diverse la spingono a riflettere e a maturare opinioni via via più strutturate. Non solo stereotipi di etnia compaiono in questo contesto, ma anche di classe. di genere e il pregiudizio e le idee preconcette in generale.

La scrittura è davvero efficace e affronta in profondità temi complessi, senza perdere di vista la piacevolezza del racconto, che si legge in modo veramente scorrevole.

Adesso mi rimane solo da vedere il film, adattamento del 1962, appena due anni dopo l'uscita del libro. Il film, diretto da Robert Mulligan, fu candidato a otto premi Oscar e il ruolo di Atticus valse il premio di migliore attore a Gregory Peck (un po' troppo bello, forse, per interpretare l'avvocato, per come lo leggiamo nell'originale, ma del resto Peck vestì anche i panni di Achab). Gli altri due premi che la pellicola vinse furono la sceneggiatura e la scenografia.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 6 marzo 2024

La pietra di Luna di Wilkie Collins è uno dei migliori romanzi gialli della storia?

 Per anni, affiancato a L'assassinio di Roger Acroyd e altri romanzi della Christie, ho trovato La pietra di Luna in tutte le classifiche dei migliori gialli di sempre.


Il bicentenario della nascita dell'autore, Wilkie Collins, ha portato con sé la nuova edizione di Fazi di tre romanzi dell'inglese: La donna in bianco, Senza nome e, per l'appunto, La pietra di Luna. Le copertine mi piacevano molto e ho acquistato il primo e il terzo. Arrivata alla lettura, mi sono, però, accorta di almeno un problema in questa edizione: l'assenza di un sommario. Inoltre, almeno ne La pietra di Luna non c'è una bella prefazione che racconti un po' della genesi del libro, del contesto, dello scrittore, etc. Ci sono due introduzioni alle edizioni, direttamente scritte dallo stesso Collins, e basta.

Il romanzo è uscito, come molti dell'epoca, a puntate, su All the Year Round e ha visto la pubblicazione definitiva nel 1868. Collins e l'amico Charles Dickens (col quale collaborava) si ritrovarono interessati a un nuovo fenomeno dell'epoca: l'avvento del detective in borghese. Entrambi ispirati al caso molto controverso dell'omicidio di Road Hill House, un caso di cronaca orribile, che mise in difficoltà anche il grande ispettore dell'epoca, Jonathan Whicher, scrivono due romanzi in merito. Alla figura di Witcher si ispirano, rispettivamente, Charles Dickens per l'ispettore Bucket di Casa Desolata (1852-53) e Collins per l'ispettore Cuff; non ho ancora letto Casa Desolata, ma almeno Collins si ispira anche ad alcuni elemento del caso vero e proprio, come ciò che succede intorno a una certa camicia da notte e a cosa combina l'ispettore in questione. Vista la precocità delle opere - La donna in bianco è del 1859 - e lo specializzarsi in questo genere di narrativa, Collins è sempre stato considerato il padre del mistery classico, preceduto solo da Poe, sebbene oltreoceano e con una produzione diversa (racconti).

Ma, eccoci finalmente alla lettura, tanto agognata, tanto aspettata. Di cosa parla l'opera?

Il mistery ruota intorno a un diamante indiano, rubato ai suoi devoti proprietari nel 1799, per poi comparire nella vita della famiglia Verinder. Tre misteriose figure indiane girano intorno alla casa di Lady Verinder, quando il nipote, Franklin Blake, consegna alla cugina Rachel Verinder l'enorme diamante, la pietra di Luna. Cosa capiterà mai alla pietra? Chiaramente scomparirà, ovvio! L'ispettore Cuff, chiamato a indagare sulla vicenda, riuscirà a far luce?

Ci vorranno 595 pagine per scoprire dov'è andato a finire il diamante e me le sono godute tutte quante.

La scrittura è piacevole e presenta molte delle caratteristiche degli scritti di quel periodo: il racconto, sempre in prima persona, fornito da più testimoni (come per esempio in Dracula), le lunghe spiegazioni dei personaggi, per raccontare fatti avvenuti in passato, la prolissità stessa (che, però, non annoia mai) del racconto, che occorre per soddisfare le esigenze della pubblicazione a puntate.

Il romanzo è quasi corale: non ha un solo protagonista e il racconto è svolto proprio da più personaggi: il capo della servitù, l'ispettore, parenti e conoscenti dei personaggi principali.

I personaggi sono caratterizzati con grande dettaglio, tanto da affezionarcisi molto. Ho adorato la parte della storia di Ezra Jennings, personaggio secondario, che salterà fuori solo verso la fine, per svolgere un ruolo molto importante. Jennings e Cuff sono, sicuramente, i miei personaggi preferiti, ma anche il buon Betteredge, il capo dei domestici di Lady Verinder, ha il suo perché. Miss Verinder è invece detestabile; Miss Clack, invece, è una macchietta, il cui racconto, tuttavia, è molto divertente (e come ci dice l'autore) uno dei preferiti dal pubblico, malgrado lo avesse scritto, forzatamente, in preda a un attacco di gotta.

Attraverso questa serie di testimonianze, il percorso della pietra, piano piano, emerge, ma non prima dei colpi di scena finali. A livello di schema giallo, non posso dire di essere stata sconvolta dall'originalità (sebbene allora sicuramente ci fosse): la soluzione al caso è abbastanza lineare. Inoltre, a me è sembrato soprattutto un romanzo quasi d'avventura (intendendo l'avventura scientifica che capita a Blake, ma anche i pedinamenti sulla spiaggia) e, persino, romantico (del resto, la storia sentimentale c'è, occupa un discreto spazio e c'è anche una scena che ho trovato piuttosto bella). Tutto queste influenze, più che normali agli albori di un nuovo genere, non lo abbassano affatto nella mia considerazione: per me si tratta di un libro di grande piacevolezza. Infatti, non vedo l'ora di leggere La donna in bianco.

La sola cosa che rilevo è che, dato quanto c'è stato successivamente (e sto pensando ad Agatha Christie - Poirot a Styles Court, 1920-, che per originalità di soluzioni credo sia ancora imbattuta, ma anche a Conan Doyle - Uno studio in rosso, 1887), non riesco a considerarlo superiore ad altre opere che ho letto. Le opere che ho citate sono quelle d'esordio, non necessariamente le più riuscite.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2


lunedì 4 marzo 2024

Il caso dell'abominevole pupazzo di neve non funziona come i veri classici

 L'autore de Il caso dell'abominevole pupazzo di neve è Nicholas Blake, nome che è, in realtà, l'alias di Cecil Day-Lewis, ossia il padre del pluripremiato attore, Daniel. Conosciuto come poeta e saggista, come Nicholas Blake ha pubblicato (tra il 1935 e il 1968) una ventina di romanzi gialli, di cui undici tradotti in italiano (tra il 1939 e il 2010) da Mondadori.


Originariamente The Corpse in the Snowman fu tradotto col titolo Misteri sotto la neve negli anni Ottanta, ma più recentemente è stato riadattato da Giunti col nuovo titolo, più accattivante.

Oltre al titolo, questa detective story ha anche l'ambientazione: la classica villa da ricco proprietario inglese, isolata dalla neve, in cui avviene una morte misteriosa. Chiamato per indagare su un mistero di poco conto, riguardante un gatto, in realtà Nigel Stangeways, con moglie appresso, si ritrova a interrogare i rispettabili ospiti dei signori Restorick per tutt'altro. Dire di più, stavolta, sciuperebbe tutto e, così, mi asterrò.

Come in un giallo classico abbiamo una bella casa, molti ospiti, tutti sospetti e con moventi per ogni crimine, e il detective privato, ma qui terminano le somiglianze.

Nigel Stangeways non è Poirot: somiglia molto di più a Hastings e questo è il peggior difetto del libro. Se, inizialmente, sono esposti fatti e indizi del crimine, successivamente Strangeways inizia a fare tutta una serie di elucubrazioni sulle ragioni e sul colpevole; è la prima volta che mi ritrovo in questa situazione. Di solito il detective non rivela tanto, non fa congetture, ma evidenzia i punti cruciali dell'indagine; se parla di una teoria, è per rivelare come stanno le cose; al massimo la spalla fa ipotesi non veritiere. In questo caso, invece, i due ruoli sono accorpati. Il risultato è che l'ultimo terzo del libro è una serie di lunghi e noiosi sproloqui sui pensieri di Strangeways, che da una parte mi fornisce idee che so essere fuorvianti, perché siamo nel punto sbagliato del libro, dall'altro si avvicina alla verità, fornendomi alcuni elementi che costituiranno parte della soluzione, troppo presto. Inoltre tutti questi ragionamenti (in un senso e nell'altro) sono deboli e inconsistenti, così come la soluzione. L'ultimo terzo del romanzo l'ho letto annoiandomi e considerando tutte le ipotesi solo fuffa, in attesa di una rivelazione, che non c'è stata, per metà spoilerata da quelle che credevo speculazioni preparatorie.

Strangeways manca di caratterizzazione e, persino, di attività. Gioca in modo fin troppo pulito con i suoi sospettati e non li pressa, non coglie i loro momenti di debolezza per fare le domande giuste. Si limita a pensare per la maggior parte del tempo.

Il libro, in realtà, era anche cominciato benissimo e lo stavo trovando scritto anche bene: erano i piccoli Restorick a fornire molte informazioni, erano carini e davano un punto di vista molto originale; dopo, purtroppo, sono quasi dimenticati.

Giudizio: un giallo debole, ammantato di noia ⭐⭐


domenica 3 marzo 2024

Il retelling della storia di Achille dal punto di vista della Miller

 Pareri distanti tra loro mi avevano raggiunta prima della lettura de La canzone di Achille, di Madeline Miller: dal capolavoro della storia d'amore, fino alla monnezza. Qual è la mia opinione dopo questa lettura?

Onestamente, una via di mezzo: non è né bello, né brutto, ma riesco a collocarlo almeno nel gradevole.


La storia la conosciamo: è quella di Achille e Patroclo, cresciuti insieme e indivisibili, destinati dalle Moire a segnare la storia della guerra di Troia, o, almeno, di una parte. Solo chi non ha fatto alcuna scuola superiore ignora chi sia Achille, il guerriero di Ftia, semidio invulnerabile (in questa versione non si fa riferimento al celebre tallone) e miglior guerriero del suo tempo. Potrebbe sfuggire un po' di più la figura di Patroclo, di cui si sente meno parlare, rispetto ai più famosi eroi achei e troiani (Odisseo, Ettore, Agamennone, Menelao, Paride, Diomede, Aiace), sennonché è proprio la sua figura a essere determinante nel destino del più grande protettore della città di Ilio.

In effetti il problema che ho avvertito immediatamente, fin dalle prime frasi del libro, è che, conoscendo la storia, non mi tornava che il narratore fosse proprio Patroclo. Ho litigato con questo concetto fino alla fine, quando finalmente se ne svela il senso (non credevo che ci fosse).

Malgrado il narratore in prima persona, la scrittura, che è poco più di una cronaca di una vicenda ben nota (diciamo che è un ripasso), è molto semplice e colloquiale (comprese le numerose frasi senza verbo). Non mi ha conquistata, ma non è sgrammaticata e non tenta inutile retorica.

Non apportando granché (la sola originalità è quella di concentrarsi sulla storia sentimentale tra Achille e Patroclo), non posso dire che questo retelling mi abbia particolarmente giovato, ma è comunque una versione carina e con poche libertà (per quanto conosco, non ha stravolto elementi cardine del mito conosciuto, che del resto non ha una sola versione, quella omerica, e dunque può anche permettersi di allargarsi un minimo, cosa fatta pochissimo dalla Miller. Inoltre è comunque una possibile versione e i personaggi letterari si prestano proprio a questo. L'unica cosa che non mi è proprio piaciuta è lo scontro tra Ettore e Achille, che ho trovato estremamente riduttivo. In generale è la parte finale della storia che si è presa le libertà maggiori riguardo al canone (se possiamo chiamarlo così).

Considerando un'altra versione, quella dal punto di vista di Odisseo, fatta da Valerio Massimo Manfredi, ricordo di averla trovata più appassionante, con maggiore pathos negli scontri, su cui era forse riversata maggiore attenzione. Del resto, Il mio nome è nessuno - Il giuramento è incentrato più del libro della Miller sulla guerra di Troia. La canzone di Achille, per la sua prima metà, si occupa degli anni di crescita di Patroclo e Achille, delle loro storie personali e della loro relazione.

Il carattere di Achille sembra piuttosto simile in questa ricostruzione a quello che intravediamo leggendo l'Iliade. Anche i maggiori eroi greci sono tratteggiati in maniera fedele al ricordo che possediamo dai tempi degli studi. La novità maggiore e, forse, anche l'interpretazione dell'autrice è su Patroclo, che riceve un approfondimento che non aveva mai avuto prima, probabilmente. Non l'ho trovato un ritratto coerente, se devo essere onesta. Nei primi capitoli e nei primi anni è un bambino e poi un ragazzo molto orgoglioso; durante la guerra diviene invece molto più disinteressato ai suoi bisogni e desideri. Vero è che può esserci stata un'evoluzione e che la guerra può averlo cambiato, ma mi è parso abbastanza netto come cambiamento. In ogni caso è sempre descritto come guidato dall'amore, anche se questo sentimento l'ho notato di più in lui (l'ho sentito), mentre in Achille è dichiarato, ma non l'ho così tanto apprezzato. Non ho percepito, insomma, la grandiosità del sentimento, lo strazio del distacco. Mi sono commossa quasi di più nell'addio con Briseide.

Forse la penna della Miller è poco matura (in fondo La canzone di Achille è il suo primo romanzo, del 2011)? Sono curiosa di leggermi Circe, scritto nel 2018, fra qualche tempo, per vedere se il miglioramento c'è stato, come ho sentito dire.

Giudizio: una sufficienza piena, ma non di più ⭐⭐⭐

martedì 20 febbraio 2024

Il primo libro della trilogia di Holt: solo personaggi coccolosi?

 Holt è il paesino immaginario vicino a Denver, Colorado, creato da Kent Haruf. Da poco ho terminato la lettura di quello che è il primo libro, in ordine di pubblicazione, di una trilogia ambientata in questo villaggio, al centro di una zona rurale, tra aziende agricole e allevamenti bovini.

La trilogia si compone di Canto della pianura (1999), Crepuscolo (2004) e il prequel Benedizione (2013), che in Italia (NN editore) è proposto come primo volume, benché scritto ben dopo gli altri due.

Ho iniziato la lettura da Canto della pianura, poiché, quando si parla di saghe, trovo che leggere prima i prequel possa generare spoiler (sto pensando a Star Wars, sì - vedere la trilogia degli anni Duemila spoilererebbe il più grosso plot twist di tutta la serie originale), mentre tornare nel passato dovrebbe solo approfondire e svelare cose che ancora non so.


La storia è raccontata attraverso il punto di vista di più personaggi. Ci sono Tom Guthrie e i suoi figli, Ike e Bobby, che fanno i conti con lo stesso problema familiare, ma che si appoggiano a persone diverse per superarlo. Guthrie lavora alla scuola superiore, insieme a Maggie Jones, e, mentre lui dovrà sbrigarsela con una grossa bega lavorativa, lei tenterà di aiutare una studentessa in difficoltà, Victoria. Infine ci sono i due fratelli McPheron, scapoli di mezza età, un po' orsi, ma dal buon cuore.

Nella rude cittadina la gente parla, è malevola e i personaggi dovranno farci i conti. Non è specificato il periodo di tempo dell'ambientazione, ma dalla mentalità delle persone si direbbero gli anni Cinquanta (tuttavia è possibile che siano solo rimasti molto indietro, seppur negli anni Novanta: del resto siamo nei bigottissimi USA). I soli indizi sono tecnologici: i cellulari non ci sono, mentre i televisori e i frigoriferi sì.

Lo stile di scrittura è semplice e scorrevole; le tematiche sono quelle di un contesto agricolo degli anni Cinquanta: il sesso (tanto per non sbagliarsi mai - non si parla d'altro nei romanzi americani), tanta solitudine, il lavoro con mucche e cavalli (l'autore dichiara di aver descritto delle scene molto crude a tale riguardo, ma non è stata la mia percezione). In questa solitudine, Haruf si concentra nei rapporti fra personaggi, nella loro solidarietà, nell'empatia verso l'altro.

C'è di più? Per me no. I rapporti sono molto carini, coccolosi; facciamo il tifo per i buoni, così marcatamente staccati dai personaggi negativi: egoisti, bigotti, violenti, sessisti. Il romanzo non è riuscito ad annoiarmi perché sono 300 pagine secche, ma nemmeno a prendermi. Ho cominciato ad affezionarmi ai personaggi non prima del primo terzo della storia. Quando sono riuscita a inquadrarli, allora ho potuto anche apprezzare le vicende ed entrarci un po' di più. Complessivamente l'ho considerato un libro discreto, dunque, ma non ho compreso l'entusiasmo che ha generato.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 1 febbraio 2024

Autobiografia di un dandy: l'anima di Oscar Wilde

 La raccolta intitolata Autobiografia di un dandy è composta di una serie di articoli scritti da Oscar Wilde per varie riviste inglesi negli anni precedenti la condanna.


Nella mia edizione (Mondadori, anni Novanta), presa in prestito in biblioteca, sono presenti 25 brevissimi saggi, ma ci sono versioni più complete, editorialmente.

Si tratta di pezzi sui costumi del tempo o recensioni di pièce teatrali, libri, biografie, poesie, performance attoriali, dipinti, scenografie, persino conferenze. Qualche volta risponde a o corregge scritti o opinioni di altri, sempre su argomenti di attualità all'epoca dell'articolo.

Si possono distinguere due gruppi di testi:

  • le recensioni su qualcosa di specifico, come appunto uno spettacolo o un libro;
  • dissertazioni su usi sociali e costumi, quali la moda o i modelli del suo tempo. Per esempio dei giovani modelli italiani scrive:
"È sempre molto complimentoso e gli accade di avere qualche buona parola di incoraggiamento anche per i nostri pittori più grandi."
Nel primo caso, è un po' difficile stargli dietro, poiché non si conosce l'argomento di riferimento; alcune raccolte poetiche o alcuni libri di Balzac o Dostoevskij possono essere reperiti anche oggi, ma, personalmente, non li ho letti.

Nel secondo caso, più alla portata della comprensione del lettore anche di oggi, è molto divertente cogliere il suo spirito in ogni riga. Ho adorato l'ironia di Pranzi e piatti o di Guida pratica al matrimonio, in cui il merito va anche all'autore del vero manuale recensito da Wilde. Interessanti e giocosi il già citato Modelli londinesi e i due articoli sulla moda inglese e non.

"Un uomo, diceva Baudelaire, può vivere tre giorni senza pane, ma nessuno può vivere un giorno senza poesia."
"Ci sono venti modi per cucinare una patata e trecentosessantacinque per cucinare un uovo, ma sinora la cuoca inglese conosce solo tre modi per cucinare l'una o l'altro."
Nondimeno, nei primi, come nei secondi mini-saggi, l'umorismo di Wilde, la sua sagacia, e la scrittura semplice, ma curata e chiara si riscontrano costantemente e offrono una piacevole lettura. Al vetriolo, per esempio, il commento sugli americani in L'invasione americana:
"Perché gli inglesi si interessano alla barbarie americana ben più che alla civiltà americana."

Giudizio: ⭐⭐⭐